SACERDOZIO DI CRISTO. - I. DOCU-
MENTI DELLA RIVELAZIONE. - Il rapporto religioso
tra creature e Creatore non si esaurisce in una comu-
nicazione interna esteriore e sociale, che si traduce
in una mediazione. Il sacerdozio è appunto una me-
diazione tra Dio e gli uomini esercitata da un mi-
nistro scelto e spesso consacrato con rito particolare.
L'uomo, individualmente e socialmente, sente la
necessità di un mediatore per i suoi rapporti con Dio.
Questa necessità ha forse le sue radici nella coscienza
del peccato, più profondamente nel sentimento del
proprio nulla di fronte all'Infinito. A rispondere ade-
guatamente a tale sentimento non poteva bastare un
uomo, sia pure aureolato di santità; occorreva un
uomo sovrumano, che cioè trascendesse le condizioni
del semplice uomo.
Qui s'innesta l'origine e la ragione d'essere del s.
di C., che esaurisce e supera ogni altro sacerdozio,
realizzando la perfetta mediazione tra l'uomo e Dio
nell'opera di riconciliazione dell'uno con l'altro.
Che Cristo sia sacerdote è verità esplicitamente rive-
lata da Dio. Già nel Vecchio Testamento il futuro Messia è
preannunciato Sacerdote con una formula solenne: « Iuravit
Dominus et non poenitebit cum: Tu es sacerdos in
aeternum secundum ordinem Melchisedech » (Ps. 110).
S. Paolo riprende e sviluppa il motivo di questo giu-
ramento divino, dimostrandone l'attuazione in Gesù, di
cui delinea la dignità e la funzione sacerdotale in quel-
l'epistola agli Ebrei che può dirsi il codice del s. di
C. redentore (v. EBBEL, EPISTOLA agli).
La trama, abbastanza evidente, si svolge intorno a
tre punti fondamentali: la trascendenza di Cristo come
figlio di Dio riguardo agli angeli e ai profeti; il s. vero
e proprio del Redentore; il suo sacrificio. Tre punti su
cui domina il concetto di mediazione. Mediatori sono i
profeti, mediatori gli angeli, mediatore classico è Mosè,
ma Cristo li supera tutti come mediatore in virtù della
sua condizione di Figlio, mentre gli altri sono servi e
ministri. Anche nella sua umanità, che lo fa simile a
noi e inferiore agli angeli, Cristo trascende tutto il creato
perché quell'umanità è propria del Verbo « splendore
della gloria (del Padre) e impronta della sua sostanza »
(Hebr. 1, 3). Preesistente, come Dio, nel seno del Padre fin
dall'eternità, già creatore del mondo, viene nel mondo
per la rivelazione definitiva del Padre e si riveste di carne
per poter assolvere la missione redentrice con il s., che è
mediazione in atto tra cielo e terra. Nessun sacerdozio,
nessun sacrificio era riuscito a placare la divina giustizia, a
riconcilare l'uomo con Dio; per questo il figlio prende un
corpo, per immolarlo in omaggio alla divina volontà (ibid. 10,
5 sgg.). Così Gesù Cristo nasce sacerdote, secondo l'eterno
disegno di Dio, che lo manifesta suo figlio vero e sacer-
dote secondo l'ordine di Melchisedech (ibid. 5). L'Apostolo
dimostra la superiorità del sacerdozio di Melchisedech
su quello di Aaron, per concludere che Cristo abolisce
il sacerdozio giudaico, instaurando il suo che sarà eterno,
tanto più grande dell'antico quanto più grande è il Nuovo
Testamento di cui Cristo è il mediatore (ibid. 9). E la me-
diazione di Cristo è perfetta per l'intima comunione vi-
tale di lui con il Padre, in forza della divinità, e con gli
uomini, in forza dell'umanità. In terzo luogo, s. Paolo
esalta il sacrificio cruento del Pontefice del Nuovo Te-
stamento, mettendolo in contrasto coi sacrifici dell'Antico.
I Padri hanno sotto gli occhi una ricca messe per at-
tingervi la dottrina del s. di C., che ritorna insistente
e salda in tutta la Tradizione. Il Salvatore è chiamato
« Pontefice eterno » (sempiternus Pontifex: s. Policarpo,
Phil. 12, 2); « Sommo Pontefice » (s. Ignazio martire, Ep. ad
Philadelph., 9, 1); « Nostro Sacerdote e Dio » (s. Giustino,
Dial. cum Tryphone, n. 115). S. Gregorio Nazianzeno (Or.,
38, 16) sottolinea la condizione singolare di Cristo sulla
Croce, sacerdote e vittima insieme: ut agnum offerri et ut sacerdotem offerre. Ma la questione del s. di C. è agitata e approfondita al tempo dell'eresia nestoriana (sec. v) e nelle altre lotte cristologiche che si trascinavano fino al sec. VII. Si veda, ad es., s. Giovanni Crisostomo, nel commento all'epistola agli Ebrei. Ma più di lui dovette occuparsi dell'argomento s. Cirillo Alessandrino in contrasto con Nestorio e altri antiocheni, i quali, dividendo Cristo Dio (Verbo) da Cristo Uomo, non volevano riconoscere alcuna funzione sacerdotale al primo, ma soltanto al secondo. S. Cirillo, in forza della profonda unità ipostatica e della conseguente comunicazione degli idiomi, rivendica il titolo di pontefice e di sacerdote allo stesso Verbo in quanto unito con la natura umana.
Cristo, secondo la divina Rivelazione, è certamente Sacerdote e Pontefice che accetta il Sacrificio come Dio e l'offre come uomo, essendo lui nello stesso tempo offerente e vittima: «Pro nobis sibi victor et victima et ideo victor quia victima; pro nobis sibi sacerdos et sacrificium, et ideo sacerdos quia sacrificium» (s. Agostino, Confess., X, 43, 69; cf. id., De Civ. Dei, X, 20).
Le reazioni contro questa verità trasmessa nelle prime generazioni cristiane, derivano dagli errori intorno alla persona di Cristo. Il magistero della Chiesa adotta la dottrina di s. Cirillo Alessandrino, che nell'anatematismo mette in rapporto la mediazione con il sacerdozio e attribuisce l'una e l'altro al Verbo secondo la natura umana, richiamando la divina Rivelazione: «Mediator homo Christus Jesus (I Tim. 2, 5) Pontificem et Apostolum confessionis nostro factum esse Christum divina Scriptura commemorat...». Il Concilio di Trento riconferma la verità del s. di C. e la sviluppa nella sfera eucaristica (sess. XXII, cap. 1). Pio XI nell'encicl. Quas primas (AAS, 17 [1925], p. 508 sgg.) unisce in una stessa trattazione la Regalità e il s. del Redentore.
II. TEOLOGIA DEL S. DI C. — La teologia, in possesso di questa copiosa testimonianza della Rivelazione scritta e orale, fiorisce e si sviluppa, sulla traccia del pensiero dei Padri, nell'epoca scolastica. Il frutto di questa elaborazione teologica si trova in s. Tommaso (v. specialmente: Sum. Theol., 3ᵃ, q. 22).
1. Perfezione e caratteri del s. di C. — L'Angelico studia la natura e la perfezione del s. di C. alla luce del concetto di mediazione. Il vero sacerdote è il mediatore tra Dio e gli uomini (ibid., q. 22, a. 1), in quanto il suo ufficio consiste nel comunicare le cose divine agli uomini e le cose umane a Dio. Atteso il peccato originale, la mediazione sacerdotale assume una funzione riparatrice, che si concentra nel Sacrificio espiatorio. Ora Cristo è perfetto mediatore, come è rivelato in s. Paolo (I Tim. 2, 5). Difatti il mediatore è veramente tale se secondo la linea dell'essere si trova fra due termini estremi (mediazione ontologica) e se è capace di congiungerli comunicandone i beni a vicenda (mediazione morale). Cristo come Uomo-Dio attua pienamente in sé queste condizioni: egli si distingue dal Padre e dallo Spirito Santo personalmente e secondo la natura umana assunta dista da Dio; inoltre si distingue e dista dagli uomini, perché la sua natura umana è unita ipostaticamente con il Verbo ed è piena di grazia e di santità incomparabile. D'altronde la consustanzialità lo unisce al Padre e allo Spirito Santo nell'unità di natura e la consustanzialità con noi ne fa un uomo della nostra natura specifica. Per questo doppio vincolo Cristo è nelle condizioni di assolvere la funzione conciliatrice tra Dio e gli uomini, che è il fine proprio dell'Incarnazione. Egli è dunque il mediatore perfetto, di cui i profeti e i sacerdoti del Vecchio Testamento non sono che immagini approssimative (Sum. Theol., 3ᵃ, q. 26, aa. 1-2). Per logica conseguenza Cristo è costituito Sacerdote di una perfezione singolare, come è singolare l'unione ipostatica, su cui poggiano la sua mediazione e il suo s.
I caratteri essenziali di questo s. si possono ridurre a tre. a) Cristo si costituisce sacerdote non per una vocazione addiziosa, ma in virtù dell'unione ipostatica. Sicché Cristo non diventa, ma nasce sacerdote, quando il Verbo si fa carne. La funzione di mediazione e di sacerdozio certo non si addice al Verbo come tale, perché quella funzione
importa necessariamente una certa inferiorità di fronte a Dio. Per questo s. Paolo ammonisce che Cristo è mediatore come Uomo (I Tim. 2, 5) e i Padri e i teologi, con s. Tommaso, dichiarano che il soggetto del s. di C. è la sua umanità (Sum. Theol., 3ᵃ, q. 22, a. 3, ad 1). Ma è pur vero che quella umanità non può pensarsi né sussistere indipendentemente dal Verbo, che l'ha assunta. Già s. Agostino aveva prevenuto le difficoltà quando scriveva (Serm., 12, 21): «Ecce mediator: divinitas sine humanitate non est mediatrix, humanitas sine divinitate non est mediatrix, sed inter divinitatem solam et humanitatem solam mediatrix est humana divinitas et divina humanitas Christi». Più concisamente s. Tommaso (loc. cit.): «Licet Christus non fuerit sacerdos secundum quod Deus, sed secundum quod homo, unus tamen et idem fuit Sacerdos et Deus». b) Cristo è sacerdote e vittima insieme (Sum. Theol., 3ᵃ, q. 22, a. 2). Fine del s. e del sacrificio è quello di elevare l'anima e unirla con Dio. Il peccato aveva scavato un abisso fra le creature e il Creatore: abisso che nessun uomo avrebbe potuto colmare, perché il peccato, avendo in sé dell'infinito moralmente esigeva una riparazione infinita. La soluzione del problema è l'Incarnazione, per cui viene a costituirsi un mediatore capace di soffrire, per la sua umanità, e capace di soddisfare infinitamente con le sue sofferenze, perché Persona Divina sussistente in quella natura umana. Cristo mediatore e sacerdote offre l'unico Sacrificio degno di Dio, cioè la sua umanità immolata sulla Croce per la redenzione degli uomini. c) Il s. di C. è eterno, come afferma s. Paolo. Bisogna distinguere l'eternità di stato e l'eternità di funzione. Lo stato sacerdotale di Cristo, derivante dalla stessa unione ipostatica, che è indissolubile, evidentemente è eterno. Ma non è eterna la funzione sacerdotale, almeno nel suo atto principale, che è il sacrificio. Cristo si è immolato una volta per sempre e pertanto nella sua vita gloriosa non può più celebrare il sacrificio di sé.
2. Gli atti sacerdotali di Gesù Cristo. — Mediatore tra Dio e gli uomini, il sacerdote esercita la sua missione, come si è detto, offrendo le cose umane a Dio e le cose divine agli uomini. Due gesti: uno ascendente, l'altro discendente. Il primo si esprime specialmente col sacrificio accompagnato dalla preghiera; il secondo con la distribuzione dei doni divini (grazie). a) L'atto sacrificio (v.). È di fede che Gesù Cristo con la sua morte di Croce offri al Padre un vero e perfetto sacrificio (Conc. Efesino, anatham., 10; Conc. Trid., sess. XXII, cann. 3-4). Più di tutti s. Paolo insiste sul carattere sacrificale della morte del Salvatore: Cristo, nostra pasqua, si è immolato (ἐνύθη, termine tecnico proprio del linguaggio sacrificale: I Cor. 5, 7); Cristo si è dato per noi oblationem et hostiam (προσφόρῳ καὶ θυσίαν = offerta e vittima cruenta; Efes., 5, 2); Cristo è victima pro peccato (ἀμαρτία: II Cor. 5, 21), è vittima propiziatoria (ὑπατήριον: Rom. 3, 24). Nella lettera agli Ebrei (9-10) il Sacrificio di Gesù viene esaltato al disopra di tutti i sacrifici del Vecchio Testamento. Anche s. Pietro (I, 1, 18-19) parla di Gesù agnello immacolato che ci ha redento col suo sangue prezioso. Unanime il pensiero dei Padri. Origene, In Num., 24, 1: «In his omnibus hostis unus est agnus, qui totius mundi potuit auferre peccatum et ideo cessaverunt ceterae hostiae, quia talis haec fuit hostia, ut una sola sufficeret pro totius mundi salute». S. Agostino, De Trin., 4, 13: «Morte sua quippe uno verissimo sacrificio oblato...». S. Cirillo Alessandrino, Adv. Nestor., 3, 1: «Seipsum Patri pro nobis tanquam odoratissimam victimam obtulit»; e nel X anatematismo: «Obtulit autem semetipsum pro nobis in odorem suavitatis Deo et Patri». S. Tommaso fa oggetto di profonda meditazione teologica la morte di Cristo (Sum. Theol., 3ᵃ, qq. 46-48). La libera obbedienza e soprattutto l'amore, con cui Cristo va incontro alla morte predefinita dal Padre, sono la ragione formale del Sacrificio della Croce. Il patibolo si trasforma in altare e la morte riveste un carattere sacrificale di valore infinito per l'amore con cui Cristo accompagna la sua immolazione (ibid., q. 48, a. 13). Invano Fausto Socino nell'opera De Jesu Cristo Salvatore, II, e Augusto Sa-
batier nell'opera La doctrine de l'expiation et son évolution historique (Parigi 1903) hanno tentato di togliere alla morte di Cristo il valore sacrificale. La loro teoria, fondamentalmente eretica, resta confutata da quel che si è esposto sopra, intorno alla dottrina rivelata da Dio nel Vecchio e Nuovo Testamento e definita dal magistero infallibile della Chiesa.
Ma anche tra i cattolici la questione del sacrificio di Cristo è stata variamente agitata nell'età moderna. È specialmente la scuola francese dell'Oratorio (card. De Bérulle, Condren, Olier) che si occupa con fervore mistico del s. e del sacrificio di Cristo, parlando con insistenza d'un sacrificio celeste, eterno, di Cristo.
Con la migliore teologia, sotto la guida di s. Tommaso, si può concludere con questi punti fermi: a) Cristo Sacerdote non ha celebrato altro vero e proprio sacrificio che quello della Croce, di cui l'eucaristico è una anticipazione e una continuazione. Quel sacrificio è essenzialmente oblazione e immolazione. b) Cristo Sacerdote entra in cielo con la sua umanità glorificata e quindi impassibile, incapace di subire ulteriore trattamento sacrificale, anzi spogliata ormai definitivamente d'ogni carattere di vittima. c) Pertanto Cristo in cielo, pur permanendo nel suo essere sacerdotale, non continua formalmente il suo sacrificio né come oblazione né come immolazione, ma ne applica i frutti alle anime le quali in tal modo conseguono la vita eterna. Questa è la consummatio sacrifici, ammessa nel cielo anche da s. Tommaso (Sum. Theol., 3ª, q. 22, s. 5), il quale spiega così l'eternità del Sacerdozio di Cristo in quanto «virtus illius hostiae (Christi crucifici) semel oblatæ permanet in aeternum» (ibid., ad 2). d) La funzione sacerdotale di Cristo in cielo si esercita, secondo il testo di Hebr. 7, 25, per mezzo dell'interpellatio, che i teologi interpretano in vario senso. S. Tommaso, In Ep. ad Hebr. commenta così: «Interpellat pro nobis primo humanitatem suam, quam pro nobis assumpsit, repræsentando. Item sanctissimae animae suae desiderium, quod de salute nostra habuit, exprimendo, cum quo interpellat pro nobis». Dunque l'applicazione dei frutti della Redenzione, che è funzione sacerdotale, ha luogo in cielo in virtù dell'umanità assunta dal Verbo e immolata sulla Croce per la redenzione degli uomini. Umanità che parla per se stessa, con le sue cicatrici gloriose e col desiderio ardente dell'anima per la nostra salvezza.
Per il Sacrificio eucaristico e la sua connessione con quello della Croce V. MESSA.
3. Il secondo atto sacerdotale di Cristo è la preghiera
Il Vangelo attesta che Gesù pregava frequentemente in pubblico e in disparte; anzi ci fa sapere che spesso Gesù passava l'intera notte nella preghiera. A suggello di questa vita di colloquio intimo con il Padre s. Giovanni ha conservato, nel suo Vangelo, la sublime preghiera dell'Ultima Cena, preghiera sacerdotale e testamento d'amore. E s. Paolo nella Hebr. ricorda le fervide suppliche di Gesù Sacerdote al Padre: «Qui in diebus carnis suae preces supplicationesque ad eum, qui possit illum salvum facere a morte cum clamore valido et lacrimis offerens, exauditus est pro sua reverentia» (Hebr. 5, 7). S. Tommaso (Sum. Theol., 3ª, q. 21) tratta il delicato argomento con la sua abituale perspicacia. La preghiera, egli dice, è una manifestazione della volontà fatta a Dio allo scopo che sia adempita. Il che è possibile soltanto in una creatura, che non è capace di realizzare da sé tutto quel che vuole.Cristo dunque prega in quanto è Uomo. Ma in virtù dell'unione ipostatica la preghiera dell'anima di Cristo è propria della Persona del Verbo e pertanto si deve dire che il Verbo prega secondo l'umanità assunta analogamente a quanto si è detto di Cristo mediatore e sacerdote.
Gesù Sacerdote in tutta la sua vita terrena ha pregato per noi uomini, ma l'efficacia della sua preghiera, come della sua opera redentrice, non salva tutti. La sua preghiera, sia pure efficacissima, è connessa con il mistero della predestinazione e della conciliazione della Grazia con il libero arbitrio.
4. Il terzo atto sacerdotale di Cristo è la distribuzione della Grazia e della gloria
La mediazione in atto è nello stesso tempo la Redenzione e il s. di C. Ora la Re-denzione è produzione di Grazia attraverso la soddisfazione e il merito di Cristo crocifisso, Grazia ordinata alla conquista della vita eterna.
Qui ritorna la questione della causalità della Grazia. Si sa che la causa principale della Grazia è soltanto Dio e quindi Cristo in quanto Figlio di Dio; ma la causa strumentale è l'umanità assunta come organo del Verbo. E siccome Cristo è Sacerdote secondo la sua natura umana, che offri in Sacrificio cruento sulla croce, è evidente che la distribuzione della Grazia è atto proprio di Cristo Sacerdote. Ogni anima che si santifica e si salva passa per il Calvario ed entra nel cielo per i meriti e l'azione di Cristo Sacerdote e Vittima. I Sacramenti sono un prolungamento dell'umanità sacerdotale del Redentore; è Cristo che batteana, che assolve, che ripete il gesto della sua immolazione all'Altare. Il carattere sacramentale è una configurazione del cristiano a Cristo sacerdote.
III. CONCLUSIONE
A ragione s. Paolo riduce il cristianesimo a una soteriologia e concentra questa soteriologia nel mistero della Croce. Cristo Uomo-Dio, Mediatore, Sacerdote e Vittima per la redenzione del genere umano: ecco la religione cristiana.Il Sacrificio di Cristo, Sacerdote, è un itinerario di Dio verso l'uomo e dell'uomo verso Dio, un itinerario che percorre il ciclo della creazione, con cui Dio, sotto l'impulso di un amore infinito, esce in certo modo da sé per ritornare in sé. Questo itinerario è Cristo stesso, che si è chiamato «la Via». Egli si stende tra il mondo e Dio per riconciliarli e unirli nell'amore col suo gesto sacerdotale.