SACERDOZIO DEI FEDELI

SACERDOZIO dei FEDELI. — È il potere di partecipare agli atti del culto cristiano comunicato ai fedeli nel Battesimo.

I. IL S. DEI F. NELLA RIVELAZIONE E NEL MAGISTERO. — Ai neofiti perseguitati s. Pietro ricorda due volte il loro s.: «Accostatevi a lui (Cristo), pietra viva; voi pure come pietre vive siete edificati (oppure: edificatevi) sopra di lui (per essere) una costruzione spirituale, un s. santo (ἐπιστευμα ἀγίου), per offrire vittime spirituali (πνευματικά δυσία) gradite a Dio per la mediazione di Gesù Cristo... Ma voi (che credete) siete una stirpe eletta, un s. regale (βασιλεύει ἐπιστευμα), una nazione santa, un popolo di riserbato possesso di Dio» (I Pt. 2, 4-5, 9). Tutto il passo è metaforico.

S. Pietro interpreta allegoricamente le massime realtà religiose del giudaismo: tempio, sacerdozio, sacrificio, prendendo lo spunto dal salmo 118,22 e da Is. 28,16. La pietra di cui parlano i Profeti è Gesù Cristo, che è

considerato come la testata d'angolo dell'edificio spirituale della Chiesa (il nuovo tempio), in cui entrano a far parte tutti i battezzati, divenuti sacerdoti del nuovo culto, per offrire vittime spirituali. L'indole di tali vittime non è direttamente indicata da s. Pietro, ma dall'aggiunto spirituale e dai luoghi paralleli di s. Paolo risulta trattarsi di oblazioni impropriamente dette, che hanno per oggetto i bona animae, la preghiera (Hebr. 13, 15), la fede (Phil. 2, 17); i bona corporis (Rom. 12, 1); i bona fortunae (Hebr. 13, 16; Phil. 4, 18). Se l'indole di ogni s. si desume dalla natura delle vittime offerte, la prerogativa sacerdotale di cui sono insigniti i semplici fedeli è metaforica e impropria. Anzi, secondo il De Ambroggi, dal termine passivo usato (ἐπόστευμα) e dal contesto biblico cui allude, sembra che s. Pietro ritenga che i fedeli costituiscano un s. passivo, ossia una società governata da sacerdoti. Infatti la frase del V. 9 regale sacerdotium (βασιλέων ἐπάστευμα) presa da Ex. 19,6 (secondo i Settanta) va intesa nel senso di un regno appartenente ai sacerdoti, in cui i sacerdoti hanno potere di governo. Si tratta pertanto di una decorazione, in cui chi governa è consacrato, e chi è governato parteciperà di questa consacrazione come «nazione santa». I fedeli non sono essi stessi sacerdoti, ma oggetto delle cure e del governo dei sacerdoti. Come l'espressione «voci siete un regno» non significa «voci siete altrettanti re», ma sudditi dell'autorità regale, così l'espressione «voci siete un s.» non implica «voci siete altrettanti sacerdoti» ma sudditi dell'autorità sacerdotale. Alla stessa maniera vanno interpretati i passi analoghi alla lettera di s. Pietro, che si trovano in Is. 61, 6; 62, 12; Apoc. 1, 5-6; 20, 6 (P. De Ambroggi, II s. dei fedeli secondo la prima di Pietro, in La scuola catt., 75 [1947], pp. 52-57; cf. L. Cerfaux, Regale sacerdotium, in Revue des sciences phil. et théol., 28 [1939], pp. 5-39). È innegabile però che questa passività non significa inerzia da parte dei fedeli che, uniti a Cristo sommo sacerdote e ai ministri del culto regolarmente stabiliti, offrono le vittime spirituali, di cui parlano i due Principi degli Apostoli. Nell'offerta delle vittime spirituali si rileva una certa attività sacrilegale dei fedeli, che fiancheggia il sacrificio vero e proprio, riservato al s. gerarchico. Anzi si potrebbe affermare che almeno implicitamente nelle vittime spirituali è incluso il Sacrificio eucaristico. È noto che l'Eucaristia, costituendo essenzialmente il culto in spirito e verità (Io. 4, 23) del Nuovo Testamento, è detta sacrificio spirituale e «ὑστάχη (hostia rationalis)», soprattutto in opposizione alla materialità e al formalismo dei sacrifici del Vecchio Testamento. Del resto questo orientamento eucaristico dell'attività oblativa dei fedeli è non solo intraveduto, ma molte volte apertamente affermato dalla Tradizione, pur lasciando impregiudicata la questione dell'intima natura di tale «potestas offerendi». S. Giustino martire per primo affermò un esplicito rapporto tra il passo di s. Pietro e la profezia di Malachia riguardante la Messa: «Noi che come un sol uomo crediamo tutti in Dio creatore dell'universo... siamo una stirpe sacerdotale (è notevole l'ampliamento del significato rispetto a I Pt. 2, 9), come Dio stesso attesta quando dice che gli saranno offerti sacrifici puri e graditi in ogni luogo tra le genti (Mal. 1, 10). Ora Dio non accetta sacrifici da nessuno, se non dalle mani dei suoi sacerdoti» (Dialogus cum Tryphone, cap. 116; PG 6, 745). S. Ireneo attribuisce a tutti i giusti una dignità sacerdotale (Adv. haeres., 4, 8, 3; PG 7, 995) e afferma che tutta la Chiesa offre il sacrificio dell'Eucaristia (ibid., 4, 17, 6; PG 7, 1024; cf. anche Origene, Hom., 9, 9; PG 12, 521); il Crisostomo, illustrando il valore speciale della Messa (Hom. 18 in 2 Cor. 3; PG 61, 527); s. Agostino (De Civ. Dei, 17, 5; PL 41, 535; ibid., 20, 10; PL 41, 676; Quaest. Evang., 2, 40; PL 35, 1355) mostra l'attuazione di questo potere cultuale nell'offerta collettiva del Sacrificio eucaristico: «Cristo è sacerdote, lui l'offerente, lui l'offerto, della qual cosa costitui un segno quotidiano nel Sacrificio della Chiesa, la quale essendo il corpo di Cristo capo, impara a offrire se stessa per mezzo di lui» («quale cum ipsius capitis corpus sit, seipsam per ipsum discit offerre»: De Civ. Dei, 10, 20; PL 41, 298, cf. ibid., 10, 6; PL 41, 284).»

Lo studio della liturgia ha rivelato un altro filone del primitivo insegnamento cristiano intorno alle relazioni dei fedeli con il Sacrificio della Messa. Tutte le liturgie, orientali e occidentali, sono permeate dall'idea che la Messa è il sacrificio offerto da tutta l'assemblea dei credenti nella maestà di Dio, per mezzo di Cristo.

Il recente insegnamento del magistero della Chiesa non è che una conferma e una chiarificazione del pensiero dei Padri e della liturgia. Già il Concilio di Trento rivendicando, contro i protestanti, il valore delle Messe dette private, aveva insegnato che il Sacrificio eucaristico è sempre pubblico, perché offerto dalla Chiesa per mezzo di un ministro legittimamente deputato (Denz-U. 944). Pio XI nell'encic. Miserentissimus Redemptor (8 maggio 1928) avvicina il testo biblico del «regale sacerdotum» all'ufficio e all'obbligo che hanno tutti i fedeli di offrire la Messa in espiazione dei propri e altrui peccati. Pio XII, che già nell'encic. Mystici corporis (29 giugno 1943) aveva usato l'inciso «Christifideles ipsimet immaculatum Agnum... per sacerdotis manus Aeterno Patri prorigunt», nella encic. Mediator Dei (20 nov. 1947) è ritornato ex professo sull'argomento apportando chiarificazioni decisive, iniziando il suo insegnamento con la frase: «Si deve inoltre affermare che anche i fedeli offrono la vittima divina, sotto un diverso aspetto».

II. NATURA DEL S. DEI F. - A questo riguardo si presentano subito due affermazioni estreme, che sfociano in un duplice errore.

1. Errore per eccesso

È quello di equiparare, per una specie di democrazia liturgica, i fedeli al sacerdote vero e proprio. Tertulliano, che nel De Baptismo, cap. 7 (PL 1, 1206) aveva denunciato il principio cattolico, divenuto montanista fu il primo a formulare questo errore: (De exhortatione castitatis, cap. 7; PL 2, 922). I valdesi ritenevano che la virtù e non l'ordinazione era la fonte della dignità sacerdotale. Secondo questo sistema ogni laico virtuoso poteva amministrare validamente tutti i Sacramenti, mentre un prete indegno lo si doveva considerare destituito di ogni potere (cf. Denz-U, 424 e F. Tocco, L'eresia nel medioevo, Firenze 1884, p. 179). L'uomo nell'appello alla nobiltà cristiana della nazione tedesca (1520) affermò che tutti appartengono allo stesso stato e sono veramente sacerdoti, vescovi, papi (An den christlichen Adel deutscher Nation, ed. Erlangen, XXI, pp. 282-83; cf. G. Miegge, Lutero, I, Torre Pellice 1946, pp. 377-85). Queste idee furono condivise da tutti i «formatori» del sec. XVI (cf. A. Michel, Ordre, in DThC, XI, coll. 1333-46). Il Concilio di Trento condannò l'errore protestante, nel cap. 4 della sess. XXIII (Denz-U, 960). Spener (v.), pietismo (v.) luterano, contro l'esagerato monopolio dei pastori, rese popolare l'idea del «s. universale» dei credenti (cf. M. Bendiscoli, Il luteranesimo, Milano 1948, pp. 111-114). In occasione della controversia di Crema, che si agitò nel sec. XVIII sul diritto dei fedeli alla Comunione fatta con partico consacrate nella Messa cui hanno assistito, i difensori del Guerrieri e soprattutto i giansenisti svilupparono argomenti, che riecheggiano il pensiero luterano sul s. universale. Tale tendenza trionfò nel Sinodo di Pistoia, che fu subito condannato da Pio VI nella cost. Auctorum Fidei del 28 ag. 1794 (Denz-U, 1528; cf. B. Matteucci, Controversia sulla Comunione liturgica e il giansenismo italiano, in Riv. del clero ital., 18 [1937], pp. 203-208; id., Comunione liturgica, in Fides, 40 [1940], pp. 515-22; A. Mercati, Un biglietto inedito del Muratori in occasione della controversia di Crema, in Riv. della st. della Chiesa in Italia, 2 [1948], pp. 403-11; L. Paladini, La controversia della Comunione nella Messa, in Misc. in honorem L. C. Mohlberg, I, Roma 1948, pp. 347-71). Edwin Hatch, anglicano, con le sue conferenze di Oxford sull'organizzazione della Chiesa antica (1880) dice che all'inizio del cristianesimo appare una categoria di persone incaricate di compiere le funzioni liturgiche (battesquare, consacrare l'Eucaristia, ecc.): queste costituiscono il clero. Ma tale distinzione tra clero e laici era fondata unicamente su necessità pratiche di buon ordine. Difatti tutti i fedeli si considerarono sacerdoti e all'occorrenza potevano predicare, battezzare, celebrare l'Eucaristia. Solamente nel sec.

1547

IV sorse l'idea che il s. fosse un potere riservato e inalienabile. Un secolo dopo s. Agostino diede una base a questa teoria con la dottrina del carattere indelebile (E. Hatch, The organization of the early christian Church, 5a ed., Londra 1895; cf. J. Tixeront, L'Ordine e le ordinazioni, trad. it., Brescia 1939, pp. 21-52; A. D'Alès, Sacerdote catholique, in DFC, IV, col. 1039). Recentemente alcuni spinti fautori del movimento liturgico hanno ricalcato le idee dello Hatch. J. A. Jungmann sostiene che l'antico nome di sacerdote spettava in prima linea a Cristo e che fu in un secondo tempo riconosciuto a tutta la comunità dei fedeli (cf. I Pt. 2, 9). Solamente in un terzo momento e dopo alcune generazioni questo nome fu dato anche alle persone rivestite dell'ufficio. Quindi la comunità dei fedeli è una società sacerdotale che compie la liturgia sotto la guida di ministri ufficiali (Christus-Gemeinde-Priester, in K. Borgmann, Volksliturgie und Seelsorge, Kolmar in Alsazia s. d., pp. 25-30). E. Walter ritiene che il comando del Signore «Fate questo in memoria di me» si riferisca essenzialmente a tutta la Chiesa e che solo in actu secundo si suddivide in funzioni gerarchiche. Il distacco e l'indipendenza dell'azione sacerdotale si attuò lentamente e solo in un tempo in cui la liturgia non era più, come in antico, opera del popolo, ma una rigida e fredda formula (Weihe und Laienpriestertum, das eine Priestertum der Kirche, in K. Borgmann, op. cit., pp. 31-46). P. Porsch considera la Messa privata un «fenomeno indesiderabile» perché si avrebbe in essa una deviazione della forma primitiva del Sacrificio e l'abbandono di un principio essenziale nella liturgia, quello della partecipazione attiva dei fedeli. Aggiunge che è benemerito della Chiesa colui che si oppone alla Messa privata (Messerklärung im Geiste der liturgischen Erneuerung, Klosterneuburg 1935, p. 51; id., Volksliturgie, ivi 1940, p. 216; cf. F. Carpino, Il giubileo sacerdotale di Pio XII alla luce della sua dottrina sul s., Roma 1949, pp. 25-26). Appunto quest'errore Pio XII ha respinto nell'enciclici. Mediatori Dei (AAS, 39 [1947], pp. 521-95).

2. Errore per difetto

In reazione agli eccessi ricordati, alcuni negano qualunque vera e propria partecipazione attiva dei fedeli al Sacrificio della Messa. Questa posizione svuota del loro reale contenuto i documenti della tradizione, della liturgia e del magistero della Chiesa. Pur evitando questa cruda negazione, alcuni scrittori cattolici minimizzano forse troppo i dati della Rivelazione e del magistero (così, p. es., J. van der Meersch, De cooblatione fidelium in sacrificio Missae, Bruges 1942). Altri ancora, pur mantenendosi nell'ambito dell'ortodossia, fluttuano nell'incertezza (cf. S. Bordin, La partecipazione dei fedeli al Sacrificio della Messa, in Riv. liturgica, 34 [1947], pp. 182-85; 35 [1948], pp. 17-20).

3. Dottrina più probabile

Le due posizioni estremamente analogiche, le due posizioni differiscono. Il primo, nella Chiesa, che respingono qualunque confusione tra s. e laicato, come qualunque separazione e opposizione. Nessuna confusione: s. e laicato non si confondono, perché mentre il laico è in senso gerarchico nella sponda più lontana, il sacerdote è nel punto equidistante tra i due estremi, tra Dio e l'uomo. Il livellamento di tutti i credenti davanti a Dio è una tendenza eterodossa, che la Rivelazione non tollera. Nessuna separazione, perché pur rimanendo in piani distinti, laici e sacerdoti tendono verso Dio; con attività diverse, ma convergenti, compiono l'atto sacrificale della riconciliazione.

Quanto alle opinioni fluttuanti, si elimina la causa d'incertezza, togliendo di mezzo la varietà delle sentenze sulla natura del Sacrificio della Messa. Pio XII sembra cancellarla con le incisione parole dell'enciclici. Mediatori Dei: «Etiam atque etiam animadvertendum est eucharisticum sacrificium suapte natura incruentum esse divinae victimae immolationem, quae quidem mystico modo ex sacrarum specierum separatione patet, ex earumque oblatione Aeterno Patri peracta» (AAS, 39 [1947], p. 563; cf. anche pp. 548-49). Con questo è aperta la via per giungere al centro del problema: a) l'immolazione, che risulta dalla duplice consacrazione, è opera esclusiva del sacerdote come strumento dell'onnipotenza divina (principio di distinzione tra sacerdoti e laici); b) l'oblazione, che implica un atto interiore di omaggio a Dio, è comune ai sacerdoti e ai laici (principio di unione tra sacerdoti e laici). Infatti sacerdoti e laici, come esseri intelligenti, sono deputati al culto cristiano per il carattere. Il carattere, anche quello battesimale, è una partecipazione al s. di Gesù Cristo (Sum. Theol., 3ª, q. 63, a. 3). Che consacra e deputa tutti i fedeli al culto divino da esercitarsi attivamente secondo la forma stabilita da Gesù Cristo (ibid., 3ª, q. 63, a. 1 e 3). Poiché il carattere è diverso nel battezzato e nell'ordinato, anche l'obblazione comune assume una sfumatura speciale. In virtù del carattere dell'Ordine, il sacerdote, nell'atto stesso dell'immolazione, offre «ritualmente» la vittima a Dio; in virtù del carattere del Battesimo il semplice fedele offre «spiritualmente» la stessa vittima insieme al sacerdote. Non si può dire però che l'obblazione dei fedeli, essendo spirituale, rimanga extrasacrificale, perché il loro atto interiore si fonde con l'obblazione attuale interna di Gesù Cristo, che costituisce l'anima del Sacrificio eucaristico, la quale si incarna e diventa visibile nel rito esterno, che è il segno divinamente stabilito per la manifestazione dell'atto interiore.

D'altra parte l'obblazione rituale fatta dal sacerdote è in qualche maniera anche dei fedeli, per il carattere e per la solidarietà del Corpo mistico: totum corpus agit in membro suo. Come tutto l'uomo vede attraverso il suo occhio, così è tutta la Chiesa che offre il Sacrificio attraverso il membro electum, che è il sacerdote (cf. G. De Broglie, Du rôle de l'Eglise dans le Sacrifice eucharistique, in Nouvelle rev. théol., 70 [1949], pp. 449-60). Nell'antico e robusto tronco dell'immolazione mistica o sacramentalmente inventata la dottrina dell'obblazione dei fedeli; la immolazione, prodotta dal solo sacerdote, diventa il segno visibile dell'offerta interiore del Capo e delle membra del Christus totus. Si può pertanto affermare con s. Agostino che per il rito esterno della Messa «tota redempta civitas, sacrificium universale» (offert et) offertur Deo per sacerdotem magnum Jesum Christum» (De Civ. Dei, 10.6; PL 41, 284). Di qui appare che i fedeli concorrono «attivamente» all'offerta della Messa, vero Sacrificio del Corpo mistico. Questo loro concorso non li equipara al sacerdote gerarchico, ma li introduce nell'ambito dell'attività cultuale e religiosa, che è una partecipazione, pur in grado minimo, di quel culto perfetto, che Gesù Cristo, come Sommo Sacerdote, ha sempre tributato a Dio. I fedeli quindi, per il carattere battesimale, sono divenuti cultores Dei non in un modo qualunque, ma secundum ritum religionis christianae, ossia nel Sacrificio eucaristico. In questo senso si può forse dire che tutti i battezzati partecipano, nei limiti che comporta la loro condizione di semplici membra del Corpo mistico, del s. di Gesù Cristo (Sum. Theol., 3ª, q. 63, a. 3).

4. Dottrina più probabile

Le due posizioni estremamente analogiche, le due posizioni differiscono. Il primo, nella Chiesa, che respingono qualunque confusione tra s. e laicato, come qualunque separazione e opposizione. Nessuna confusione: s. e laicato non si confondono, perché mentre il laico è in senso gerarchico nella sponda più lontana, il sacerdote è nel punto equidistante tra i due estremi, tra Dio e l'uomo. Il livellamento di tutti i credenti davanti a Dio è una tendenza eterodossa, che la Rivelazione non tollera. Nessuna separazione, perché pur rimanendo in piani distinti, laici e sacerdoti tendono verso Dio; con attività diverse, ma convergenti, compiono l'atto sacrificale della riconciliazione.

Quanto alle opinioni fluttuanti, si elimina la causa d'incertezza, togliendo di mezzo la varietà delle sentenze sulla natura del Sacrificio della Messa. Pio XII sembra cancellarla con le incisione parole dell'enciclici. Mediatori Dei: «Etiam atque etiam animadvertendum est eucharisticum sacrificium suapte natura incruentum esse divinae victimae immolationem, quae quidem mystico modo ex sacrarum specierum separatione patet, ex earumque oblatione Aeterno Patri peracta» (AAS, 39 [1947], p. 563; cf. anche pp. 548-49). Con questo è aperta la via per giungere al centro del problema: a) l'immolazione, che risulta dalla duplice consacrazione, è opera esclusiva del sacerdote come strumento dell'onnipotenza divina (principio di distinzione tra sacerdoti e laici); b) l'oblazione, che implica un atto interiore di omaggio a Dio, è comune ai sacerdoti e ai laici (principio di unione tra sacerdoti e laici), così è tutta la Chiesa che offre il Sacrificio attraverso il membro electum, che è il sacerdote (cf. G. De Broglie, Du rôle de l'Eglise dans le Sacrifice eucharistique, in Nouvelle rev. théol., 70 [1949], pp. 449-60). Nell'antico e robusto tronco dell'immolazione mistica o sacramentalmente inventata la dottrina dell'obblazione dei fedeli; la immolazione, prodotta dal solo sacerdote, diventa il segno visibile dell'offerta interiore del Capo e delle membra del Christus totus. Si può pertanto affermare con s. Agostino che per il rito esterno della Messa «tota redempta civitas, sacrificium universale» (offert et) offertur Deo per sacerdotem magnum Jesum Christum» (De Civ. Dei, 10.6; PL 41, 284). Di qui appare che i fedeli concorrono «attivamente» all'offerta della Messa, vero Sacrificio del Corpo mistico. Questo loro concorso non li equipara al sacerdote gerarchico, ma li introduce nell'ambito dell'attività cultuale e religiosa, che è una partecipazione, pur in grado minimo, di quel culto perfetto, che Gesù Cristo, come Sommo Sacerdote, ha sempre tributato a Dio. I fedeli quindi, per il carattere battesimale, sono divenuti cultores Dei non in un modo qualunque, ma secundum ritum religionis christianae, ossia nel Sacrificio eucaristico. In questo senso si può forse dire che tutti i battezzati partecipano, nei limiti che comporta la loro condizione di semplici membra del Corpo mistico, del s. di Gesù Cristo (Sum. Theol., 3ª, q. 63, a. 3).

5. Dottrina più probabile

Le due posizioni estremamente analogiche, le due posizioni differiscono. Il primo, nella Chiesa, che respingono qualunque confusione tra s. e laicato, come qualunque separazione e opposizione. Nessuna confusione: s. e laicato non si confondono, perché mentre il laico è in senso gerarchico nella sponda più lontana, il sacerdote è nel punto equidistante tra i due estremi, tra Dio e l'uomo. Il livellamento di tutti i credenti davanti a Dio è una tendenza eterodossa, che la Rivelazione non tollera. Nessuna separazione, perché pur rimanendo in piani distinti, laici e sacerdoti tendono verso Dio; con attività diverse, ma convergenti, compiono l'atto sacrificale della riconciliazione.

Quanto alle opinioni fluttuanti, si elimina la causa d'incertezza, togliendo di mezzo la varietà delle sentenze sulla natura del Sacrificio della Messa. Pio XII sembra cancellarla con le incisione parole dell'enciclici. Mediatori Dei: «Etiam atque etiam animadvertendum est eucharisticum sacrificium suapte natura incruentum esse divinae victimae immolationem, quae quidem mystico modo ex sacrarum specierum separatione patet, ex earumque oblatione Aeterno Patri peracta» (AAS, 39 [1947], p. 563; cf. anche pp. 548-49). Con questo è aperta la via per giungere al centro del problema: a) l'immolazione, che risulta dalla duplice consacrazione, è opera esclusiva del sacerdote come strumento dell'onnipotenza divina (principio di distinzione tra sacerdoti e laici); b) l'oblazione, che implica un atto interiore di omaggio a Dio, è comune ai sacerdoti e ai laici (principio di unione tra sacerdoti e laici), così è tutta la Chiesa che offre il Sacrificio attraverso il membro electum, che è il sacerdote (cf. G. De Broglie, Du rôle de l'Eglise dans le Sacrifice eucharistique, in Nouvelle rev. théol., 70 [1949], pp. 449-60). Nell'antico e robusto tronco dell'immolazione mistica o sacramentalmente inventata la dottrina dell'obblazione dei fedeli; la immolazione, prodotta dal solo sacerdote, diventa il segno visibile dell'offerta interiore del Capo e delle membra del Christus totus. Si può pertanto affermare con s. Agostino che per il rito esterno della Messa «tota redempta civitas, sacrificium universale» (offert et) offertur Deo per sacerdotem magnum Jesum Christum» (De Civ. Dei, 10.6; PL 41, 284). Di qui appare che i fedeli concorrono «attivamente» all'offerta della Messa, vero Sacrificio del Corpo mistico. Questo loro concorso non li equipara al sacerdote gerarchico, ma li introduce nell'ambito dell'attività cultuale e religiosa, che è una partecipazione, pur in grado minimo, di quel culto perfetto, che Gesù Cristo, come Sommo Sacerdote, ha sempre tributato a Dio. I fedeli quindi, per il carattere battesimale, sono divenuti cultores Dei non in un modo qualunque, ma secundum ritum religionis christianae, ossia nel Sacrificio eucaristico. In questo senso si può forse dire che tutti i battezzati partecipano, nei limiti che comporta la loro condizione di semplici membra del Corpo mistico, del s. di Gesù Cristo (Sum. Theol., 3ª, q. 63, a. 3).

6. Dottrina più probabile

Le due posizioni estremamente analogiche, le due posizioni differiscono. Il primo, nella Chiesa, che respingono qualunque confusione tra s. e laicato, come qualunque separazione e opposizione. Nessuna confusione: s. e laicato non si confondono, perché mentre il laico è in senso gerarchico nella sponda più lontana, il sacerdote è nel punto equidistante tra i due estremi, tra Dio e l'uomo. Il livellamento di tutti i credenti davanti a Dio è una tendenza eterodossa, che la Rivelazione non tollera. Nessuna separazione, perché pur rimanendo in piani distinti, laici e sacerdoti tendono verso Dio; con attività diverse, ma convergenti, compiono l'atto sacrificale della riconciliazione.

Quanto alle opinioni fluttuanti, si elimina la causa d'incertezza, togliendo di mezzo la varietà delle sentenze sulla natura del Sacrificio della Messa. Pio XII sembra cancellarla con le incisione parole dell'enciclici. Mediatori Dei: «Etiam atque etiam animadvertendum est eucharisticum sacrificium suapte natura incruentum esse divinae victimae immolationem, quae quidem mystico modo ex sacrarum specierum separatione patet, ex earumque oblatione Aeterno Patri peracta» (AAS, 39 [1947], p. 563; cf. anche pp. 548-49). Con questo è aperta la via per giungere al centro del problema: a) l'immolazione, che risulta dalla duplice consacrazione, è opera esclusiva del sacerdote come strumento dell'onnipotenza divina (principio di distinzione tra sacerdoti e laici); b) l'oblazione, che implica un atto interiore di omaggio a Dio, è comune ai sacerdoti e ai laici (principio di unione tra sacerdoti e laici), così è tutta la Chiesa che offre il Sacrificio attraverso il membro electum, che è il sacerdote (cf. G. De Broglie, Du rôle de l'Eglise dans le Sacrifice eucharistique, in Nouvelle rev. théol., 70 [1949], pp. 449-60). Nell'antico e robusto tronco dell'immolazione mistica o sacramentalmente inventata la dottrina dell'obblazione dei fedeli; la immolazione, prodotta dal solo sacerdote, diventa il segno visibile dell'offerta interiore del Capo e delle membra del Christus totus. Si può pertanto affermare con s. Agostino che per il rito esterno della Messa «tota redempta civitas, sacrificium universale» (offert et) offertur Deo per sacerdotem magnum Jesum Christum» (De Civ. Dei, 10.6; PL 41, 284). Di qui appare che i fedeli concorrono «attivamente» all'offerta della Messa, vero Sacrificio del Corpo mistico. Questo loro concorso non li equipara al sacerdote gerarchico, ma li introduce nell'ambito dell'attività cultuale e religiosa, che è una partecipazione, pur in grado minimo, di quel culto perfetto, che Gesù Cristo, come Sommo Sacerdote, ha sempre tributato a Dio. I fedeli quindi, per il carattere battesimale, sono divenuti cultores Dei non in un modo qualunque, ma secundum ritum religionis christianae, ossia nel Sacrificio eucaristico. In questo senso si può forse dire che tutti i battezzati partecipano, nei limiti che comporta la loro condizione di semplici membra del Corpo mistico, del s. di Gesù Cristo (Sum. Theol., 3ª, q. 63, a. 3).

7. Dottrina più probabile

Le due posizioni estremamente analogiche, le due posizioni differiscono. Il primo, nella Chiesa, che respingono qualunque confusione tra s. e laicato, come qualunque separazione e opposizione. Nessuna confusione: s. e laicato non si confondono, perché mentre il laico è in senso gerarchico nella sponda più lontana, il sacerdote è nel punto equidistante tra i due estremi, tra Dio e l'uomo. Il livellamento di tutti i credenti davanti a Dio è una tendenza eterodossa, che la Rivelazione non tollera. Nessuna separazione, perché pur rimanendo in piani distinti, laici e sacerdoti tendono verso Dio; con attività diverse, ma convergenti, compiono l'atto sacrificale della riconciliazione.

Quanto alle opinioni fluttuanti, si elimina la causa d'incertezza, togliendo di mezzo la varietà delle sentenze sulla natura del Sacrificio della Messa. Pio XII sembra cancellarla con le incisione parole dell'enciclici. Mediatori Dei: «Etiam atque etiam animadvertendum est eucharisticum sacrificium suapte natura incruentum esse divinae victimae immolationem, quae quidem mystico modo ex sacrarum specierum separatione patet, ex earumque oblatione Aeterno Patri peracta» (AAS, 39 [1947], p. 563; cf. anche pp. 548-49). Con questo è aperta la via per giungere al centro del problema: a) l'immolazione, che risulta dalla duplice consacrazione, è opera esclusiva del sacerdote come strumento dell'onnipotenza divina (principio di distinzione tra sacerdoti e laici); b) l'oblazione, che implica un atto interiore di omaggio a Dio, è comune ai sacerdoti e ai laici (principio di unione tra sacerdoti e laici), così è tutta la Chiesa che offre il Sacrificio attraverso il membro electum, che è il sacerdote (cf. G. De Broglie, Du rôle de l'Eglise dans le Sacrifice eucharistique, in Nouvelle rev. théol., 70 [1949], pp. 449-60). Nell'antico e robusto tronco dell'immolazione mistica o sacramentalmente inventata la dottrina dell'obblazione dei fedeli; la immolazione, prodotta dal solo sacerdote, diventa il segno visibile dell'offerta interiore del Capo e delle membra del Christus totus. Si può pertanto affermare con s. Agostino che per il rito esterno della Messa «tota redempta civitas, sacrificium universale» (offert et) offertur Deo per sacerdotem magnum Jesum Christum» (De Civ. Dei, 10.6; PL 41, 284). Di qui appare che i fedeli concorrono «attivamente» all'offerta della Messa, vero Sacrificio del Corpo mistico. Questo loro concorso non li equipara al sacerdote gerarchico, ma li introduce nell'ambito dell'attività cultuale e religiosa, che è una partecipazione, pur in grado minimo, di quel culto perfetto, che Gesù Cristo, come Sommo Sacerdote, ha sempre tributato a Dio. I fedeli quindi, per il carattere battesimale, sono divenuti cultores Dei non in un modo qualunque, ma secundum ritum religionis christianae, ossia nel Sacrificio eucaristico. In questo senso si può forse dire che tutti i battezzati partecipano, nei limiti che comporta la loro condizione di semplici membra del Corpo mistico, del s. di Gesù Cristo (Sum. Theol., 3ª, q. 63, a. 3).

8. Dottrina più probabile

Le due posizioni estremamente analogiche, le due posizioni differiscono. Il primo, nella Chiesa, che respingono qualunque confusione tra s. e laicato, come qualunque separazione e opposizione. Nessuna confusione: s. e laicato non si confondono, perché mentre il laico è in senso gerarchico nella sponda più lontana, il sacerdote è nel punto equidistante tra i due estremi, tra Dio e l'uomo. Il livellamento di tutti i credenti davanti a Dio è una tendenza eterodossa, che la Rivelazione non tollera. Nessuna separazione, perché pur rimanendo in piani distinti, laici e sacerdoti tendono verso Dio; con attività diverse, ma convergenti, compiono l'atto sacrificale della riconciliazione.

Quanto alle opinion fluttuanti, si elimina la causa d'incertezza, togliendo di mezzo la varietà delle sentenze sulla natura del Sacrificio della Messa. Pio XII sembra cancellarla con le incisione parole dell'enciclici. Mediatori Dei: «Etiam atque etiam animadvertendum est eucharisticum sacrificium suapte natura incruentum esse divinae victimae immolationem, quae quidem mystico modo ex sacrarum specierum separatione patet, ex earumque oblatione Aeterno Patri peracta» (AAS, 39 [1947], p. 563; cf. anche pp. 548-49). Con questo è aperta la via per giungere al centro del problema: a) l'immolazione, che risulta dalla duplice consacrazione, è opera esclusiva del sacerdote come strumento dell'onnipotenza divina (principio di distinzione tra sacerdoti e laici); b) l'oblazione, che implica un atto interiore di omaggio a Dio, è comune ai sacerdoti e ai laici (principio di unione tra sacerdoti e laici), così è tutta la Chiesa che offre il Sacrificio attraverso il membro electum, che è il sacerdote (cf. G. De Broglie, Du rôle de l'Eglise dans le Sacrifice eucharistique, in Nouvelle rev. théol., 70 [1949], pp. 449-60). Nell'antico e robusto tronco dell'immolazione mistica o sacramentalmente inventata la dottrina dell'obblazione dei fedeli; la immolazione, prodotta dal solo sacerdote, diventa il segno visibile dell'offerta interiore del Capo e delle membra del Christus totus. Si può pertanto affermare con s. Agostino che per il rito esterno della Messa «tota redempta civitas, sacrificium universale» (offert et) offertur Deo per sacerdotem magnum Jesum Christum» (De Civ. Dei, 10.6; PL 41, 284). Di qui appare che i fedeli concorrono «attivamente» all'offerta della Messa, vero Sacrificio del Corpo mistico. Questo loro concorso non li equipara al sacerdote gerarchico, ma li introduce nell'ambito dell'attività cultuale e religiosa, che è una partecipazione, pur in grado minimo, di quel culto perfetto, che Gesù Cristo, come Sommo Sacerdote, ha sempre tributato a Dio. I fedeli quindi, per il carattere battesimale, sono divenuti cultores Dei non in un modo qualunque, ma secundum ritum religionis christianae, ossia nel Sacrificio eucaristico. In questo senso si può forse dire che tutti i battezzati partecipano, nei limiti che comporta la loro condizione di semplici membra del Corpo mistico, del s. di Gesù Cristo (Sum. Theol., 3ª, q. 63, a. 3).

9. Dottrina più probabile

Le due posizioni estremamente analogiche, le due posizioni differiscono. Il primo, nella Chiesa, che respingono qualunque confusione tra s. e laicato, come qualunque separazione e opposizione. Nessuna confusione: s. e laicato non si confondono, perché mentre il laico è in senso gerarchico nella sponda più lontana, il sacerdote è nel punto equidistante tra i due estremi, tra Dio e l'uomo. Il livellamento di tutti i credenti davanti a Dio è una tendenza eterodossa, che la Rivelazione non tollera. Nessuna separazione, perché pur rimanendo in piani distinti, laici e sacerdoti tendono verso Dio; con attività diverse, ma convergenti, compiono l'atto sacrificale della riconciliazione.

Quanto alle opinion fluttuanti, si elimina la causa d'incertezza, togliendo di mezzo la varietà delle sentenze sulla natura del Sacrificio della Messa. Pio XII sembra cancellarla con le incisione parole dell'enciclici. Mediatori Dei: «Etiam atque etiam animadvertendum est eucharisticum sacrificium suapte natura incruentum esse divinae victimae immolationem, quae quidem mystico modo ex sacrarum specierum separatione patet, ex earumque oblatione Aeterno Patri peracta» (AAS, 39 [1947], p. 563; cf. anche pp. 548-49). Con questo è aperta la via per giungere al centro del problema: a) l'immolazione, che risulta dalla duplice consacrazione, è opera esclusiva del sacerdote come strumento dell'onnipotenza divina (principio di distinzione tra sacerdoti e laici); b) l'oblazione, che implica un atto interiore di omaggio a Dio, è comune ai sacerdoti e ai laici (principio di unione tra sacerdoti e laici), così è tutta la Chiesa che offre il Sacrificio attraverso il membro electum, che è il sacerdote (cf. G. De Broglie, Du rôle de l'Eglise dans le Sacrifice eucharistique, in Nouvelle rev. théol., 70 [1949], pp. 449-60). Nell'antico e robusto tronco dell'immolazione mistica o sacramentalmente inventata la dottrina dell'obblazione dei fedeli; la immolazione, prodotta dal solo sacerdote, diventa il segno vis

1549 SACERDOZIO DEI FEDELI - SACRA CONVERSAZIONE 1550

(Sam. Theol., 3a, q. 83, a. 4), che fu largamente sviluppato dalla scuola francese, soprattutto dal Thomassin, dal Bossuet e dal Bourdaloue (cf. M. Lepin. Il sacrificio del Corpo mistico, trad. it., Milano 1941, pp. 81-139). La liturgia conferma l'idea che tutti i fedeli sono come tanti « segmenta » della « catholica hostia » che è offerta nella Messa.

Il magistero della Chiesa ha interpretato autenticamente i dati della Rivelazione. Pio XII così si esprime: « Il Redentore divino non solo offre se stesso al Padre celeste (nella Messa) come capo della Chiesa, ma in se stesso offre tutte le sue mistiche membra, dal momento che tutte le porte, comprese le più deboli e le più inferme, nel suo amministro Cuore » (encicl. Mystici Corporis, 28 giugno 1943. Cf. anche Pio XI, encicl. Miserentissimus Redemptor del 28 maggio 1928; Pio XII, encicl. Mediator Dei del 20 nov. 1947: AAS, 39 [1947], pp. 521-95).

Non è difficile stabilire teologicamente la natura di questo « status victima » inerente alla professione cristiana. Per il carattere battesimale tutti i fedeli, mentre ricevono una mistica e analogica partecipazione al s. di Gesù Cristo, sono anche costituiti vittime del loro s. unito a quello dell'eterno e sommo Sacerdote. Infatti nella presente economia divina in tanto uno è vittima in quanto è sacerdote: sacerdos et hostia. Come Cristo diviene nell'unione ipostatica « victima sui sacerdoti et sacerdos suae victima » (s. Paolino di Nola, Ep. IX ad Severum: PL 61, 19), così tutti i cristiani diventano, nel Battesimo, vittime del loro s. unito a quello di Gesù: « corpus regenerati fit caro Crucifixi » (s. Leone Magno, Sermo 63 de Passione Domini: PL 54, 336), deputati ad offrire se stessi come frammenti dell'unica grande ostia, che è l'Angelo immolato per i peccati di tutti.

Come l'immolazione avvenga nel Sacrificio della Messa può esser chiarito analogicamente alla « mastica mystica » di Gesù Cristo. Il corpo reale del Signore, presente sotto le specie eucaristiche, è il simbolo e la causa efficiente del Corpo Mistico; da tale principio si deduce che come Cristo nella Messa è immolato non fisicamente in se stesso, ma « sacramentalmente », in quanto è significato e contenuto sotto le specie separate del pane e del vino, così il Corpo mistico nel sacrificio eucaristico non è immolato fisicamente ma in signo suo (s. Alberto Magno, De Sacrificio Missae, tr. 3, cap. 1, n. 3). Infatti le specie separate del pane e del vino sono segni (indices) che direttamente rappresentano la separazione del corpo di Gesù dal suo sangue, indirettamente significano l'immolazione mistica della Chiesa. Così pure l'immolazione sacramentale del corpo vero di Gesù Cristo direttamente significa l'interiore atto di volontà, con cui il Redentore si offre in perfetta dedizione al Padre, indirettamente indica anche l'interna oblazione, con cui la Chiesa « tota redempta civitas » in Cristo e con Cristo si consacra a Dio.

Bibl.: 1, S. Scrittura: U. Holzmeister, Commentarium in I Petri, Parigi 1937, pp. 242-51; con criteri nuovi ha ripreso la questione L. Cerfaux, Regale sacerdotum, in Rev. des sc. philos. et theol., 28 (1939), pp. 5-39; 2. SS. Padri: B. Botte, L'idée du sacerdoce des fidèles dans la Tradition, in Cours et confér. des Sem. liturg., XI, Lovanio 1933, pp. 21-28; E. Niebeker, Das allgemeine Priestertum der Gläubigen, Paderborn 1936, pp. 18-50; J. Lécuyer, Essai sur le sacerdoce des fidèles chez les Pères, in La Maison-Dieu, fasc. 27 (1951), pp. 7-50; 3. Scolastici: M. Lepin, L'idée du Sacrifice de la Messe d'après les théologiens des origines jusqu'à nos jours, Parigi 1926, pp. 1-182; P. Charlier, L'idée du sacerdoce des fidèles : les grands docteurs scolastiques, in Cours et confér. des Sem. liturg., XI, Lovanio 1933, pp. 29-39 (minimizza); A. Robeyns, L'idée du sacerdoce des fidèles : le Concile de Trente et la théol. moderne, ibid., pp. 41-67; F. Mendoza (m. nel 1966), De naturali cum Christo unitate libri quinque, ed. A. Pilanti, Roma 1947, pp. 295-96; G. Schreiber, Gemeinschaften des Mittelalters, Recht und Verfassung, Kult und Frömmigkeit, Gesammelte Abhandlungen, I, Münster 1948, pp. 213-82; 4. Liturgia: C. Panfoeder, Die Kirche als liturg. Gemeinschaft, Magonza 1924; Ph. Oppenheim, Notiones liturgiae fundamentales, Roma 1941, pp. 184-207 (largo sviluppo con ricca bibl.); 5. Teologi moderni: B. Durst, De characteribus sacramentalibus, in Xenia Thomist., II, Roma 1924, pp. 541-81; E. Krebs, Vom könig. Priestertum des Volkes Gottes, Friburgo in Br. 1925; G. Gasque, L'Eucharistie et le Corps mystique, Parigi 1925; M. De La Taille, Mysticum Fidei, 3ª ed., 1931, pp. 322-47 (ampio svolgimento); F. Mersch, Tous prêtres dans l'unique prêtre, in Cours et confér. des Sem. liturg., XI, Lovanio 1933, pp. 95-117; B. Cappelle, Synthèse et conclusions, ibid., pp. 69-74 (limpido e sicuro, ma in senso minimistico); E. Mura, Le Corps mystique du Christ, II, Parigi 1934, pp. 68-86, 314-60; R. Grosche, Die Pfarrei als Pflanzstätte des Laienapostolates, Friburgo in Br. 1935; W. A. Kavanagh, Lay participation in Christ's priesthood, Washington 1935; Ch. V. Héris, Il mistero di Cristo, trad. it., Brescia 1938, pp. 195-224; B. Cappelle, Problèmes du « sacerdoce royal » des fidèles, in Les questions liturgiques et paroissiales, 25 (1940), pp. 81-93, 141-50; id., Du sens de la Messe, ibid., 27 (1942), pp. 1-25, 59-78 (esame delle più recenti opere intorno alla Messa sotto il punto di vista della partecipazione dei fedeli: solita tendenza al minimismo); S. Tromp, Quo sensu in sacrificio Missae offerat Ecclesia, offerant fideles, in Per. de re morali et liturg., 30 (1941), pp. 265-73; J. Brinkhine, Das Amtspriestertum und das allgemein. Priestertum der Gläubigen, in Divus Thomas Frib., 22 (1944), pp. 291-303; E. Mersch, La théologie du Corps mystique, II, Parigi-Bruxelles 1946, pp. 320-26; M. J. Congar - F. Varillon, Sacerdoce et laicit dans l'Eglise, Parigi 1947; J. E. Rea, The common priesthood of the members of the mystical Body, Westminster Congregational, 1947; R. Aubert, De partibus fidelium in Ecclesia, in Collet. Mechlin., 34 (1949), pp. 40-47; P. Dabin, Le sacerdoce royal des fidèles dans la tradition ancienne et moderne, Parigi 1950; Y.-M. J. Congar, Structure du sacerdoce chrétien, in La Maison-Dieu, fasc. 27 (1951), pp. 51-83; A. Pilanti, De Sacramentis, 3ª ed., Roma 1951, pp. 266-76. Antonio Pilanti