SACRIFICIO. - Da sacra facere «compiere l'azione sacra», il s. nella sua accezione più generale è quell'atto religioso mediante il quale l'offerente, attraverso l'offerta o la vittima, entra in comunicazione mistica con l'Essere a cui il s. è diretto. Perché si abbia il s. si richiede dunque: 1) un offerente che può essere diverso da chi compie l'azione sacra; 2) un oggetto animato o inanimato da offrire; 3) l'intenzione di entrare mediante l'azione sacrificale in comunicazione con l'Essere a cui è diretta.
I. IL S. NELLE RELIGIONI NON CRISTIANE. - Il s. può essere incruento (oblazione, libazione, offerta), come
si verifica presso i gruppi economicamente e culturalmente più primitivi, e cruento quando, sviluppandosi le occupazioni, anche elementarissime, della vita agricola e pastorale, si offrono animali domestici la cui uccisione serve a rendere effettiva l'offerta sottraendo l'anima alle l'uso profano e togliendogli quella vita che si vuole offrire alla divinità, in una concezione più profonda e integrale del s. medesimo.
Verso il s. cruento, pertanto, tutti i popoli, in cammino verso condizioni di cultura più complesse e progredite, e fissati nelle grandi società politiche ed etniche del mondo antico, si sono orientati; s. inteso non solo come omaggio alla divinità, ma anche come mezzo per entrare con essa in più intima comunione attraverso la vittima appositamente scelta e preconsacrata, il cui sangue, veicolo di vita, serve appunto a stabilire un contatto mistico tra l'offerente e la divinità stessa.
Durante l'epoca imperiale romana, conforme alle tendenze spirituali del tempo, si credeva che il sangue di certi animali sacrificati avesse il potere di divinizzare le anime degli offerenti sottraendole al fato mortale. La credenza della divinizzazione delle anime che Arnoio (II, 62) e Servio (ad Aen., III, 68) attribuiscono ai Libri Acherontici degli Etruschi era però in sostanza già nota (Lares, Manes, Deus parens) alla Roma antichissima (Ribezzo).
1. Teorie sull'origine del s
L'etnologia moderna ha presentato tre diverse ipotesi sull'origine del s. Secondo l'animismo di E. B. Tylor il s. è in sostanza un dono che l'uomo fa alla divinità per ottenerne in ricambio sia l'uso dei frutti della terra, sia altri favori di cui abbia bisogno: egli concepisce queste divinità come dotate delle stesse abitudini, affetti e desideri degli uomini. Secondo la teoria totemistica, oggi tramontata come spiegazione integrale del fatto religioso, il s. sarebbe in origine una comunione: in quanto il gruppo umano, che si ritiene discendente da un animale divino, in certe solenni occasioni, per rinnovare il legame di parentela con il dio e purificare il proprio sangue mediante un'ingestione di sangue divino uccide l'anima sacro (che altrimenti viene sempre rispettato e mai ucciso) e se ne ciba ritualmente. W. Robertson Smith ha teorizzato in maniera seducente, ma non convincente, questa opinione, seguito da F. B. Jevons, S. Reinach, E. Durkheim. Secondo la scuola storico-culturale del p. W. Schmidt infine (ma già il P. Lagrange aveva, basandosi su elementi offerti dalle genti semitiche, sostenuto la medesima tesi) il s. originalmente è il dono di un oggetto che abbia in sé la vita e serva come sostentamento di vita (primizie), offerto dal primitivo alla divinità tutte le volte che debba far uso dei frutti della terra. Questa teoria, integrata con gli elementi offerti dalle religioni superiori a orientamento mistico, spiega meglio i fatti che si riscontrano nel s. presso i gruppi umani primitivi e presso le grandi religioni etniche (Egitto, Assiria, Israele, India, Grecia, Roma, Cina).Con l'evolversi dello spirito religioso parallelo al progresso della civiltà nell'economia, nella politica e nel pensiero, che portano l'individuo a dar maggior valore alla sua vita interiore di fronte al principio autoritario della religione di Stato, nascono le religioni supernazionali (universali) o dovute all'opera di un riformatore di religioso nato e vissuto nella piena luce della storia (Buddha, Maometto) oppure sublimazione religiosa di un primitivo culto, in genere agrario, e riannodate a un fondatore mitico, di natura divina (Dioniso, Osiride, Attis, Mithra). Non queste le religioni dette di mistero perché suppongono un'iniziazione segreta e una serie di riti nei quali l'inizio (che vi può accedere, senza tener conto di vincoli di razza, di casta o di nazione) si assimila al dio, nella fiducia di averne beneficio spirituale in vita e di assicurarsi dopo la morte una beata immortalità. In queste religioni il s. assume il suo valore più alto perché esso produce e commemora il s. del dio e considera questo s. come un segno di salvezza per quanti ne vorranno lucrare il beneficio.
2. Prassi del s
Il s. si svolge secondo tre tempi o momenti: la preparazione, l'azione, l'uscita.a) La preparazione. - Essendo l'atto religioso per eccellenza, il s. deve compiersi in ambiente che già sia
sacro o che almeno venga reso tale per l'occasione con cerimonie preliminari di consacrazione. Quanto alla forma, bisogna distinguere colui a vantaggio del quale si offre il s. (offerente), che può essere o un singolo individuo o tutto un gruppo sociale, da colui che come esperto compie l'atto sacrificale (sacrificatore, sacerdote, ministro). Tanto l'uno quanto l'altro debbono trovarsi in stato di santità rituale (astensione da contatto venere, bagno, vesti nuove o bianche, digiuno, emblemi o tatuaggi speciali), e mantenersi in questo stato di separazione dal mondo profano fino a che il s. non sia compiuto.
La vittima poi è già un animale sacro (totem) o bisogna renderlo sacro mediante riti e cerimonie speciali. Innanzi tutto deve essere senza nessun difetto fisico; poi, scelta e lavata, ornata, incoronata, viene invitata a procedere spontanea verso il luogo del sacrifizio, talora anche lodata per esaltare il valore, ravvicinarla alla divinità e renderla così più acconcio veicolo di partecipazione di vita tra l'offerente e la divinità. Questa consacrazione della vittima è conclusa da una cerimonia speciale: spalmatura di burro (India), di olio (Israele) o da una cospersione di farro e sale (mola salsa, Roma) o di orzo (oùxá, Grecia).
b) L'azione. - Consacrata la vittima, si procede al l'uccisione, la quale libera il principio di vita chiuso nell'animale che diviene così, mediante il suo sangue, efficace mezzo di comunione. Essa viene avvicinata all'aria, orientata sia verso taluno dei punti cardinali sia verso la presunta dimora degli dèi, e in mezzo a un silenzio profondo, rotto solo dal suono di uno strumento rituale o dal mormorio di formole sacre, viene abbattuta, o iugulata o soffocata, secondo i vari rituali e la specie dell'anima. Una volta a terra viene squattata, se ne estraggono i vescri o l'ometto che sono la porzione riservata agli dèi, mentre il resto viene desecato e gustato dall'offerente e da quelli che hanno partecipato al s.
c) L'uscita. - Compiuta l'azione sacrificale, i partecipanti prima di rientrare nella vita comune, si debbono scaricare della sacralità accumulata su loro dal s., mediante abluizioni, la deposizione delle vesti sacre e la «purificazione» ossia desecrazione degli utensili che hanno servito al s.
3. Varie specie di s
Conforme alla classificazione adottata a RITO (v.), i s. sono o connessi con i riti di passaggio, o s. di oblazione o s. di propiziazione.a) S. nei riti di passaggio. - Rientrano in questa categoria i s. che si hanno nelle più importanti circostanze del culto domestico, nascita, nome, morte; i s. INIZIAZIONE (v.) puberale, i s. connessi MISTERIO (v.), i s. della soglia, del confine, dell'ospitalità, i s. funerari.
b) S. di oblazione. - Sono i più numerosi perché offerti per mantenere la pace con gli dèi, riconoscerli il dominio e ringraziarli dei benefici ricevuti. Le grandi civiltà del mondo antico hanno praticato soprattutto questa forma di s.
c) S. di propiziazione. - Si suddividono in tre categorie principali: s. agrari, s. espiatori, s. di fondazione.
Il s. agrario parte dal postulato, proprio della mentalità «mistica» del primitivo, che l'uomo deve contribuire con la sua azione al ritmo delle stagioni affinché la terra produca il suo frutto. Esso suppone anche la credenza ai ministri che il campo coltivato abbia un proprio principio di vita, sintetizzato in uno spirito (spirito della vegetazione) che può essere incorporato in un essere innamorato (pietra, fantoccio), in un animale (volpe, cane, gallo) o in un uomo. A questo spirito bisogna offrire una parte del raccolto che è suo, per poter usare impunemente del raccolto stesso. Questo spirito, che si spegnerebbe dopo il raccolto, bisogna incorporarlo in qualche oggetto animale e mantenerlo vivo mediante l'azione sacrificale. Il s. agrario, pertanto, consta di due momenti: a) esplorazione del vecchio spirito della vegetazione sotto le spoglie di un uomo o di un animale; b) introduzione di un nuovo principio di vita.
Dal s. agrario è facile il passaggio al s. del dio quando la vittima umana si sostituisce, come spirito della vegetazione, all'offerta vegetale, perché perdendo il contatto con l'elemento vegetale lo spirito di vegetazione perde la sua autonomia a favore della individualità umana e ne assume il nome, la personalità morale e infine anche la leggenda. Creata questa leggenda mitica, è fissata anche la figura del dio e il s. agrario periodico diviene la ripetizione salutare della vicenda sacrificale avvenuta al dio in origine e la cui iterazione serve ad assicurare agli uomini i benefici (che non sono più agrari, ma religiosi) di quella immolazione primordiale. In talune religioni di mistero (misteri di Attis, Adone, Osiride) è possibile riconoscere la sublimazione di un antico rito agrario (v. MISTERIO).
Il s. espiatorio muove dal concetto sacro-magico che si possa trasferire il male (fisico o morale) da un oggetto sopra un altro che poi viene allontanato o ucciso. Tipico caso di s. espiatorio era, in Israele, quello del capro sul quale il sommo sacerdote, vestito di lino e dopo opportuno lustrazioni, accumulava, posandogli ambe le mani sul capo, tutti i peccati del popolo e che poi faceva subito condurre via da un uomo che doveva abbandonarlo in un luogo deserto. La vittima di un s. espiatorio poteva anche essere umana, come avveniva nell'antichità: a Marsiglia in caso di pestilenza (Serv., Ad. Aen., III, 57) e annualmente TARGHELIE (v.). Ai s. espiatori appartengono anche quelli lustratori (v. LUSTRAZIONE).
Il s. di fondazione partecipa dell'elemento consacrato e di quello espiatorio e parte dal concetto di porre lo spirito dell'anima (o dell'uomo) sacrificato a protettore dell'edifizio da costruire. Così i Batak di Sumatra pongono i cadaveri sulle travi angolari delle loro abitazioni, i beduini del paese di Moab uccidono l'animale nel punto dove piantano il piuolo principale della tenda, nell'antico Canaan lo scavo ha dato numerosi resti di s. di fondazione; in Roma sotto l'abside della basilica di Porta Maggiore sono stati trovati i resti di ossa di un cane e di un porco.
4. Il simbolismo sacrificale
Il s. è un'azione, come risulta dalla terminologia cultuale (sacra facere, o semplicemente facere presso i Latini; ποιεῖν, φέξειν, δαίω, presso i Greci; ἀξάω, presso gli Ebrei) ed è un'azione rappresentativa che intende effettuare quello che riproduce. Questo risulta evidentissimo nei riti agrari dove lo spirito della vegetazione è inteso come un essere vivente (animale o umano) che muore e risorge. Quest'azione rappresentativa acquista maggior valore perché conserva e intensifica il legame sociale, in quanto il gruppo umano che compie il s. sa di compierlo ad imitazione degli antenati e ubbidendo alla tradizione che essi hanno fondato e tutti i predecessori del gruppo hanno ripetuto. Questo senso sociale, quando i motivi di simbolismo magico tramontano in seguito allo sviluppo culturale, resta appunto come rappresentativo della vita collettiva, che grazie ad esso si è mantenuta e accresciuta, ma sublima il suo significato in senso altamente morale.Nicola Turchi
II. IL S. PRESSO I POPOLI PRIMITIVI. — I. Il s. delle primizie nelle culture originarie. — È una caratteristica spiccata delle culture originarie e consiste nell'offrire all'Essere Supremo le primizie dei mezzi di sussistenza che l'uomo ricava dalla caccia e la donna dalla raccolta. L'offerta è fatta prima che il resto sia consumato. I Pigmei offrono una piccola parte, scelta generalmente tra le migliori e più vitali (cuore, fegato, polmoni, stomaco, grasso). Il s. delle primizie è praticato da quasi tutte le popolazioni veramente pigmee, da parecchie Pigmodi, dai Boscimani e dai Vedda. Nella cultura antica americana è fatto solo dalle popolazioni eschimesi che appartengono allo strato più arcaico della cultura antica, dagli Algonchini, da alcune popolazioni molto primitive della California, e dai Selknam, i quali sono i meno primitivi fra le tre popolazioni della Terra del Fuoco. Manca in tutta la cultura primitiva meridionale (Australia sud-orientale e Tasmania).
La diffusione del s. delle primizie nelle culture originarie indica che esso è sorto probabilmente in condizioni che si trovano di più tra i Pigmei che nella cultura antica americana. Ciò è confermato anche dalla varietà delle offerte che fanno i Pigmei e i Negriti: selvaggina, uccelli, pesci, termiti, bruchi commestibili, frutta, miele ecc. I Pigmei di Gabun sacrificano anche un animale che deve essere preso vivo a caccia. Un'altra variante fra i Pigmei di Gabun consiste nell'offerta della parte destra della testa dell'animale (ossia della parte più pregiata). I Pigmei Baghelli offrono solo vegetali e bevande. Nelle culture antiche invece sono frequenti le offerte di carne ma manca quasi completamente il s. delle primizie vegetali. Questa mancanza è spiegabile con il clima e con l'economia delle popolazioni antiche le quali si nutrono prevalentemente di carne.
Ci sono ancora altre caratteristiche che differenziano il s. dei Pigmei da quello delle popolazioni antiche americane: i Pigmei offrono generalmente le parti interne della selvaggina; i popoli antici americani offrono invece la testa non aperta oppure le ossa lunghe, anch'esse non aperte. Perciò la materia offerta è il cervello o il midollo: la testa e le ossa sono piuttosto il recipiente che contiene l'offerta. Varia anche il modo di presentare l'offerta. I Pigmei gettano le primizie vegetali nella foresta; solo i Baghelli le buttano nel fuoco. L'offerta della carne varia nei diversi gruppi dei Pigmei: alcuni la buttano a terra, altri nel fuoco, altri ancora, per preservarla dalle termiti e dai bruchi, l'avvolgono in una foglia e la mettono cerimonialmente nella cavità di un albero. Talvolta, per avvolgere l'offerta, scelgono una foglia che non sia stata ancora toccata, quasi per intensificare la primizia del s.
Nella cultura antica americana le poche offerte di vegetali sono gettate nel fuoco o posate per terra. Una delle forme più caratteristiche del s. delle primizie di questa cultura consiste nell'ammucchiare sopra un altare le teste e le ossa lunghe offerte. Così facevano anche i cacciatori del Paleolitico inferiore, come ha rivelato l'esplorazione di varie grotte della Baviera e della Svizzera.
Il s. delle primizie è sorto dalle concezioni economiche, sociali e religiose delle culture originarie ed esprime un omaggio, un ringraziamento e una domanda all'Essere Supremo. In queste culture l'uomo non produce ancora i mezzi necessari al suo sostentamento, ma si limita a prendersi dalla natura. L'Essere Supremo è considerato l'elargitore della vita non solo in antico, ma continuamente, perché da i mezzi di sussistenza, animali e piante, li fa crescere e ne concede l'uso a condizione che non siano distrutti inutilmente e negati a coloro che non possono procurarsi. Perciò il sostentamento dei vecchi, degli infermi e dei bambini ha pure un valore religioso e come INIZIAZIONE (v.) dei giovani. La mitologia di questi popoli attribuisce la creazione del mondo all'Essere Supremo, il quale è considerato anche il primo proprietario. Questi motivi sono chiari nella mitologia dei Pigmei, degli Indiani della California cen
trale e della Terra del Fuoco e si mantengono ancora vivi tra popolazioni appartenenti a culture più recenti.
Il s. delle primizie riconosce anzitutto la creazione, la conservazione, il potere e la proprietà dell'Essere Supremo sulle cose del mondo ed esprime tali sentimenti rendendogli sotto forma di offerta una piccola parte dei beni ricevuti. Nella s. delle primizie l'offerente non vuole tanto dare, quanto dire, esprimere qualche cosa (Schmidt), ossia la sua suddivinanza, la sua dipendenza dall'Essere Supremo. Può darsi che voglia esprimere anche altri sentimenti: domandargli perdono di aver ucciso animali o distrutto piante da lui create, invitarlo al pasto per entrare con lui in un'unione più stretta (idea molto probabile data la liberalità con cui nelle culture originarie è usata in Italia, a causa di una grande diversità di culture, la tradizione della raccolta, ringraziando dei beni avuti e chiedergli che continui la sua protezione, ma il pensiero centrale è l'espressione del sentimento di dipendenza che la creatura sente di fronte al Creatore (Schmidt). Che la quantità offerta sia spesso molto piccola, indica che il sacrificante non intende dare all'Essere Supremo qualche cosa di cui egli abbia realmente bisogno e meno ancora voglia offrirgli cibo perché mangia. Un'offerta così concepita sarebbe in opposizione con il concetto di spirito che diverse popolazioni attribuiscono all'Essere Supremo. Un'offerta, scelta dalle parti migliori del bottino, ha un valore simbolico. Anche le formole che l'accompagnano esprimono questi sentimenti: Ecco la tua parte affinché tu sia generoso con me quando vado in cerca di selvaggina la quale è sotto la tua protezione.
2. Il s. epistatorio nelle culture originarie. — Quando i Pigmei di Gabun ritengono che il continuo insuccesso a caccia sia da attribuirsi a qualche colpa, fanno un espiatorio. Un s. analogo praticato anche i Semang, in tutti e due i casi l'offerente si fa una ferita in un braccio o in una gamba (Pigmei di Gabun) o vicino al ginocchio (Semang), mescola per lo più il sangue che ne esce con acqua ed offre il tutto in espiazione. È probabile che questo s. intenda sostituire l'offerta della vita. Indizi di un s. epistatorio del proprio sangue si trovano anche in altre popolazioni pigmee. Il concetto della colpa morale che l'Essere Supremo può punire, sia colpendo direttamente con la morte il colpevole, sia negandogli mezzi di sussistenza, è una caratteristica delle culture originarie. Altrettanto vivo è il sentimento del pentimento e dell'esplorazione verso la divinità offesa. Perciò è probabile che anche il s. epistatorio appartenga a queste culture. Ricerche recenti confermano questa tesi.
Alcune popolazioni pigmee e alginchine fanno anche s. con offerte ai defunti, le quali sono il risultato di infuonze di culture matriarcali. Nessuna popolazione appartiene alle culture originarie pratica il s. umano.
3. Il s. delle primizie nei popoli nomadi pastori del-Asia. — Il s. caratteristico di questo ciclo culturale è il grande s. annuale del cavallo in ringraziamento a Dio il quale dà, sia agli uomini sia agli animali, il potere di riprodursi.
Perciò il s. è fatto in primavera, quando nascono i puledri e i vitelli. Tutte le famiglie che compongono una parentela si riuniscono e ciascuna porta uno o più animali. Offrono di preferenza un cavallo. Questo s. ha una solennità particolare anche per il modo con cui è fatto: fra l'altro il cavallo è ornato e messo in posizione come se dovesse saltare verso il cielo. Segue una specie di pasto sacro accompagnato da varie offerte. Nel s. primiziale dei popoli pastori sono espressi ancora di più che in quello delle culture originarie il riconoscimento dell'autorità suprema del Cielo sul bestiame e il ringraziamento al Cielo che ha concesso gli armenti. Il concetto religioso di questi popoli è molto elevato come dimostra anche il fatto che i s. di domanda hanno un'importanza assai secondaria.
Un'altra caratteristica di questa cultura è il s. del latte, elemento importante per la nutrizione di quei popoli. I nomadi pastori dell'Asia centrale non hanno espiatori.
4. Il s. epistatorio. — Varie popolazioni pastorali del-
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l'Africa e altre appartenenti al gruppo nilotico fanno s. espiatori, che rivelano un senso religioso elevato e un chiaro concetto della colpa morale e della necessità dell'esposizione. Nella religione dei Galla, Waka, che significa «Cielo», è il Creatore, il Signore assoluto di tutto il mondo e il centro regolatore della vita individuale e sociale. La religione dei Galla è viva e ricchissima di preghiere, canti religiosi, s., feste e cerimonie per tutte le circostanze della vita umana. Celebrazione con particolare solennità una festa chiamata Wadagia, per ottenere da Dio le benedizioni sulle famiglie, sui villaggi e sul territorio.
Durante questa cerimonia, la quale è diretta da un capo sacerdote e da due «diaconi», i convenuti fanno un s. che ha carattere di domanda e di espiazione, come risulta dalle invocazioni che lo accompagnano. Quando tutto è pronto, il capo sacerdote pronuncia le invocazioni («Oh Waka abbi pietà di noi!» ecc.) alle quali rispondono tutti in coro: «Sì, abbi pietà di noi», ecc.
Ancora i Galla offrono un toro o un montone sulla tomba di un defunto. Ma questo s. è rivolto a Dio per impreparare la felicità e il perdono delle colpe del defunto.
Gli Acioli dell'Uganda temono in modo particolare l'anima di uno «morto con ira», perché questa torna a fare le sue vendette. Quest'anna si chiama lacèn (= che ritorna): può diventare lacèn chiunque sia stato ucciso volontariamente o involontariamente (p. es., a caccia), se non si paga l'indennità dovuta e non si fa il s. espiatorio. Ma nessuna anima può tornare come lacèn se non le fa fatto del male. Sono particolarmente temute: l'anima del figlio al quale il padre ha negato la dote per il matrimonio, quella dello schiavo ucciso per futili motivi, quella del padre o di un vecchio o di un ammalato della famiglia a cui fu negato il padre, quella di chi fu lasciato morire di fame sulla porta della capanna anche se di un'altra tribù, quella della madre alla quale il figlio ha impedito di risposarsi dopo la morte del padre o alla quale il figlio ha negato la carne, quella di chi fu ucciso in casa altrui senza che il padrone di casa si sia curato di vendicarlo, quella di chi è stato vittima di una grave vendetta che non ha meritato o ha avuto una punizione superiore alla colpa o anche una punizione meritata ma grave, quella della moglie uccisa mentre fuggiva per rifugiarsi da un altro uomo perché il marito la batteva. Anche l'anima del cane, ucciso in determinate circostanze, torna come lacèn. Quando il lacèn viene per uccidere e comincia a rendere malato qualcuno della famiglia o a comprargli in sogno e a renderlo vagabondo, si chiama lo stregone, il quale ha il compito di mandarlo via con una cerimonia speciale, essenzialmente espiatoria, rivolta all'Essere Sua premio, durante la quale si sacrifica una pecora. A questa cerimonia sono uniti anche elementi accessori di carattere magico. Non sempre però lo stregone riesce nel suo intento: talvolta il lacèn è così adirato che uccide non solo la persona che gli ha fatto del male, ma tutta la parentela, anche la madre, il padre o il figlio e talvolta personale lo stregone che è venuto per mandarlo via. Ciò avviene perché Lubanga (l'Essere Supremo) è dolente se fu ucciso qualcuno, perché questi era uno dei suoi, generato da lui e quindi acconsente che l'anima del morto venga uccida chi lo ha ucciso. Anche certe bestie feroci possono venire come lacèn: esse sono i cani di Lubanga.
S. espiatori hanno anche i Bari della'Eritrea e altre popolazioni carismatiche, nilotiche e affini. È pure praticato il s. espiatorio collettivo di un animale preso vivo a caccia.
5. Il s. del sangue nella cultura matriarcale e il s. umano. — Le concezioni spirituali proprie di questo ciclo culturale, molto diffuso, sono: la mitologia luna, la figura di una divinità femminile, concepita come divinità terrestre (dea madre), la quale si sostituisce gradatamente al culto dell'Essere Supremo. Un altro elemento caratteristico è il culto del sangue, concepito come la sede della forza vitale e in stretta relazione con l'origine stessa della vita perché quando la donna concepisce cessano le mestruazioni.
In questo ciclo culturale il s. delle primizie è fatto alla dea madre o ai defunti. Ma soprattutto si sviluppa il s. cruento prima di animali, poi anche di uomini. Appartiene ancora alla cultura matriarcale tutto un complesso di miti sul potere vitale del sangue, onde il sangue delle vittime è usato per ungere i malati e sparso sulle piante e nei campi. Ma soprattutto al sangue umano ancora caldo è attribuito il potere di rinforzare le forze vitali che si affievoliscono. L'animismo, che popola il mondo di spiriti raramente benefici e molto più spesso malefici, i quali possono essere propiziati o placati solo con il sangue, aumenta ancora il numero dei s. Nel matriarcato si sviluppano molto la rievocazione e il culto dei morti e la magia. I defunti ricevono offerte per il viaggio nell'altro mondo: cibo, bevande e anche armi e utensili. Numerose popolazioni fanno una commemorazione periodica dei defunti (per lo più annuale) associata a s. ed offerte.
Gli spiriti che popolano la natura ed i defunti dicono per bocca dello stregone (che è originariamente una donna: infatti spesso lo stregone si camuffa da donna e ne imita la voce) perché hanno mandato una malattia, un'epidemia, la carestia, la sconfitta in guerra e altre disgrazie e chiedono determinati s. Quando sono molto irritati o si tratta di un pericolo pubblico, possono chiedere anche s. umani ed esigere che la vittima sia sottoposta a una morte molto lenta e straziante. Però il s. umano si è sviluppato nelle culture secondarie, ossia dove il matriarcato si era già fuso con altre culture. La sua origine non è ancora chiara; probabilmente vi ha contribuito molto la credenza che nel sangue risiede la forza vitale. I primi s. umani sono stati fatti ai defunti con l'uccisione di schiavi e di donne affinché accompagnino l'anima del morto nell'altra vita (più tardi si offrirono vittime umane anche agli spiriti che popolano la natura). Talvolta le vittime sono sepolte vive.
Usanze ancora più barbare, perché esigevano un numero maggiore di vittime, si rilevano nell'Africa occidentale, nelle culture del Pacifico, nella religione degli antichi Messicani e in altre parti del mondo.
Il s. umano era frequente a Benin. Nel febbr. del 1897 una missione commerciale inglese fu massacrata dalle truppe del re di Benin. L'ammiraglio inglese Rawson organizzò una spedizione punitiva la quale il 17 febbr. prese d'assalto la capitale di Benin. Quando i vincitori entrarono nella città videro il terreno dinanzi agli altari degli idoli tutto intriso di sangue umano ancora fresco e dovunque giacevano ammucchiate a centinaia le vittime dei s. Nell'antico Messico i s. umani erano così frequenti che le vittime si contavano a migliaia ogni anno; si sacrificavano schiavi fuggitivi, prigionieri di guerra, bambini, bambine e donne. Le vittime erano spesso torturate in modo orrendo: scuotere vive, oppure buttare vive in un rogo donde erano estratte morbide e condotte alla pietra del s. Altre erano sacrificate con lo svisceramento del cuore (fatto con un coltello di ossidiana), che era poi bruciato o mangiato dai sacerdoti, altre affogate nel lago, altre rinchiusse in una caverna e quivi lasciate perire di fame. Alle donne generalmente si apriva il petto. I Peruviani erano meno feroci: tuttavia offrivano al Sole fanciulli e fanciulle e seppellivano con il sovrano alcune sue mogli e alcuni suoi servi, usanza osservata pure coi grandi signori alla loro morte.
Il s. umano è stato soltanto nocivo alla religione: ha distrutto il concetto della paternità di Dio sostituendogli quello di divinità feroci e avide solo di sangue, ha rafforzato il cannibalismo (il quale però è anteriore al s. umano) perché spesso i s. con vittime umane finiscono con un pasto cannibalistico, ha contribuito alla perdita completa della libertà e del valore della persona umana delle vittime destinate al s. (prigionieri di guerra, schiavi, mogli e talvolta persino figli). L'abbrutimento di queste società (si noti che alcune delle più feroci avevano raggiunto un grande sviluppo tecnico ed artistico, come a Benin, nel Messico e in certe regioni del Pacifico) è ancora più evidente per il fatto che spesso le vittime trovavano naturale la loro condizione miseranda.
La credenza che nel sangue risieda il principio vitale, associata alla magia, ha fatto sorgere riti magici uniti spesso a pratiche oscene o ad atti di ferocia terrificante. La caccia alle teste, associata spesso all'antropofagia (Nuova Guinea e Isole Salomone) ha anche lo scopo di offrire s. agli spiriti. Gli Aztechi facevano di tanto in tanto guerre « fiorite » o « sacre » con il solo fine di procacciarsi vittime per i s. (v. TOTEMISMO).
III. L. S. NEL VECCHIO TESTAMENTO. — I primi esempi di s. nel Vecchio Testamento (Gen. 4, 3 sgg.; 8, 20) danno chiaramente a vedere che esso è antico quanto il genere umano. Il suo significato originario secondo la concezione biblica non è l'offerta dei cibi per la divinità, cosa che sarebbe in aperto contrasto con la spiritualità di Jahweh; neppure è la comunità di mensa con Dio, poiché i primi s. biblici (ibid. 4, 3 sgg.; 8, 20; 22, 13) sono immozzionate totale senza banchetto sacrificale. Il s. nella Bibbia è essenzialmente espressione di adorazione e rendimento di grazie al Signore, a cui si associa facilmente l'intenzione imperativa di altri doni o aiuti e, nel caso di coscienza della colpa, il desiderio di espiazione per propiziare la divinità. Di fatto però il significato espiatorio del s. non è attestato nella Bibbia prima di Mosè. Fino a quel tempo il s. in Israele fu un atto di culto privato e volontario; ma quando Israele fu prescelto per essere il popolo sacerdotale e santo del vero Dio (Ex. 19, 6), divenne l'atto perenne ed essenziale del culto ufficiale, e come tale ebbe le sue norme rituali nella legislazione sinanitica. Per mezzo del s., Jahweh suggellò il patto d'alleanza con il suo popolo (ibid. 24, 4-8), ed in segno di gradimento fece discendere un fuoco dal cielo sul primo s. di Aronne, consumandolo (Lev. 9, 24).
Le varie specie di s., in particolare l'olocausto, ricorrono quasi con gli stessi nomi nelle tavolette ugaritiche (Räs Samrah), anteriori di qualche secolo a Mosè. Nella stessa Bibbia si fa menzione di vari s. fuori del popolo eletto (il madanita Iethro suocero di Mosè, Ex. 18, 20; Balaam, Num. 23, 1; 13; Giobbe, Iob 1, 7; 42, 8) senza parlare dei s. in uso presso i popoli cananei (Lev. 18, 21; 20, 25). Pertanto Mosè regolò e consacrò al culto del vero Dio un cerimoniale già praticato, e parlando dalle forme superstiziose. D'altra parte non tutte e singole le minuziose prescrizioni relative ai s. devono necessariamente attribuirsi a Mosè: l'elaborazione del rituale poté essere soggetta, come si ammette anche da esegesi cattolici, ad un periodo di evoluzione, che però sfugge al nostro controllo per la scarsità delle fonti. Ma senza dubbio sono d'origine mosaica le prescrizioni essenziali, come pure la differenziazione dei vari s. ESPAZIONE (v.).
I s. si distinguono secondo la materia in cruenti, con spargimento di sangue (ebr. zebhah, gr. σωχία), e incruenti, consistenti nell' « offerta » di alimenti o profumi (ebr. minhah « dono », da manah « donare »). Quelli cruenti, che erano i s. per antonomasia, si suddividevano, secondo lo scopo ed il rito, in olocausti, pacifici ed espiratori. Erano pubblici o privati, a seconda che venivano offerti per l'intera comunità (come i s. prescritti nei vari
tempi liturgici) oppure per devozione o dovere dei singoli israeliti (i s. che venivano offerti per il sommo sacerdote e per gli altri sacerdoti erano virtualmente pubblici).
L'olocausto importava la combustione totale della vittima ed era il s. latrettico per eccellenza. Il s. pacifico o salutare (zebhah zelánim, o brevemente zelánim, plur. intensivo) veniva offerto in rendimento di grazie per impetrazione o anche per adempimento di voto: in tale s. la vittima veniva parzialmente bruciata (solo le parti adipose); un'altra parte (il petto e la coscia, la quale prima doveva essere « agitata » tra l'altare ed il santuario) toccava al sacerdote; il rimanente della carne apparteneva all'offerente, il quale se ne cibava nel recinto sacro e invitava al banchetto i parenti e altre persone, specialmente i poveri (cf. Deut. 12, 12; 18; 16, 11 sgg.; 1 Sam. 1, 4 sgg.; Ps. 21, 26 sgg.): per la partecipazione al banchetto sacrificale era necessaria la purità legale. Nel s. espiratorio (kipper, probabilmente da radice accadica che significa « levare via ») l'idea fondamentale era l'espiazione o soddisfazione per qualche colpa o infrazione esterna della legge, o anche per qualche macchia e impurità legale più grave (p. es. la lebbra); si distingueva il s. per il peccato (hāqā'ah « peccato ») e il s. per il delitto ('āšām « delitto »); per l'uno e per l'altro vi era diversità di riti e di vittime (il motivo della distinzione è da trovarsi nella minore o maggiore gravità della trasgressione ai sensi della legge); i s. espiratori erano per lo più di carattere privato, e nei singoli casi era prescritta la qualità della vittima; la parte che non era bruciata sull'altare veniva consumata dai sacerdoti; ma se il s. d'espiazione era per il gran sacerdote, per i sacerdoti o per la comunità (come quelli pubblici da offrirsi in occasione del novilunio, Pasqua, Pentecoste, in ciascun giorno della solennità dei Tabernacoli, e soprattutto nel giorno dell'Espiazione), la carne veniva bruciata fuori del santuario. All'epoca dei Maccabei è attestato il s. espiratorio.
per i morti (II Mach. 12, 43); ma si presume che sia più antico. Ai s. cruenti si accompagnavano spesso, con funzione integrativa, i s. incruenti: ma questi potevano essere atti di culto indipendenti (come l'incensazione quotidiana, l'olio per le lampade, i pani di proposizione e quelli per la Pentecoste, le spighe per la Pasqua, il s. detto di gelosia, quello per il peccato offerto da poveri, ecc.). Si distinguevano, oltre quello per l'incenso (per la data dell'introduzione dell'incenso cf. Rev. bibl. 23 [1914], pp. 161-87), due specie di s. incruenti: offerte di cibi (prop. minhāḥ) e di bevande (nēsekh, gr. σπανδή = libazione). Servivano allo scopo: fior di farina di frumento (quella d'orzo solo nel s. di gelosia [Num. 5, 15]), grano tostato, focacce e pane azimo (Lev. 2), le spighe per la Pasqua e le primizie dei pani per la Pentecoste; tra i liquidi il vino e l'olio. A tutte le oblate si aggiungeva sale e olio, e ad alcune anche l'incenso, che a sua volta, massime nel s. quotidiano, veniva cosparso di altre sostanze aromatiche (cf. M. Löhr, Das Rauchopfier im Alten Testament, Halle 1927). I s. incruenti sono antichi quanto quelli cruenti, come ne fa fede l'esempio di Caino e di Melchisedech (Gen. 4, 3; 14, 18).
Le vittime del s. erano soltanto animali mondi e domestici, i soli degni di Dio e anche i più preziosi e propri, nominatamente i bovini, ovini e caprini, nonché le tortore e le colombe; dovevano essere esenti da ogni macchia o difetto (erano specificate 23 imperfezioni) e di giovane età (tori generalmente di tre anni, vitelli e agnelli di non oltre un anno, arieti e capri da uno a due anni); solo i maschi per i s. pasquali, olocausti ed espiratori (per il delitto) (per i s. pacifici ed espiratori per il peccato) erano ammessi animali dei due sessi; negli uccelli non era considerata, secondo i talmudisti, la diversità di sesso).
I s. di vite umane, largamente praticati dagli antichi popoli (Sumeri, Egiziani, Greci, Romani, Germani) sono severamente proibiti nella Bibbia, che li considera come un'empietà propria dei Cananei (Lev. 18, 21; 20, 1-5; Deut. 12, 31; 18, 9 sgg.). A torto viene addotto dai razionalisti l'esempio di Abramo: se Dio ordinò al patriarca Isacco (v.), fu soltanto per mettere alla prova la sua fede e obbedienza, come è detto espressamente (tentavit); difatti al momento opportune gli'impedi di portare a termine il s. e lo fece sostituire da quello di un ariete (Gen. 22). Iephte (v.), il quale sacrificò sua figlia credendosi in dovere di adempiere un voto inconsulto (Judg. 11, 30 sgg.), dimostra soltanto che quel giudice non aveva la nozione esatta del vero culto dovuto a Jahweh: circa la moralità di quell'atto la Bibbia non si pronunzia. Il riscatto dei primogeniti (Ex. 13, 13), anziché provare il contrario, conferma la proibizione divina del s. di vite umane; non potendosi immolare i primogeniti (v.) dell'uomo (come era prescritto per i primi nati degli animali, ad eccezione dell'asino), dovevano essere riscattati mediante un'offerta. Purtroppo l'esempio dei Cananei e altri popoli vicini trascinò qualche volta gli Israeliti a quell'abbonimento del sacro, come si rileva dal fatto che Hiel, nella ricostruzione di Gerico, immolò due dei suoi figli (I Reg. 16, 34; cf. Jos. 6, 26, ove il misfatto è oggetto d'escrizione); parimenti alcuni emi principi sacrificarono vite umane a Moloch nella stessa Gerusalemme, ossia nella valle di Ben-Hinnom o Geenna (cf. II Reg. 16, 31; 21, 6). Soprattutto nel regno settentrionale furono frequentati i s. dei bambini (ibid. 17, 17): in quel delitto è ravvisata una delle cause della fine del Regno d'Israele). La Bibbia e i profeti hanno severa parole di condanna contro questi misfatti (cf. Ps. 105, 37 sgg.; Mich. 6, 7; Jer. 7, 31; 19, 5; 32, 35; Ez. 16, 20 sgg.; 20, 26).
Il rito era essenzialmente eguale per tutte le immolazioni cruente: adduzione della vittima al luogo del s., nell'atrio interno del Tempio avanti all'altare degli olocausti; imposizione delle mani, in segno di donazione a Jahweh ed anche di rappresentanza vicaria (l'idea di traslazione della colpa poté esserci solo nei s. espiatori); mattazione (che d'ordinario era fatta da un esperto levita o anche dallo stesso offerente; il sangue veniva raccolto dal sacerdote in una conca di bronzo: l'atto poteva essere viziato da s. difetti); aspersione del sangue, che era la parte più sacra, ritenuta dagli antichi come la sede della vita (cf. Lev. 17, 11 sgg.: il rito dell'aspersione variava secondo la qualità dei s.); combustione della vittima (totale o parziale secondo i vari s.). L'atto sacrificale vero e proprio consisteva nell'effusione ed aspersione del sangue, che insieme con la combustione significava che la vita sacrificata era offerta immediatamente a Dio.
Il luogo dei s., durante la dimora dei 40 anni nel deserto, era l'atrio che circondava il tabernacolo. La centralizzazione (cf. Lev. 17, 1-9; Deut. 12, 5-14) si mantenne anche in seguito intorno all'Arca; quando poi fu costruito il Tempio in Gerusalemme, esso fu riconosciuto come l'unico luogo legittimo per sacrificare (salvo casi eccezionali di s. offerti dai profeti o in luoghi consacrati da una speciale visione divina: cf. Judg. 6, 20-28; 13, 8-23; II Sam. 24, 16-25; I Reg. 18, 20-38; altri casi sono da ritenersi abusivi). Perciò nel tempo dell'esilio babilonese, e definitivamente dopo la distruzione di Gerusalemme, il culto sacrificale cessò in Israele.
Nei s. del Vecchio Testamento devesi distinguere un duplice valore: proprio e simbolico. Il primo, che potrebbe chiamarsi quasi sacramentale, perché insito al rito in quanto tale, consisteva nella virtù di eliminare le contaminazioni indotte da qualche trasgressione o difetto, e restituire la giustizia rituale o levitica (emundatio carnis: Heb. 9, 13), abilitando la persona a partecipare legittimamente agli atti del culto. L'altro, simbolico, era inerente all'atto in quanto espressione degli atti interni di fede, adorazione, gratitudine, compunzione, dai quali derivava la sua efficacia spirituale.
Purtroppo quest'elemento d'interiorità fu spesso trascurato, illudendosi il popolo di propiziare Jahweh con la sola offerta esterna di opini s.; i profeti protestarono energicamente contro questo formalismo. E se nella lotta contro le errate ideologiche si espressero talvolta con veemenza (cf. Am. 5, 21-25; Os. 6, 6; Is. 1, 11-14; Mich. 6, 6-8; Jer. 6, 20; 7, 21 sgg.; Ps. 49, 7-15), con ciò non inteso riprovare i s. in quanti tali, da Dio stesso voluti e ordinati, ma riportare il culto esteriore al suo significato religioso e morale, non potendo Dio accettare l'offerta di s. e l'osservanza di riti esteriori, ove manchi il tributo interno dello spirito e la compunzione del cuore: ciò che Dio domanda con il s., anzi preferisce a qualunque atto esterno del culto, è la pratica della giustizia e l'osservanza della sua legge, in cui è riposta l'essenza del vero culto.
Inoltre si riconosce ai s. del Vecchio Testamento un valore tipico, ossia prefigurativo in ordine al s. perfetto riservato al Nuovo Testamento, che è il s. consumato dall'Uomo-Dio sulla Croce per i peccati di tutti i tempi, per le colpe dell'intera umanità (cf. Heb. 9, 28; 10, 12). In vista e per virtù di questo futuro s., Dio nella sua misericordia accettò gli antichi s. imperfetti, operando per essi nell'uomo, ove vi fossero le necessarie disposizioni, anche una giustificazione con la remissione dei peccati ed il conferimento della grazia. Con il s. di Cristo cessarono giuridicamente, come preannunziato dai profeti (cf. Dan. 9, 27; Mal. 1, 11), gli antichi s. e tutta l'economia rituale, imperfetta e transitoria, del Vecchio Testamento (cf. Heb. 9, 11-10, 14).
Il più nobile tra i s. del Vecchio Testamento era l'olocausto (gr. ὁλοκαύτωμα, ὁ ολοκαύτωσις, ὁ ὁλος ε καυτός = interamente bruciato), Volg. holocaustum, holocaustum), ebr. 'olāh (da 'alāh = salire), nel senso, secondo alcuni, che la vittima è 'portata' sull'altare, o, piuttosto, che la vittima è 'sale' al cielo con il profumo sacrificale; detto anche kāllī (presso i Fenici seleni kāli) e nella letteratura rabbinica gēmārā' = offerta completa. Era essenziale la combustione totale della vittima (ad eccezione della pelle, sempre esclusa dai s.; secondo la tradizione giudaica era escluso anche il nervo sciatico, per il ricordo di Giacobbe [cf. Gen. 32, 32]; Hullin, 7, 1).
Il rito è accuratamente descritto in Lev. 1, 1-17 e Num. 15, 3-9. Le vittime maggiori venivano prima squarate, tagliate a pezzi e lavate; quindi poste a bruciare sull'altare in olocausto, combustione di soave odore a Jahweh (Lev. 1, 9: espressione antropomorfica da in-
tendersi ovviamente, come in altre parti della Bibbia, in senso figurato, che cioè il s. era offerto in omaggio d'adorazione a Jahweh). Con il sangue della vittima il sacerdote aspergeva i lati dell'altare, mentre il fuoco sacro finiva di consumarsi e le ceneri erano asportate al mattino in un luogo decente fuori del recinto sacro (Ex. 29, 38, 42; Lev. 6, 8-13). Secondo Flavio Giuseppe le parti della vittima, prima di essere arse, venivano cosparse di sale (Antiq. Jud., III, 9, 1). L'olocausto era ordinariamente accompagnato da oblazioni incruente (libazione di vino, offerta di farina intrisa con olio, Num. 15, 4-11). Spesso insieme con l'olocausto veniva offerto un s. pacifico: rito di festosa intimità che seguiva l'atto di pura adorazione a Jahweh (cf. Ex. 18, 12; 24, 5; Jos. 8, 31; Jud. 20, 26; 21, 4; I Sam. 6, 14 sgg., ecc.).
Per il suo rito essenziale e specifico, l'olocausto era un solennissimo atto di omaggio e di adorazione a Dio, ed esprimeva meglio che qualsiasi altro rito o s. l'assoluta dipendenza e la dedizione perfetta dell'uomo al Creatore, nel riconoscimento del proprio nulla e del supremo dominio di lui (s. Tommaso, Sum. Theol., 1-2a, q. 102, a. 3, ad 8). Perciò era l'espressione perfetta del culto esteriore, l'atto larettico per eccellenza.
L'olocausto nel Vecchio Testamento non poteva mancare in alcuna festa e nelle più solenni manifestazioni religiose. Gli olocausti erano pubblici o privati; e questi, obbligatori o volontari. Tra i pubblici e solenni il più importante era il s. ANELLO (v.) o capretto (due nel sabato) ad offrirsi ogni giorno, mattina e sera (Ev. 29, 38 sgg.; Num. 28, 1-10), indipendentemente da qualunque altro s. per particolari ricorrenze o circostanze. Per le principali solennità religiose erano prescritti i seguenti olocausti (cf. ibid. 28-29): neomenia o novilunio 2 vitelli, 1 ariete, 7 angeli; Pasqua, come nel novilunio, ma per sette giorni continui; Pentecoste, 1 vitello, 2 arieti, 7 angeli; Espiazione, 1 ariete per il sommo sacerdote e un altro per il popolo, inoltre 1 vitello e 7 angeli; Tabernacoli, numerosi olocausti in ciascuno degli 8 giorni della solennità (ibid. 29, 13-38). Speciali olocausti si offrirono in circostanze eccezionali: famosi per il numero delle vittime, p. es., quelli offerti da re David per la proclamazione di suo figlio Salomone alla successione (1000 tori e altrettanti angeli e arieti: I Par. 20, 21) e da Salomone quando ascese al trono (II Par. 1, 6) e quando dedicò il Tempio (ibid. 7, 1-7).
Tra gli olocausti privati, alcuni erano obbligatori (tali erano quelli prescritti per la consacrazione dei leviti, dei sacerdoti e del sommo sacerdote [Lev. 8]; per la purificazione dopo il parto [ibid. 12, 6-8]; per l'iniziazione dei nazarei [Num. 6, 14-16] e per la loro purificazione da contatto di cadavere [ibid. 6, 10 sgg.]; per la purificazione dalla lebbra [Lev. 14, 19 sgg.]; e per le varie purificazioni legali); altri volontari o di devozione privata (per ringraziare Dio di un beneficio segnalato, per impetrare qualche grazia, ecc., cf. Num. 15, 3, 8). L'olocausto poteva offrirsi, a differenza degli altri s. cruenti, anche per i non-Israeliti. - Vedi tav. XCIX.
