SISTEMI ECONOMICI. - L'insieme delle attività economiche dei singoli e l'azione dell'autorità politica, la quale tende a coordinare i fini individuali con quelli sociali. In ogni periodo della storia sono sempre coesistenti più s. e. perché residui dei sistemi sorpassati sopravvivono nei nuovi.
I. ECONOMIA DEI POPOLI PRIMITIVI
Fino al secolo scorso si ritenne che la caccia, la pastorizia, e l'agricoltura fossero stati per tutti i popoli tre stadi di sviluppo economico succedutisi l'uno all'altro. La scuola etnologica storico-culturale distingue ora quattro forme principali di economia: raccolta, caccia superiore, pastorizia, agricoltura. Queste tre ultime derivano, indipendentemente e con un proprio centro di origine, dalla prima, e dal loro incrocio si ebbero le forme miste.1. L'economia della raccolta
Nei gruppi che la praticano gli uomini si procurano i cibi con la caccia e con la pesca; le donne e i fanciulli raccolgono i cibi vegetali, o gli animali poco mobili come i vermi, gli insetti e le loro larve, le chiocciole, ecc. Eccezionalmente l'uomo concorre alla raccolta, quando è necessario un lavoro collettivo e rapido, oppure se si tratta di salire sugli alberi, p. es. per la raccolta del miele, o per usare l'accetta. Per disstorare radici e tuberi la donna si serve di bastone da scavo. Per la caccia l'uomo si serve di un'arma: l'arco con la freccia, l'arpione, la cerbottana e le trappole; come mezzi ausiliari usa il cane e i veleni. Per la pesca usa l'arma da colpo o l'arma da getto, le reti, le nasse, le trappole (presso gli Americani del nord-ovest), ed anche veleni gettati nelle acque e l'escavamento. La pesca può essere in certi luoghi tanto abbondante da quasi sostituire gli altri mezzi di sussistenza e può avere un posto importante anche nei s. e. diversi dalla raccolta, mentre non è così della caccia. Ogni gruppo di una tribù conosce bene le risorse di caccia e di raccolta del suo territorio nei periodi favorevoli dell'anno, mentre in certi altri periodi s'impono proibizioni o tabù per la protezione della selvaggina, dei pesci e delle piante. Duro o facile che possa risultare questo genere di vita, i raccoglitori lo amano e non vogliono cambiarlo con nessun altro, benché ne abbiano potuto conoscere i vantaggi, come quando, p. es., gli Andamanesi conobbero nel loro paese l'agricoltura, ad opera dei bianchi.2. L'economia dei cacciatori superiori
È chiamata così in contrapposizione a quella dei raccoglitori. Ciò che caratterizza, infatti, questa, è di essere originariamente famigliare, mentre l'altra è tribale e sembra propria dei totemisti. Presso questi si constata di fatti una vasta solidarietà economica, per cui i singoli clan e gruppi si scambiano, più o meno regolarmente, determinati mezzi di sussistenza e gli strumenti di lavoro, come utensili, armi, ecc. Siccome la produzione degli arnesi richiede condizioni favorevoli, come, p. es., un buon materiale greggio, si venne alla specializzazione: un gruppo si trovò in migliori condizioni per forgiare le spade, un altro i pugnali, un altro per produrre articoli di vestiario e di ornamento. E però s'impose una differenziazione artigiana tra clan e clan. Mentre nella economia dei raccoglitori vi era la uguaglianza dei sessi con una conveniente divisione del lavoro, in questa dei cacciatori superiori si è accresciuta l'importanza economica dell'uomo rispetto alla donna, con la conseguenza di uno squilibrio fra i sessi. Il grande sviluppo dell'idea di Stato con tutte le sue divisioni e suddi-visioni di clan con il loro totem diminui l'importanza della famiglia, ridotta quasi a niente, con molto detrimento della personalità umana. L'economia dei cacciatori superiori sarebbe sorta nel paleolitico superiore, mentre quella dei raccoglitori in quello inferiore, o meglio nel periodo prelitico o alitico, se si può concepire l'uso del legno senza lo sfruttamento della pietra.
3. L'economia agricola
Essa dà i mezzi di sostentamento con la coltivazione delle piante: è un'attività principalmente femminile; l'uomo però vi concorre con il dissodamento e la preparazione del terreno alla semina, con l'ergere, se necessario, siepi di protezione intorno al campo, aiutando alla raccolta, costruendo magazzini e simili cose, e specialmente occupandosi della difesa contro i nemici o gli animali feroci. La più antica forma di coltivazione è quella fatta con il bastone da scavo. Nelle regioni tropicali ogni tre o quattro mesi si fanno piantagioni di taro e yam, per cui si è sempre provvisti di bulbi maturi, essendo l'orto in differenti gradi di maturazione. Vi sono popoli che abbandonano il terreno divenuto sterile, e bruciando la foresta o gli sterpi, preparano la coltivazione in un luogo diverso; altri popoli invece lasciano il terreno in riposo per alcuni anni prima di coltivarlo nuovamente. Alla coltivazione delle piante si aggiunge la piantagione, fatta dagli uomini, degli alberi fruttiferi (mango, dattero, betel, pandanus). Non manca qualche battuta di caccia o pesca fatta dagli uomini, né qualche escursione di raccolta fatta individualmente o in gruppi dalle donne. Per l'irrigazione dei campi si scavano canali, che servono anche al prosciugamento di paludi. Appartiene a questo s. c. l'allevamento del maiale, e del pollame, l'invenzione della ceramica e dei tessuti. L'economia agricola è originariamente famigliare, e siccome ha carattere prevalentemente femminile, sminuendo l'attività economica dell'uomo, ha portato al sistema matriarcale (v. DONNA; MATRIARCATO) e al sorgere, richiedendo stabilità di residenza, del villaggio con le sue case solide e quadrate con tetto a schiena d'asino.4. L'economia pastorale
Si ritiene che il passaggio alla coltivazione delle piante e all'allevamento del bestiame sia stata una delle pietre miliari del progresso tecnico del genere umano, compiutosi nel periodo di transizione dal paleolitico inferiore a quello superiore, o nel neolitico secondo altri. La pastorizia richiede al principio l'addestramento di animali selvatici e la loro moltiplicazione in stato di prigionia. Oggi i popoli turco-tartari usano la carne, specialmente di cavallo, come loro cibo principale, anzi non hanno altro vocabolo per indicare cibo che c'è anche. I Mongoli, gli Altaianti e Chirghisi usano principalmente la carne di agnello. Gli allevatori di renne (Coriacchi, Samoedi, Ostiacci, Lapponi) non usano la carne di renna, se non quando manca loro la selvaggina e si servono delle renne per i viaggi e per il latte. Come bestie da latte tengono però in considerazione primariamente la cavalla, la vacca, la pecora e la capra, secondariamente la renna, la yak, la cammella e l'asina. Il latte è aborrito nell'India non ariana, in Indonesia e nell'Asia orientale. Presso molte altre tribù dell'Africa orientale, dedite alla pasto-rizia, si nota l'uso di bere il sangue dei bovini e dei giovenchi, aprendo loro una vena e cavando loro uno o due litri di sangue. I popoli pastori mangiano la carne e il latte cotti; del resto tutti i popoli del mondo usano il fuoco e tutti, eccetto gli Andamanesi, i Tasmaniani e i Bocango (Congo), lo sanno produrre. L'allevamento del bestiame è attività spiccatamente maschile: si lascia alle donne la cura dei vasi del latte, la concia delle pelli, la costruzione delle tende, la confezione degli indumenti, la macinazione del grano, la cucina dei cibi, talvolta la preparazione della birra e simili. Siccome i pastori hanno bisogno di buoni pascoli per i loro greggi, è loro caratteristica il nomadismo e la transumanza.5. Collaborazione economica
Dall'unione dell'economia agricola con quella dei cacciatori superiori deriva, come si è già accennato, un intenso scambio di beni, che porta allo sviluppo dell'industria e del commercio, della tecnica e dell'arte, nonché dei vasti aggregati sociali come è stato constatato, p. es., in Melanesia, Australia, America ed Africa. Così presso gli agricoltori africani si trovano i vasi, i falegnami e i fabbri, che spesso abitano una parte riservata nel villaggio del gruppo a cui sono uniti, e commerciano i loro prodotti al mercato più vicino, barattandoli con i mezzi di sostentamento (miglio, mais, fagioli) che gli altri hanno in sovrappuoi; oppure lavorano a richiesta. Ogni qual volta i pastori nomadi sono pervenuti a sottomettere questi popoli misti, o gli agricoltori, o i cacciatori superiori, ne sono sorti i grandi imperi arcaici e precaria con il conseguente incremento tecnico dell'agricoltura e dell'artigianato. Gli animali vengono allora impiegati nell'agricoltura con l'aratro, nei trasporti con la trazione dei carri a due o quattro ruote (già nota nel quarto millennio a. C.) mentre in guerra appare l'uso dei carri bellici e della cavalleria. Lo scambio dei beni, che presso i raccoglitori è piuttosto fondato sui contatti tra parenti, porta gradualmente allo sviluppo delle vie e dei mezzi di comunicazione e alla introduzione della moneta primitiva. Questa però viene usata solo per faci-litare e misurare il baratto delle merci, ma non a fine di capitalizzazione. Sono rarissimi i casi in cui la moneta primitiva si tramuta in possesso di bestiame, come, p. es., accade in Buin nel Bougainville (arcipelago Salomone).6. Origini di diversi s. e. — La etnologia ha provato che l'uomo della cultura più primitiva (raccoglitore) non è diverso da tutti gli altri di ogni tempo e di ogni luogo. Gli studiosi della preistoria più autorevoli affermano che anche gli arnesi del primo tempo del pleistocene, attestano la piena razionalità e quindi la spiritualità dell'uomo primordiale.
Gli altri s. e., caccia superiore, pastorizia, agricoltura, provengono indipendentemente dalla raccolta durante il periodo di transizione che va dal paleolitico inferiore a quello superiore.
Lo Hahn seguito da altri ritiene che l'allevamento del bestiame abbia avuto inizio per ragioni magico-religiose nella civiltà agricola presumerica, ove fu poi usato per arare, e donde passò in un secondo tempo agli altri popoli, mentre in Mesopotamia sarebbe nata l'agricoltura. Recentemente il P. Hermanns e il Wolfel, indipendentemente, hanno cercato di dimostrare che la pastorizia incominciò con la pecora e la capra; poi venne addomesticato il bove e con questo l'asino, l'onagro, il cammello; quindi il cavallo e la renna, non dai cacciatori protosamoidi e prototalutici, ma da un popolo cacciatore dell'Asia occidentale tra il Turan e l'Iran. Da qui la pastorizia si irradiò nella Mesopotamia, nell'Asia anteriore e nell'Egitto, poi in Africa e in Europa, quindi nell'India, a Mohenjo Daro, presso i Toda, finalmente nell'Asia centrale e nell'Asia orientale, dove arrivò il bove, ma non il cavallo.
Luigi Vannicelli
II. ECONOMIA DEI POPOLI ANTICHI EVOLUTI
Superata la fase dell'economia primitiva, i più importanti s. e. dell'antichità furono quelli dell'antico Egitto, della Grecia e delle monarchie ellenistiche, dell'antica Roma.
1. Il s. e. dell'antico Egitto. — Si sviluppa nel millennio che comprende le sei dinastie tinte e menfittiche (dal 320 a. C. al 2275 a. C.). Presupposto religioso di tale sistema fu la considerazione del potere dei faraoni come diretta trasmissione del potere degli dèi. Conseguenza dell'essenza religiosa della monarchia nel campo politico fu l'assoluto, sino ed in quello economico-amministrativo la tendenza alla centralizzazione e al volontarismo. Tale tendenza fu accentuata dalle condizioni geografiche (v. EGITTO): dalla particolare importanza delle inondazioni periodiche del Nilo per l'agricoltura e dato il relativo isolamento del paese, era facilitato l'intervento dello Stato che solo poteva realizzare prima i grandi lavori per regolare le acque, poi le grandi costruzioni religiose e statali che bilanciavano la scarsità di attività commerciale.
I due cardini della struttura produttiva dell'antico Egitto sono: l'agricoltura, esercitata prevalentemente in forma individualistica da piccoli proprietari terrieri che vivono con il prodotto del loro fondo, pagando allo Stato imposte dirette in natura e in giornate di lavoro nei vasti possedimenti del faraone o dei templi; l'attività industriale, esercitata prevalentemente in forma monopolistica dallo Stato. Sono monopolio dello Stato le miniere, le cave, le imprese edilizie per le costruzioni pubbliche (piramidi, templi), le fabbriche, dove sono trasformati in manufatti prodotti delle terre demaniali e quelli ricavati dalle imposte in natura. Per conto dello Stato lavorano, oltre agli schiavi, limitati ai prigionieri di guerra, liberi lavoratori ingaggiati contrattualmente. L'amministrazione delle attività economiche dello Stato è affidata a funzionari. Gli scambi interni sono limitati ad assumere la forma di baratto; quelli esterni, pure poco intensi, hanno come direttive la Siria e la Palestina e sono monopolio dello Stato. L'alta produttività del lavoro agricolo libero e i forti guadagni monopolistici dello Stato permettono al s. e. di sostenere le grandi spese improduttive delle costruzioni pubbliche, ma l'estendersi sproporzionato di queste spese alla fine incide sulla produttività dell'agricoltura ed è una delle cause di decadenza. Altre cause sono: l'accertamento della ricchezza nelle mani dei funzionari la cui carica, dopo la quarta dinastia, è divenuta ereditaria; la trasformazione dei lavoratori agricoli liberi in colonie legati giuridicamente al suolo; il formarsi di privilegi fiscali a favore delle grandi proprietà. Dopo la sesta dinastia il s. e. egiziano, con un lento processo di involuzione, perde le sue caratteristiche.
2. I s. e. dell'antica Grecia e delle monarchie ellenistiche. — Hanno il loro sviluppo dal sec. VII al III a. C. Le condizioni geografiche della Grecia ([v.] suolo coltivabile limitato con grande sviluppo costiero) e quelle politiche (consolidarsi della città-Stato e tendenza all'espansione colonizzatrice) favoriscono l'agricoltura intensiva (viticolatura, olivicolatura, frutteto); lo scambio di derrate alimentari, fornite dai popoli stranieri e dalle colonie, contro prodotti industriali ottenuti nella città-Stato; la necessità e quindi lo sviluppo dei trasporti marittimi e del commercio. L'ordinamento giuridico e la struttura produttiva furono notevolmente diversi da città a città. La successione ereditaria fu ammessa ovunque, con limitazioni legali tendenti ad eliminare sia la concentrazione che il funzionamento della proprietà, non tanto per motivi economici, quanto per motivi politici e morali. Diverse furono pure le forme di conduzione dell'impresa agricola. L'agricoltura e l'allevamento costituiscono però nel s. e. greco una fonte di ricchezza secondaria. Più sviluppata fu la piccola industria producente per il mercato. La mano d'opera era prevalentemente fornita da schiavi appartenenti al proprietario dell'impresa o a lui affidati. Nelle città democratiche, e soprattutto in Atene, non mancano anche salariatori liberi cittadini stranieri.
La tecnica commerciale dei Greci raggiunse una perfezione che non sarà superata fino all'avvento del sistema capitalistico moderno. Oltre che diffondere la moneta come intermediario degli scambi, i Greci costituirono fra le varie città-Stato e fra città e colonie veri e propri accordi monetari. Nel periodo dell'apogeo del s. e. greco (v. sec. a. C), essendo divenuta la moneta la principale forma di reddito e di accumulazione, si sentì la necessità di non lasciarla improduttiva e di diffusa il prestito, regolato da precise norme giuridiche ed effettuato da commercianti specializzati.
Con le conquiste di Alessandro Magno il sistema di vita urbano, l'individualismo, lo spirito di iniziativa, la sviluppata tecnica industriale e commerciale dei Greci si innestarono sull'assolutismo orientale, dando vita al caratteristico s. e. delle monarchie ellenistiche. In esso è grandemente diffuso il monopolio di Stato. Allo Stato appartengono direttamente le più grandi proprietà terriere e sulle piccole e medie proprietà cedute ai privati lo Stato si riserva notevoli diritti (servizio militare dei coloni, imposte, corvée). L'attività industriale altamente specializzata è esercitata in fabbriche prevalentemente statali, con mano d'opera schiava o libera assunta contrattualmente. Sussiste pure l'artigianato organizzato in associazioni di mestiere; la sua produzione è però minuziosa, mentre regolata da leggi statali (sono note quelle di Tolomeo in Egitto per la produzione dell'olio e della carta), e l'autorizzazione ad esercitare un mestiere è sottoposta al pagamento di un tributo. Il s. e. delle monarchie ellenistiche decade quando, essendo diminuita la produttività per l'accertamento della ricchezza e l'impoverimento delle classi artigiane e dei lavoratori liberi, l'intervento statale si trasforma in fiscalismo indiscriminato e oppressivo.
3. Il s. e. dell'antica Roma. — Ha il suo sviluppo nell'epoca imperiale, da Ottaviano Augusto (63 a. C.) a Costantino (337 d. C.). L'unità politica, la numerosa popolazione urbana e la sicurezza dei traffici terrestri e marittimi portano ad un armonioso sviluppo delle tre attività produttive: agricoltura, industria, commercio, favorite dalla struttura amministrativa relativamente decentrata e dal prevalente liberismo. Gli interventi dello Stato nell'economia, limitati al campo fiscale e a quello assistenziale, sono empirici e subordinati a interessi politici. L'ordinamento giuridico, che raggiunge con il Corpus iuris civilis una perfezione sconosciuta alle civiltà precedenti, è imperitato sul riconoscimento e la tutela della proprietà immobiliare e mobiliare (compresi gli schiavi) e dei diritti dell'individuo. L'ager romanus prima e l'ager italicus poi erano suscettibili di proprietà completa o quiritaria ed esenti da imposta. Le terre provinciali, assegnate a coloni o a veterani o lasciate agli antichi proprietari, erano gravate da imposte fondiari che sanzionavano il teorico diritto di proprietà di Roma. La piccola proprietà contadina a conduzione diretta e produzione destinata al consumo della famiglia colonica, propria dell'età repubblicana, subisce un processo continuo di concentrazione, favorito dall'affluire di capitali, schiavi e bestiame, conseguenza delle conquiste militari. Ne consegue quella separazione fra proprietà e conduzione del fondo e fra produzione e consumo dei prodotti agricoli che caratterizza il s. e. romano e, costituendo l'agricoltura la principale fonte di ricchezza, giustifica presso alcuni autori, nonostante la mancanza di razionalizzazione del sistema a scopo di lucro e il prevalere della politica sull'economia, la denominazione di «capitalismo agrario». La ridistribuzione di terre ai veterani nel periodo dell'Impero non modifica il sistema, in quanto non crea nuovi poderi contadini ma nuove tenute rurali (latifundia) appartenenti a ricchi possessori urbani, basate sul lavoro schiavo e producenti per il mercato. I prodotti agricoli trovano contropartita nei manufatti industriali, il cui scambio, esteso non solo ai prodotti di lusso, ma anche a quelli di prima necessità, è facilitato dalla buona rete stradale, dall'unificato sistema monetario, dalla tutela legislativa dei contratti e dall'esistenza del prestito a interesse.
Il commercio è un importante fonte di ricchezza, ma i suoi guadagni sono prevalentemente investiti in acquisto di terre. L'industria è decentralizzata ed esercitata in forma di piccola impresa artigiana con aiuto di lavoro servile; tecnicamente è poco progredita e non raggiunge il livello dell'industria greca ed ellenistica.
Con la fine delle conquiste militari, la concentrazione della ricchezza terriera, la scarsa produttività dell'industria, il cui sviluppo si arresta per il restringersi del mercato dovuto alla povertà generale della massa dei consumatori, l'aumento del carico fiscale, a cui non possono far fronte le imposte tradizionali, imprimono al s. e. un moto involutivo. Anche la struttura amministrativa si modifica: lo Stato ricorre alle imposte straordinarie in natura e in lavoro (liturgie), della cui esazione si rendono responsabili, prima collettivamente poi individualmente, i ricchi borghesi cittadini. Sotto Diodiciano e Costantino si intensificano gli interventi statali (calmieri, facilitazioni all'acquisto di strumenti ai piccoli coloni, ecc.) ma la mancanza di sistematicità li rende inefficaci.
III. I. S. E. MEDIEVALI. — Sono l'economia feudale e l'economia cittadina.
1. L'economia feudale (
V. FEUDALESIMO)
Va dal sec. IX al sec. XI ed ha come presupposti la formazione della società feudale conservatrice e particolaristica e la continua diminuzione della densità della popolazione. La proprietà immobiliare è concentrata nelle mani dei feudatari, che la coltivano in modo estensivo e senza scopo di lucro. I servi lavorano la terra o per conto del signore o per conto proprio: in questo caso versano al signore un canone ed una parte del raccolto. Altri diritti economico-fiscali del feudatario sono: la riscossione di pedaggi; il diritto alle cosiddette banalità (obbligo del servizio di servizi esclusivamente e a pagamento del forno, del mulino, del frantoio del feudatario), il diritto di uscire dal colono senza figli, il diritto esclusivo di caccia e pesca, ecc. Dato che il sistema fiscale è basato esclusivamente sulle imposte in natura e sui servizi, cioè è legato al numero e alla stabilità dei servizi del fondo, vengono imposti vari limiti alla mobilità della popolazione (divieto di uscire dal fondo, divieto di contrarre matrimonio con persona estranea al feudo, ecc.). La produzione industriale per il mercato non esiste: i manufatti di prima necessità provengono da artigiani che producono su ordinazione o, in massima parte, sono frutto di lavorazione casalinga. Ne deriva un commercio limitatissimo esercitato da mercanti girovaghi, faticosamente organizzati in periodiche fiere. La circolazione monetaria è scarsissima e non permette il formarsi di una ricchezza mobiliare. Tutta l'economia feudale è una economia anticommerciale, senza rischi e quindi tendenzialmente statica.2. L'economia cittadina (dal sec. XI al sec. XV). — Si sviluppa con la rinascita della vita urbana e con la formazione del Comune a struttura democratica. Una notevole influenza sulla Crociate (v.), che ripercorre la staticità dell'economia feudale, aprendo i mercati del Levante e mobilitizzando uomini e capitali. La proprietà e lo sfruttamento della terra sono frazionati: la produttività è notevolmente aumentata dall'affluire di capitali e dal diffondersi di sistemi razionali di irrigazione e prosciugamento. La politica economica autarchica dei Comuni favorisce il sorgere di nuove industrie; la produzione mantiene il carattere artigiano, ma si forma la nuova categoria dei mercanti-imprenditori, che organizzano l'attività di più artigiani, fornendo capitali e materie prime e assumendo i rischi della produzione per il mercato.
Caratteristica dell'economia cittadina è CORPORAZIONE (v.). Da associazione professionale libera, con l'iscrizione divenuta obbligatoria la corporazione assume la figura di un monopolio professionale. Gli scambi, sia interregionali che internazionali, sono attivissimi; la circolazione monetaria è abbondante, ma insufficiente ai bisogni dello scambio, a cui provvede largamente il credito. In questo periodo, LUSSURIA (v.), si riconoscono motivi legittimi per il pagamento di una indennità al prestatore (danno emergente, lucro cessante, rischio, ecc.). L'attività dei banchieri fiorentini e fiamminghi dà luogo ad una tecnica sviluppata del credito. Il sistema fiscale delle città si basa sulle imposte indirette quali entrate ordinarie; sulle imposte dirette, sui prestiti pub
blici e sulla svalutazione monetaria, quali entrate straordinarie.
IV. I. S. E. DELL'ETÀ MODERNA E CONTEMPORANEA. — 1. Il s. e. mercantilista (
V. MERCANTILISMO)
Si manifesta in modo più o meno organico in tutti gli Stati europei dal sec. XVI alla fine del XVIII, ma raggiunge il suo massimo sviluppo in Francia e in Inghilterra nel sec. XVII. I suoi presupposti sono forniti dalla necessità pratica degli Stati unitari di recente formazione di avere a disposizione entrate costanti, sicure e ingenti per sopprimere ai loro bisogni (spese di organizzazione, di amministrazione, militari, ecc.). Il sistema mercantilista dà luogo ad una serie di interventi dello Stato, miranti ad aumentare la ricchezza nazionale, di cui la moneta si considera espressione e misura. Esso si svolge in tre fasi. Nella prima gli interventi si limitano a proibire l'esportazione delle monete. Nella seconda fase gli interventi tendono ad accrescere la quantità di moneta all'interno, attraverso il controllo dei singoli contratti del commercio estero. Nella terza fase, che corrisponde al massimo sviluppo del sistema, lo Stato mira ad influire indirettamente sulla bilancia commerciale, creando nel paese le condizioni favorevoli all'esportazione e sfavorevoli all'importazione dei prodotti finiti (v. MERCANTILISMO; CROMWELL, OLIVER). Il sistema economico mercantilista favorì il passaggio dall'economia cittadina al capitalismo moderno, da cui differisce per l'accertamento volontariismo, cioè per la fiducia in un benessere economico non spontaneo, realizzabile con il preordinato intervento dell'autorità.2. Il s. e. capitalista (
V. CAPITALISMO)
liberismo (v.), che la Rivoluzione Americana (1776) e la Rivoluzione Francese (1789) avevano affermato in politica, che la fisiocrazia (v.) prima e la scuola classica (v. ADAMO) poi avevano affermato in economia, con la fiducia in un ordine economico benefico e spontaneo. Caratteristiche tecniche di questo sono: il rinnovamento della tecnica agraria con l'introduzione della rotazione quadriennale e della concimazione artificiale; il rinnovamento della tecnica industriale con l'introduzione crescente delle macchine; il rinnovamento della tecnica dei trasporti terrestri con la creazione delle linee ferroviarie, e di quelli marittimi con le navi a vapore.Le conseguenze della mutata situazione ideologica e tecnica sono: capitale (v.) dal lavoro per passare nelle mani dell'imprenditore che organizza la produzione, presentandosi sul mercato come venditore del prodotto e come acquirente delle materie prime e del lavoro, considerato una merce; l'impiego di capitali fissi in misura crescente e in proporzione superiore a quella dei capitali circolanti; la divisione e la razionalizzazione del lavoro; la ricerca di un mercato sempre più vasto e le continue trasformazioni della combinazione dei fattori produttivi e delle dimensioni dell'impresa per adeguarli alle variazioni qualitative e quantitative del mercato stesso; l'economia monetaria altamente sviluppata per facilitare la formazione e la distribuzione dei risparmio; il prevalere delle imprese collettive su quelle individuali e quindi la separazione della proprietà (azionisti) dalla gestione (amministratori) dell'impresa; la proleterizzazione della classe lavoratrice che, pur essendo necessaria cooperatrice del capitale nella produzione, è antagonista del capitale stesso nella distribuzione del prodotto, e la conseguente lotta di classe. Il s. e. capitalista presenta caratteristiche molto complesse e difficilmente schematizzabili per il dinamismo insito nel sistema stesso. Si può considerare il suo sviluppo come diviso in tre periodi.
Il primo (nei paesi economicamente più progrediti da Italia fine del sec. XVIII alla metà del sec. XIX) è il periodo della trasformazione della tecnica agricola e industriale; del predominio dell'iniziativa privata dell'imprenditore-proprietario; del formarsi della coscienza di classe fra i lavoratori abbandonati a se stessi in un mercato del lavoro ad essi sfavorevole per la minore resistenza contrattuale, per la concorrenza della mano d'opera femminile e infantile, per la deficienza di organizzazione e di protezione legale.
Il secondo periodo (2a metà del sec. XIX) è caratterizzato dal predominio dell'elemento speculativo-finanziario su quello industriale; dallo sviluppo delle grandi imprese e dalla lotta per la conquista dei mercati internazionali. Le organizzazioni sindacali si rafforzano e il salario viene determinato attraverso la contrattazione collettiva. Lo Stato interviene nei rapporti sociali con le leggi sulla tutela fisica del lavoratore e sulla durata del lavoro. È in questo periodo che appaiono in tutta la loro evidenza le deficienze del sistema: rinnovarsi periodico di depressioni con conseguente disoccupazione di massa e sperequazione nella distribuzione della ricchezza.
Il terzo periodo (dalla fine del sec. XIX alla prima guerra mondiale) è caratterizzato dagli accordi fra le grandi imprese per passare dal regime di concorrenza a quello di coalizione (o quasi-monopolio). Le imprese, incapaci di reagire alle variazioni della domanda con corrispondenti variazioni dell'offerta per causa degli eviti costi fissi e della relativa rigidità dei salari, rinunciano in parte alla propria individualità e libertà di iniziativa per accordarsi con altre imprese formando gruppi, cartelli o trust nazionali e internazionali. Le imprese accreditano l'uso di una politica monopolistica dei prezzi. In questo periodo la vasta legislazione sociale e la contrattazione collettiva dei salari fanno assumere ai rapporti fra datori di lavoro e lavoratori un carattere semi-pubblico, senza però attenuare la separazione e l'antagonismo.
3. Il s. e. collettivista. — È stato attuato in Russia con la Rivoluzione bolscevica (1917). Presupposto filosofico materialismo storico (v.) di C. Marx; presupposto politico la contemporanea realizzazione della distanza del proletariato, con l'abolizione delle classi sociali, della proprietà e dell'iniziativa privata (v. BOLSCEVISMO).
6. Il sistema di economia regolata (o programmatica o parzialmente pianificata)
Si afferma in forma più o meno definita in tutti gli Stati, ad eccezione della U.R.S.S., dalla fine della prima guerra mondiale ad oggi. Esso consiste in un intervento diretto e sempre più esteso dello Stato nella vita economica, per modificare i risultati delle azioni economiche dei singoli e coordinare i fini individuali con i fini sociali. Nell'attuale fase di sviluppo dell'economia regolata i fini sociali, teoricamente indicati nel raggiungimento della giustizia sociale, si concentra la creazione della tendenza alla piena occupazione e alla più equa distribuzione della ricchezza. Il sistema di economia riconosce la proprietà e l'iniziativa privata, ma le sottomette a limiti giuridici (espropriazione, ammassi, ecc.) ed economici (controllo degli investimenti, nazionalizzazione, controllo degli scambi, ecc.). I presupposti del sistema di economia regolata vanno ricercati: i) nella nuova struttura del mercato dei prodotti e dei fattori produttivi, che è passato da mercato di concorrenza a mercato di coalizione; 2) nell'incapacità del sistema capitalista a superare le sue deficienze: i) il sistema economico e il sistema sociale; 3) nella mutua conoscenza dei rapporti tra lo Stato e l'economia, con l'inserimento, fra le funzioni essenziali dello Stato, dell'attuazione della giustizia sociale.Gli interventi statali che realizzano l'economia regolata variano da Stato a Stato, per adeguarsi alle diverse situazioni economiche preesistenti. Essi si possono raggiungere in: interventi di politica monetaria: manovra del saggio di sconto, crediti privilegiati, ecc.; interventi di politica degli scambi internazionali: accordi bilaterali e plurilaterali, controllo dei cambi, dazi protettivi, premi all'esportazione, ecc.; interventi di politica sociale: le legislazione e assicurazioni sociali, orientamento e selezione professionale, ecc.; interventi diretti nella produzione: nazionalizzazione di industrie chiavi, lavori pubblici, fissazioni di prezzi superiori (p. es., Agricultural adjustment act statunitense del 1931) o inferiori (p. es., i cosiddetti prezzi politici) al prezzo di mercato, ecc.; interventi di politica della congiuntura, miranti a prevenire le espansioni (controllo del credito, limiti dell'autofinanziamento delle imprese, ecc.) o a risollevare le depressioni (lavori pubblici, aumento della circolazione monetaria, ecc.).
Tali interventi presi separatamente sono propri di qualsiasi s. c., ma nell'economia regolata assumono particolare importanza, perché sono preordinati e coordinati fra loro in vista del raggiungimento di un unico fine economico-sociale. L'economia regolata porta profonde modificazioni al sistema fiscale con l'introduzione del bilancio economico dello Stato, cioè del bilancio imposto su criteri non esclusivamente finanziari, e alla struttura amministrativa dello Stato, con la creazione di organi nuovi (Ministeri del bilancio o della produzione, Consigli superiori dell'economia, ecc.) o con l'ampliamento delle funzioni di organi già esistenti. Forme particolari di economia regolata sono: i) s. e. corporativo, attuato dal regime fascista in Italia (v. CORPORAZIONE), e i. s. e. laburista inglese (v. LABURISMO). L'economia regolata pone il problema dei rapporti fra libertà individuale e autorità dello Stato.
Una volta abbandonato l'autonomismo nei rapporti economici internazionali, proprio del sistema di cambio auro, sistema incompatibile con il raggiungimento della piena occupazione e della sicurezza sociale e quindi con l'economia regolata, la regolamentazione dei rapporti stessi non è concepibile se non con criteri comuni e organici fra i vari Stati, perciò l'economia regolata pone anche il problema della cooperazione internazionale, di cui sono esempi l'Unione Europea dei Pagamenti (E.P.U.), le Unioni doganali, ecc.