MATRIARCATO. - Istituto sociale, nel quale, per l'appartenenza alla tribù, al nome, alla proprietà, si segue la discendenza matrilineare.
I. SCOPERTA
Scopritore del m. è ritenuto il Bachofen (v. primitivi), ma sarebbe più giusto dirlo riscopritore, perché, come ha rilevato P. Koppers, primo a segnalarlo fu il p. Laffiau, missionario gesuita, il quale, studiando la cultura degli Irochesi dell'America settentrionale, ne intravide certe somiglianze con quella dei popoli ellenistici, specialmente dei Lici dell'Asia Minore.II. DENOMINAZIONE
Lo sviluppo dell'etnologia nella conoscenza dei popoli delle diverse parti del mondo ha portato alla distinzione di parecchie forme di m. e allo studio delle loro relazioni reciproche e genetiche. Si ha una forma di m. puro ed altre di m. misto, cioè incrociato con altre forme caratteristiche della civiltà primitiva. Il m. puro è stato chiamato da G. Montandon « cultura paleomatiarcale » rispetto a quella « neomatiarcale », fondandosi sulla valutazione secondo il tempo delle forme di m.; da Fr. Gräbner: « ciclo culturale papuasiano », da B. Ankermann: « ciclo culturale dell'Africa occidentale », fondandosi rispettivamente sulle regioni geografiche studiate; da Foy-Gräbner: « cultura delle due classi » e dal p. W. Schmidt: « ciclo culturale matriarcale esogamico », fondandosi, più propriamente, sui caratteri interni del m. puro.III. SOCIOLOGIA
Il m. puro si distingue, per la divisione della tribù, in due gruppi, gli appartenenti ai quali non possono contrarre matrimonio nel proprio gruppo ma solo rispettivamente nell'altro, per cui i due gruppi sono chiamati « classi matrimoniali esogamiche ». La donna gode di spiccata supremazia rispetto all'uomo nella famiglia e nella società, supremazia che si manifesta nel diritto di proprietà dei beni, nell'appartenenza della prole, nel matrimonio (v. primitivi; etnologia), e può giungere fino ad una vera ginecocrazia, come si vedrà.Per il grande ascendente che acquista la donna nel m., l'iniziazione dei giovani cade in disuso e si pone in evidenza l'iniziazione delle ragazze dopo la prima mestruazione. Questa iniziazione non riveste quel carattere che ha presso i popoli raccoglitori e totemisti, come trasmissione della cultura degli antenati alla giovane generazione, e non ha nemmeno un carattere politico, perché non significa l'ammissione nella tribù, ma è di indole soltanto famigliare e individuale; è una dichiarazione di nubilità della donna, volendosi festeggiare nello stesso tempo la fecondità della futura madre di famiglia, continuatrice della medesima. In tale occasione la ragazza deve osservare delle prescrizioni e tale iniziazione costituisce un altro indice evidente del fatto che in quella cultura la donna è tutto e l'uomo è niente. Ma ciò si manifesta ancor più chiaramente in due costumanze tipiche. Una è la cosiddetta covada, che è in uso presso molti popoli matriarcali: alla nascita della prole non è la puerpera che osserva il riposo e le altre regole d'uso,

(da I costumi del mondo, a cura di W. Hutchinson, I, Milano 1918, p. 105)
Ma l'uomo ha poi reagito alla supremazia della donna, ricorrendo alla particolare attitudine maschile di organizzatore, fondando speciali società segrete (sotto l'aspetto giuridico V. DIRITTO, IX. Il d. presso i primitivi), con relative danze mascherate. Queste società sono generalmente antifemministe, sia perché le donne ne sono assolutamente escluse, sia perché è proibito far conoscere alle donne, come pure ad ogni persona non iniziata, tutto ciò che si insegna e si fa nelle riunioni. Le danze mascherate, per cui le donne non possono riconoscere i danzatori, vengono eseguite dagli uomini per spaventare le donne e costringerle a fornire loro certi cibi vegetali in abbondanza. Trattasi di manifestazioni che compromettono fortemente la dignità della donna e particolarmente l'autorità della madre. Il male si accresce, nota giustamente il Koppers, quando l'accesso alle società segrete non dipende più dall'età, ma dalla somma che il candidato, specialmente il padre, può versare. Così finirono per esservi ammessi dei ragazzi, che fin dalla loro prima giovinezza subirono un'educazione e un'influenza ostile alle donne e alla madre. E però il m. si trasforma in una cultura simile a quella totemista, in cui la donna, anziché essere apprezzata, diviene oggetto di deplorevole disprezzo.
Quando il m. s'incrocia con il totemismo, si hanno sviluppi molto vari, tanto da apparire spesso civiltà originali. Le due classi matrimoniali si suddividono in sottogruppi, clan totemici, e le classi si chiamano fratrie. Presso i Volgal dell'Australia sud-orientale, p. es., vi è la fratria astore e la fratria cornacchia. La prima comprende i clan totemici del canguro, dell'emu, del cane, dello sciurottero, del pipistrello, ecc.; la seconda quelli del vombat, del serpente bruno, del bandicut, dell'echidna, ecc. Ma l'organizzazione si complica molto, allorché la
tribù si divide in quattro classi matrimoniali e in otto, che per riduzione possono essere anche sei. Per comprendere la complessità di questa organizzazione si può esaminare brevissimamente la tribù dei Nyamai, che consta di quattro classi, Banaca, Burong, Palyeri e Caimera. Se un individuo appartiene alla classe Banaca, tutti coloro che egli chiama « fratello », « sorella », e « nonno », padre del padre, sono parimenti Banaca; coloro che chiama « padre », o « figlio » sono della classe Palyeri; quelli chiamati da lui « madri » e « zii », fratelli della madre, sono della classe Burong. Egli può scegliere la moglie tra le cugine, figlie del fratello della madre, cioè tra le Caimera, sicché, seguendo questa regola: un Banaca può sposare una Caimera, eccettuate le Caimera sue parenti; gli è proibito di prendere moglie nelle altre tre classi; la sposa e lo sposo devono essere della stessa generazione. Il Raddiffe-Brown sintetizza queste leggi così: un Banaca sposa una Caimera, i figli saranno dei Palyeri; un Burong sposa una Palyeri, i figli saranno dei Caimera; un Caimera sposa una Banaca, i figli saranno dei Burong; un Palyeri sposa una Burong, i figli saranno dei Banaca.
Il matrimonio è negoziato dai genitori, che possono prendere le relative decisioni anche prima della nascita dei figli futuri sposi. Quando l'organizzazione delle classi sparisce, il matrimonio è regolato dalla parentela di consanguineità. Si ha allora il « ciclo culturale del m. libero » del p. Schmidt, la « cultura melanesiana » del Grabner e la « cultura dell'arco » del Foy-Grabner.
Talvolta il m. è giunto ad essere una ginecocrazia, come è avvenuto presso gli Huroni dell'America settentrionale. Se ne ha un saggio in quello che dice enfaticamente il p. Lafita sulla posizione della donna presso di essi: « Niente è più reale di questa superiorità della donna. Sulle donne riposa propriamente la nazione, la nobiltà del sangue, la successione delle generazioni, la conservazione della famiglia. In loro è riposta tutta la vera autorità; il paese, i campi, e tutte le messi appartengono a loro. Esse sono l'anima delle riunioni del consiglio, le arbitre della guerra e della pace, hanno la sovrintendenza del tesoro pubblico. A loro vengono dati gli schiavi; esse fanno i matrimoni; i figli dipendono da loro e nel loro sangue è fondata la successione. Gli uomini al contrario sono completamente isolati e ridotti a se stessi; i figli sono loro estranei; con loro tutto va a terra; è soltanto la donna che mantiene la casa; dove al contrario fossero soltanto uomini in casa, per quanto numerosi potessero essere, la famiglia si estinguerebbe ».
IV. RELIGIONE
La credenza dell'Essere supremo è stata oscurata dalla mitologia lunare e dal culto dei morti, che sono manifestazioni culturali proprie del m. La luna è concepita come donna e come madre copostipite, che dà la vita a figli gemelli, dei quali uno è un eroe sapiente, la luna piena, l'altro è uno sciocco e stolto, la luna oscura, e sono messi in relazione con il sistema delle classi. La luna piena ha assunto poi tante caratteristiche dell'Essere supremo. È in relazione con la mitologia lunare l'ornamento pettorale a forma di falce o di tridente. Nell'incrocio del m. con il totemismo la mitologia lunare si combina con quella solare, propria del totemismo. Il sole prende il posto della luna piena. La classe del sole ha per contrassegni gli animali solari, per lo più uccelli rapaci come il falcone, lo sparviere, l'aquila, ma anche animali terrestri quali il leone e il lupo, benché meno spesso; la classe lunare assume per suoi distintivi animali lunari, come il lepre, la cornacchia, ma anche il serpente. Nel m. è in uso il cosiddetto duplice seppellimento, cioè dopo un certo tempo, quando le carni si sono consumate, il cadavere viene disseppellito, il teschio viene tenuto a parte in venerazione, mentre il resto dello scheletro torna ad essere seppellito.Per dare un'idea di ciò che si fa per i morti in una cultura mista matriarcale-totemista, ecco alcune notizie dal p. C. Salerio, missionario dell'Istituto delle Missioni Estere di Milano, sul culto dei morti presso gli abitanti dell'isola Woodlark, all'oriente della Nuova Guinea nella Melanesia. È un popolo con una organizzazione di otto classi. Morendo il capo del villaggio, gli altri villaggi hanno diritto al saccheggio del villaggio del morto per
punire gli stregoni, che hanno cagionato quella perdita. Il villaggio si riscatta da questo saccheggio, generalmente, con l'offre qualche maiale o altro dono notevole. Il sepolcro (ogni famiglia ne ha uno) è sacro, tenuto ben pulito e ornato con piante odorifere, ed è il luogo più inviolabile. Portano il lutto ca. un anno; lo portano tutti i villaggi alla morte di un capo. Questo lutto consiste nel radersi la testa e tingersi tutto il corpo in nero con carbone di cocco. La donna in lutto veste meno elegantemente, ma con vesti più larghe, scendeni fino al piede. Celebrano « la festa dei morti » (Jumalare), che è la festa più religiosa. Dopo si fa la piantagione degli ignami, che è preceduta da cinque o sei giorni di pesca generale, per tutti i villaggi di una baia. Il cibo, debitamente cucinato e preparato, è collocato in fondo alla capanna, dietro una stuoia, e s'invitano i defunti con lagrime e gemiti. Indi ciascuno si ritira, siede sul suo banchetto che è al fianco della porta della capanna, e parla delle glorie dei suoi antenati, mentre i morti si suppone stiano mangiando. Poi, stanchi di aspettare, battendo intorno alla capanna, congedano i loro morti invitati, e si congratulano della loro temperanza (i grandi devono mangiar poco). La famiglia non mangia il banchetto dei propri morti e offre il tutto agli amici e ai parenti. In ultimo, alla sera, si fa di nuovo fracasso per ricacciare le anime dei defunti (serii) alle loro tombe. C'è, dunque, il concetto dell'immortalità dell'anima. Quando uno muore, prescindendo da ogni considerazione di moralità, la sua anima s'incammina verso il Tum, paradiso animalesco, luogo di delizie, che si immagina abbia sede in una isoletta disabitata all'occidente dei Muju (Woodlark).
Nelle culture matriarcali è molto sviluppato l'animismo ed è presente anche la magia. Esiste l'infanticidio. Il culto del teschio viene praticato specialmente nelle società segrete. Queste usano le maschere a forma di torre, che sorpassano la testa e coprono il corpo, come nelle società Duk-Duk, o sono plastiche, e, quando il m. s'incrocia con il totemismo, raffigurano i rispettivi animali. Le maschere vengono adoperate dagli uomini delle società segrete, quando fanno le rappresentazioni, germe del futuro dramma, spesso congiunte con declamazioni e danze. Quando il m. s'incrocia con il totemismo vengono in uso i riti cruenti di fecondazione della terra, che nel m. più tardivo è messa in relazione con quella sessuale.
V. ECONOMIA ED ETGOLOGIA
Nel m. i mezzi di sostentamento della vita vengono dall'agricoltura, fatta prima con il bastone da scavo, poi con la zappa e finalmente con l'aratro, tirato da un animale, p. es., il bue (v. SISTEMI ECONOMICI). L'agricoltura non fu ritenuta in Australia. La zappa è di pietra, fissata ad un manico di legno con due legamenti. Sono proprie del m. le armi bianche e le armi contundenti, specialmente le pesanti mazze o clave. Si usa lo scudo piatto, spesso fissato ad una impugnatura. Gli strumenti musicali del m. sono il flauto di Pan e l'arco musicale, poi anche il tamburo in legno. La barca risulta di tavole, ma senza bilanciere, salvo per l'Australia ove è fatta di scorza di albero. Si fabbricano panieri, canestri e altri oggetti di uso per la pesca con lavori di graticciato pletogenico. La ceramica è dipinta ad ornamenti a forme rotonde, meandri e circoli concentrici. La casa è una capanna in legno, quadrata o rettangolare, con tetto a spioventi. Nella cultura stessa vengono sorgendo villaggi, che si reggono a regime democratico.VI. ORIGINE
In base al complesso culturale matriarcale dei Lici e degli Irochesi il p. Lafitau concluse, come si è detto, per una loro dipendenza genetica. Questa conclusione, osserva il p. Koppers, era in fondo retta, ma per quel tempo era prematuro parlare, come fece quel missionario, di dipendenza tra i due popoli. È giusto scorgere una connessione tra i Lici e gli Irochesi, ma non è possibile concepirla attraverso un'emigrazione diretta dai territori pregreci all'America settentrionale. Siccome i Lici e gli Irochesi erano partecipi di un complesso matriarcale in ambito molto più vasto, era giustificato concludere nel senso di una loro dipendenza genetica, ma assolutamente arbitrario pensare a relazioni
(da I costumi del mondo, a cura di W. Hutchinson. I. Milano 1915, t.n. 1, 1.)
VII. CONCLUSIONE
La Laviosa Zambotti ha rilevato l'importanza dell'agricoltura nella storia umana, dicendo che fu l'ultima grande corrente culturale a diffondersi fin negli angoli più lontani della terra, e a rimanervi relegata - quindi, presumibilmente, senza fondamentali alterazioni - fino alla diffusione mondiale, dopo il sec. XV, della civiltà occidentale europea. Se però si giudica il m. nelle sue forme più antiche e sotto l'aspetto morale, si deve dire che gli è mancata l'armonia delle relazioni e delle attività maschili e femminili. Infatti nel m., a detta del p. Schmidt, il padre non può essere abbastanza padre come dovrebbe esserlo, ma anche la madre non è madre nel modo e nella misura in cui potrebbe, perché è troppo sorella e figlia, troppo dipendente dal fratello maggiore e dalla madre. La prole è troppo unicamente sua e non è il fruttofelice dell'unione con un altro essere amato e del vincolo di amore che unisce questo a lei, perciò i motivi dell'amore materno vi appaiono sminuiti ed indeboliti.