MATRIARCATO. - Istituto sociale, nel quale, per l'appartenenza alla tribù, al nome, alla proprietà, si segue la discendenza matrilineare.
I. SCOPERTA
Scopritore del m. è ritenuto il Bachofen (v. primitivi), ma sarebbe più giusto dirlo riscoprire, perché, come ha rilevato P. Koppers, primo a segnalarlo fu il p. Lafita, missionario gesuita, il quale, studiando la cultura degli Irochesi dell'America settentrionale, ne intravvide certe somiglianze con quella dei popoli ellenistici, specialmente dei Lici dell'Asia Minore.II. DENOMINAZIONE
Lo sviluppo dell'etnologia nella conoscenza dei popoli delle diverse parti del mondo ha portato alla distinzione di parecchie forme di m. e allo studio delle loro relazioni reciproche e genetiche. Si ha una forma di m. puro ed altre di m. misto, cioè incrociato con altre forme caratteristiche della civiltà primitiva. Il m. puro è stato chiamato da G. Montandon «cultura paleomatriarcale» rispetto a quella «neomatriarcale», fondandosi sulla valutazione secondo il tempo delle forme di m.; da F. Gräbner: «ciclo culturale papuasiato», da B. Ankermann: «ciclo culturale dell'Africa occidentale», fondandosi rispettivamente sulle regioni geografiche studiate; da Foy-Gräbner: «cultura delle due classi» e dal p. W. Schmidt: «ciclo culturale matriarcale esogamico», fondandosi, più propriamente, sui caratteri interni del m. puro.MATILDE (MECHTILD) di MAGDEBURGO. - Mistica cistercense, n. da nobile famiglia nel 1212, m. nel monastero di Helfta nel 1283. Favorita, fin dai 12 anni, di grazie mistiche straordinarie, lasciò la famiglia e visse, come beghina, a Magdeburgo, una vita di assidua preghiera e di eroica mortificazione sotto la guida dei Domenicani.
Là, nel periodo 1250-69, compose il libro meraviglioso delle sue visioni e rivelazioni, al quale il Signore ordinò di dare il titolo di Vliesende licht miner gotheit in allu dieherzen, die da lebent ane valscheit, comunemente conosciuto col titolo Das fliesende Licht e ne consegnò i fogli separati al domenicano Enrico di Halle, che li ordinò formandone 6 libri; un settimo M. ne aggiunse a Helfta, dove si ritirò nel 1270 dopo le molte incomprensioni e contraddizioni subite. A Helfta trovò Matilde di Hackeborn e Gertrude la Giande, più giovani di lei, sulle quali certamente influì con la sua opera, soprattutto riguardo alla devozione al S. Cuore, specialmente con la visione avuta da essa a Magdeburgo, ca. il 1290, nella quale le era apparso il Cuore di Gesù ferito, quale simbolo dell'amore del Redentore per gli uomini.
L'opera di M., che comprende prose, interrotte di tanto in tanto da poesie, dimostra in lei un gusto squisito e un talento poetico meraviglioso e fiorito; ma è soprattutto notevole come precorritrice della devozione intensa al S. Cuore, di cui dipinse i tesori di bontà e di misericordia. Chiamata santa da parecchi autori, M. di M. non fu mai canonizzata, né consta abbia goduto di alcun culto pubblico.
III. SOCIOLOGIA
Il m. puro si distingue, per la divisione della tribù, in due gruppi, gli appartenenti ai quali non possono contrarre matrimonio nel proprio gruppo ma solo rispettivamente nell'altro, per cui i due gruppi sono chiamati «classi matrimoniali esogamiche». La donna gode di spiccata supremazia rispetto all'uomo nella famiglia e nella società, suorezza che si manifesta nel diritto di proprietà dei beni, nell'appartenenza della prole, nel matrimonio (v. primitivi; etnologia), e può giungere fino ad una vera ginecocrazia, come si vedrà.Per il grande ascendente che acquista la donna nel m., l'iniziazione dei giovani cade in disuso e si pone in evidenza l'iniziazione delle ragazze dopo la prima menstruazione. Questa iniziazione non riveste quel carattere che ha presso i popoli raccoglitori e totemisti, come trasmissione della cultura degli antenati alla giovane generazione, e non ha nemmeno un carattere politico, perché non significa l'ammissione nella tribù, ma è di indole soltanto famigliare e individuale; è una dichiarazione di nubilità della donna, volendosi festeggiare nello stesso tempo la fecondità della futura madre di famiglia, continuatrice della medesima. In tale occasione la ragazza deve osservare delle prescrizioni e tale iniziazione costituisce un altro indice evidente del fatto che in quella cultura la donna è tutto e l'uomo è niente. Ma ciò si manifesta ancor più chiaramente in due costumanze tipiche. Una è la cosiddetta covada, che è in uso presso molti popoli matriarcali: alla nascita della prole non è la puerpera che osserva il riposo e le altre regole d'uso,
tribù si divide in quattro classi matrimoniali e in otto, che per riduzione possono essere anche sei. Per comprendere la complessità di questa organizzazione si può esaminare brevissimamente la tribù dei Nyamal, che consta di quattro classi, Banaca, Burong, Palyeri e Caimera. Se un individuo appartiene alla classe Banaca, tutti coloro che egli chiama « fratello », « sorella », e « nonno », padre del padre, sono parimenti Banaca; coloro che chiama « padre », o « figlio » sono della classe Palyeri; quelli chiamati da lui « madri » e « zii », fratelli della madre, sono della classe Burong. Egli può scegliere la moglie tra le cugine, figlie del fratello della madre, cioè tra le Caimera, sicché, seguendo questa regola: un Banaca può sposare una Caimera, eccettuate le Caimera sue parenti; gli è proibito di prendere moglie nelle altre tre classi; la sposa e lo sposo devono essere della stessa generazione. Il Raddiffe-Brown sintetizza queste leggi così: un Banaca sposa una Caimera, i figli saranno dei Palyeri; un Burong sposa una Palyeri, i figli saranno dei Caimera; un Caimera sposa una Banaca, i figli saranno dei Burong; un Palyeri sposa una Burong, i figli saranno dei Banaca.
Il matrimonio è negoziato dai genitori, che possono prendere le relative decisioni anche prima della nascita dei figli futuri sposi. Quando l'organizzazione delle classi sparisce, il matrimonio è regolato dalla parentela di consanguineità. Si ha allora il « ciclo culturale del m. libero » del p. Schmidt, la « cultura melanesiana » del Grabner e la « cultura dell'arco » del Foy-Grabner.
Talvolta il m. è giunto ad essere una ginecocrazia, come è avvenuto presso gli Huroni dell'America settentrionale. Se ne ha un saggio in quello che dice enfaticamente il p. Lafita sul posizione della donna presso di essi: « Niente è più reale di questa superiorità della donna. Sulle donne riposa propriamente la nazione, la nobiltà del sangue, la successione delle generazioni, la conservazione della famiglia. In loro è riposta tutta la vera autorità; il paese, i campi, e tutte le messi appartengono a loro. Esse sono l'anima delle riunioni del consiglio, le arbitre della guerra e della pace, hanno la sovrintendenza del tesoro pubblico. A loro vengono dati gli schiavi; esse fanno i matrimoni; i figli dipendono da loro e nel loro sangue è fondata la successione. Gli uomini al contrario sono completamente isolati e ridotti a se stessi; i figli sono loro estranei; con loro tutto va a terra; è soltanto la donna che mantiene la casa; dove al contrario fossero soltanto uomini in casa, per quanto numerosi potessero essere, la famiglia si estinguerebbe ».
IV. RELIGIONE
La credenza dell'Essere supremo è stata oscurata dalla mitologia lunare e dal culto dei morti, che sono manifestazioni culturali proprie del m. La luna è concepita come donna e come madre capostipite, che dà la vita a figli gemelli, dei quali uno è un eroe sapiente, la luna piena, l'altro è uno sciocco e stolto, la luna oscura, e sono messi in relazione con il sistema delle classi. La luna piena ha assunto poi tante caratteristiche dell'Essere supremo. È in relazione con la mitologia lunare l'ornamento pettorale a forma di falce o di tridente. Nell'incrocio del m. con il totemismo la mitologia lunare si combina con quella solare, propria del totemismo. Il sole prende il posto della luna piena. La classe del sole ha per contrassegni gli animali solari, per lo più uccelli rapaci come il falcone, lo sparviere, l'aquila, ma anche animali terrestri quali il leone e il lupo, benché meno spesso; la classe lunare assume per suoi distintivi animali lunari, come il lepre, la cornacchia, ma anche il serpente. Nel m. è in uso il cosiddetto duplice seppellimento, cioè dopo un certo tempo, quando le carni si sono consumate, il cadavere viene disseppellito, il teschio viene tenuto a parte in venerazione, mentre il resto dello scheletro torna ad essere seppellito.Per dare un'idea di ciò che si fa per i morti in una cultura mista matriarcale-totemista, ecco alcune notizie dal p. C. Salerio, missionario dell'Istituto delle Missioni Esterre di Milano, sul culto dei morti presso gli abitanti dell'isola Woodlark, all'oriente della Nuova Guinea nella Melanesia. È un popolo con una organizzazione di otto classi. Moredo il capo del villaggio, gli altri villaggi hanno diritto al saccheggio del villaggio del morto per

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