ETNOLOGIA

ETNOLOGIA. - È la scienza che studia le ma- nifestazioni culturali delle popolazioni primitive.
ETNOLOGIA. - È la scienza che studia le ma- nifestazioni culturali delle popolazioni primitive.

SOMARIO: I. L'ec. e il suo compito. - II. L'ec. unita alla storia, alla geografia e allo studio delle razze. - III. L'ec. come scienza indipendente. -

IV. L'inizio dell'indirizzo storico (Rat- zel, Peschel, Schurtz, Weule)

V. La scuola storico-culturale: il concetto di «emigrazione» e i criteri base di «qualità» e di «quantità» (Frobenius, Foy, Ankermann, Gräbner, Schmidt, Kopper, Pinard de la Boullaye, van Bulck)

VI. Chiarifica- zione del termine «primitive»

VII. Le culture più archaice non accessibili

VIII. Confronto tra le culture più archaice per stabilire quale sia la più vicina all'origine

IX. Con- clusione.

I. L'ec. e il suo compito. - Si è fatto spesso con- fusione tra i termini antropologia, etnografia ed ec. che in alcune nazioni sono usati ancora indifferen- temente e causano una confusione dannosa alla di- sciplina, la quale, come scienza indipendente, è an- cora giovane.

L'antropologia studia l'uomo sotto l'aspetto ana-

tomico e fisiologico e tratta i problemi generali della famiglia umana connessi con questo studio: l'origine, la classifica-zione e la mesoclonanza delle diverse razze. L'antropologia appartiene alle scienze naturali con cui ha in comune il metodo. L'etnografia si limita raccogliere informazioni sulle manifestazioni dell'uomo, la vita psichica dei popoli: l'economia, la sociologia, la religione, l'arte, la lingua, ecc. La situazione e la comparazione di questi dati, lo studio della formazione delle varie culture, del loro sviluppo e della loro fusione, ossia la loro storia, costituiscono il compito dell'e., come indica anche l'etimologia: è poco popolo, e è poco discorso, ragionamento. Negli ultimi decenni l'e. ha precisato sempre meglio il suo oggetto di studio - le manifestazioni culturali delle popolazioni primitive viventi -, si è staccata dall'antropologia, alla quale era stata unita per parecchio tempo, e tende a stringere legami sempre più stretti con la preistoria, la quale studia le popolazioni primitive scomparse. L'e. e la preistoria sono discipline storiche, perché studiano le manifestazioni spirituali dell'uomo; ad esse non è applicabile il metodo delle scienze naturali, ma soltanto il metodo storico.

II. L'E. UNITA ALLA STORIA, ALLA GEOGRAFIA E ALLO STUDIO DELLE RAZZE. - L'e. come disciplina indipendente, è piuttosto recente, benché informazioni etnografiche spesso buone ed esatte sugli usi e costumi dei popoli si trovino già negli antichi scrittori cinesi, egiziani, greci e latini.

Il medicovo ignorò la letteratura classica greca e quindi la maggior parte delle conoscenze etnologiche acquisite dagli antichi. Però i missionari che evangelizzarono prima l'Europa e si spinsero poi nelle altre parti del mondo, lasciarono nei manuali per la confessione, nelle prediche, negli atti dei concili preziose notizie etnografiche.

Le grandi scoperte geografiche allargarono molto in estensione il campo dell'e. ma non altrettanto in profondità perché i viaggiatori, spinti spesso soltanto da interessi materiali, si preoccuparono soprattutto delle terre e dei tesori e considerarono gli indigeni come un incarico e un peso che eliminarono talvolta in modo brutale.

L'illuminismo è gli enciclopedisti del sec. XVIII, soprattutto il Montesquieu e il Rousseau, cercarono spesso di fondare le loro teorie sull'e. ma il loro dilettantismo, appunto perché vivace e geniale, fu particolarmente dannoso.

La soppressione e la secolarizzazione delle Congregazioni religiose in molte nazioni interruppe per quasi un secolo l'attività missionaria e limitò le informazioni etnografiche alle sole relazioni dei viaggiatori. Poco si cercò in questo periodo (1820-39) di studiare le manifestazioni spirituali dei popoli. L'e. si rivolse prevalentemente allo studio e alla classificazione delle razze ma la documentazione di cui si disponeva era ancora insufficiente e fu rielaborata inoltre con poca preparazione. Si giunse così a sintesi affrettate: dalla giusta constatazione che alla comunanza della lingua è spesso unita la comunanza dei costumi, degli usi e delle credenze si identificò erroneamente la comunanza della lingua con quella della razza e si parlò non di una razza indocura, semita, ma persino di una razza germanica, celtica, anglosassone, gallica. In questo periodo J. A. Gobineau pose i fondamenti del razismo nella sua opera *Essai sur l'indiguité des races humaines* (4 voll., Parigi 1833-35).

III. L'e. COME SCIENZA INDIPENDENTE. - Con il 1859 si inizia un periodo completamente nuovo per l'e.: crolla definitivamente la teoria della degenerazione e s'inizia l'applicazione dell'evoluzionismo biologico alle discipline storiche e morali (v. EVOLUZIONISMO CULTURALE).

IV. L'INIZIO DELL'INDIRIZZO STORICO (RATZEL, PESCHET, SCHURTZ, WEULE)

Verso il 1880 il materialismo, almeno nelle sue forme più crude, cominciò a declinare e s'incominciò a riconoscere che il metodo dell'antropologia e della fisiologia non è applicabile allo studio delle manifestazioni dello spirito. In Germania si iniziò lo studio delle reazioni dell'uomo all'ambiente esterno (territorio, clima, flora, fauna), reazioni più passive che attive la quali formano l'oggetto della geografia antropica fondata da Fr. Ratzel e O. Peschel e continuata da H. Schurz.

L'indagine storica ha dimostrato che gli elementi culturali hanno un'origine unica, ma quando emigrano da un popolo all'altro si modificano, si perfezionano e si trasformano; talvolta subiscono mutamenti tali da sembrare irriconoscibili se confrontati con la fase iniziale. H. Schurz aveva già registrato per il solo coltello di detto africano sessanta forme diverse. Constatazioni analoghe si potrebbero ripetere per tutte le armi, gli attrezzi gli utensili dei primitivi finora studiati e si rafforzerebbero ancora passando alla sociologia e alle altre molteplici manifestazioni della cultura spirituale. Esploratori ed

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(de: Eschbachit for d'Lindigne, Dittica, 72 (1880), fome. 320 EYNOLOGIA - Bernardo Angermann (n. nel 1820), uno dei fondatori della scuola storico culturale.

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**FIG. 1.** L'E. UNITA ALLA STORIA, ALLA GEOGRAFIA E ALLO STUDIO DELLE RAZZE. - L'e. come disciplina indipendente, è piuttosto recente, benché informazioni etnografiche spesso buone ed esatte sugli usi e costumi dei popoli si trovino già negli antichi scrittori cinesi, egiziani, greci e latini.

Il medicovo ignorò la letteratura classica greca e quindi la maggior parte delle conoscenze etnologiche acquisite dagli antichi. Però i missionari che evangelizzarono prima l'Europa e si spinsero poi nelle altre parti del mondo, lasciarono nei manuali per la confessione, nelle prediche, negli atti dei concili preziose notizie etnografiche.

Le grandi scoperte geografiche allargarono molto in estensione il campo dell'e. ma non altrettanto in profondità perché i viaggiatori, spinti spesso soltanto da interessi materiali, si preoccuparono soprattutto delle terre e dei tesori e considerarono gli indigeni come un incarico e un peso che eliminarono talvolta in modo brutale.

L'illuminismo è gli enciclopedisti del sec. XVIII, soprattutto il Montesquieu e il Rousseau, cercarono spesso di fondare le loro teorie sull'e. ma il loro dilettantismo, appunto perché vivace e geniale, fu particolarmente dannoso.

La soppressione e la secolarizzazione delle Congregazioni religiose in molte nazioni interruppe per quasi un secolo l'attività missionaria e limitò le informazioni etnografiche alle sole relazioni dei viaggiatori. Poco si cercò in questo periodo (1820-39) di studiare le manifestazioni spirituali dei popoli. L'e. si rivolse prevalentemente allo studio e alla classificazione delle razze ma la documentazione di cui si disponeva era ancora insufficiente e fu rielaborata inoltre con poca preparazione. Si giunse così a sintesi affrettate: dalla giusta constatazione che alla

etnologi hanno dimostrato che canti, miti, pratiche religiose sorgono in un dato posto, creati da un individuo particolarmente dotato, sono accettati e respinti dai membri della stessa tribù, i quali, a loro volta, li trasformano. Nuovamente rielaborate, queste creazioni passano da una tribù all'altra; talvolta diventano patrimonio culturale di una anche di parecchie popolazioni, altre volte, dopo poco tempo, cadono in disuso. Non si può prevedere con assoluta certezza che cosa accadrà di un dato elemento culturale: può vivere o scomparire perché l'uomo agisce liberamente.

V. LA SCUOLA STORICO-CULTURALE: IL CONCETTO
- EMIGRAZIONE - E I CRITERI BASE DI "QUALITÀ" E DI
- QUANTITÀ" (FROBENIUS, FOY, ANKERMANN, GRÄBNER, SCHMIDT, KOPPERS, FINARD DE LA BOULLAYE, VAN BULCK). - Se il metodo evoluzionista si fosse imposto definitivamente l'è, sarebbe fallita perché avrebbe dovuto rinunciare alla sua caratteristica essenziale di disciplina storica. Fortunatamente, prima in Germania e poi nelle altre nazioni, sorsero benefiche reazioni che riportarono la disciplina al giusto posto.

Fr. Ratzel, già ricordato per l'impulso che diede alla geografia antropica, deve essere considerato come il fondatore della teoria dell'emigrazione, concetto eminentemente storico che è la base dell'e. moderna. Dallo studio della cultura materiale giunse alla constatazione che un oggetto (ad es., un'armi), spesso molto diffuso sulla terra, talvolta in modo continuo talvolta no, ha avuto un'origine unica, e che elementi culturali, ora lontani e divisi, sono sorti in un sol punto e di là si sono diffusi in continenti diversi. Lo stesso autore stabilì la prima parentela tra una determinata forma di archi della Mediaesia e dell'Africa occidentale, fondata sul criterio di forma, chiamato anche di qualità, ossia sulle somiglianze caratteristiche non determinata dalla natura dell'arma o dal materiale di cui è fatta. Le due forme degli archi sono caratterizzate dal bastone a sezione ovale avvolto verso un'esternità con anelli di sostanza vegetale intrecciate; il tendine è composto con una striscia di canna chiamata rolang e formata all'estremità del bastone da un bulbo rotondo. Le frecce hanno la stessa imponenza. Questa prima scoperta, rimasta celebre, era destinata a capovolgere lo studio dell'e., perché dimostrava la necessità di stabilire anzitutto il luogo d'origine di un determinato oggetto o di un'istituzione e solo in seguito indagare sulla ragione psicologica di questa origine. Al metodo psicologico, proprio dell'evoluzionismo che vedeva dovunque invenzioni, si sostituiva il metodo storico; alla teoria della convergenza quella dell'emigrazione su cui si fonda l'e. moderna.

Allievi del Ratzel applicarono con successo il nuovo metodo: H. Schurr, già ricordato, studiò la diffusione del coltello da getto in Africa, K. Weule la diffusione delle frecce. Leo Frobenius sviluppò in modo organico e sistematico la teoria delle emigrazioni: dalla constatazione che generalmente una relazione culturale comune non è limitata ad un oggetto o a elementi isolati (quali sarebbero la sola concordanza nella forma degli archi di qualche altra arma o utensile) ma si estende alla sociologia, alla mitologia, alla religione, ossia a tutto un insieme organico, introdusse il secondo canone base della disciplina: il criterio di quantità che è l'insieme delle rassomiglianze indipendenti sia in vicenda sia dall'ambiente, presentate dagli elementi che compongono due o più culture. Quanto più numerose sono queste rassomiglianze, altrettanto maggiore è la probabilità che le culture raffrontate abbiano la stessa origine. Lo stesso autore formulò per primo il concetto di ciclo culturale che, rielaborato in seguito da altri autori, può essere definito «il complesso culturale che comprende tutte le manifestazioni essenziali e necessarie alla cultura umana: l'ergologia (cultura materiale: abitazione, utensili, armi, ecc.), l'economia, la società, i costumi, la religione» (W. Schmidt). Il territorio su cui si estende questo ciclo si chiama arca culturale. I cicli culturali emigrano generalmente nel loro complesso. W. Foy, B. Ankermann, Fr. Gräbner, W. Schmidt applicarono con grande successo il nuovo indirizzo allo studio delle culture dell'Oceano.

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**Figura 1.** La scuola storico-culturale: il concetto di emigrazione - e i criteri base di "qualità" e di quantità" (Frobenius, Foy, Ankermann, Gräbner, Schmidt, Koppers, Finard de la Boullaye, van Bulck). - Se il metodo evoluzionista si fosse imposto definitivamente l'e. sarebbe fallita perché avrebbe dovuto rinunciare alla sua caratteristica essenziale di disciplina storica. Fortunatamente, prima in Germania e poi nelle altre nazioni, sorsero benefiche reazioni che riportarono la disciplina al giusto posto.

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**Figura 44.** La scuola storico-culturale: il concetto di emigrazione - e i criteri base di "qualità" e di quantità" (

divise da grandi estensioni di acqua, vallate strette e chiuse da montagne, un suolo povero come quello dei deserti dell'Africa e dell'Asia, le tundre dell'Asia settentrionale e dell'America settentrionale, i boschi umidi dell'Africa centrale e dell'America meridionale, ossia le regioni che sono abitate ancora e lo furono fino poco tempo fa da popolazioni primitive o da popolazioni povere di cultura. Fattori geografici favorevoli sono regioni fertili di facile comunicazione, e soprattutto paesi irrivi-gati da grandi fiumi. Le più antiche civiltà si sono infatti sviluppate lungo il Tigri, l'Eufrate, il Nilo e i grandi fiumi dell'India e della Cina.

Tra gli elementi contrari al progresso sono di- cordare in modo particolare le guerre: esse impervi-scono la popolazione soprattutto di giovani che sono i soggetti più adatti alla fondazione e continuazione della famiglia, producono uno squilibrio fra il numero degli uomini e quello delle donne. Nelle popolazioni piccole queste perdite si fanno sentire ancora più gravemente che nelle numerose favorscono il passaggio dalla mo-nogamia originaria alla poligamia. Anche la grande po-vertà dovuta al suolo e la carestia contribuiscono a scu-vere le basi della famiglia. La polifandria - istituzione che permette a una donna più mariti - è spesso dovuta al l'impossibilità in cui si trovano gli uomini di pagare la dote necessaria all'acquisto della sposa. Anche tra i pri-mitivi le grandi spinte verso il progresso sono dovute a individualità geniali, audaci e lungimiranti - uomini e donne - che hanno esercitato la loro influenza nel campo economico, religioso, politico, sociale, medico, linguistico. L'esistenza di queste personalità è ormai un fatto acquisito e viaggiatori, missionari, funzionari, co-loniali ed etnologi sono stati testimoni della attività di questi uomini eccezionali.

Ma le grandi individualità hanno bisogno di massa che accettino, conversino, trasmettano le innovazioni da esse apportate; senza le masse i progressi avrebbero scarsa risonanza e mancherebbe i piccoli, lenti, ma numerosissimi miglioramenti che perfezionano un'in-venzione, anzi mancherebbe la stessa spinta al perfezio-namento. Troppo spesso si dimentica che le varie in-venzioni e cambiamenti radicali tra i primitivi, come tra i popoli con grande civiltà, sono pochi; molto spesso elementi culturali si tramandano in modo conservativo e sono soggetti solo a varianti lente e continue che li perfezionano e non a bruschi cambiamenti; la storia degli elementi culturali ce lo insegna. Ed è bene che sia così perché se ogni generazione pretendesse di fare to-bila rusa dei risultati ai quali è giunta la precedente e ricominciare ab ovo, saremmo ancora tutti agli albori della civiltà. Inoltre più è piccolo un popolo, meno pos-sibilità ha di avere forti individualità; può darsi anche che non ne abbia affatto e, se sorgono, non trovano ri-sonanza. Molte popolazioni primitive sono poco nume-rose, deboli, isolate, e quindi in condizioni adatte ad irrigidirsi. L'indagine etnologica ha inoltre messo in rilievo un altro fatto di capitale importanza: che in seno alla stessa civiltà di un popolo il progresso non è stato uguale in tutti i sensi, ma spesso si è progredito solo in una direzione e regredito in un'altra. Così il matriarcato ha trovato e perfezionato l'agricoltura, ma in molti casi ha distrutto la famiglia; il totemismo ha sviluppato mol-tissimo la tecnica della caccia e senza dubbio ha contri-buito ugualmente al progresso della scienza e dell'arte, ma ha indebolito anch'esso la famiglia e sostituito alla religione la magia; i nomadi pastori sono stati i primi ad addomesticare ed allevare gli animali, ma in alcuni punti della vita religiosa e sociale rappresentano a loro volta un regresso di fronte a popolazioni primitive. Questi sviluppi non armonici - una civiltà dovrebbe progredire in tutti i sensi anche negli elementi che causano doveri o en-cri, come sono la famiglia e la religione - spiegano in gran parte la decadenza di grandi civiltà che avevano sviluppato prevalentemente solo gli elementi da cui potevano trarre godimento e soppresso o indebolito quelli che costan-vano sacrifici. L'egoismo sfrenato è senza dubbio uno dei fattori più contrari al progresso, perché mina la fami-glia, diminuisce la massa e ostacola i rapporti tra popoli.

Da quanto si è accennato risultano evidenti al-cune conclusioni - che le vecchie scuole evoluzioniste avevano completamente trascurato - sulle quali invece non si insisterà mai troppo: 1) non ci sono popoli asso-lutamente primitivi, ossia del tutto privi di civiltà e di storia; 2) i cosiddetti primitivi hanno avuto una stasi nel loro sviluppo; 3) non è possibile mettere tutti i primitivi allo stesso livello ma bisogna distinguere tra più e meno primitivi; 4) i fattori etici, sociali e religiosi di un popolo non progrediscono necessariamente con il maggiore sviluppo economico.

Resta da determinare quali popoli costituiscano l'og-getto dell'è. Qualche studioso ha allargato tanto i confini della scienza da includervi praticamente anche la maggior parte delle grandi civiltà antiche. L'insistere su questo punto è un errore che genera una giusta reazione da parte dei sinologi, egittologi, semitologi, ecc. È vero che certi aspetti delle grandi civiltà si possono compren-dere e spiegare solo ricorrendo all'è, perché hanno pro-fonde radici in strati culturali più antichi che sfuggono all'indagine dell'archologo e del linguista: ormai è am-messo che l'arte egiziana ha ricevuto un grande impulso dal totemismo e W. Koppers, in una serie di lavori pub-blicati nell'ultimo ventennio sulla rivista Anthropos, ha spiegato con l'è. Molti aspetti finora ignoti della cultura e della religione degli Indoeuropei. Nel popolo conti-nuano ancora un po' dappertutto credenze, usanze, costumi, che sono sopravvivenze di culture scomparse, nel loro complesso, da secoli. Una più stretta collabora-zione tra gli studiosi delle grandi civiltà antiche, dell'et-nografia popolare (folklore) e dell'è. Sarebbe utile a tutte queste scienze. Ciascuna di esse però ha il suo compito e Rimiti che non può varcare. L'è. studia le culture di quei popoli che si possono chiamare ancora primitivi, non in senso assoluto (che non esistono più), ma relativo.

In parecchie parti del mondo (Sudan, Indonesia, Polinesia, India, Cina, America centrale e meridionale) ci sono ancora o si hanno tracce sicure di popolazioni che avevano raggiunto uno sviluppo culturale elevato. Parecchie hanno avuto contatti con l'islamismo, il la-maismo, il confucianismo, il brahmanesimo, l'indusimo che si sono sovrapposti alle religioni originarie che non conosciamo più. Da queste mescolanze sono sorte nuove culture nelle quali, accanto a manifestazioni proprie delle grandi civiltà, vivono ancora spesso rigogliosi molti elementi arcaici.

Non è quindi facile, anzi è impossibile, formulare un criterio assoluto in base al quale si possa includere una popolazione o una cultura nel concetto di «primitivo». Però, forse, nessuna invenzione ha avuto un'in-fluenza così profonda sul pensiero dell'uomo e sullo sviluppo della civiltà come lo scrittura. Essa indica il bisogno di fissare le conoscenze tramandate prima oral-mente, annulla le distanze del tempo e rende possibile registrare in modo più rapido, più esatto e completo, i progressi della generazione precedente trametteri alla scienza. Fissando i concetti in modo più oggettivo di quanto sia possibile con la sola tradizione, acuisce il senso critico e la riflessione. Solo con la scrittura si può avere uno sviluppo culturale su vasta base che utilizza il lavoro già fatto da altre generazioni. Il vero progresso è possibile solo quando si costruisce e il complesso in prof-ondità e larghezza il patrimonio culturale per cui hanno lavorato con sforzo e tenacia le generazioni precedenti.

La scrittura è stata l'invenzione che ha portato le culture ancora povere al grado di grandi culture, ed è la divisione più comprensiva che si possa fare della civiltà umana. Al primo periodo appartengono i popoli senza la scrittura, che chiameremo primitivi, caratteriz-zati da un pensiero ancora ingenuo; al secondo i popoli con la scrittura, caratterizzati da un pensiero critico e riflessivo. L'è. studia tutto il complesso culturale dei primitivi e le manifestazioni delle grandi civiltà che si pos-sono spiegare soltanto con la conoscenza delle culture primitive.

VII. LE CULTURE PIÙ ARCAICHE A NOI ACCESSIBILI

L'è., come disciplina storica, deve studiare anzitutto

il problema dell'età e della successione delle culture e dei cicli culturali. Nella sua indagine non presuppone i postulati dell'evoluzionismo (progresso dal più grossolano al più perfetto, uniformità dell'evoluzione in tutti i luoghi), o di una determinata tesi storica e teologica, ma precede come tutte le discipline storiche: si preoccupa anzitutto di preparare buone monografie dedicate ai singoli popoli e a regioni e, dove è possibile, a periodi culturali ben determinati. Da questo lavoro analitico passa in seguito alla sintesi e allo studio delle relazioni che intercorrono tra i vari cicli culturali vicini o lontani.

Basandosi sui dati dell'antropologia delle scienze affini, alcuni etnologi dell'indirizzo storico ritengono di poter accettare senz'altro come postulato (il solo di cui si valgano) la monogenesi dell'uomo; altri, benché anch'essi persuasi che a favore della monogenesi ci sono argomenti molto più forti e più convincenti che per la poligenesi, ma nello stesso tempo preoccupati di tenersi liberi da qualsiasi tesi, preferiscono non dare a questa premessa il valore di un postulato, ma se ne servono solo come ipotesi provvisoria per orientare la ricerca e utilizzare poi le conclusioni convergenti delle altre scienze come la paleoantropologia, la preistoria, la linguistica ecc. (Queste conclusioni sono state esposte da M. Schülein, L'unità del genere umano alla luce delle ultime riutilizzate antropologiche, linguistiche ed etnologiche, 3a ed., Milano 1947).

Nelle culture primitive tuttora viventi o scomparse da poco si possono già distinguere tre o quattro cicli culturali molto antichi (che lo stato attuale delle conoscenze non ha finora potuto riportare ad un solo ciclo).

1. La cultura primitiva centrale, caratterizzata nella sociologia dalla monogamia e dall'esogamia locale (v. Esogamia), alla quale appartengono i Pigmei e i Pignoidi dell'Africa centrale, dell'Asia sud-orientale e dell'Oceania, ossia popoli che abitano prevalentemente regioni tropicali, tutte a sud dell'equatore e quindi centrali.

2. La cultura primitiva meridionale, caratterizzata nella sociologia dall'esogamia e dall'orientale (ora estinti) e gli Australiani della regione sud-orientale. Sembra che i Bosniemi (Africa meridionale) e i Fugini dell'America meridionale (specialmente gli Yamana) costituiscano un passaggio dalla cultura primitiva centrale a quella meridionale.

3. La cultura primitiva settentrionale o artica, anch'essa scagionata particolare, ma con parità di diritti per il marito e la moglie. A questa cultura appartengono alcuni popoli che abitano la parte più settentrionale dell'Asia e dell'America (i paleoasiatici e gli eschinesi Caribi, a occidente della Africa del Hudson). Sembra che le popolazioni più antiche della California, gli Agonchini (Americi settentrionale) e i Ge-Tapuya (America meridionale) costituiscano un passaggio dalla cultura primitiva centrale a quella settentrionale.

4. L'antica cultura australiana (chiamata anche cultural del bumerang dal nome di quest'arma. Il bumerang è un'arma da gesto che consta di un bastone molto piatto e piegato a gomito, qualità che ne facilitano la rotazione nell'aria. Se è gettato bene e non ha colpito l'oggetto o un altro ostacolo torna al lanciatore. Quest'arma è una caratteristica di questa cultura). Questa cultura ha già subito influenze di altre non più primitive. Diffusa in quasi tutta l'Australia (dove comprende popolazioni che seguono il secondo ciclo culturale), in alcune parti dell'Africa (solo resti lungo il Nilo: tra gli Scilluk e i Denca nella parte meridionale), dell'America settentrionale (tra gli Agonchini e nella California orientale) e forse anche dell'America meridionale.

Tutte le popolazioni appartenenti a queste culture occupano nei singoli continenti le regioni periferiche più remote e isolate, difficilmente accessibili.

Rappresentanti della cultura meridionale in Australia sono alcune popolazioni respinte ai limiti del continente: i nord (Cepara ed altre) e i sud (Kulin, Kurnai, e Yuin); i Australiani abitavano la parte più meridionale, i paesosiatici (Samoiedi, Coricchi, Ainu, ecc.) sono stati respinti nelle regioni settentrionali nord-orientali dai grandi popoli agricoltori; i pastori che venivano dall'Asia centrale e orientale. Nella regione nord-orientale gli Eschinesi raggiunsero la Groenlandia e fecero da ponte di passaggio in America; essi sono stati influenzati da altre culture. Le popolazioni più primitive dell'America settentrionale sono costituite dallo strato più antico degli Agonchini, respinti all'estremo nord-ovest del continente nelle isole vicine e nelle praterie dalle popolazioni tormente e matriarcali venute dal sud e dall'occidente.

Anche le tribù più primitive della California (Hoka, Penui e Yuki) sono state respinte tra la costa e le montagne. I Ge-Tapuya del Brasile sono stati respinti prima verso la costa e di là di nuovo nell'interno dei Guaraní-Tupi. E finalmente nella regione più meridionale del mondo, la Terra del Fuoco, abitano ancora due popolazioni molto primitive, gli Alakaluf e gli Yamana. La sola posizione geografica di queste popolazioni sarebbe già un elemento molto forte a favore della loro grande primitività. Il loro isolamento le ha rese difficilmente raggiungibili, ha costruito, specialmente in passato, una grave difficoltà al loro studio ed è stata la causa per

cui hanno mantenuto le loro caratteristiche culturali e sono rimaste pure da influenze esterne. Anche altri elementi confermano la grande primitività di questi popoli. Tutti sono in primo stadio della civiltà; vivono con quanto dà loro la caccia, la pesca e la raccolta, perciò sono chiamati popoli raccoglitori e le loro culture (relativamente) originarie, perché sono le più vicine alla cultura originaria (in senso assoluto) dell'umanità, che l'e. non sarà mai in grado di ricostruire. L'abitazione, le armi, gli utensili, gli ornamenti, la costituzione della famiglia di questi popoli manifestano grande semplicità. Mancano loro gli elementi che caratterizzano le culture più giovani che li circondano (il totemismo, l'agricoltura, la successione matriarcale, l'allevamento del bestiame, la ceramica, la tessitura, la lavorazione dei metalli, ecc.). Non c'è poi il minimo indizio a favorire della supposizione che queste popolazioni abbiano avuto in passato una cultura più elevata. Si può quindi concludere che ciascuno dei cicli culturali originari (centrale, meridionale e settentrionale), considerato isolatamente nel continente in cui si trova, si manifesta più arcaico di tutti gli altri cicli culturali, dello stesso continente, chiamati primari (totemismo, matriarcato, nomadi pastori). Da questa prima conclusione ne deriva una seconda: l'insieme delle culture originarie è più antico delle culture primarie.

VIII. CONFRONTO TRA LE CULTURE PIÙ ARCAICHE PER STABILIRE QUALE SIA LA PIÙ VICINA ALL'ORIGINARIA.

— Visti gli elementi di carattere geografico e culturale, che dimostrano la primitività delle culture originarie, l'indagine deve ancora cercare di scoprire quale sia la cultura più antica. Ci si serve anche in questa ricerca dell'epoca comparativa e dei criteri di qualità e quantità. Però nello studio della storia delle culture più ipertrocce è più aumentato le difficoltà. In fatti l'applicazione dei criteri di qualità e di quantità, perché sia probativa e permetta conclusioni sicure, deve fondarsi su un numero sufficiente di somiglianze veramente caratteristiche. Un elemento della cultura materiale (p. es., una determinata forma di clava) che si trovi uguale in due culture separate può essere un buon indizio per iniziare il raffronto fra queste, ma non potrà mai, da solo, portare alla conclusione che le due culture sono parenti ed erano prima unite. Per giungere a questa conclusione occorre che le somiglianze, culturali siano caratteristiche ed abbondanti.

La possibilità di comparazione e la sicurezza delle conclusioni sono sempre maggiori quanto più le culture che si raffrontano risultano ricche di elementi. Questo è appunto il caso dei cicli culturali più giovani, composti di elementi provenienti da diverse culture. Ma nei primi stadi della civiltà gli elementi culturali sono semplici nella forma e limitati nella quantità. Inoltre le popolazioni più primitive, composte di piccoli gruppi isolati, hanno subito nella loro evoluzione perdite di elementi culturali caratteristici più numerose di quelle avute da popolazioni più giovani. Ma l'indagine per stabilità delle quale sia la più antica cultura vivente (ossia la più vicina alla cultura veramente originaria dell'uomo), non poteva essere abbandonata solo perché irta di difficoltà. Il problema è stato risolto con lo studio comparativo delle culture (relativamente) originarie.

1. Il ciclo culturale del bumerang

In questo ciclo l'economia è ancora fondata sulla caccia e sulla raccolta; la casa ha la forma di un alveare rotondo. Le armi e gli attrezzi caratteristici sono: a) il bumerang, b) lo scudo, di forma molto rozza, chiamato scudo bastone, o bastone parabolte, perché più che uno scudo vero e proprio, è un semplice bastone che serve a parare i colpi della clava, c) in Australia c'è già la scure immancata.

Cominciamo le prime manifestazioni del tatuaggio fatto con cicatrici. Predomina la monogamia ma ci sono già casi di poligamia. Le popolazioni appartenenti a

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Eynologia - Eschimene che si ciba di carne cruda. Chesterfield (Canada).

questo ciclo culturale hanno quindi gia elementi di culture più giovani e inoltre non occupano i terzitori più isolati o meno accessibili ma solo quelli confinanti con essi. Perciò non possono essere le rappresentanti delle c
questo ciclo culturale hanno quindi già elementi di culture più giovani e inoltre non occupano i territori più isolati o meno accessibili ma solo quelli confinanti con essi. Perciò non possono essere le rappresentanti delle culture più arcaiche a noi note.

2. Il ciclo culturale paleoasiatico — ossia lo strato più arcaico della cultura settentrionale — è già l'adattamento di una cultura primitiva al clima antico, come dimostrano l'economia e tutto il complesso dell'ergologia delle popolazioni che lo compongono. a) L'economia è fondata quasi esclusivamente sulla caccia e sulla pesca (la quale è sostanzialmente una forma di caccia). Nel clima antico generalmente non ci sono piante, non è quindi possibile la raccolta. È praticata ancora largamente la caccia in divisuale e familiare — che è la forma più arcaica — a cui partecipano poche persone, ma anche in caccia collettiva, forma più recente e più evoluta. In tutte le forme le gite usate il cane. Con il suo aiuto e con la pratica il cacciatore scopre sotto la neve i fiori che la foca fa alla superficie dell'acqua per poter respirare e colpisce l'anima. Nel corso dell'opera appena compaure. La caccia alla renna è molto sviluppata e fatta in gruppo. Gli Bischnesi, con l'aiuto dei cani — con battute bene organizzate, spingono le mandre selvatiche in passaggi obbligati e le posizioni con le frecce e con le zaggia. Anche la fonda e la rassa appartengono a questa cultura.

b) In relazione all'ambiente artico, questa cultura ha dovuto ridurre l'uso del legno e si specializzata sempre più nella lavorazione dell'osso. Solo più tardi ha conosciuto l'uso della pietra, lavorata con una tecnica simile a quella del neolitico.

Nella preparazione del fuoco si trova un caso interessante di quest'evoluzione. Nella fase più arcaica era ottenuto strofinando con le mani un bastoncino in un apposito foro di una bacchetta o tavoletta sottostante.

(luoco u frullino). In parecchi punti questa forma è stata sostituita dalla percussione di piriti di ferro. Di legno sono l'arco, l'asticella delle frecce e delle lance, il grattaghiaccio, le racchette da neve, parti della slitta, gli occhiali e la visiera che servono a proteggere gli occhi dal sole, qualche recipiente e pochi altri oggetti. L'osso costituisce almeno la parte essenziale delle armi e l'assieme di molti utensili: punte di frecce di lancia, pezzi dell'arco, fico, zangoli con una o più punte (anche tridenti) anni, parti della slitta, e persino parti dell'arco. Di esso sono pure parecchi altri oggetti (pipe, lavori d'antiglio, ecc.) i quali appartengono però a culture più recenti. Di pietra sono le lampade per l'illuminazione - assolutamente necessaria data la brevità del giorno polare - e le marmitte per la cucina che gli Eschimeri fanno scaldare sulle lampade. Il fuoco è alimentato con stoppini di muschio, imbevuti di grasso di foca. C) Nel clima polare il vestito e l'abitazione hanno molta importanza. L'abbigliamento degli Eschimeri è sostanzialmente uguale nei due sessi. Esso consta di un giubbone chiuso, infilato per la testa, con maniche, cappuccio e guanti attaccati, e di stivali imbottiti. Questi indumenti sono fatti quasi tutti con la pelle della renna che è la più calda e la più leggera delle pellicce polari e anche la più facile a tenersi asciutta. D'inverno portano doppia veste e quella di sotto è indossata con il pelo sulla pelle. Con la foca fanno stivali imbottiti di pelliccia e sopravvissuti impermeabili. Nelle popolazioni appartenenti allo strato culturale più arcaico le donne conciona le pelli masticandole, grattando le con un coltello caratteristico chiamato nolo - che ha la forma di una mezzaluna ed è usato soltanto da esse - e lasciandole a bagno nell'acqua calda - nell'acqua fredda corrente o nell'urina. L'abitazione più arcaica ha la forma rotonda e consta di due parti: una inferiore sotterranea o semisotterranea, a cui si accede mediante un corridoio, e una superiore che si riallaccia culturalmente al tipo della capanna ad alveare rotondo. d) Anche la sepoltura ha subito l'influenza dell'ambiente. Poiché è difficile scavare la fossa nel terreno gelato, il morto è deposto semplicemente sulla terra. Questa forma si chiama sepoltura su piattaforma. e) Nella sociologia si notano già influenze di istituzioni più recenti quali l'ottenimento e specialmente il matriarcato. f) E finalmente le tribù artistiche dell'America hanno rispettato allo stesso ciclo paleo-asiatico, un aspetto culturale più recente, perché, con i mezzi di navigazione ancora molto semplici di cui disponevano durante le loro migrazioni, sono giunte nella nuova terra soltanto passando attraverso le regioni artistiche. Inoltre, secondo l'opinione più corrente degli americani, nessun popolo è entrato in America prima dell'inizio del neolitico, il che è confermato dalla tecnica con cui è lavorata la pietra.

Da tutti gli elementi finora esaminati, risulta che il ciclo culturale paleo-asiatico si presenta nel suo complesso come una formazione già secondaria. Perciò non può essere considerato come il rappresentante della cultura più arcaica a noi nota. Ciò non esclude che non possa contenere ancora qualche elemento culturale molto arcaico, che si è perso nelle altre culture originarie.

Restano ora da confrontare soltanto la cultura primitiva centrale e la cultura primitiva meridionale, nei loro singoli elementi.

3. Il ciclo culturale tasmaniano è il ciclo culturale dei pigmei

Se questi due cicli culturali si trovassero in qualche punto in contatto, si avrebbe un criterio sicuro per stabilire quale di essi sia il più antico: basterebbe studiare bene in questi punti le mescolanze, le sovrappezioni e le divisioni. Ma finora nessun punto di contatto è stato trovato perché i due cicli sono separati da grandissime distanze.

Il solo criterio che ci resta è quello di mettere a raffronto le due culture: vedere, dall'esame intrinseco degli elementi che lo compongono, quale sia la più antica.

Una cultura, anche la più semplice che si possa immaginare, deve aver avuto, fin dall'inizio, espressioni - una certa forma di vita economica (ad es., la raccolta) - di organizzazione familiare, un certo linguaggio, ecc. - che distinguono la vita dell'uomo (cultura) da quella dell'animale (che non ha cultura). Se, come sembra ovvio, le prime manifestazioni della cultura materiale furono originarie dalla sola necessità, dovettero naturalmente essere semplici, dipendenti dalle possibilità di cui l'uomo disponeva allora, le quali erano molto limitate ancora prive di ogni aggiunta rispondente a un puro criterio di perfezionamento. Il Foy, ad es., ha dimostrato che dal bastone rotondo, come si trova nella natura, si è sviluppata la clava piatta. Per quanto concerne la cura del corpo, l'uomo non avrà incominciato subito a praticare forme di tatuaggio, mutilazioni e deformazioni. Al primo elementi se ne aggiungono successivamente dei nuovi - dovuti sia al progresso interno dei singoli popoli, sia al loro contatto con altri - che costituirono l'artichenimento culturale.

Il criterio, di cui si è parlato sopra, è valido solo quando si tratta della cultura materiale, e anche in questo caso deve essere applicato con discernimento, perché può facilmente far ricadere nel preconcepto del positi-vismo materialistico, secondo il quale lo sviluppo dell'umanità sarebbe stato in ogni campo un'ascesa dalle forme più basse alle più evolute.

Da due armi o utensili o qualsiasi oggetto della cultura materiale, non si può stabilire senz'altro che l'uomo abbia costruito prima quello che richiede minore intelligenza. L'indagine storica ha dimostrato che talvolta è avvenuto il contrario. Tra i vari esempi forniti dall'e. quale dell'arco è uno dei più istruitivi. Quest'arma dimostra un talento di invenzione e riflessione senza dubbio molto superiore a quello manifestato comunemente dalle altre armi primitive. Fondandosi principalmente su questo fatto, qualche etnologo l'ha attribuita a culture più recenti, mentre indagini accurate hanno dimostrato che appartiene, fin dalla sua origine, alla cultura dei Pigmei, dove generalmente si trova ancora nella sua forma più semplice, consistente in un bastone rotondo (come si trova nella natura) levigato e piegato, alle cui estremità è unita una corda di sostanza vegetale, la quale serve ad imprimere il movimento alla freccia. Non possono necessare seri subito con l'arco molti suoi perfezionamenti, i quali richiedono strumenti e mezzi che le culture originarie non hanno ancora. E difatti, questi perfezionamenti si trovano solo nell'arco delle culture più recenti. Dopo aver fissato i limiti entro cui può essere usato il criterio dell'esame intrinseco si esamina in particolare l'aspetto che presentano il ciclo culturale tasmaniano e quello dei pigmei per stabilire quale sia il più artico. Questi due cicli sono i più primitivi che si sono basato e ci riportano alla fase più arcaica della cultura umana, alla quale possa giungere l'indagine etnologica. Nonostante che gli inizi di questa cultura siano ancora molto oscuri, si può affermare che il ciclo culturale che nella qualità dei suoi elementi si avvicina di più al punto di partenza della cultura umana (assia della cultura originaria in senso assoluto) è senza dubbio il più arcaico. In queste indagini sono particolarmente utili due criteri metodologici formolati dal Pinard e dallo Schmidt: - Ogni elemento culturale che ne presuppone un altro è necessariamente più recente di quello che presuppone l'esserita della « presupposizione necessaria » enunciata dal Pinard). - Di due elementi culturali dello stesso ordine, quello che presuppone un cambiamento dello stato originario è più recente di quello che non lo presuppone» (Schmidt).

4. Cura del corpo

Nelle culture originarie i giovani e le ragazze giunti alla pubertà devono compiere speciali cerimonie, chiamate iniziazioni, le quali hanno soprattutto lo scopo di istruire gli iniziardi, ormai vicini al matrimonio, sui loro futuri doveri verso la famiglia e lo Stato. I candidati devono astenersi da certi cibi preferiti, ma non sono soggetti a pratiche dolorose. Solo più tardi - sotto l'influenza di culture più recenti, nelle quali le iniziazioni si praticano ormai soltanto per i maschi - i giovani devono lasciarsi togliere con uno scalpello di legno un dente, senza proferire il minimo lamento. In una fase ancora posteriore si introduce la circoncisione (o l'incisione e la subincisione) degli iniziardi. La circoncisione consiste nella cessione totale

studioso, questa caratteristica culturale con l'affermazione infondata che i Pigmei non abbiano a loro disposizione materiale l'uso lavorabile, perché è da escludere a priori che non si trovino pietre in tutta l'enorme estensione di territorio dell'Asia meridionale ed dell'Africa in cui vivono sparpagliati i Pigmei. Ci sono anzi testimonianze che contraddicono decisamente questa affermazione e provano invece che gruppi di Pigmei si servono di quelle pietre che trovano in natura già adatte alla lavorazione o che esigono solo qualche ritocco. Il Brown, p. es., scrive che nel territorio degli Andamanesi c'è quarzo e un'altra qualità di roccia con cui gli indigeni fanno le secche per radere i capelli e praticare il tatuaggio. Per ottenere questi strumenti, tengono nella mano sinistra un ciottolo di quarzo o dell'altra roccia e gli vibrano un colpo con un altro ciottolo di qualsiasi sostanza adatta, duro e arrotondato; si stacca così una seggiola che cade nella palma della mano sinistra. Se serve, è subito usata, altrimenti è gettata via e se ne fa un'altra. Le secche e lame sono preparate solo quando occorrono usate finché conservano la punta o il taglio, poi subito buttate via. La donna che rade la testa di una persona può consumare, una dopo l'altra, anche una ventina di lame per ottenere le quali occorre produrre almeno il doppio di secche. Le secche di roccia più dura sono ottenute come quelle di quarzo, ma prima di essere usate sono lasciate alcune ore nel fuoco e poi fatte raffreddare. Gli stessi indigeni confermano di non aver mai usato, nemmeno in passato, la pietra per tagliare (fuorché nei casi che si sono ricordati) o per fare la punta delle frecce. Per queste ultime si servano di conchiglie. Il Brown porta ancora vari argomenti contro antichi autori che affermano di aver trovato qualche industria liscia tra gli Andamanesi, e conclude che l'ipotesi più sostenibile è quella secondo cui questo popolo non ha mai lavorato la pietra, ma ha fatto sempre tutti i suoi utensili con il legno, con l'osso e con le conchiglie. Da quanto si è sopra esposto, risulta che la scarsa lavorazione della pietra è una caratteristica della cultura dei Pigmei, la quale attesta la maggiore primitività del ciclo culturale centrale rispetto a quello meridionale.

c) La produzione del fuoco. — I Pigmei andamanesi sono la sola popolazione del mondo che non sa produrre il fuoco; mantengono perciò continuamente accesi pezzi di legna. Tutti gli altri Pigmei e Pigmodi, gli Australiani e i Tasmaniani, ottengono il fuoco mediante la frizione di due pezzi di legno. Variano però i metodi: a) i Tasmaniani (ora estinti) usavano lo «strofinio» in canalatura ossia la frizione orizzontale fatta con la punta di un pezzo di legno nella canalatura longitudinale di un altro pezzo di legno. Poiché i Tasmaniani hanno conservato parrecchi elementi culturali arcaici, i quali tra gli australiani sono sud-orientali sono andati persi o sostituiti da altri più recenti, si può ritenere che lo strofinio in canalatura sia una forma di ottenere il fuoco più arcaica delle altre usate dagli australiani sud-orientali. b) Gli Australiani sud-orientali fanno con le mani un bastoncino in un apposito foro di una bacchetta o tavoletta sottostante (fuoco a frullino o a rotazione semplice), oppure segano un pezzo di legno con un altro: «frizione a sega». Ci sono ancora due

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(da A. R. Radcliffe-Brown, The Andaman Islands, Cambridge, 1933, p. 151, 152)

ETNOLOGIA — Esempi di 'disegni geometrici' e di intrecci di arcaici che i Pigmei andamanesi, incidono o dipingono su questi testi di legno, ossia, tendi di grossi animali, conchiglie. Tutte le popolazioni dell'Australia e della Tasmania lavorano già la pietra specialmente nella forma delle secche e delle lame. Perciò, sotto l'aspetto della lavorazione del materiale, i Pigmei appartengono ad una fase culturale ancora alitica, più arcaica della paleolitica, che caratterizza invece le popolazioni della cultura meridionale. È possibile spiegare, come ha tentato di fare qualche

(da A. R. Radcliffe-Brown, The Andaman Islands, Cambridge, 1933, p. 151, 152)

ETNOLOGIA — Esempi di 'disegni geometrici' e di intrecci di arcaici che i Pigmei andamanesi, incidono o dipingono su questi testi di legno, ossia, tendi di grossi animali, conchiglie. Tutte le popolazioni dell'Australia e della Tasmania lavorano già la pietra specialmente nella forma delle secche e delle lame. Perciò, sotto l'aspetto della lavorazione del materiale, i Pigmei appartengono ad una fase culturale ancora alitica, più arcaica della paleolitica, che caratterizza invece le popolazioni della cultura meridionale. È possibile spiegare, come ha tentato di fare qualche

popolazioni pigmee — una dell'Asia, i Semang, e l'altra dell'Africa, i Batua del Congo — le quali ottengono il fuoco mediante lo strofinio in scanalatura. La presenza di questa forma in ciascuno dei due gruppi principali dei Pigmei — l'asiatico e l'africano — e, per di più, in punti così lontani l'uno dall'altro, attesta la persistenza presso questi popoli di un elemento culturale più arcaico del corrispondente che si trova tra gli australiani sud-orientali.

d) Le armi: l'arco dei Pigmei. — La cava e la lancia sono le armi caratteristiche della cultura meridionale, l'arco è l'armo dei Pigmei. L'arco è un'arma che consta nelle sue parti essenziali di un bastone o di una canna, lunga, sottile e flessibile, alla cui estremità è unita una corda di sostanza vegetale o una striscia di pelle o di cuoio. La quale serve ad imprimere il movimento alla freccia. Questa è una parte integrante dell'arco. Nelle sue forme più arcaiche è fornita di piume o foglie o pezzettini di pelle che contribuiscono a mantenere nella direzione verso cui è stata scocca. In culture più evolute l'imponentatura scomparsa ed è sostituita da altri perfezionamenti dell'arco e della freccia. Fra le armi primitive l'arco è forse quella che dimostra maggior talento d'invenzione, riflessione e perfezionamento. Ciò ha indotto qualche autore (Gräbner) a sostenere che i pigmei non abbiano avuto originariamente quest'arma ma la sola freccia, che lanciavano con le mani contro la selvaggina. Quest'ipotesi però non è confermata dai fatti, perché tra i Pigmei l'arco e la freccia sono sempre associati.

Quest'arco acquista una forza di lancio molto maggiore, ma come già l'arco rotondo, è poco flessibile. La corda perciò è nuovamente di rotang. In certe regioni (Malesia, Africa occidentale) è fissata all'arco su appoggi che hanno la forma di cuscinetti, anelli, dischi o palline, intagliati o intrecciati sul bastone. Però nell'India ulteriori e anteriore — dove probabilmente è nata la cultura a cui quest'arco appartiene — si mantenne inizialmente alle estremità del bastone l'appoggio a scalino al quale il rotang — che si spezza più facilmente di una corda — è unito con una treccia di sostanza più flessibile. Questo è un arco in una anche fuori dell'area dei Pigmei, anzi è caratteristico del matriarcato posteriore (cultura diffusa specialmente nella Malesia, nell'Indonesia e nell'India ulteriori ma rappresentata anche nell'Africa occidentale e nell'America). 8) Gli Andamanesi hanno un arco molto più perfezionato e simile a quello della Malesia: grande, molto allargato alle due estremità, con l'ala superiore in curva verso l'arciere. L'infiorire lievemente in senso opposto. Per costruirlo scelgono un bastone già piegato quando è ancora nel terreno e fa cialtano la curvatura mentre cresce. Poi fabbricano l'arco, che, al centro, dove è afferrato dal pugno, ha la sezione circolare e poi subito s'allarga al due lati i quali però terminano di nuovo a punta. Quando l'arciere tende l'arco, tira la corda verso di sé, ossia nella direzione contraria all'ala superiore, la quale, appena la corda è lasciata libera, torna indietro con forza raddoppista. Nella posizione di riposo ha la forma di un S, quando è teso acquista una curvatura uniforme. Perciò è già un arco «semiriflesso» ed ha il vantaggio di non sottoporre il bastone ad una tensione molto diversa nelle sue varie fasi di movimento. Gli Andamanesi settentrionali aumentano ancora la possibilità di quest'arco tenendo il lato piegato continuamente sospeso su un debole fuoco che ne contrae le fibre. L'arco degli Andamanesi conserva le punte intagliate a scalino. La corda, di fibre vegetali, è avvolta come un anello alle estremità del bastone. 1) Semang hanno un vero arco «riflesso» che costruiscono con un bastone,

ETNOLOGIA - Pitografia su corteccia rappresentante scene di caccia. Indiani della America settentrionale, Roma, Museo preistorico etnografico Luigi Pigorini.

già ricurvo allo stato naturale, sul quale fanno un'altra curva opposta alla prima. L'arco è teso nella direzione contraria a quella della curva naturale. (1) I popoli nordici pastori dell'Asia settentrionale e centrale hanno un arco con la sezione semicircolare il quale è ancora più perfetto, e non solo. Nella posizione di riposo, la parte connessa all'esterno e la parte piana all'interno, ma quando l'arco è teso la parte connessa passa all'interno, la piana all'esterno è. La tensione è aumentata ancora da materiale molto elastico, unito intimamente al bastone. Quest'arco è nello stesso tempo a composto e riflesso. Alle sue estremità sono praticate tacche profonde nelle quali è fissata una robusta cordicella. La confezione di quest'arco esige molto tempo e molto lavoro. Questo tipo manca completamente ai Pigmei e si trova invece nelle grandi civiltà (Cina, India, Persia, mondo classico) che lo hanno avuto dalla cultura dei nomadi pastori. All'arco a sezione semicircolare, connessa all'interno e piana all'esterno è, sono associate forme più perfezionate d'imponentura nelle quali le piume, mediante una cucitura più o meno stretta, aderiscono alla freccia per tutta la loro lunghezza. Talvolta l'imponentura manca completamente ma queste forme evolute dell'arco e della freccia sono caratteristiche del matriarcato posteriore e sostanzialmente estranee alla cultura dei Pigmei.

Da quanto si è esposto, risulta che le forme dell'arco e delle frecce che prevalgono tra i Pigmei (tipico α, β) sono le più primitive che si conoscono, perché le più vicine alle forme che si trovano nella stessa natura. Perciò la presenza di quest'arma tra i Pigmei non può essere invocata contro la loro grande antichità etnologica. I suoi perfezionamenti sono dovuti sia alla natura di questi popoli - che non sono rigidi ma capaci di miglioramento, come attestano gli etnologi che li hanno strutturati sul posto - sia a influenze esterne. Le differenze più forti si notano infatti tra il gruppo africano e quello asiatico, separati da distanza maggiore. Non è nemmeno sostenibile l'ipotesi di alcuni etnologi per i quali i Pigmei avrebbero avuto l'arco e la freccia da culture più evolute e in particolare dal matriarcato posteriore, anzi ci sono numerosi indizi a favore della tesi contraria, che cioè l'arco e la freccia siano emigrati dalla cultura dei Pigmei a quella del matriarcato posteriore, il quale avrebbe successivamente perfezionato quest'arma. Che le forme α, β, siano le più primitive è confermato dal fatto che esse, fuori della cultura dei Pigmei, sono usate (sole o con altre più perfezionate) soltanto più da popoli che appartengono ancora alle culture originarie e non hanno avuto contatti né con i nomadi pastori né col matriarcato più recente. L'arco rotondo (tipico α) è usato ancora dagli Ainu, che rappresentano lo strato culturale più arcaico del Giappone settentrionale, dai Ge-Tapuyu del Brasile orientale che appartengono, con altre popolazioni confinanti, al ciclo culturale più arcaico di quelle regioni, il quale ha molte somiglianze con quello dei Pigmei. L'arco a sezione semicircolare con la parte connessa all'esterno e quella piana all'interno, è usato ancora dagli Ainu, dai popoli paleoasiatici (Coriachi, Ciukci, Aleuti e parecchi gruppi di Eschimesi), da indiani lungo la costa nord-occidentale dell'America fino alla California com

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Pigmei africani. Solo i Boscimani — i quali, sembra, costituiscono un passaggio dalla cultura primitiva centrale a quella meridionale — hanno prodotto una grande arte rupestre a carattere realistico, la quale ha stretto relazioni con quella del paleolitico superiore europeo (grotte di Cogul, Alpera, Tortosilla nella Spagna) ed è il risultato della mescolanza di una cultura primitiva con una totemista, quindi più recente. L'arte non è il solo punto in cui i Boscimani differiscono dai Pigmei. Gli Australiani hanno già qualche manifestazione di intaglio e di scultura a rilievo. Perciò anche sotto l'aspetto dell'arte figurativa i Pigmei sono più primitivi degli Australiani.

f) Il totemismo. — La base del totemismo è la credenza in una relazione magica tra un gruppo sociale (clau) o un singolo individuo o un sesso ed una determinata specie animale (più raramente vegetale e più raramente ancora un elemento della natura: sole, luna, acqua), relazioni fondate generalmente sulla credenza di un antenato comune. Ci sono tre diversi aspetti di totemismo: il sociale, l'individualità e il sessuale. Gli Australiani sud-orientali hanno già elementi di totemismo sociale, preso da popolazioni vicine appartenenti a culture più recenti, e un totemismo individuale e sessuale piuttosto sviluppato (dei Tasmaniani, che sono estinti, non hanno al riguardo notizie degne di fede). Manifestazioni del totemismo si trovano anche tra i Pigmei ma sono molto meno numerose e meno importanti che tra gli Australiani. Perciò sotto quest'aspetto sociologico i Pigmei appartengono a una fase più arcaica di quella delle popolazioni dell'Australia sud-orientale.

g) Usi funebri. — Gli usi funebri dei paleocustri hanno fatto elementi complicati che mancano ai Pigmei, quali: a) la manducazione di qualche parte della carne del defunto e l'unzione del corpo dei parenti con gli umori che secca e cadavere; b) l'estrazione degli intestini e altre manomissioni del cadavere; c) le pratiche magiche fatte con l'intento di scoprire chi abbia causato la morte — le quali non proprie di cultura più recenti che attribuiscono la morte solo a influenze magiche — per poter esercitare la vendetta. Perciò, anche sotto quest'aspetto culturale, i Pigmei sono più arcaici dei paleocustri.

Dal confronto dei due cicli culturali si è visto che: a) in ambedue i cicli si sono elementi che appartengono alla stessa età etnologica; b) ci sono poi parecchi altri elementi culturali caratteristici i quali, tra i Pigmei, hanno un carattere più arcaico che tra i paleocustri, mentre non si verifica nessun caso contrario. Dall'insieme di questi fatti più concludere che il ciclo culturale dei Pigmei è più arcaico di quello dei paleocustri.

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Etnologia - Sepoltura e riti funebri. Scmi di lutto degli Yamana (Terra del Fuoco).

ti fatti più concludere che il ciclo culturale dei Pigmei è più arcaico di quello dei paleocustri.

IX. CONCLUSIONE

L'origine e la formazione delle prime culture può essere riassunta così:

I. Dall'antica cultura veramente originaria, che sembra doversi collocare nell'Asia orientale, si staccano, prima ancora dell'inizio dell'età della pietra, i popoli che appartengono alla cultura centrale (Pigmei), i quali si suddiviscono presto nei due rami principali: l'asiatico e l'africano. Nonostante non trovati differenze, questi due gruppi costituiscono ancora, nel loro insieme, un vero ciclo culturale, il più arcaico che si conosca nell'Asia orientale. Dal punto di vista antropologico, sembra che i Pigmei appartengano alla razza più antica, non nel senso che si debbano considerare i progenitori di tutte o anche soltanto di molte razze, bensì come un ramo distaccato presi di fronte principale, ramo che non subì le grandi evoluzioni successive delle altre razze e non ne originò nessuna, neppure di negoziati (W. Schmidt).

2. Successivamente si staccarono i popoli che compongono la cultura settentrionale o antica — il cui strato più arcaico è ancora alitico — e quelli della cultura meridionale che sono già paleolitici.

3. Ancora più tardi si è formata la cultura dei Fuegini (Terra del Fuoco) che occuparono la parte più meridionale dell'America.

Queste culture, rimaste per millenni quasi completamente isolate, si sono lentamente adattate al nuovo ambiente ed hanno quindi subito una diversa specializzazione: arricchendosi specialmente nella cultura materiale (ma non solo in questa) di nuovi elementi ma anche perdendone altri che già possedevano, perché non più adatti. Perciò nessuna di queste culture può chiamarsi originaria in senso assoluto. La ricostruzione della fase originaria dell'umanità è stata forse il compito più arduo affrontato e, fin dove fu possibile, risolto, dagli etnologi della scuola storico-culturale.

É ovoio che questa ricostruzione non può con-
sistere nella sola somma degli elementi che com-
pongono le culture più arcaiche ancora accessibili
all'e.; al contrario, procedendo a ritroso, si devono
scartare ad uno ad uno, perché più recenti, tutti
gli elementi dovuti alla specializzazione e ai contatti
esterni. In questo lavoro comparativo è assoluta-
mente necessario considerare tutte le culture più
arcaiche ancora accessibili all'e. ed alla preistoria,
perché il fatto che una cultura sia più recente di
un'altra non significa che tutti gli elementi della
prima siano più recenti degli elementi corrispondenti
della seconda. L'indagine etnologica ha dimostrato
infatti che qualche elemento - senza dubbio molto
arcaico e probabilmente già appartenuto alla cul-
tura veramente originaria - attualmente mancante
ai Pigmei è stato conservato nell'antica cultura
artica o in quella tasmaniana. Ma, anche dopo aver
eliminato tutti gli elementi più recenti, l'e. non
potrebbe presumere di aver ricomposto la cultura
veramente originaria dell'umanità in tutto il suo
complesso, perché certe manifestazioni, nel lungo
e quasi completo isolamento delle culture centrali,
settentrionale e meridionale, si sono fatalmente irri-
gidite causando impoverimento nella cultura E
sempre accaduto così per tutte le culture isolate e
chiuse, grandi o piccole che fossero. E non c'è
ragione di ritenere che ci sia stata un'eccezione per
le più primitive.

Questa perdita si verificò soprattutto nelle ma-
nifestazioni spirituali.

Perciò l'e. è molto scettica di poter ricostruire in
tutta la sua pienezza la cultura veramente originaria
dell'umanità.

Osservazioni analoghe si potrebbero fare per
l'antropologia, la linguistica e la preistoria quando
affrontano direttamente il problema delle origini.
Questa constatazione, in sé molto amara, non deve
diminuire l'interesse per queste scienze, le quali
hanno dato prova di poter ricostruire, se non tutta,
almeno molta parte della storia dell'umanità che
sembrava definitivamente perduta.

L'e. in particolare ha gettato fasci di luce sulle
prime manifestazioni della vita economica, sociale e
religiosa dell'uomo. - Vedi tavv. XLV-XLVII.

BIBL.: Storia dell'e.; W. Schmidt, Die moderne Ethnologie modernes, in Anthropos, 1 (1906), pp. 134-237. (Lehrmologie modernes), in Anthropos, 1 (1906), pp. 134-237. Le primis, in Anthropos, 1 (1906), pp. 135-237. (Lehrmologie modernes), in Anthrocos, 1 (1906), pp. 135-237. Le primis, in Anthropos, 1 (1906) pp. 136-237. (Lehrmologie modernes), in Anthrocos, 1 (1906) pp. 136-237. Le primis, in Anthropos, 1 (1906) pp. 137-237. (Lehrmologie modernes), in Anthrocos, 1 (1906) pp. 137-237. Le primis, in Anthropos, 1 (1906) pp. 138-237. (Lehrmologie modernes), in Anthrocos, 1 (1906) pp. 138-237. Le primis, in Anthropos, 1 (1906) pp. 139-237. (Lehrmologie modernes), in Anthrocos, 1 (1906) pp. 139-237. Le primis, in Anthropos, 1 (1906) pp. 140-237. (Lehrmologie modernes), in Anthrocos, 1 (1906) pp. 140-237. Le primis, in Anthropos, 1 (1906) pp. 141-237. (Lehrmologie modernes), in Anthrocos, 1 (1906) pp. 141-237. Le primis, in Anthropos, 1 (1906) pp. 142-237. (Lehrmologie modernes), in Anthrocos, 1 (1906) pp. 142-237. Le primis, in Anthropos, 1 (1906) pp. 143-237. (Lehrmologie modernes), in Anthrocos, 1 (1906) pp. 143-237. Le primis, in Anthropos, 1 (1906) pp. 144-237. (Lehrmologie modernes), in Anthrocos, 1 (1906) pp. 144-237. Le primis, in Anthropos, 1 (1906) pp. 145-237. (Lehrmologie modernes), in Anthrocos, 1 (1906) pp. 145-237. Le primis, in Anthropos, 1 (1906) pp. 146-237. (Lehrmologie modernes), in Anthrocos, 1 (1906) pp. 146-237. Le primis, in Anthropos, 1 (1906) pp. 147-237. (Lehrmologie modernes), in Anthrocos, 1 (1906) pp. 147-237. Le primis, in Anthropos, 1 (1906) pp. 148-237. (Lehrmologie modernes), in Anthrocos, 1 (1906) pp. 148-237. Le primis, in Anthropos, 1 (1906) pp. 149-237. (Lehrmologie modernes), in Anthrocos, 1 (1906) pp. 149-237. Le primis, in Anthropos, 1 (1906) pp. 150-237. (Lehrmologie modernes), in Anthrocos, 1 (1906) pp. 150-237. Le primis, in Anthropos, 1 (1906) pp. 151-237. (Lehrmologie modernes), in Anthrocos, 1 (1906) pp. 151-237. Le primis, in Anthropos, 1 (1906) pp. 152-237. (Lehrmologie modernes), in Anthrocos, 1 (1906) pp. 152-237. Le primis, in Anthropos, 1 (1906) pp. 153-237. (Lehrmologie modernes), in Anthrocos, 1 (1906) pp. 153-237. Le primis, in Anthropos, 1 (1906) pp. 154-237. (Lehrmologie modernes), in Anthrocos, 1 (1906) pp. 154-237. Le primis, in Anthropos, 1 (1906) pp. 155-237. (Lehrmologie modernes), in Anthrocos, 1 (1906) pp. 155-237. Le primis, in Anthropos, 1 (1906) pp. 156-237. (Lehrmologie modernes), in Anthrocos, 1 (1906) pp. 156-237. Le primis, in Anthropos, 1 (1906) pp. 157-237. (Lehrmologie modernes), in Anthrocos, 1 (1906) pp. 157-237. Le primis, in Anthropos, 1 (1906) pp. 158-237. (Lehrmologie modernes), in Anthrocos, 1 (1906) pp. 158-237. Le primis, in Anthropos, 1 (1906) pp. 159-237. (Lehrmologie modernes), in Anthrocos, 1 (1906) pp. 159-237. Le primis, in Anthropos, 1 (1906) pp. 160-237. (Lehrmologie modernes), in Anthrocos, 1 (1906) pp. 160-237. Le primis, in Anthropos, 1 (1906) pp. 161-237. (Lehrmologie modernes), in Anthrocos, 1 (1906) pp. 161-237. Le primis, in Anthropos, 1 (1906) pp. 162-237. (Lehrmologie modernes), in Anthrocos, 1 (1906) pp. 162-237. Le primis, in Anthropos, 1 (1906) pp. 163-237. (Lehrmologie modernes), in Anthropos, 1, (1906) pp. 163-237. (

ETNOLOGIA - ETRUSCHI RELIGIONE

Anthroposlogie, Etnologie und Prähistorien, Vienna: Primitive man, Washington: Rivista di antropologia, Roma: Sindrome Mede deludente (finora 22 fascicoli quasi tutti in inglese). Stoccolma: Zeitschrift für Ethnologie, Berlino: Zeitschrift für Wissenschaftliche Religionswissenschaft, Münster in West: Wiener Beiträge zur Kulturgeschichte und Linguistik, Vienna: Seminars internationales d'ethnologie religieuse, 5 voll., 1a sessione, Lovanio 1912; 2a voll., 1a sessione, Lovanio 1923; 3a voll., 1a sessione, Lovanio 1924. Renato Boccassino