ETNOLOGIA

ETNOLOGIA. - È la scienza che studia le manifestazioni culturali delle popolazioni primitive.

SOMMARIO: I. L'e. e il suo compito. - II. L'e. unita alla storia, alla geografia e allo studio delle razze. - III. L'e. come scienza indipendente. - IV. L'inizio dell'indirizzo storico (Ratzel, Paschel, Schurtz, Weule). - V. La scuola storico-culturale: il concetto di «conigrazione» e i criteri base di «qualità» e di «quantità» (Frobenius, Foy, Ankermann, Gröbner, Schmidt, Koppers, Pinard de la Boullaye, van Bulck). - VI. Chiarificazione del termine «primitivo». - VII. Le culture più arcaiche e noi accessibili. - VIII. Confronto tra le culture più arcaiche per stabilire quale sia la più vicina all'originaria. - IX. Conclusione.

I. L'E. E IL SUO COMPITO. - Si è fatto spesso confusione tra i termini antropologia, etnografia ed e. che in alcune nazioni sono usati ancora indifferentemente e causano una confusione dannosa alla disciplina, la quale, come scienza indipendente, è ancora giovane.

L'antropologia studia l'uomo sotto l'aspetto ana-

Article illustration
(da Mon. vol. XLII. Londra 1959) ETNOLOGIA - Ritratto di Giacomo Giorgio Frazer (1854-1941). L'ultimo insigne rappresentante dell'evoluzion- smo classico.
tomico e fisiologi-
co e tratta i pro-
blemi generali della
famiglia umana
connessi con que-
sto studio: l'ori-
gine, la classifica-
zione e la mesco-
lanza delle diverse
razze. L'antropolo-
gia appartiene alle
scienze naturali
con cui ha in co-
mune il metodo.
L'etnografia si li-
mita a raccogliere
informazioni sulle
manifestazioni del-
la vita psichica dei
popoli: l'economia,
la sociologia, la re-
ligione, l'arte, la
lingua, ecc. La si-

atemazione e la comparazione di questi dati, lo studio
della formazione delle varie culture, del loro sviluppo
e della loro fusione, ossia la loro storia, costituiscono il
compito dell'e., come indica anche l'etimologia: ἔθνος
= popolo, e λόγος = discorso, ragionamento. Negli
ultimi decenni l'e. ha precisato sempre meglio il
suo oggetto di studio - le manifestazioni culturali
delle popolazioni primitive viventi -, si è staccata
dall'antropologia, alla quale era stata unita per pa-
recchio tempo, e tende a stringere legami sempre più
stretti con la preistoria, la quale studia le popola-
zioni primitive scomparse. L'e. e la preistoria sono
discipline storiche, perché studiano le manifestazioni
spirituali dell'uomo; ad esse non è applicabile il me-
todo delle scienze naturali, ma soltanto il metodo
storico.

Article illustration
II. L'E. UNITA ALLA STORIA, ALLA GEOGRAFIA E ALLO STUDIO DELLE RAZZE. - L'e. come disciplina indipendente, è piuttosto recente, benché informazioni etnografiche spesso buone ed esatte sugli usi e costumi dei popoli si trovino già negli antichi scrittori cinesi, egiziani, greci e latini.
Il medioevo ignorò la letteratura classica greca e
quindi la maggior parte delle conoscenze etnologiche
acquisite dagli antichi. Però i missionari che evangeliz-
zarono prima l'Europa e si spinsero poi nelle altre parti
dei mondo, lasciarono nei manuali per la confessione,
nelle prediche, negli atti dei concili preziosi notizie etno-
grafiche.

Le grandi scoperte geografiche allargarono molto in
estensione il campo dell'e. ma non altrettanto in profon-
dità perché i viaggiatori, spinti spesso soltanto da in-
teressi materiali, si preoccuparono soprattutto delle terre
e dei tesori e considerarono gli indigeni come un inciampo
e un peso che eliminarono talvolta in modo brutale.

L'illuminismo a gli enciclopedisti del sec. XVIII, so-
prattutto il Montesquieu e il Rousseau, cercarono spesso
di fondare le loro teorie sull'e. ma il loro dilettantismo,
appunto perché vivace a geniale, fu particolarmente
dannoso.

La soppressione e la secolarizzazione delle Congrega-
zioni religiose in molte nazioni interruppe per quasi un
secolo l'attività missionaria e limitò le informazioni etno-
grafiche alle sole relazioni dei viaggiatori. Poco si cercò
in questo periodo (1800-39) di studiare le manifestazioni
spirituali dei popoli. L'e. si rivolse prevalentemente allo
studio e alla classificazione delle razze ma la documenta-
zione di cui si disponeva era ancora insufficiente e fu rie-
laborata inoltre con poca preparazione. Si giunse così
a sintesi affrettate: dalla giusta constatazione che alle

comunanza della lingua a spesso unita la comunanza dei
costumi, degli usi e delle credenze si identificò erronea-
mente la comunanza della lingua con quella della razza
e si parlò non di una razza indecuropes, semita, ma
persino di una razza germanica, celtica, anglosassone,
gallica. In questo periodo J. A. Gobineau pose i fonda-
menti del razzismo nella sua opera Essai sur l'Ingénierie
des races humaines (4 voll., Parigi 1853-55).

III. L'E. COME SCIENZA INDIPENDENTE. - Con il 1859
si inizia un periodo completamente nuovo per l'e.: crolla
definitivamente la teoria della degenerazione e s'inizia
l'applicazione dell'evoluzionismo biologico alle discipline
storiche e morali (v. EVOLUZIONISMO CULTURALE).

IV. L'INIZIO DELL'INDIRIZZO STORICO (RATZEL, PE-
SCHEL, SCHURTZ, WEULE). - Verso il 1880 il materialismo,
almeno nelle sue forme più crude, cominciò a declinare
e s'incominciò a riconoscere che il metodo dell'anatomia
e della fisiologia non è applicabile allo studio delle mani-
festazioni dello spirito. In Germania si iniziò lo studio
delle reazioni dell'uomo all'ambiente esterno (territorio,
clima, flora, fauna), reazioni più passive che attive le
quali formano l'oggetto della geografia antropica fondata
da Fr. Ratzel e O. Peschel e continuata da H. Schurtz.

L'indagine storica ha dimostrato che gli elementi
culturali hanno un'origine unica, ma quando emigrano
da un popolo all'altro si modificano, si perfezionano
e si trasformano; talvolta subiscono mutamenti tali da
sembrare irriconoscibili se confrontati con la fase ini-
ziale. H. Schurtz aveva già registrato per il solo coltello da
getto africano sessante forme diverse. Constatazioni ana-
loghe si potrebbero ripetere per tutte le armi, gli attrezzi
e gli utensili dei primitivi finora studiati e si rafforzereb-
bero ancora passando alla sociologia e alle altre molteplici
manifestazioni della cultura spirituale. Esploratori ed

Article illustration
(da Zeitschrift für Ethnologie, section, 19 (1898), fasc. 1-3) ETNOLOGIA - Bernardo Ankermann (n. nel 1896), uno dei fondatori della scuola storico culturale.
ernologi hanno dimostrato che canti, miti, pratiche religiose sorgono in un dato posto, creati da un individuo particolarmente dotato, sono accettati a respinti dai membri della stessa tribù, i quali, a loro volta, li trasformano. Nuovamente rielaborate, queste creazioni possano da una tribù all'altra; talvolta diventano patrimonio culturale di una e anche di parecchie popolazioni, altre volte, dopo poco tempo, cadono in disuso. Non si può prevedere con assoluta certezza che cosa accadrà di un dato elemento culturale: può vivere o scomparire perché l'uomo agisce liberamente.

Article illustration

V. LA SCUOLA STORICO-CULTURALE: IL CONCETTO «EMIGRAZIONE» E I CRITERI BASE DI «QUALITÀ» E DI «QUANTITÀ» (FROBENIUS, FOY, ANKERMANN, GRÄBNER, SCHMIDT, KOPPERS, FINARD DE LA BOULLAVE, VAN BULCK)

Se il metodo evolucionista si fosse imposto definitivamente l'e. sarebbe fallita perché avrebbe dovuto rinunciare alla sua caratteristica essenziale di disciplina storica. Fortunatamente, prima in Germania e poi nelle altre nazioni, sorsero benefiche reazioni che riportarono la disciplina al giusto posto.

Fr. Ratzel, già ricordato per l'impulso che diede alla geografia antropica, deve essere considerato come il fondatore della teoria dell'emigrazione, concetto eminentemente storico che è la base dell'e. moderna. Dallo studio della cultura materiale giunse alla constatazione che un oggetto (ad es., un'arma), spesso molto diffuso sulla terra, talvolta in modo continuo talvolta no, ha avuto un'origine unica, e che elementi culturali, ora lontani e divisi, sono sorti in un sol punto e di là si sono diffusi in eminenti diversi. Lo stesso autore stabilì la prima parentela tra una determinata forma di archi della Melanesia e dell'Africa occidentale, fondata sul criterio di forma, chiamato anche di qualità, ossia sulle somiglianze caratteristiche non determinate dalla natura dell'arma o dal materiale di cui è fatta. Le due forme degli archi sono caratterizzate dal bastone a sezione ovale avvolto verso un'estremità con snelli di sostanza vegetale intrecciata; il tendine è composto con una striscia di canna chiamata rotang e fermata all'estremità del bastone da un bulbo rotondo. Le freccia hanno la stessa impenitentura. Questa prima scoperta, rimasta celebre, era destinata a capovolgere lo studio dell'e., perché dimostrava la necessità di stabilire anzitutto il luogo d'origine di un determinato oggetto o di un'istituzione e solo in seguito indagare sulla ragione psicologica di questa origine. Al metodo psicologico, proprio dell'evoluzionismo che vedeva dovunque invenzioni, si sostituiva il metodo storico; alla teoria della convergenza quella dell'emigrazione su cui si fonda l'e. moderna.

Allievi del Ratzel applicarono con successo il nuovo metodo: H. Schuetz, già ricordato, studiò la diffusione del coltello da getto in Africa, K. Weule la diffusione delle frecce. Leo Frobenius sviluppò in modo organico e sistematico la teoria delle emigrazioni: dalla constatazione che generalmente una relazione culturale comune non è limitata ad un oggetto o a elementi isolati (quali sarebbero la sola concordanza nella forma degli archi e di qualche altra arma o utensile) ma si estende alla sociologia, alla mitologia, alla religione, ossia a tutto un insieme organico, introdusse il secondo canone base della disciplina: il criterio di quantità che è «l'insieme delle rassomiglianze indipendenti sia a vicenda sia dall'ambiente, presentate dagli elementi che compongono due o più culture». Quanto più numerose sono queste rassomiglianze, altrettanto maggiore è la probabilità che le culture raffrontate abbiano la stessa origine. Lo stesso autore formuò per primo il concetto di ciclo culturale che, rielaborato in seguito da altri autori, può essere definito «il complesso culturale che comprende tutte le manifestazioni essenziali e necessarie alla cultura umana: l'ergologia (cultura materiale: abitazione, utensili, armi, ecc.), l'economia, la società, i costumi, la religione» (W. Schmidt). Il territorio su cui si estende questo ciclo si chiama area culturale. I cicli culturali emigrano generalmente nel loro complesso. W. Foy, B. Ankermann, Fr. Gräbner, W. Schmidt applicarono con grande successo il nuovo indirizzo allo studio delle culture dell'Oce-

(da Festschrift, Publication d'hommage officiel zu p. W. Schmidt, Vienna 1875)

ETNOLOGIA - Il padre Guglielmo Schmidt (n. a Hürde in Vestfalia il 15 febbr. 1868, vivente). È il rappresentante più autorevole della scuola storico culturale, della quale ha sviluppato e perfezionato il metodo, già rielaborato in modo organico dal Gräbner.

nia, dell'Africa e dell'America meridionale. Soprattutto W. Schmidt estese le indagini anche alla linguistica, alla mitologia e più tardi a tutto il complesso della religione delle culture più arcaiche e non accessibili.

Il metodo storico fu sempre più perfezionato. Alla prima sistemazione organica datagli dal Gräbner nella sua classica opera Die Methode der Ethnologie seguirono i lavori di H. Finard de la Boullaye, G. van Bulck, W. Koppers e W. Schmidt. L'indirizzo storico esercitò una benefica influenza negli ambienti etnologici di tutte le nazioni; in Germania è seguito, almeno come metodo di studio, da quasi tutti i cultori della disciplina ed applicato con successo anche alla preistoria soprattutto da O. Menghin. In America si è iniziata da vari decenni una corrente storica a cui appartengono i più noti etnologi. Anche in Inghilterra e in Francia, dove la tradizione dell'evoluzionismo era più forte che altrove, il nuovo indirizzo fu visto con benevolenza pure da etnologi che si erano formati alla vecchia scuola evolucionista.

VI. CHIARIFICAZIONE DEL TERMINE «PRIMITIVO»

I cosiddetti primitivi non sono resti di civiltà decadute, ma popoli che hanno avuto una stasi nel loro sviluppo (v. PRIMITIVI).

Lo studio delle condizioni che hanno favorito tale arresto nella cultura porterebbe ad entrare in argomenti che sono in gran parte estranei all'e. Notiamo soltanto che sono ostacoli allo sviluppo e alla diffusione della civiltà tutte le condizioni geografiche, ambientali e psicologiche che impediscono la formazione di popolazioni numerose.

Fattori geografici ed ambientali contrari allo sviluppo sono piccole isole come quelle dell'Oceano Pacifico,

divise da grandi estensioni di acqua, vallate strette e chiuse da montagne, un suolo povero come quello dei deserti dell'Africa e dell'Asia, le tundre dell'Asia settentrionale e dell'America settentrionale, i boschi umidi dell'Africa centrale e dell'America meridionale, ossia le regioni che sono abitate ancora e lo furono fino a poco tempo fa da popolazioni primitive o da popolazioni povere di cultura. Fattori geografici favorevoli sono regioni fertili e di facile comunicazione, e soprattutto paesi irrigati da grandi fiumi. Le più antiche civiltà si sono infatti sviluppate lungo il Tigri, l'Eufrate, il Nilo e i grandi fiumi dell'India e della Cina.

Tra gli elementi contrari a progresso sono da ricordare in modo particolare le guerre: esse impoveriscono la popolazione soprattutto di giovani che sono i soggetti più adatti alla fondazione e continuazione della famiglia, e producono uno squilibrio fra il numero degli uomini e quello delle donne. Nelle popolazioni piccole queste perdite si fanno sentire ancora più gravemente che nelle numerose e favoriscono il passaggio dalla monogamia originaria alla poligamia. Anche la grande povertà dovuta al suolo e la carestia contribuiscono a scuotere le basi della famiglia. La pollandria - istituzione che permette a una donna più mariti - è spesso dovuta all'impossibilità in cui si trovano gli uomini di pagare la dote necessaria all'acquisto della sposa. Anche tra i primitivi le grandi spinte verso il progresso sono dovute a individualità geniali, audaci e lungimiranti - uomini e donne - che hanno esercitato la loro influenza nel campo economico, religioso, politico, sociale, medico, linguistico. L'esistenza di queste personalità è ormai un fatto acquisito e viaggiatori, missionari, funzionari coloniali ed etnologi sono stati testimoni della attività di questi uomini eccezionali.

Ma le grandi individualità hanno bisogno di masse che accettino, conversino, trasmettano le innovazioni da esse apportate; senza la masse i progressi avrebbero scarsa risonanza e mancherebbero i piccoli, lenti, ma numerosissimi miglioramenti che perfezionano un'invenzione, anzi mancherebbe la stessa spinta al perfezionamento. Troppo spesso si dimentica che le varie invenzioni e i cambiamenti radicali tra i primitivi, come tra i popoli con grande civiltà, sono pochi; molto spesso elementi culturali si tramandano in modo conservativo e sono soggetti solo a varianti lente e continue che li perfezionano e non a bruschi cambiamenti; la storia degli elementi culturali ce lo insegna. Ed è bene che sia così perché se ogni generazione pretendesse di fare tabula rasa dei risultati ai quali è giunta la precedente e ricominciare ab ovo, saremmo ancora tutti agli albori della civiltà. Inoltre più è piccolo un popolo, meno possibilità ha di avere forti individualità; può darsi anche che non ne abbia affatto e, se sorgono, non trovano risonanza. Molte popolazioni primitive sono poco numerose, deboli, isolate, e quindi in condizioni adatte ad irrigidirsi. L'indagine etnologica ha inoltre messo in rilievo un altro fatto di capitale importanza: che in seno alla stessa civiltà di un popolo il progresso non è stato uguale in tutti i sensi, ma spesso si è progredito solo in una direzione e regredito in un'altra. Così il metriacato ha trovato e perfezionato l'agricoltura, ma in molti casi ha distrutto la famiglia; il totemismo ha sviluppato moltissimo la tecnica della caccia e senza dubbio ha contribuito ugualmente al progresso della scienza e dell'arte, ma ha indebolito anch'esso la famiglia e sostituito alla religione la magia; i nomadi pastori sono stati i primi ad addomesticare ed allevare gli animali, ma in alcuni punti della vita religiosa e sociale rappresentano a loro volta un regresso di fronte a popolazioni primitive. Questi sviluppi non armonici - una civiltà dovrebbe progredire in tutti i sensi anche negli elementi che causano doveri e oneri, come sono la famiglia e la religione - spiegano in gran parte la decadenza di grandi civiltà che avevano sviluppato prevalentemente solo gli elementi da cui potevano trarre godimento e soppresso o indebolito quelli che costavano sacrifici. L'egoismo sfrenato è senza dubbio uno dei fattori più contrari al progresso, perché mina la famiglia, diminuisce la massa e ostacola i rapporti tra popoli.

Da quanto si è accennato risultano evidenti alcune conclusioni - che le vecchie scuole evoluzioniste avevano completamente trascurato - sulle quali invece non si insistera mai troppo: 1) non ci sono popoli assolutamente primitivi, ossia del tutto privi di civiltà o di storia; 2) i cosiddetti primitivi hanno avuto una sassi nel loro sviluppo; 3) non è possibile mettere tutti i primitivi allo stesso livello ma bisogna distinguere tra più e meno primitivi; 4) i fattori etici, sociali e religiosi di un popolo non progrediscono necessariamente con il maggiore sviluppo economico.

Resta da determinare quali popoli costituiscono l'oggetto dell'e. Qualche studioso ha allargato tanto i confini della scienza da includersi praticamente anche la maggior parte delle grandi civiltà antiche. L'insistere su questo punto è un errore che genera una giusta reazione da parte dei sinologi, egitologi, semitologi, ecc. È vero che certi aspetti delle grandi civiltà si possono comprendere e spiegare solo ricorrendo all'e., perché hanno profonde radici in strati culturali più antichi che sfuggono all'indagine dell'archeologo e del linguista: ormai è ammesso che l'arte egiziana ha ricevuto un grande impulso dal totemismo e W. Koppers, in una serie di lavori pubblicati nell'ultimo ventennio sulla rivista Anthropos, ha spiegato con l'e. molti aspetti finora ignoti della cultura e della religione degli Indoeuropei. Nel popolo continuano ancora un po' dappertutto credenze, usanze, costumi, che sono sopravvivenze di culture scomparsa, nel loro complesso, da secoli. Una più stretta collaborazione tra gli studiosi delle grandi civiltà antiche, dell'etnograña popolare (folklore) e dell'e. sarebbe utile a tutte queste scienze. Ciascuna di esse però ha il suo compito e limiti che non può varcare. L'e. studia le culture di quei popoli che si possono chiamare ancora primitivi, non in senso assoluto (che non esistono più), ma relativo.

In parecchie parti del mondo (Sudan, Indonesia, Polinesia, India, Cina, America centrale e meridionale) ci sono ancora e si hanno tracce ricure di popolazioni che avevano raggiunto uno sviluppo culturale elevato. Parecchie hanno avuto contatti con l'islamismo, il lamaismo, il confucianismo, il brahmanismo, l'induismo che si sono sovrapposti alle religioni originarie che non conosciamo più. Da queste mescolanze sono sorte nuove culture nelle quali, accanto a manifestazioni proprie delle grandi civiltà, vivono ancora spesso rigogliosi molti elementi arcaici.

Non è quindi facile, anzi è impossibile, formulare un criterio assoluto in base al quale si possa includere una popolazione o una cultura nel concetto di «primitivo». Però, forse, nessuna invenzione ha avuto un'influenza così profonda sul pensiero dell'uomo e sullo sviluppo della civiltà come la scrittura. Essa indica il bisogno di fissare le conoscenze tramandate prima realmente, annulla le distanze del tempo e rende possibile registrare in modo più rapido, più esatto e completa, i progressi della generazione precedente e trasmetterli alla seguente. Fissando i concetti in modo più oggettivo di quanto sia possibile con la sola tradizione, acuisce il senso critico e la riflessione. Solo con la scrittura si può avere uno sviluppo culturale su vasta base che utilizzi il lavoro già fatto da altre generazioni. Il vero progresso è possibile solo quando si costruisce e si completa in profondità e larghezza il patrimonio culturale per cui hanno lavorato con sforzo e tenacia le generazioni precedenti.

La scrittura è stata l'invenzione che ha portato le culture ancora povere al grado di grandi culture, ed è la divisione più comprensiva che si possa fare della civiltà umana. Al primo periodo appartengono i popoli senza la scrittura, che chiameremo primitivi, caratterizzati da un pensiero ancora ingenuo; al secondo i popoli con la scrittura, caratterizzati da un pensiero critico e riflessivo. L'e. studia tutto il complesso culturale dei primitivi e le manifestazioni delle grandi civiltà che si possono spiegare soltanto con la conoscenza delle culture primitive.

VII. LE CULTURE PIÙ ARCAIGHE A NOI ACCESSIBILI

L'e., come disciplina storica, deve studiare anzitutto

il problema dell'età e della successione delle culture e dei cicli culturali. Nella sua indagine non presuppone i postulati dell'evoluzionismo (progresso dal più grossolano al più perfetto, uniformità dell'evoluzione in tutti i luoghi), o di una determinata tesi storica e teologica, ma procede come tutte le discipline storiche: si preoccupa anzitutto di preparare buone monografie dedicate a singoli popoli e a regioni e, dove è possibile, a periodi culturali ben determinati. Da questo lavoro analitico passa in seguito alla sintesi e allo studio delle relazioni che intercorrono tra i vari cicli culturali vicini o lontani.

Besandosi sui dati dell'antropologia e delle scienze affini, alcuni etnologi dell'indirizzo storico ritengono di poter accettare senz'altro come postulato (il solo di cui si valgono) la monogenesi dell'uomo; altri, benché anch'essi persuasi che a favore della monogenesi ci sono argomenti molto più forti e più convincenti che per la poligenesi, ma nello stesso tempo preoccupati di tenersi liberi da qualsiasi tesi, preferiscono non dare a questa premessa il valore di un postulato, ma se ne servono solo come ipotesi provvisoria per orientare la ricerca e utilizzare poi le conclusioni convergenti delle altre scienze come la paleoantropologia, la preistoria, la linguistica ecc. (Queste conclusioni sono state esposte da M. Schulien, L'unità del genere umano alla luce delle ultime risultanze antropologiche, linguistiche ed etnologiche, 3ª ed., Milano 1947).

Nelle culture primitive tuttora viventi o scomparse da poco si possono già distinguere tre o quattro cicli culturali molto antichi (che lo stato attuale delle conoscenze non ha finora potuto riportare ad un solo ciclo).

1. La cultura primitiva centrale, caratterizzata nella sociologia dalla monogamia e dall'esogamia locale (v. ESMOLIA), alla quale appartengono i Pigmei e i Pigmoidi dell'Africa centrale, dell'Asia sud-orientale e dell'Oceania, ossia popoli che abitano prevalentemente regioni tropicali, tutte a sud dell'equatore e quindi centrali.

2. La cultura primitiva meridionale, caratterizzata nella sociologia dall'esogamia e dal totemismo sessuale, alla quale appartengono i Tasmaniani (ora estinti) e gli Australiani della regione sud-orientale. Sembra che i Boscimani (Africa meridionale) e i Fucgini dell'America meridionale (specialmente gli Yamana) costituiscano un passaggio dalla cultura primitiva centrale a quella meridionale.

3. La cultura primitiva settentrionale o artica, anch'essa esogamica patriarcale, ma con parità di diritti per il marito e la moglie. A questa cultura appartengono alcuni popoli che abitano la parte più settentrionale dell'Asia e dell'America (i paleosstatici e gli eschimesi Caribii, a occidente della Isaia di Hudson). Sembra che le popolazioni più antiche della California, gli Algonchini (America settentrionale) e i Gè-Tapuya (America meridionale)

costituiscano un passaggio dalla cultura primitiva centrale a quella settentrionale.

4. L'antica cultura australiana (chiamata anche cultura del bumerang dal nome di quest'arma. Il bumerang è un'arma da getto che consta di un bastone molto piatto e piegato a gomito, qualità che ne facilitano la rotazione nell'aria. Se è gettato bene e non ha colpito l'oggetto o un altro ostacolo torna al lanciatore. Quest'arma è una caratteristica di questa cultura). Questa cultura ha già subito influenza di altre non più primitive. Diffusa in quasi tutta l'Australia (dove comprende popolazioni che seguono il secondo ciclo culturale), in alcune parti dell'Africa (solo resti lungo il Nilo: tra gli Scilluk e i Danca e nella parte meridionale), dell'America settentrionale (tra gli Algonchini e nella California centrale) e forse anche dell'America meridionale.

Tutte le popolazioni appartenenti a queste culture occupano nei singoli continenti le regioni periferiche più remote e isolate, difficilmente accessibili, senza tracce di abitanti più antichi e senza attrattive per le popolazioni con culture più elevate.

I Pigmei e i Pigmoidi abitano territori montagnosi della parte meridionale o sud-orientale dell'Asia; i Vedda, selve delle montagne dell'Isola di Ceylon; gli Andamanesi, la parte più isolata dell'Arcipelago indiano; i Senoi, i Semang e i Negriti la parte montagnosa della Penisola di Malacca e delle Filippine. I resti di queste popolazioni che si trovano nell'Oceania, ancora poco note, abitano regioni montagnose della Nuova Guinea e delle Nuove Ebridi. I Negriti abitano la foresta vergine dell'Africa centrale e meridionale ai limiti della quale si sono fermati i Bantu e i Camiti. I Boscimani sono stati respinti da luoghi migliori fino al deserto del Kalahari e occupano la parte meridionale e sud-occidentale dell'Africa.

Rappresentanti della cultura meridionale in Australia sono alcune popolazioni respinte ai limiti del continente: a nord (Cepara ed altre) e a sud (Kulin, Kumai, e Yuin); i Tasmaniani abitavano la parte più meridionale. I paleosstatici (Samoledi, Coriochi, Ainu, ecc.) sono stati respinti nelle regioni settentrionali e nord-orientali dai grandi popoli agricoltori e pastori che venivano dall'Asia centrale e orientale. Nella regione nord-orientale gli Eschimesi raggiunsero la Groenlandia e fecero da ponte di passaggio in America; essi sono stati influenzati da altre culture. Le popolazioni più primitive dell'America settentrionale sono costituite dallo strato più antico degli Algonchini, respinti all'estremo nord-ovest del continente nelle isole vicine e nelle praterie dalle popolazioni totemiste e matriarcali venute dal sud e dall'occidente.

Anche le tribù più primitive della California (Hoka, Penuti e Yuki) sono state respinte tra la costa e le montagne. I Gè-Tapuya del Brasile sono stati respinti prima verso la costa e di là di nuovo nell'interno dei Guarani-Tupi. E finalmente nella regione più meridionale del mondo, la Terra del Fuoco, abitano ancora due popolazioni molto primitive, gli Alakafuf e gli Yamana. La sola posizione geografica di queste popolazioni sarebbe già un elemento molto forte a favore della loro grande primitività. Il loro isolamento le ha rese difficilmente raggiungibili, ha costituito, specialmente in passato, una grave difficoltà al loro studio ed è stata la causa per

Article illustration
ETNOLOGIA - Gli Andamanesi conservano e portano al collo il rischio ed altre ossa di parenti defunti. Una ragazza con il cranio della sorella.
(Av. A. R. Radcliffe-Brown, The Andaman Islanders, Cambridge 1923, tel. 14)
cui hanno mantenuto le loro caratteristiche culturali e sono rimaste pure da influenze esterne. Anche altri elementi confermano la grande primitività di questi popoli. Tutti sono al primo stadio della civiltà; vivono con quanto dà loro la caccia, la pesca e la raccolta, perciò sono chiamati popoli raccoglitori e le loro culture (relativamente) originarie, perché sono le più vicine alla cultura originaria (in senso assoluto) dell'umanità, che l'e. non sarà mai in grado di ricostruire. L'abitazione, le armi, gli utensili, gli ornamenti, la costituzione della famiglia di questi popoli manifestano grande semplicità. Mancano loro gli elementi che caratterizzano le culture più giovani che li circondano (il totemismo, l'agricoltura, la successione matriarcale, l'allevamento del bestiame, la ceramica, la tessitura, la lavorazione dei metalli, ecc.). Non c'è poi il minimo indizio a favore della supposizione che queste popolazioni abbiano avuto in passato una cultura più elevata. Si può quindi concludere che ciascuno dei cicli culturali originari (centrale, meridionale e settentrionale), considerato isolatamente nel continente in cui si trova, si manifesta più arcaico di tutti gli altri cicli culturali, dello stesso continente, chiamati primari (totemismo, matriarcato, nomadi pastori). Da questa prima conclusione ne deriva una seconda: l'insieme delle culture originarie è più antico delle culture primarie.

VIII. CONPRONTO TRA LE CULTURE PIÙ ARCAICHE PER STABILIRE QUALE SIA LA PIÙ VICINA ALL'ORIGINARIA

Visti gli elementi di carattere geografico e culturale, che dimostrano la primitività delle culture originarie, l'indagine deve ancora cercare di scoprire quale sia la cultura più antica. Ci si serve anche in questa ricerca del metodo comparativo e dei criteri di qualità e quantità. Però nello studio della storia delle culture più si retrocede e più aumentano le difficoltà. Infatti l'applicazione dei criteri di qualità e di quantità, perché sia probativa e permetta conclusioni sicure, deve fondarsi su un numero sufficiente di somiglianze veramente caratteristiche. Un elemento della cultura materiale (p. es., una determinata forma di clava) che si trovi uguale in due culture separate può essere un buon indizio per iniziare il raffronto fra queste, ma non potrà mai, da solo, portare alla conclusione che le due culture sono parenti ed erano prima unite. Per giungere a questa conclusione occorre che le somiglianze culturali siano caratteristiche ed abbondanti.

La possibilità di comparazione e la sicurezza delle conclusioni sono sempre maggiori quanto più le culture che si raffrontano risultano ricche di elementi. Questo è appunto il caso dei cicli culturali più giovani, composti di elementi provenienti da diverse culture. Ma nei primi stadi della civiltà gli elementi culturali sono semplici nella forma e limitati nella quantità. Inoltre le popolazioni più primitive, composte di piccoli gruppi isolati, hanno subito nella loro evoluzione perdite di elementi culturali caratteristici più numerose di quelle avute da popolazioni più giovani. Ma l'indagine per stabilire quale sia la più antica cultura vivente (ossia la più vicina alla cultura veramente originaria dell'uomo), non poteva essere abbandonata solo perché irta di difficoltà. Il problema è stato risolto con lo studio comparativo delle culture (relativamente) originarie.

1. Il ciclo culturale del humerang

In questo ciclo l'economia è ancora fondata sulla caccia e sulla raccolta; la casa ha la forma di un alveare rotondo. Le armi e gli attrezzi caratteristici sono: a) il humerang, b) lo scudo, di forma molto rozza, chiamato scudo bastone, o bastone parabotte, perché, più che uno scudo vero e proprio, è un semplice bastone che serve a parare i colpi della clava, c) in Australia c'è già la scure immanicata.

Cominciano le prime manifestazioni del tatuaggio fatto con cicatrici. Predomina la monogamia ma ci sono già casi di poligamia. Le popolazioni appartenenti a

Article illustration
ETNOLOGIA — Eschimese che si ciba di carne cruda. Chesterfield (Canada).
questo ciclo culturale hanno quindi già elementi di culture più giovani e inoltre non occupano i territori più isolati o meno accessibili ma solo quelli confinanti con essi. Perciò non possono essere le rappresentanti delle culture più arcaiche a noi note.

2. Il ciclo culturale paleoasiatico — ossia lo strato più arcaico della cultura settentrionale — è già l'adattamento di una cultura primitiva al clima artico, come dimostrano l'economia e tutto il complesso dell'ergologia delle popolazioni che lo compongono. a) L'economia è fondata quasi esclusivamente sulla caccia e sulla pesca (la quale è sostanzialmente una forma di caccia). Nel clima artico generalmente non ci sono piante, non è quindi possibile la raccolta. È praticata ancora largamente la caccia individuale e familiare — che è la forma più arcaica — a cui partecipano poche persone, ma anche la caccia collettiva, forma più recente e più evoluta. In tutte a due le forme è già usato il cane. Con il suo aiuto e con la pratica il cacciatore scopre sotto la neve i fori che la foca fa alla superficie dell'acqua per poter respirare e colpisce l'animale con l'arpione appena compare. La caccia alla ranna è molto sviluppata e fatta in gruppo. Gli Eschimesi, con l'aiuto dei cani e con battute bene organizzate, spingono le mandre selvatiche in passaggi obbligati e le colpiscono con le frecce e con le zagaglie. Anche la fonda e la nassa appartengono a questa cultura.

b) In relazione all'ambiente artico, questa cultura ha dovuto ridurre l'uso del legno e si è specializzata sempre più nella lavorazione dell'osso. Solo più tardi ha conosciuto l'uso della pietra, lavorata con una tecnica simile a quella del neolitico.

Nella preparazione del fuoco si trova un caso interessante di quest'evoluzione. Nella fase più arcaica era ottenuto strofinando con le mani un bastoncino in un apposito foro di una bacchetta o tavoletta sottostante

(fuoco a frullino). In parecchi punti questa forma è stata costituita dalla percussione di putti di ferro. Di legno sono l'arco, l'asticella delle frecce e delle lance, il grattagluccio, le racchette da neve, parti della slitta, gli occhiali e la visiera che servono a proteggere gli occhi dal sole, qualche recipiente e pochi altri oggetti. L'osso costituisce almeno la parte essenziale delle armi e l'assieme di molti utensili: punte di frecce di lancia, pezzi dell'arpone, fiocine, zagaglie con una o più punte (anche tridenti) ami, parti della slitta, e persino parti dell'arco. Di esso sono pure parecchi altri oggetti (pipe, lavori d'intaglio, ecc.) i quali appartengono però a cultura più recenti. Di pietra sono le lampade per l'illuminazione — assolutamente necessaria data la brevità del giorno polare — e le marmite per la cucina che gli Eschimesi fanno scaldare sulle lampade. Il fuoco è alimentato con stoppini di muschio, imbevuti di grasso di foca. c) Nel clima polare il vestito e l'abitazione hanno molta importanza. L'abbigliamento degli Eschimesi è sostanzialmente uguale nei due scesi. Esso consta di un giubbone chiuso, infilato per la testa, con maniche, cappuccio e guanti attaccati, e di stivali imbottiti. Questi indumenti sono fatti quasi tutti con la pelle della censa che è la più calda e la più leggera delle pellicce polari e anche la più facile a tenersi asciutta. D'inverno portano doppia veste e quella di sotto è indossata con il pelo sulla pelle. Con la foca fanno stivali imbottiti di pelliccia e soporavesti impermeabili. Nelle popolazioni appartenenti allo strato culturale più arcaico le donne conciano le pelli masticandole, grattandole con un coltello caratteristico chiamato ulo — che ha la forma di una mezzaluna ed è usato soltanto da esse — e lasciandole a bagno nell'acqua calda e nell'acqua fredda corrono o nell'urina. L'abitazione più arcaica ha la forma rotonda e consta di due parti: una inferiore sotterranea o semisotterranea, a cui si accede mediante un corridoio, e una superiore che si riallaccia culturalmente al tipo della capanna ad alveare rotondo. d) Anche la sepoltura ha subito l'influenza dell'ambiente. Poiché è difficile scavare la fossa nel terreno gelato, il morto è deposto semplicemente sulla terra. Questa forma si chiama sepoltura su piattaforma. e) Nella sociologia si notano già influenze di istituzioni più recenti quali il totemismo è specialmente il matriarcato. f) E finalmente le tribù artiche dell'America hanno, rispetto allo stesso ciclo paleo-asiatico, un aspetto culturale più recente, perché, con i mezzi di navigazione ancora molto semplici di cui disponevano durante le loro migrazioni, sono giunte nella nuova terra soltanto passando attraverso le ragioni artiche. Inoltre, secondo l'opinione più corrente degli americani, nessun popolo è entrato in America prima dell'inizio del neolitico, il che è confermato dalla tecnica con cui è lavorata la pietra.

Da tutti gli elementi finora esaminati, risulta che il ciclo culturale paleo-asiatico si presenta nel suo complesso come una formazione già secondaria. Perciò non può essere considerato come il rappresentante della cultura più arcaica a noi nota. Ciò non esclude che non possa contenere ancora qualche elemento culturale molto arcaico, che si è perso nelle altre culture originarie.

Restano ora da confrontare soltanto la cultura primitiva centrale e la cultura primitiva meridionale, nei loro singoli elementi.

3. Il ciclo culturale tasmaniano e il ciclo culturale dei pigneti

Se questi due cicli culturali si trovassero in qualche punto in contatto, si avrebbe un criterio sicuro per stabilire quale di essi sia il più antico: basterebbe studiare bene in questi punti le mescolanze, le sovrapposizioni e le divisioni. Ma finora nessun punto di contatto è stato trovato perché i due cicli sono separati da grandissime distanze.

Il solo criterio che ci resta è quello di mettere a raffronto le due culture a vedere, dall'esame intrinseco degli elementi che lo compongono, quale sia la più antica.

Una cultura, anche la più semplice che si possa immaginare, deve aver avuto, fin dall'inizio, espressioni — una certa forma di vita economica (ad es., la raccolta) e di organizzazione familiare, un certo linguaggio, ecc. — che distinguono la vita dell'uomo (cultura) da quella

dell'animale (che non ha cultura). Se, come sembra ovvio, le prime manifestazioni della cultura materiale furono originate dalla sola necessità, dovettero naturalmente essere semplici, dipendenti dalle possibilità di cui l'uomo disponeva allora, le quali erano molto limitate a ancora prive di ogni aggiunta rispondente a un puro criterio di perfezionamento. Il Foy, ad es., ha dimostrato che dal bastone rotondo, come si trova nella natura, si è sviluppata la clava piatta. Per quanto concerne la cura del corpo, l'uomo non avrà incosciuto subito a praticare forme di tatuaggio, mutilazioni e deformazioni. Ai primi elementi se ne aggiungono successivamente dei nuovi — dovuti sia al progresso interno dei singoli popoli, sia al loro contatto con altri — che costituirono l'arricchimento culturale.

Il criterio, di cui si è parlato sopra, è valido solo quando si tratta della cultura materiale, e anche in questo caso deve essere applicato con discernimento, perché può facilmente far ricadere nel preconcetto del positivismo materialistico, secondo il quale lo sviluppo dell'umanità sarebbe stato in ogni campo un'ascesa dalle forme più basse alle più evolute.

Da due armi o utensili o qualsiasi oggetto della cultura materiale, non si può stabilire senz'altro che l'uomo abbia costruito prima quello che richiede minore intelligenza. L'indagine storica ha dimostrato che talvolta è avvenuto il contrario. Tra i vari esempi forniti dall'e. quello dell'arco è uno dei più istruttivi. Quest'arma dimostra un talento di invenzione e riflessione senza dubbio molto superiore a quello manifestato comunemente dalle altre armi primitive. Fondandosi principalmente su questo fatto, qualche etnologo l'ha attribuita a culture più recenti, mentre indagini accurate hanno dimostrato che appartiene, fin dalla sua origine, alla cultura dei Pigneti, dove generalmente si trova ancora nella sua forma più semplice, consistente in un bastone rotondo (come si trova nella natura) levigato e piegato, alle cui estremità è unita una corda di sostanza vegetale, la quale serve ad imprimere il movimento alla freccia. Non possono invece essere sorti subito con l'arco molti suoi perfezionamenti, i quali richiedono strumenti e mezzi che le culture originarie non hanno ancora. E difatti, questi perfezionamenti si trovano solo nell'arco delle culture più recenti. Dopo aver fissato i limiti entro cui può essere usato il criterio dell'esame intrinseco si esamina in particolare l'aspetto che presentano il ciclo culturale tasmaniano e quello dei pigneti per stabilire quale sia il più arcaico. Questi due cicli sono i più primitivi che si conoscono e ci riportano alla fase più arcaica della cultura umana, alla quale possa giungere l'indagine etnologica. Nonostante che gli inizi di questa cultura siano ancora molto oscuri, si può affermare che il ciclo culturale che nella qualità dei suoi elementi si avvicina di più al punto di partenza della cultura umana (assia della cultura originaria in senso assoluto) è senza dubbio il più arcaico. In queste indagini sono particolarmente utili due criteri metodologici formolati dal Pinard e dallo Schmidt: «Ogni elemento culturale che ne presuppone un altro è necessariamente più recente di quello che presuppone» (criterio della «presupposizione necessaria» enunciato dal Pinard). «Di due elementi culturali dello stesso ordine, quello che presuppone un cambiamento dello stato originario è più recente di quello che non lo presuppone» (Schmidt).

a) Citra del corpo. — Nelle culture originarie i giovani e le ragazze giunti alla pubertà devono compiere speciali cerimonie, chiamate iniziazioni, le quali hanno soprattutto lo scopo di istruire gli iniziandi, ormai vicini al matrimonio, sui loro futuri doveri verso la famiglia e lo Stato. I candidati devono astenersi da certi cibi preferiti, ma non sono soggetti a pratiche dolorose. Solo più tardi — sotto l'influenza di culture più recenti, nelle quali le iniziazioni si praticano ormai soltanto per i maschi — i giovani devono lasciarsi togliere con uno scalpello di legno un dente, senza preferire il minimo lamento. In una fase ancora posteriore si introduce la circoncisione (o l'incisione e la subincisione) degli iniziandi. La circoncisione consiste nella escissione totale

Article illustration
ETNOLOGIA - Esempi di disegni geometrici o ad intreccio che i Pigmei andamanesi incidono o dipingono su oggetti ornamentali e utensili.
(da A. R. Radcliffe-Brown, The Andaman Islanders, Cambridge 1933, p. 51, fig. 1)
o parziale del prepuzio o anche nella semplice incisione dello stesso. La subincisione - che si compie circa un anno dopo con un coltello di pietra o un roccio molto affilato - consiste nell'incisione della pelle del pene lungo il decorso dell'uretra dal meato urinario all'inmesto dello scroto. Questa operazione è dolorosissima; gli etnologi inglesi che per primi ne parlarono la definirono terrible vite, espressione ancora usata nelle opere etnologiche.

Sia le popolazioni pigmee sia quelle dell'Australia sud-orientale che appartengono allo strato culturale più arcaico non praticano la circoncisione, la quale invece è molto diffusa tra tutte le altre tribù australiane. L'avulsione del dente, ignota a tutti i Pigmei, è praticata da popolazioni dell'Australia sud-orientale. Tra i Pigmei solo gli Andamanesi praticano il tatuaggio con cicatrici, che è diffuso invece tra le tribù dell'Australia sud-orientale e della Tasmania. Nessun gruppo di Pigmei pratica la perforazione del sette nasale e del labbro superiore per introdurvi ornamenti, come invece fanno tutte le popolazioni dell'Australia (esclusa la Tasmania). E finalmente le varie forme di ornamento, considerate nel loro complesso, sono molto meno diffuse tra i Pigmei che tra gli Australiani e i Tasmaniani.

Risulta perciò che: a) Tutte le forme di ornamento e di tatuaggio, che mancano agli Australiani e ai Tasmaniani, mancano ai Pigmei. b) Parecchi elementi culturali relativi alla cura del corpo, noti alle popolazioni dell'Australia (anche le più arcaiche) e, in minor misura, a quelle della Tasmania, mancano invece ai Pigmei. Considerati sotto questo punto di vista, i Pigmei rappresentano una fase più arcaica di quella degli Australiani e degli stessi Tasmaniani.

b) La lavorazione del materiale: la fase olitica e la paleolitica. - È molto probabile che l'uomo abbia cominciato ad usare gli oggetti di legno, le ossa, le conchiglie che trova nella natura a quasi senza lavorazione poteva far servire come armi, recipienti e utensili. Poteva infatti lavorare il legno con un altro legno più duro o conchiglie taglienti o ossa, o pietre rese appuntite dalla stessa natura. La vera lavorazione della pietra deve essere incominciata solo più tardi, come sostengono con buoni argomenti autorevoli etnologi e cultori di preistoria (Gräbner, Schmidt, Menghin, Breuil, Obermaier e parecchi altri).

Fatte poche eccezioni, le armi e gli utensili dei Pigmei sono tutti di legno, ossa, denti di grossi animali, conchiglie. Tutte le popolazioni dell'Australia e della Tasmania lavorano già la pietra specialmente nella forma delle schegge e delle lame. Perciò, sotto l'aspetto della lavorazione del materiale, i Pigmei appartengono ad una fase culturale ancora olitica, più arcaica della paleolitica, che caratterizza invece le popolazioni della cultura meridionale. Non è possibile spiegare, come ha tentato di fare qualche

studioso, questa caratteristica culturale con l'affermazione infondata che i Pigmei non abbiano a loro disposizione materiale litico lavorabile, perché è da escludere a priori che non si trovino pietre in tutta l'enorme estensione di territorio dell'Asia meridionale e dell'Africa in cui vivono sparpagliati i Pigmei. Ci sono anzi testimonianze che contraddicono decisamente questa affermazione e provano invece che gruppi di Pigmei si servono di quelle pietre che trovano in natura già adatte alla lavorazione o che esigono solo qualche ritocco. Il Brown, p. es., scrive che nel territorio degli Andamanesi c'è quarzo e un'altra qualità di roccia con cui gli indigeni fanno lame e schegge per radere i capelli e praticare il tatuaggio. Per ottenere questi strumenti, tengono nella mano sinistra un ciottolo di quarzo o dell'altra roccia e gli vibrano un colpo con un altro ciottolo di qualsiasi sostanza adatta, duro e arrotondato; si stacca così una scheggia che cade nella palma della mano sinistra. Se serve, è subito usata, altrimenti è gettata via e se ne fa un'altra. Le schegge e lama sono preparate solo quando occorrono e usate finché conservano la punta o il taglio, poi subito buttate via. La donna che rade la testa di una persona può consumare, una dopo l'altra, anche una ventina di lame per ottenere le quali occorre produrre almeno il doppio di schegge. Le schegge di roccia più dura sono ottenute come quelle di quarzo, ma prima di essere usate sono lasciate alcune ore nel fuoco e poi fatte raffreddare. Gli stessi indigeni confermano di non aver mai usato, nemmeno in passato, la pietra per tagliare (fuorché nei casi che si sono ricordati) o per fare la punta delle frecce. Per queste ultime si servivano di conchiglie. Il Brown porta ancora vari argomenti contro antichi autori che affermano di aver trovato qualche industria litica tra gli Andamanesi, e conclude che l'ipotesi più sostenibile è quella secondo cui questo popolo non ha mai lavorato la pietra, ma ha fatto sempre tutti i suoi utensili con il legno, con l'osso e con le conchiglie. Da quanto si è sopra esposto, risulta che la scarsa lavorazione della pietra è una caratteristica della cultura dei Pigmei, la quale attesta la maggiore primitività del ciclo culturale centrale rispetto a quello meridionale.

c) La produzione del fuoco. - I Pigmei andamanesi sono la sola popolazione del mondo che non sa produrre il fuoco; mantengono perciò continuamente accesi pezzi di legno. Tutti gli altri Pigmei e Pigmoldi, gli Australiani e i Tasmaniani, ottengono il fuoco mediante la frizione di due pezzi di legno. Variano però i metodi: a) i Tasmaniani (ora estinti) usavano lo «strofinio in scanalatura» ossia la frizione orizzontale fatta con la punta di un pezzo di legno nella scanalatura longitudinale di un altro pezzo di legno. Poiché i Tasmaniani hanno conservato pa-

racchi elementi culturali arcaici, i quali tra gli australiani sud-orientali sono andati persi o sostituiti da altri più recenti, si può ritenere che lo strofinio in scanalatura sia una forma di ottenere il fuoco più arcaica delle altre usate dagli australiani sud-orientali. b) Gli Australiani sud-orientali frullano con le mani un bastoncino in un apposito foro di una bacchetta o tavoletta sottostante (fuoco a frullino o a rotazione semplice), oppure segano un pezzo di legno con un altro: «frizione a sega». Ci sono ancora due

Article illustration
ETNOLOGIA - Esempi di disegni geometrici e ad intreccio che i Pigmei andamanesi incidono o dipingono su oggetti ornamentali e utensili.
(da A. R. Radcliffe-Brown, The Andaman Islanders, Cambridge 1933, p. 52, fig. 2)
populazioni pigmee - una dell'Asia, i Semang, e l'altra dell'Africa. I Batua del Congo - le quali ottengono il fuoco mediante lo strofino in scanalatura. La presenza di questa forma in ciascuno dei due gruppi principali dei Pigmei - l'asiatico e l'afficano - e, per di più, in punti così lontani l'uno dall'altro, attesta la persistenza presso questi popoli di un elemento culturale più arcaico del corrispondente che si trova tra gli australiani sud-orientali.

d) Le armi: l'arco dei Pigmei. - La clava e la lancia sono le armi caratteristiche della cultura meridionale, l'arco è l'arma dei Pigmei. L'arco è un'arma che consta nelle sue parti essenziali di un bastone o di una canna, lunga, sottile e flessibile, alla cui estremità è unita una corda di sostanza vegetale o una striscia di pelle o di cuoio la quale serve ad impennare il movimento alla freccia. Questa è una parte integrante dell'arco. Nelle sue forme più arcache è fornita di piume o foglie e pezzettini di pelle che contribuiscono a mantenerla nella direzione verso cui è stata scoccata. In culture più evolute l'impennatura scompare ed è sostituita da altri perfezionamenti dell'arco e della freccia. Fra le armi primitive l'arco è forse quella che dimostra maggior talento d'invenzione, riflessione e perfezionamento. Ciò ha indotto qualche autore (Gräber) a sostenere che i pigmei non abbiano avuto originariamente quest'arma ma la sola freccia, che lanciavano con le mani contro la selvaggina. Quest'ipotesi però non è confermata dai fatti, perché tra i Pigmei l'arco e la freccia sono sempre associati.

e) Come già si è visto, nel fabbricare le armi e gli utensili necessari alla vita quotidiana, l'uomo non può avere incompiegato da forme perfezionate e complesse, ma deve esterni servire necessariamente dal materiale che trovava già quasi preparato nella natura: per ottenere il bastone di un arco bastava che levigasse e piegasse un ramo o una canna, che crescono sempre in una forma più o meno rotonda. Nella stessa natura trovava pure abbondantemente fibre vegetali e canna con cui fare la corda. Perciò la forma più antica dell'arco è, con ogni probabilità, quella che ha il bastone rotondo O e la corda di sostanza vegetale. Il bastone di quest'arco si spezza diffondamente ma è poco flessibile; la corda di sostanza vegetale è più debole ed esercita meno attrito di quella fatta di pelle o di cuoio, quindi facilmente si strappa e sdrucciata lungo il bastone. Quest'inconveniente poteva essere ovviato in due modi: ingrossando le estremità dell'arco con un appoggio più largo (a forma di cuscinetto, anello, daco, pallina) su cui fissare la corda; oppure praticando sulle stesse un taglio a forma di scalino che rendesse le punte più piccole del resto del bastone ed inapedisse così alla corda di sdrucciare. Al primo ripiego, che sarebbe già un indizio di scultura a rilievo, non potevano ancora giungere i Pigmei, a cui manca questa forma di plastica, anche nelle sue espressioni più semplici. Non potevano fare altro che rendere le punte più piccole del resto del bastone. Ma le punte piccole facilmente si spezzano, perciò in questa forma il bastone è più flessibile, ma anche più debole. La forma base dell'arco, da cui sono derivate le altre, ha come caratteristica il bastone a sezione circolare, con le punte intagliate a scalino. La corda è fatta con una striscia di canna chiamata rotang o di bambù. Questo tipo predomina tra i Pigmei africani e si trova pure tra i Negrii delle Filippine. β) La grande maggioranza dei Pigmei asiatici e qualche gruppo di Pigmei africani usa l'arco a sezione semi-circolare con la parte convessa all'esterno e quella piana all'interno O (l'arco è sempre indicato secondo la sua sezione trasversale. Si chiama interna quella rivolta verso la corda e esterna la parte opposta. Per convenzione la parte esterna è sempre indicata sopra e l'interno sotto. Es.: O = arco a sezione semicircolare con la parte convessa all'esterno e quella piana all'interno; O = arco a sezione semicircolare convessa all'interno e piana all'esterno). Il modo più semplice per ottenere questa forma è quello di dividere longitudinalmente per metà un bastone comune. Quest'arco è molto più flessibile di quello a sezione circolare e conserva la parte convessa, che è la più comoda per l'impugnatura, verso l'esterno. In questa forma si mantiene il taglio a scalino nelle punte, il quale può anzi

essere più largo, dato che la divisione permette di usare bastoni più grossi. La corda è sempre di sostanza vegetale - però non più di canna o di rotang o di bambù - ma di fibre. La ragione di questa sostituzione sta forse nel fatto che la corda, essendo più flessibile, può essere fissata più facilmente al bastone di una canna. Ma l'arco a sezione semicircolare, quando è teso, si può spezzare più facilmente ed ha minore forza di lancio dell'arco rotondo. Per ovviare a questo inconveniente, i Pigmei e i Pigmoidi africani situati vicino al lago Kiwu e lungo il fiume Uele applicano nella parte interna e piana dell'arco un'asticella di legno che aumenta la tensione del bastone, indebolito dalla sezione longitudinale. In tutta l'Africa quest'arco - chiamato composto - si trova solo tra i Pigmei. Il tendine di rotang è unito all'arco indirettamente con robuste fibre vegetali. A questi due tipi di arco, che sono i più semplici che si conoscano, sono associate anche le forme più semplici di impennatura della freccia. La più rozza consiste nell'intridere semplicemente una foglia o un pezzettino di pelle o una piuma in un taglio praticato nella sezione longitudinale della freccia. Questa forma - che qualche autore non considera ancora una vera impennatura - è propria dell'arco col bastone rotondo (tipo e) e di quello composto, derivato probabilmente dal primo. Un'altra forma consiste nel fissare all'asticella solo le estremità di una e più piume, in modo che il resto non sia aderente all'asticella stessa. Questa impennatura - chiamata «a tangente» perché la piuma forma una tangente con la circonferenza della freccia - è associata all'arco a sezione semicircolare con la parte convessa all'esterno e quella piana all'interno (tipo β) e a certe forme di arco semiriflesso delle Nuove Ebridi. γ) Gruppi di Pigmei asiatici (Semang e specialmente Negrii) sostituiscono all'arco semicircolare, O, un altro ancora rotondo all'esterno ma triangolare all'interno O. Da questa forma resa sempre più appiattita all'esterno e rotonda all'interno, O, ne derivò un'altra nuovamente semicircolare - convessa all'interno e piana all'esterno O cioè rovesciata rispetto alla prima.

Quest'arco acquista una forza di lancio molto maggiore, ma come già l'arco rotondo, è poco flessibile. La corda perciò è nuovamente di rotang. In certe regioni (Melanesia, Africa occidentale) è fissata all'arco su appoggi che hanno la forma di cuscinetti, anelli, dischi o palline, intagliati o intrecciati sul bastone. Però nell'India ulteriore e anteriore - dove probabilmente è nata la cultura a cui quest'arco appartiene - si mantenne inizialmente alle estremità del bastone l'appoggio a scalino al quale il rotang - che si spezza più facilmente di una corda - è unito con una freccia di sostanza più flessibile. Questo arco si trova anche fuori dell'area dei Pigmei, anzi è caratteristico del mattarcato posteriore (cultura diffusa specialmente nella Melanesia, nell'Indonesia e nell'India ulteriore ma rappresentata anche nell'Africa occidentale e nell'America). δ) Gli Andamanesi hanno un arco molto più perfezionato e simile a quello della Melanesia: grande, molto allargato alle due estremità, con l'ala superiore incurvata verso l'arciere e l'inferiore lievemente in senso opposto. Per costruirlo scelgono un bastone già piegato quando è ancora nel terreno e ne facilitano la curvatura mentre cresce. Poi fabbricano l'arco, che, al centro, dove è afferrato dal pugno, ha la sezione circolare e poi subito s'allarga ai due lati i quali però terminano di nuovo a punta. Quando l'arciere tende l'arco, tira la corda verso di sé, ossia nella direzione contraria all'ala superiore, la quale, appena la corda è lasciata libera, torna indietro con forza raddoppiata. Nella posizione di riposo ha la forma di un S, quando è teso acquista una curvatura uniforme. Perciò è già un arco «semiriflesso» ed ha il vantaggio di non sottoporre il bastone ad una tensione molto diversa nelle sue varie fasi di movimento. Gli Andamanesi settentrionali aumentano ancora la possibilità di quest'arco tenendo il lato piegato continuamente sospeso su un debole fuoco che ne contrae le fibre. L'arco degli Andamanesi conserva le punte intagliate a scalino. La corda, di fibre vegetali, è avvolta come un anello alle estremità del bastone. e) I Semang hanno un vero arco «riflesso» che costruiscono con un bastone,

Article illustration
ETNOLOGIA - Pittografia su corteccia rappresentante scene di caccia. Indiani della America settentrionale, Roma, Museo preistorico etnografico Luigi Pigorini.
(Int. Enc. Cont.)
già ricurvo allo stato naturale, sul quale fanno un'altra curva opposta alla prima. L'arco è teso nella direzione contraria a quella della curva naturale. O I popoli nomadi pastori dell'Asia settentrionale e centrale hanno un arco con la sezione semicircolare il quale è ancora più perfezionato. Nella posizione di riposo, la parte convessa è all'esterno e la parte piana all'interno ⊖, ma quando l'arco è teso la parte convessa passa all'interno, la piana all'esterno ⊖. La tensione è aumentata ancora da materiale molto elastico, unito intimamente al bastone. Quest'arco è nello stesso tempo «composto e riflesso». Alle sue estremità sono praticate tacche profonde nelle quali è fissata una robusta cordicella. La confezione di quest'arco esige molto tempo e molto lavoro. Questo tipo manca completamente ai Pigmei e si trova invece nelle grandi civiltà (Cina, India, Persia, mondo classico) che lo hanno avuto dalla cultura dei nomadi pastori. All'arco a sezione semicircolare, convessa all'interno e piana all'esterno ⊖, sono associate forme più perfezionate d'impennatura nelle quali le piume, mediante una cucitura più o meno stretta, aderiscono alla freccia per tutta la loro lunghezza. Talvolta l'impennatura manca completamente ma queste forme evolute dell'arco e della freccia sono caratteristiche del matriarcato posteriore e sostanzialmente estranee alla cultura dei Pigmei.

Da quanto si è esposto, risulta che le forme dell'arco e delle frecce che prevalgono tra i Pigmei (tipo α, β) sono le più primitive che si conoscano, perché le più vicine alle forme che si trovano nella stessa natura. Perciò la presenza di quest'arma tra i Pigmei non può essere invocata contro la loro grande antichità etnologica. I suoi perfezionamenti sono dovuti sia alla natura di questi popoli - che non sono rigidi ma capaci di miglioramento, come attestano gli etnologi che li hanno studiati sul posto - sia a influenze esterne. Le differenze più forti si notano infatti tra il gruppo africano e quello asiatico, separati da distanza maggiore. Non è nemmeno sostenibile l'ipotesi di alcuni etnologi per i quali i Pigmei avrebbero avuto l'arco e la freccia da culture più evolute e in particolare dal matriarcato posteriore, anzi ci sono numerosi indizi a favore della tesi contraria, che cioè l'arco e la freccia siano emigrati dalla cultura dei Pigmei a quella del matriarcato posteriore, il quale avrebbe successivamente perfezionato quest'arma. Che le forme α, β, siano le più primitive è confermato dal fatto che esse, fuori della cultura dei Pigmei, sono usate (sole o con altre più perfezionate) soltanto più da popoli che appartengono ancora alle culture originarie e non hanno avuto contatti né con i nomadi pastori né col matriarcato più recente. L'arco cotendo (tipo α) è usato ancora dagli Ainu, che rappresentano lo strato culturale più arcaico del Giappone settentrionale, dai Gé-Tapuya del Brasile orientale che appartengono, con altre popolazioni confinanti, al cielo culturale più arcaico di quelle regioni, il quale ha molte somiglianze con quello dei Pigmei. L'arco a sezione semicircolare con la parte convessa all'esterno e quella piana all'interno, è usato ancora dagli Ainu, dai popoli paleoasiatici (Coriaci, Ciukci, Aleuti e parecchi gruppi di Eschimesi), da indiani lungo la costa nord-occidentale dell'America fino alla California com-

presa e da popolazioni molto arcaiche dell'America meridionale (Ciaco e sud delle Amazzoni).

I paleoasiatici applicano all'interno e all'esterno del bastone legno e sostanze elastiche che ne aumentano la tensione e fabbricano così un arco composto: le altre popolazioni hanno prevalentemente, ed alcune esclusivamente, l'arco semplice. La corda, sempre di fibre vegetali, è fissata generalmente all'arco mediante il solito taglio e scalino, una caratteristica dell'arco delle culture primitive, la quale poi scompare nelle più recenti. Accanto a questa forma se ne trovano altre (limitate però a qualche popolazione isolata o a singoli gruppi) in cui è praticato o un forellino o una tacea o un appoggio. La freccia ha sempre l'impennatura a tangente.

Da quanto esposto risulta che:

le forme dell'arco prevalenti tra i Pigmei sono le più primitive che si conoscano in tutto il mondo perciò non possono essere state prese da altre culture;

l'arco e la freccia, sempre associati, costituiscono l'arma caratteristica a spesso la sola della maggior parte delle tribù dei Pigmei;

poiché non si conosce nessun cielo culturale più arcaico o contemporaneo a quello dei Pigmei che usi la freccia da sola, come una lancia da getto, si deve concludere che i Pigmei hanno inventato l'arco nel suo complesso tecnico e fin dall'inizio l'hanno associato alla freccia (N. Schmidt).

c) L'arte. - Sarebbe un puro apriorismo il sostenere che l'uomo non aveva fin dagli albori della civiltà un certo senso estetico che poteva esprimere con getti a movimenti del corpo. Altrettanto infondata sarebbe però l'affermazione che egli abbia saputo costruire subito strumenti musicali, dipingere, scolpire, ecc. a) La musica. I pochi strumenti a corda a fiato che sono usati qua e là da qualche tribù di Pigmei tradiscono il loro carattere d'importazione dalle popolazioni vicine, per cui si può affermare che la cultura dei Pigmei non ha strumenti musicali. Altrettanto si può dire dei Tasmaniani; gli Australiani, invece, sanno già produrre suoni battendo bastoncini. I Pigmei non hanno nessuna forma di tamburo che segni il ritmo mentre in Australia questo strumento compare già, sia pure in una forma molto rozza: le donne stendono sulla coscia una pelle e la battono. Nelle loro cerimonie gli Australiani producono un certo rumore facendo roteare una tavoletta di legno chiamata, per la sua forma, «rombo». Questo strumento, diffuso fra tutti gli Australiani, manca invece completamente ai Pigmei. Risulta perciò che, per quanto concerne gli strumenti musicali, i Pigmei sono ad uno stadio culturale più arcaico degli australiani. β) L'arte figurativa. Nessuna popolazione di Pigmei conosce la plastica a rilievo anche nelle sue espressioni più semplici. Solo gli Andamanesi scalfiscono o dipingono figure geometriche su utensili e su recipianti. Gli Andamanesi e i Semang si dipingono secondo modelli ornamentali. I Semang tracciano sui pettini e sui cucchiai figure geometriche alle quali associano talvolta un significato magico. Ma sia le figure come il loro significato sono state importate dai loro vicini, i Ple, popolazione con elementi culturali di carattere matriarcale. Meno ancora si può dire dell'arte figurativa dei

Pigmei africani. Solo i Boscimani - i quali, sembra, costituiscano un passaggio dalla cultura primitiva centrale a quella meridionale - hanno prodotto una grande arte rupestre a carattere realistico, la quale ha stretto relazioni con quella del paleolitico superiore europeo (grotte di Cogul, Alpera, Tortesilla nella Spagna) ed è il risultato della mescolanza di una cultura primitiva con una totemista, quindi più recente. L'arte non è il solo punto in cui i Boscimani differiscono dai Pigmei. Gli Australiani hanno già qualche manifestazione di intaglio e di scultura a rilievo. Perciò anche sotto l'aspetto dell'arte figurativa i Pigmei sono più primitivi degli Australiani.

Article illustration
f) Il totemismo. - La base del totemismo è la credenza in una relazione magica tra un gruppo sociale (Cian) o un singolo individuo o un sesso ed una determinata specie animale (più raramente vegetale e più raramente ancora un elemento della natura: sole, luna, acqua), relazione fondata generalmente sulla credenza di un antenato comune. Ci sono tre diversi aspetti di totemismo: il sociale, l'individuale e il sessuale. Gli Australiani sud-orientali hanno già elementi di totemismo sociale, preso da

popolazioni vicine appartenenti a culture più recenti, e un totemismo individuale e sessuale piuttosto sviluppato (dei Tasmaniani, che sono estinti, non si hanno al riguardo notizie degne di fede). Manifestazioni del totemismo si trovano anche tra i Pigmei ma sono molte meno numerose e meno importanti che tra gli Australiani. Perciò sotto quest'aspetto sociologico i Pigmei appartengono a una fase più arcaica di quella delle popolazioni dell'Australia sud-orientale.

g) Usi funebri. - Gli usi funebri dei paleoaustraliani hanno certi elementi complicati che mancano ai Pigmei, quali: α) la manducazione di qualche parte della carne del defunto e l'unzione del corpo dei parenti con gli umori che secerne il cadavere; β) l'estrazione degli intestini e altre manomissioni del cadavere; γ) le pratiche magiche fatte con l'intento di scoprire chi abbia causato la morte - le quali son proprie di culture più recenti che attribuiscono la morte solo a influenze magiche - per poter esercitare la vendetta. Perciò, anche sotto quest'aspetto culturale, i Pigmei sono più arcaici dei paleoaustraliani.

Dal confronto dei due cicli culturali si è visto che: α) in ambedue i cicli ci sono elementi che appartengono alla stessa età etnologica; β) ci sono poi parecchi altri elementi culturali caratteristici i quali, tra i Pigmei, hanno un carattere più arcaico che tra i paleoaustraliani, mentre non si verifica nessun caso contrario. Dall'insieme

(de M. Guaiade, Die Yamana, Mollina prima Vicina 1927, 8p. 59, p. 1129)

ETNOLOGIA - Sepultura e riti funebri. Segni di lutto degli Yamana (Terra del Fuoco).

di questi fatti si può concludere che il ciclo culturale dei Pigmei è più arcaico di quello dei paleoaustraliani.

IX. CONCLUSIONE

L'origine e la formazione delle prime culture può essere riassunta così:

1. Dall'antica cultura veramente originaria, che sembra doversi collocare nell'Asia orientale, si staccarono, prima ancora dell'inizio dell'età della pietra, i popoli che appartengono alla cultura centrale (Pigmei), i quali si suddivisero presto nei due rami principali: l'asiatico e l'africano. Nonostante notevoli differenze, questi due gruppi costituiscono ancora, nel loro insieme, un vero ciclo culturale, il più arcaico che si conosca nell'e. Dal punto di vista antropologico, sembra che i Pigmei appartengano alla razza più antica, non nel senso che si debbano considerare i progenitori di tutte o anche soltanto di molte razze, bensì come un ramo distaccatosi prestissimo dal tronco principale, ramo che non subì le grandi evoluzioni successive delle altre razze e non ne originò nessuna, neppure di negroidi. (W. Schmidt).

2. Successivamente si staccarono i popoli che compongono la cultura settentrionale o artica - il cui strato più arcaico è ancora alitico - e quelli della cultura meridionale che sono già paleolitici.

3. Ancora più tardi si è formata la cultura dei Fuegini (Terra del Fuoco) che occuparono la parte più meridionale dell'America.

Queste culture, rimaste per millenni quasi completamente isolate, si sono lentamente adattate al nuovo ambiente ed hanno quindi subito una diversa specializzazione: arricchendosi specialmente nella cultura materiale (ma non solo in questa) di nuovi elementi ma anche perdendone altri che già possedevano, perché non più adatti. Perciò nessuna di queste culture può chiamarsi originaria in senso assoluto. La ricostruzione della fase originaria dell'umanità è stata forse il compito più arduo affrontato e, fin dove fu possibile, risolto, dagli etnologi della scuola storico-culturale.

Article illustration
ETNOLOGIA - Pipa d'avorio con decorazione geometrica a spirale. Eschimasi Selawig'mat, fiume Selawik, Alaska - Roma Museo preistorico etnografico Luigi Pigorini.
(fot. Eur. Catt.)
È ovvio che questa ricostruzione non può consistere nella sola somma degli elementi che compongono le culture più arcaiche ancora accessibili all'e.; al contrario, procedendo a ritroso, si devono scartare ad uno ad uno, perché più recenti, tutti gli elementi dovuti alla specializzazione e ai contatti esterni. In questo lavoro comparativo è assolutamente necessario considerare tutte le culture più arcaiche ancora accessibili all'e. ed alla preistoria, perché il fatto che una cultura sia più recente di un'altra non significa che tutti gli elementi dalla prima siano più recenti degli elementi corrispondenti della seconda. L'indagine etnologica ha dimostrato infatti che qualche elemento - senza dubbio molto arcaico - probabilmente già appartenuto alla cultura veramente originaria - attualmente mancante si Pignoni è stato conservato nell'antica cultura artica o in quella tasmaniana. Ma, anche dopo avere eliminato tutti gli elementi più recenti, l'e. non potrebbe presumere di aver ricomposto la cultura veramente originaria dell'umanità in tutto il suo complesso, perché certe manifestazioni, nel lungo e quasi completo isolamento delle culture centrale, settentrionale e meridionale, si sono fatalmente irrigidite causando impoverimento nella cultura. È sempre accaduto così per tutte le culture isolate e chiuse, grandi o piccole che fossero. E non c'è ragione di ritenere che ci sia stata un'eccezione per le più primitive.

Questa perdita si verificò soprattutto nelle manifestazioni spirituali.

Perciò l'e. è molto scettica di poter ricostruire in tutta la sua pienezza la cultura veramente originaria dell'umanità.

Osservazioni analoghe si potrebbero fare per l'antropologia, la linguistica e la preistoria quando affrontano direttamente il problema delle origini. Questa constatazione, in sé molto amara, non deve diminuire l'interesse per queste scienze, le quali hanno dato prova di poter ricostruire, se non tutta, almeno molta parte della storia dell'umanità che sembrava definitivamente perduta.

L'e. in particolare ha gettato fasci di luce sulle prime manifestazioni della vita economica, sociale e religiosa dell'uomo. - Vedi tavv. XLV-XLVII.

BIBL.: Storia dell'e.; W. Schmidt, Die moderne Ethnologie (L'ethnologie moderne), in Anthropos, 1 (1906), pp. 134 agg., 318 agg., 292 agg., 950 agg.; H. Pinard de la Boulaye, Le mouvement historique en ethnologie, in Settimana internazionale di e. religiosa, IV Sezione (Milano 1923), Parigi 1926; id., L'étude comparée des religions, I, 3e ed., ivi 1929 (l'autore tratta diffusamente le correnti del pensiero moderno anche dal punto di vista etnolico); R. Bisutti, E., in Enc. Ital., XIV (1932), pp. 495-504; id., Le razze e i popoli della terra, I, Torino 1941.

Autori evoluzionisti: J. J. Bachdan, Das Mutterrecht, Stoccarda 1861; J. Lubbock, Prehistoric times, Londra 1865; trad. II. Torino 1875; A. Giraud-Taulon, Les origines de la famille, Ginevra-Parigi 1874; H. L. Morgan, Systems of consanguinity and affinity of the human family, Washington 1871; id., Ancient society, Londra 1877; J. Ferguson-Mc Leeman, Studies in ancient history, Londra 1876; E. B. Tylor, Primitive culture, 2 voll., 3e ed. Torino 1891; id., Sopra un metodo per investigare lo sviluppo delle istituzioni sociali applicato alle leggi del matrimonio e della discendenza, in Archivio per l'antropologia e la e., 19 (1880); H. Spencer, Principi di sociologia, trad. di A. Salandra, I, Torino 1881; Ch. Latourneau, L'évolution de la morale, Parigi 1887; id., L'évolution du mariage et de la famille, ivi 1888; J. H. King, The supernatural, its origin, nature and evolution, Londra-Edimburgo-Nuova York 1892; R. R. Marrett, Pre-animistic religion, in Palli-fore, 11 (1900); A. E. Post, Giurisprudenza etnolica, trad. Bonfante e Longo, Milano 1906; H. Hubert e M. Mauss, Méloques d'histoire des religions, Parigi 1909; J. G. Frazer, Totemines and exogamy, 4 voll., Londra 1910; id., The golden bough, 12 voll., Londra 1911-15, trad. di L. Da Bozia, Il ramo d'oro, 3 voll., Roma 1925; R. Pettazzoni, Dia.

formazione e sviluppo del monotismo nella storia delle religioni, I: L'essere sciente nelle credenze dei popoli primitivi, Roma 1922; id., Saggi di storia delle religioni e di mitologia, ivi 1946; id., Mitti e leggende, I, Torino 1948; E. Durkheim, Les formes élémentaires de la vie religieuse, 2e ed., Parigi 1925; W. Wundt, Elemente der Völkerpsychologie, trad. E. Aschieri, Elementi di psicologia dei popoli, Torino 1920; M. Mauss, Manuel d'ethnographie, Parigi 1947.

Autori storico-culturali: Fr. Grishner, Methode der Ethnologie, Heidelberg 1911; id., Ethnologie, in Paul Himmels, Die Kultur der Gegenwart, parte 3e, sez. 5e, Lipsa e Berlino 1923; H. Pinard de la Boulaye, L'étude comparée des religions, 3e ed., 4 voll., Parigi 1925; G. van Bulck, Beiträge zur Methodik der Völkerkunde, in Wiener Beiträge zur Kulturgeschichte und Linguistik, 2 (1931); id., Philosophie, le religion et cycles culturels en Afrique, in Congo, 1936; id., Où en est l'application des cycles culturels dans l'ethnologie africaine, in Zaire (Bruxelles 1949); W. Koppers, Le principe historique et la science comparée des religions, in Annuaire de l'Institut de philologie et d'histoire orientale et slavee, 4 (1936); W. Schmidt, Handbuch der Methode der kulturhistorischen Ethnologie, Münster in West 1937, trad. L. Vannicelli, Manuale di metodologia etnolica, Milano 1949; M. Schulich, Nuovi orizzonti in campo di e. e. di storia delle religioni, in Acta Pontificia Academiae Romanae S. Thomas, 4e, et religionis catholicae, nuova serie, 7 (1941); B. Benardi, Religione e religioni, in N. Turchi, Le religioni del mondo, Roma 1946; R. Boccassino, L'etudini di A. C. Blanc ed i risultati moderni dell'e., in Bulletino di paleontologia italiana, nuova serie, 8 (1946), parte 2e; id., La religione des primitives (con un'ampia introduzione bibliografica), in P. Tocchi Venturi, Storia delle religioni, I, 3e ed., Torino 1949, pp. 35-105.

Monografie, manuali, trattati, enciclopedie: F. Ratsel, Le razze umane, 2 voll., Torino 1891-96; id., Geografia dell'uomo, ivi 1914; W. Schmidt, Die Stiftung der Psychoanwaltschaft in der Entwicklungsgeschichte des Menschen, Stoccarda 1910; E. Westermeck, The history of human marriage, 2e ed., 3 voll., Londra 1911 (trad. II. del De Rossi, Storia del matrimonio umano, Pistoia 1864, su un'ed. precedente ormai antiquato); F. Grishner, Die melancholische Bogenkultur und ihre Versenditen, in Anthropos, 4 (1910), pp. 726-780, 809-1032; Th. Mainage, Les religions de la philosophie, l'âge poléolithique, Parigi 1921; R. H. Lowe, Primitive society, Londra 1921; A. A. Goldschreiber, Early civilization, Londra 1922; G. Buschman, Illustrierte Völkerkunde, 2e ed., 4 voll., Stoccarda 1922; W. Schmidt e W. Koppers, Völker und Kultur, Rotisbona 1924; W. Schmidt, Famille, in Handwörterbuch der Staatswissenschaftlichen III, 4e ed., Jena 1926; E. Flor, Haustiere und Historikultura, in Wiener Beiträge zur Kulturgeschichte und Linguistik, 1 (1930); O. Menghin, Weltgeschichte der Stimmzeit, Vienna 1931; F. Trilles, Les Pygmies de la fierté équatoriale, Parigi-Münster 1932; A. R. Radcliffe-Brown, The Andaman Islanders, Cambridge 1933; G. Montaudon, Traité d'ethnologie cyclo-culturelle, Parigi 1934; R. Thurnwald, Die menschliche Gesellschaft, 5 voll., Berlino-Lipsa 1931-34; vari autori, Die Indoorinnen und Germanen Frage, in Wiener Beiträge zur Kulturgeschichte und Linguistik, 4 (1936); W. Koppers, Der Totemismus als menschengeschichtliches Problem, in Anthropos, 35 (1936); K. Th. Preuss, Lehrbuch der Völkerkunde, Stoccarda 1937 (v. la diffusa recensione di quest'opera fatta da R. Boccassino, in Annali Lateranesi, 2 (1938), pp. 364-68 e in Il pensiero missionario, 10 (1938), pp. 250-57); J. Haeckel, Über Waren u. Ursprung des Totemismus, in Mitteilungen der Anthropologischen Gesellschaft in Wien, 69 (1939); H. A. Bernatzki, Die grasse Völkerkunde, 3 voll., Lipsa 1939; id., Afrika, 2 voll., Innsbruck 1947; E. Volhard, Kanaihalismus, Stoccarda 1939, trad. di G. Cogni, Il cannibalismo, Torino 1949; E. Bächler, Der alpine Poléolithikum der Schweiz, Basilea 1940; W. Schmidt, Das Eigentum auf den ältesten Stufen der Menschheit, 2 voll., Münster in West 1937-40; H. Baumann, R. Thurnwald, D. Wessermann, Völkerkunde von Afrika, Essen 1940; R. Bisutti, Le razze e i popoli della terra, 5 voll., Torino 1941; O. Falsirol, Il totemismo e l'animalismo dell'anima, Napoli 1941; F. Cavazza, Intorno alla origine dell'umano sociabilico, in Annali Lateranesi, 5 (1941), pp. 9-119; W. Schmidt, Der Ursprung der Osttiologie, 5 voll., Münster in West 1936-49; id., Manuale di storia comparata delle religioni, 4e ed., Brescia 1944; M. Ebert, Reallexikon der Vorgeschichte, 14 voll. più uno di indici, Berlino 1924-32.

Rivista: Africa, Londra; The American Anthropologist, Nuova Haven; Annali Lateranesi, Città del Vaticano; Annual Report of the Bureau of American Ethnology, Smithsonian Institution, Washington; L'Anthropologie, Parigi; Anthropos, Friburgo (Svizzera); Archivio für Anthropologie, Braunschweig; Archivio per l'antropologia e la e., Firenze; Boessler-Archiv, Berlino; Bulletin of the bureau of American ethnology, Smithsonian Institution, Washington; Ethnos, Stoccolena; Palli-fore, Londra; Internationales Archiv für Ethnographie, Leida; Journal of the Royal Anthropological Institute of Great Britain and Ireland, Londra; Man, Londra; Mitteilungen der Anthropologischen Gesellschaft in Wien (del 1947 Mitteilungen der Österreichischen Gesellschaft für

Anthropologie, Ethnologie und Präbiotorie), Vienna: Primitive man, Washington; Rivista di antropologia, Roma: Südtiro Mede debundere (finora 2a fascicoli quasi tutti in inglese). Stoccolma: Zeitschrift für Ethnologie, Berlino: Zeitschrift für Mittelhunde und Religionswissenschaft, Münster in West: Wiener Beiträge zur Kulturgeschichte und Linguistik, Vienna: Semizines internationales d'ethnologie religieuse, 5 voll., 1ª sessione, Lovanio 1912; 2ª, ivi 1913; 3ª, Tilbourg 1922; 4ª, Milano 1925; 5ª, Lussemburgo 1929. Renata Boccassino

Cite this article

“ETNOLOGIA.” Enciclopedia Cattolica, vol. V (1950), p. 431. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/etnologia.