EVOLUZIONISMO CULTURALE

EVOLUZIONISMO CULTURALE. - Teoria che interpreta secondo le leggi dell’evoluzione gli avvenimenti umano-sociali.

Sommario: I. Storia. - II. Il concetto di evoluzione. - III. In-sostenibilità dell’e. estremo. - IV. Origine dell’uomo. E. mitigato. - V. Difficoltà della derivazione dell’uomo dall’animale.

I. Storia

Nel corso del sec. XIX si sviluppò l’etmo-logia (e in stretta connessione con essa anche la storia delle religioni) e diventò sempre più una scienza indipendente. Essa, come le correnti contemporanee che dominavano in filosofia, in sociologia e nelle scienze naturali (H. Spencer, A. Comte, Ch. Darwin, ecc.), ebbe un indirizzo prevalentemente evoluzionistico. Perciò furono aprioristi-amente considerati come popoli primordiali dell’umanità, quelli presso i quali si trovò (a anche semplicemente se ne suppose l’esistenza) un «comunismo primordiale», la «promiscuità», il matrimonio di gruppo, il cannibaleismo, l’uccisione dei vecchi, specialmente dei vecchi capi, da parte dei giovani, l’infanticidio, i sacrifici umani e in genere i sacrifici cruenti, gli eccessi e perfino le perversità sessuali. Questo metodo si mostrò molto più grossolano nella ricerca dell’origine della religione, origini che qualcuno pensò di ritrovare in oscuri sentimenti di angoscia e di sogno; altri (M. Müller) nel culto dei fenomeni della natura e dei corpos celesti; altri (A. Comte, J. Lubbock) nel feticismo; altri (A. Spencer) nel culto

degli antenati; altri (E. B. Tylor) nell'animismo; altri (E. Durkheim, S. Freud, W. Robertson Smith) nel to- lemismo; altri, finalmente (più o meno K. Th. Preuss, A. Vierkandt, ecc., per altro meritevoli), nella magia e nella credenza in una forza magica universale, nel cosid- detto preanimismo. Questa ultima tesi, non morta ancor oggi, venne sviluppata specialmente dalla scuola socio- logica francese di Durkheim. In opposizione a tutte queste costruzioni evoluzionistiche molti rappresentanti della scienza etnologica, specialmente dal principio del sec. XX in poi, si sforzarono e si sforzarono di determinare i gruppi dei fenomeni culturali sia cronologicamente e sia, per quanto possibile, nelle loro reciproche connessioni causali, dando così al ricercatore il mezzo per stabilire obbiettivamente quali dati etnologici siano antichi e quali recenti. Primitività, semplicità esteriore, selvati- chezza bestiale possono essere elementi anche secondari. Perciò cade il metodo, già tanto preferito, di sistemati- tizzare i fenomeni, che si osservano presso i popoli di natura, in serie di sviluppo ascendenti, discendenti secondo il loro grado di perfezione, nelle quali serie man- cava ogni garanzia che le singole loro parti fossero nel posto che loro spettava secondo la propria età storica oggettivamente accertata. Così si giunse alla certezza che gli schemi evoluzionistici sono diventati insostenibili.

II. IL CONCETTO DI EVOLUZIONE

L'idea di evo- luzione è propria del campo storico; con essa s'inten- tessere s'intendono gli avvenimenti importanti uman- no-sociali nella loro connessione causale. Quest'idea è in opposizione a quella dell'evoluzione regolare organico-naturale, che domina specialmente nel cam- po biologico. Ciò che viene indicato con l'idea di evoluzione nell'uno e nell'altro caso, è completa- mente diverso, come, p. es., ha chiaramente ricono- sciuto anche il biologo e zoologo di Basilea Adolfo Portmann. In questo senso egli dice giustamente: «Dominati da questa idea di evoluzione, si è affer- mata una concezione del progresso fondata sulla biologia. Il trasportare il concetto dell'evoluzione del campo dell'evoluzione organica dell'uomo a quello delle attività storicamente manifestate su un or- rore, che portò alle più discutibili generalizzazioni e conclusioni affrettate». Ora, quando nell'idea dell'evoluzione si fa rientrare non solo il mondo pura- mente organico e naturale, ma anche quello della storia umana, escludendo bensì, esplicitamente o im- plicitamente, un Principio superiore extramondano, si ha l'«estremo». Si oppone a questo quello mitigato, che riconosce il mondo umano spirituale e storico come a sé stante rispetto a quello organico naturale, e così anche l'evoluzione, in quanto questa si possa considerare come possibile, o già realmente dimo- strata, nel campo organico-naturale, ma non come indipendente dalla potenza e dalla volontà di un Principio creatore extramondano. I seguaci dell'«mit- tigato, tra i quali vi sono anche dei cristiani e cat- tolici, vorrebbero in questo senso ammettere, p. es., l'origine del corpo umano dal regno animale. Si ciò vi può oltre.

III. INSOSTENIBILITÀ DELL' E, ESTREMO

I. Il fondamento psicologico per i supposti iniziali anima- leschi dell'attività spirituale dell'uomo, fu escogi- tato principalmente dal Levy-Bruhl con la sua teoria del pensiero «prologico» o «logico» dell'uomo primitivo. Con ciò s'intende uno stadio, in cui l'uomo non era ancora capace di concepire le relazioni cau- sali. Ma affermando ciò, non ci si è chiesto come mai allora un tale uomo avrebbe potuto inventare anche il più primitivo strumento di lavoro. Anzi, si può domandare come mai egli abbia potuto superare questo stadio con il pensiero logico, dato che psicolo- gicamente non esiste alcun passaggio dall'uno al- l'altro. D'altra parte il pensiero «prologico» o «ma- gico» si può constatare anche oggi nelle idee e nelle azioni superstiziose degli stessi uomini primitivi, che per altro pensano certo logicamente. Le costruzioni teo- raiche dello «stadio» da tavolino» Levy-Bruhl furono sono rigettate da tutti i principali etnologi e dagli studiosi esploratori, come dal Boas, von Nordenskiöld, Preuss, Sternberg, Lowie, Kroeber, ecc. L'atto conclusivo più interessante l'ha fornito finalmente lo stesso Levy-Bruhl, perché nel 1938 egli ritratto interamente la sua teoria della mentalità prelogica dei primitivi. Se vi è, quindi, un risultato della nuova etnologia che sia stabilito con certezza assoluta e universale, è proprio questo, che cioè l'uomo primitivo attuale, comunque sia sotto l'aspetto razziale e fisico, è spiritualmente un uomo perfettamente umano. Inoltre rileviamo qui che tutte le lingue, parlate dagli attuali primitivi, dimostrano chiaramente in questi l'esistenza di una piena capa- cità spirituale. Etnologicamente è, quindi, impossibile all'«estremo» di dimostrare la mancanza dello spirito e nell'uomo primordiale. Ora si domanda: che cosa può dire al riguardo la preistoria?

2. I preistorici (cf. G. Kraft) rilevano con tutta l'enfasi il fatto che in ogni caso sotto l'aspetto culturale spirituale l'uomo e la bestia sono separati l'uno dall'altro da un abisso profondo e insormontabile. Le prove indiscutibili, che si offrono qui allo studioso, sono principalmente gli strumenti di lavoro, che non sono, come un tempo fu falsamente creduto e sostenuto, una semplice proiezione e imitazione di organi, ma qualche cosa di specificamente umano-spirituale, che manca alla bestia. La capacità dell'uomo primitivo (come in genere di qualunque uomo), che in ciò si manifesta, consiste nella possibilità della conoscenza causale e della concezione delle idee generali. Gli strumenti di lavoro, creati dall'uomo in base a questa sua possibilità, esistono fin dal principio, cioè fin dall'inizio del diluvio. Essi sono perfetti nella loro specie già fin dall'inizio; il paleolitico recente non vi ha cambiato niente di essenziale. Oggi non conosciamo prestrumenti di lavoro, come similmente neppure prelingua, prearte, ecc. e molto meno preuomini. Quindi, anche la preistoria, in pieno accordo con l'etnologia, non conosce che l'uomo pienamente e realmente uomo e ciò fin dall'inizio. Il chiaro che sono escluse così tutte le forme dell'«estremo». Che anche i principali studiosi di antropologia fissa (Fr. Weidenreich, W. E. Le Gros Clark, J. Weninger) incominciano a cedere a queste convincenti argomenta- zioni, è dimostrato dal fatto che essi, nei casi in cui reperti ossei non consentano una chiara conclusione, se tratti o no di uomo nel dato caso, si appellano parimenti agli oggetti della cultura come a fattore decisivo, come, p. es., nel ritrovamento dell'«astroloptico» del Sud-Africa. Con ciò si dà modo allo studioso, sia esso preistorico o etnologo, di decidere con sicurezza, se nel singolo caso si tratti di un uomo realmente e pienamente uomo. In base a tutto ciò si può certo ritenere come definitivamente rischiarato e definito un capitolo, abbastanza discusso, dell'indagine dell'uomo primitivo. È certamente signi- ficativo che esso sia terminato, riconoscendo inequivo- cabilmente e chiaramente lo spirituale come criterio di distinzione anche per l'uomo primordiale a noi scienti- ficamente accessibile.

3. Che l'umanità non cominciò con la promiscuità o i matrimoni di gruppo, ma con le normali unioni familiari monogamiche, è divenuta da decenni fra i competenti una convinzione pressoché generale. Ma ogni etnoscuologo sa che ciò non pertanto gli ultimi segreti, che circondano l'in- zio e il successivo sviluppo della famiglia e della colletti- vità, non sono in alcun modo pienamente scoperti e spie- gati. Prima di tutto, si pone il problema dell'esogamia, cioè il problema del comportamento del singolo individuo rispetto alla scelta del coniuge, scelta che richiede una particolare attenzione. Poiché questa esogamia, seguita mediante fino in fondo, conduce non soltanto oltre il

puro naturale-umano, ma porta certamente e chiaramente anche a qualche cosa che è al di sopra e al di fuori del mondo, fatto che, naturalmente, non si può accordare con l'uso. Considerando le varie forme di esogamia esistenti nella vita dei popoli, ci si accorge subito che si suddividono in due gruppi principali contrapposti. Da una parte c'è quella forma di esogamia che ha per base il principio della parentela, primieramente, come è naturale, quella della diretta parentela di sangue. Essa è tanto più facilmente comprensibile, in quanto corrisponde perfettamente alle nostre concezioni e ai nostri usi europei. Dall'altra si tratta di forme di esogamia, in forza delle quali interi gruppi (clan, classi, stirpi) sono tenuti a non fare matrimoni nell'ambito di questi gruppi, ma a cercare invece il coniuge in un altro clan (totemico), in un'altra classe ecc. Anche qui sussiste il divieto del matrimonio tra parenti, ma al di là di questo vale la legge, più o meno artificiale, della esogamia di clan, di classi o di stirpe. Siccome su questo già da tempo non c'è più alcun dubbio, che cioè quest'ultime forme di esogamia siano di origine posteriore e quindi secondarie, non interessano oltre in questo studio. Naturalmente si pone qui la domanda: come è giunta l'umanità primitiva a questa rigida proibizione del matrimonio tra consanguinei, così profondamente radicata? Forse dall'esperienza pratica che i matrimoni fra consanguinei (incesto) conducono a conseguenze deleterie? Ciò è molto inverosimile. Poiché tutto (si consideri) questo riguardo specialmente il concetto fondamentale unitario dell'esogamia? Indica che l'umanità ancora nella sua originaria omogeneità ha introdotto questi divieti matrimoniali. Se ciò fosse avvenuto in un'epoca posteriore, allora rimarrebbe inspiegata la grande uniformità delle fondamentali leggi esogamiche. Anzi, avrebbero dovuto esserci anche dei popoli, che non conoscevano affatto proibizioni matrimoniali. Ma è noto che non è questo il caso. Rimane dunque il problema: come sono giunti gli uomini già ai primordi a queste proibizioni matrimoniali? Da diversi studiosi è stato occasionalmente accennato, come tra fratelli, o anche in generale tra i giovani che fin dalla più tenera età sono cresciuti insieme, generalmente non si sviluppano affatto, o almeno assai difficilmente, gli stimoli che conducono ad una passione amorosa, o al matrimonio. Ciò potrebbe spiegare il costume, l'uso e, in fine, le legge di non far sposare i consanguinei, quindi principalmente i fratelli. Questa teoria è senza dubbio molto affascinante. Ma tra-sicura che essa si addice solo a persone della stessa generazione. Essa non chiarisce, o non a sufficienza, il timore del matrimonio tra i parenti delle linee discendente, fra i genitori e figli particolarmente, che certo è dovunque una delle ripugnanze più fortemente radicate. Anche qui possono essere coggetti quegli elementi che sono portati da questa teoria; anzi la mancanza dello stimolo può, in generale, essere ancora più forte a causa della diversità di età. Ma non si può negare che vi influiscono anche altre forze, e cioè quelle di natura etica. Appunto la circostanza, che i genitori vogliono mantenere la loro autorità di fronte ai figli, impedisce di contrarre con essi legami matrimoniali; e appunto il timore riverenziale, provato dai figli verso i genitori, non lascia sorgere in essi il pensiero di un legame matrimoniale. Questo richiamo al motivo etico è indubbiamente non soltanto giusto, ma anche importante. Solo ci si chiede subito: Come sono giunti i primi uomini a questo motivo etico? I popoli attuali etnologicamente primitivi, presso i quali si trovano in ogni caso relativamente meglio conservati gli elementi iniziali e primordiali, non hanno, in genere, alcun dubbio a questo riguardo. Essi credono, come in molte altre cose, così anche in questa, di esserne stati istruiti e obbligati (direttamente o indirettamente) dall'Essere supremo. Essi, come riconoscono universalmente nel Dio supremo l'origine dei loro doveri morali, così lo fanno anche nel caso presente. Chiaramente e precisamente in questo senso, p. es., presso i primitivi Semang, abitanti della penisola di Malacca, si dice: L'arcadi Karè, cioè peccato contro il (Dio supremo) Karè, quando taluno peccato sia per incesto e sia per adulterio. Così la legge dell'esogamia dei consanguinei, legge geograficamente e temporalmente universale, conduce infine in campi, che certo hanno rapporto con l'uomo e le vicissitudini della famiglia e comunità umane, ma che portano inoltre in regioni originariamente extraumane, o meglio al di sopra dell'uomo. Il motivo etico, apparso fin dall'inizio nelle proibizioni matrimoniali, rende visibile e tangibile un legame con un mondo superiore, davanti al quale tutti i tentativi di spiegazione dell'e. estremo devono fallire.

4. Che i popoli, detti etnologicamente primitivi e più antichi, in genere possiedano una propria fede, relativa mente chiara e viva, in un Essere supremo, lo dimostra W. Schmidt nei primi sei volumi della sua grande opera: L'origine dell'idea di Dio (Der Ursprung der Gotteside). I popoli primitivi che vengono qui in questione sono principalmente i Fuegini, determinate stirpi primitive della California come anche del Nord-America e dell'Atlide, e, inoltre, certi gruppi di popoli dell'Australia del sud-est, e finalmente i popoli nati (i Pigmie) della Africa centrale e dell'Asia sud-orientale. L'approfondita ricerca comparativa ha portato alla conclusione che nella religione di tutti questi popoli primitivi viene in luce un importante numero di elementi fondamentali concordanti, come l'unità, il nome, la natura, l'abitazione e le proprietà dell'Essere supremo, ecc. Lo suddìso, che pensa e lavora storicamente, da questo stato di cose giuntamente conclude che queste caratteristiche concordanze devono essere esiste già prima della separazione e della dispersione di questi popoli primitivi nelle varie parti del mondo. Perché se si volesse supporre che i popoli etnologicamente primitivi e più antichi avessero più tardi acquisito e accettato queste conoscenze religiose, tale supposizione vorrebbe contro serie difficoltà. Se le avessero ricevute più tardi dai popoli vicini, culturalmente più progrediti, si dovrebbe supporre che questi possedevano in una corrispondente forma la conoscenza dell'Essere supremo; ma, come è noto a ogni competente, ciò non si può ammettere, perché nessuno dà ciò che non ha. Ma se i gruppi di popoli etnologicamente primitivi e più antichi sono pervenuti al complesso di conoscenze riguardante l'Essere supremo, solo dopo la loro separazione, e cioè in base ad un indipendente processo mentale, allora, poiché questo complesso di conoscenze è profondamente unitario, sarebbe difficile o impossibile spiegare proprio questa uniformità. Quindi non resta altro che ammettere, come unica spiegazione realmente soddisfacente, che prima della separazione e della dispersione dei popoli primitivi e più antichi si aveva una comunanza di patrimonio spirituale riguardante la conoscenza dell'Essere supremo. È chiaro, inoltre, che in questo modo la ricerca giunge da sé, primieramente rispetto a questa conoscenza dell'Essere supremo, in profondità di tempo sempre più grandi, anzi essa si spinge più o meno nei vari tempi primordiali dell'uomo.

Anche qui, naturalmente, si pone la domanda: donde questa primitiva credenza in Dio? È chiaro che quei primitivi non la hanno creato o pensato da sé. E neppure essi dicono ciò dei loro antenati. Infatti, di questi dicono che essi ricevettero da loro la tradizione di una credenza in un Dio supremo, come di tante altre cose. Ma come mai quegli antenati vi sono giunti alla loro volta? È sufficiente qui il ricorso al concetto della causa-lità, in base al quale anche i più antichi uomini poterono giungere da sé alla conoscenza di un autore dell'universo, di un altissimo Signore. Creatore? La situazione attualmente nota delle cose indica, difatti, che presso i rappresentanti più primitivi e più antichi dell'umanità, accanto alla concezione della causalità e alle naturali deduzioni dalla totalità dei fatti del mondo ad un Essere supremo e buono, vi può essere stato ed avere influito anche qualche altra cosa. Che altro può essere stato questo qualcosa, se non qualche Rivoluzione personale di Dio agli uomini? La ricerca solo da poco tempo ha cominciato ad occuparsi di queste cose. Non è da escludersi che in questo modo il fatto di una primordiale rivela-zione di Dio agli uomini possa essere, se non assicurato,

reso almeno verosimile. Che qui si debba aggiungere il momento etico, già sopra accertato per la famiglia umana primordiale, è chiaro. E ancor più questo vale in relazione al complesso del Paradiso ed peccato originale, al quale si deve ora rivolgere l'attenzione.

3. In stretta connessione con il complesso di crescendo sull'Essere supremo sta l'antichissima e diffusissima tradizione del Paradiso e del peccato originale. Si tratta qui di una informazione caratteristica, data dall'umanità, sui suoi primi inizi e i più antichi invenimenti, che come tale è stata fino ad ora conosciuta e valutata in maniera del tutto insufficiente. Per quanto possano essere numerose nei singoli casi le varianti, i riscontrano sempre determinati elementi fondamentali. Quasi sono principalmente i seguenti: Dio fece gli uomini (la prima coppia umana) e li collocò nel mondo (direttamente o indirettamente, cioè attraverso un essere intermediario) come uomini perfetti. Dio li istruì (direttamente o indirettamente) non soltanto nelle cose religiose, ma anche in quelle profane. La vicinanza di Dio distinse l'età primordiale; la giustizia e la pace regnavano; gli uomini dovevano vivere sempre e non morire. Questo bel tempo «primordiale paradisiaco» (l'età dell'oro) ebbe fine per la trasgressione di un comandamento dato da Dio, che, secondo la tradizione di alcuni popoli, è talvolta divenuta un errore, un equivoco o altro fatto consimile. Tutte le tradizioni, considerate nel loro insieme, non lasciano alcun dubbio che il male fisico nel mondo è considerato come una conseguenza di un precedente male morale, di una mancanza etica. Generalmente si ammette che incominciò con questo fatto una vita di disagi; venne anche la morte sugli uomini, e la Divinità, senza abbandonare del tutto gli uomini, si ritirò adirata. In una forma particolarmente caratteristica questa tradizione della condizione primordiale dell'uomo si ritrova presso le tribù pigmee dell'Africa centrale, che sicuramente rappresentano lo strato umano e culturale più antico dell'Africa. Del resto questa tradizione, come si è già detto, è diffusa veramente in tutto il mondo. Che queste informazioni, nei punti essenziali, concordino con quelle della Genesi, come è facile rilevare, non abbisogna di particolari spiegazioni. Non si può far derivare le narrazioni tradizionali degli altri popoli della terra semplicemente da quelle della Bibbia. Si afferma piuttosto il vero, quando tutte le tradizioni che vi si riferiscono, compresero quelle bibliche, si riportano essenzialmente ad una più antica fonte comune. Ora, che cosa significa, per lo storico, questo dato della tradizione sulla condizione primordiale dell'uomo, sulla dottrina riguardante il Paradiso, è la data nel peccato?

Dinanzi al fatto che questo complesso di crescendo ha raggiunto una così universale diffusione, è che esso, anzi, proprio presso i popoli etnologicamente primitivi e più antichi è per lo più distinto da particolari caratteristiche (come, p. es., il prorino in rilievo la coppia dei primi uomini, la loro formazione da parte di Dio creatore, il male morale, il peccato come causa effettiva dell'origine del male fisico, ecc.) non vi può essere altra spiegazione soddisfacente per lo storico che ammettono che questo complesso di credenze risalga realmente ai più antichi tempi dell'uomo.

Naturalmente lo storico non si ferma qui, ma si pone un altro problema: come sorse presso gli antichi, anzi i più antichi uomini un tale insieme di credenze? Furono queste il prodotto della riflessione dell'uomo, della sua fantasia? O sono fondate sui fatti storici?

Non vi sono altre possibilità di spiegazione. Il buon senso umano (e lo storico non è in fondo che un uomo, che, per la sua educazione metodologica, dovrebbe essere caratterizzato da una doppia dose di buon senso) non può certo essere soddisfatto che dalla seconda parte dell'alternativa posta. È significativo al riguardo che anche quegli studiosi che, come J. Feldmann, F. Hellmich, J. de Vuijpens, in passato si sono occupati in modo particolare di queste tradizioni dei popoli sullo stato primordiale dell'uomo, non poterono ammettere altra possibile spiegazione soddisfacente che quella che vi ravvisa dei fatti storici precedenti.

IV. ORIGINE DELL'UOMO. E. MITIGATO. - I. Di gran lunga prevalente, specie nella cerchia dei popoli etnologicamente primitivi e più antichi, si rileva diffusa l'idea che un grande Dio, concepito come persona, abbia creato l'umanità (la coppia umana) dandole un'esistenza perfettamente umana. I primi uomini sono uomini veri e reali, non soltanto sotto l'aspetto fisico-spirituale, ma anche sotto quello ciclo-religioso. Il gran Dio vien concepito, sia prima che dopo la caduta nel peccato, come una potenza che è al centro delle loro vite e del loro destino, e che tutto sovrasta e domina. Ricordi o indizi di una eventuale fase religiosa o prereligiosa mancano completamente, soprattutto fra i popoli etnologicamente primitivi i più antichi.

2. Una derivazione dell'uomo dall'animale non appare propriamente in alcun luogo, particolarmente presso i popoli più primitivi. Viceversa, in parecchi casi si dice anche che in quegli antichissimi tempi (della catastrofe) gli uomini divennero animali. Così in Africa, fatto sul quale Baumann ha già richiamato l'attenzione, uomini si trasformarono in scimmie. Dunque, se si vuole, una specie di darwinismo alla rovesci.

3. È chiaro quindi che, in base a tutto ciò, alla luce delle ricerche etnologiche sui tempi primordiali, gli schiermi dell'essere umano non si possono ammettere. Le tradizioni riguardanti i primi tempi, di cui è questione, si basano in modo inequivocabile su una concezione del mondo (Weltausschaltung) teistica. La concezione di un Dio supremo, personale, si rivela sia causa efficiens, sia causa finalis, il fine è lo scopo di tutta la storia, specialmente della storia umana. Voler qui dare dell'universo e dell'uomo una spiegazione in senso atto-materialistico o anche panteistico-monistè è assolutamente impossibile. Chi, dunque, si mette dal punto di vista dell'essere umano in questo senso si sforza di spiegare l'origine dell'uomo, non può in alcun modo appellarsi alla credenza e alle idee della più antica umanità.

4. Ma come si deve giudicare l'eredità che, come si è detto, vorrebbe ammettere l'origine del corpo umano dal regno animale? Rispondiamo che qui il materiale d'indagine dell'etnologia e della storia delle religioni non è né pro né contro. In senso negativo potrebbe eventualmente spiegarsi il fatto, che il Dio supremo presso i popoli etnologicamente primitivi e più antichi (Baumann si riferisce in modo particolare all'antico strato pigmeo dell'Africa) venga molto spesso presentato espressamente come formatore, modellatore anche del corpo dei primi uomini. Ma il problema è (come nel relativo passo della Genesi) se ciò si debba o no intendere letteralmente. Certo che non ci si deve rappresentare il Creatore come un vasaio, secondo il giusto rilievo fatto già da s. Agostino. Se si ammette, dunque, un Dio personale creatore come lo ammettono i popoli etnologicamente primitivi i più antichi di cui si è parlato, allora si deve ammettere anche, di conseguenza, che tutto è stato creato a fatto da Lui. Ciò vale anche a riguardo del corpo dell'uomo, pur restando completamente indifferente se Dio creatore, creando, abbia fatto una creazione totalmente nuova, oppure si sia servito di un corpo animale, come di una materia preesistente (materia praeica-cens). In questa questione particolare l'indagine etno-

logica sui tempi primitivi non può pronunziarsi decisamente, come del resto fa anche la Bibbia. Anzi, con ciò concorda, finalmente, anche il noto fatto che il magistero ecclesiastico lascia aperto il problema, perché, esso così inteso, non costituisce una questione religiosa, ma scientifica.

Dicendo che il magistero ecclesiastico lascia liberi nella questione dell'origine del corpo dell'uomo dall'animale, non si vuole in nessun modo affermare che questa origine del corpo dell'uomo dall'animale sia un fatto scientificamente dimostrato. Questo, secondo la convinzione del Koppers, non è il caso neppure attualmente d'ammettere, benché taluni studiosi, anche cattolici, ritengano di potere o doverci sostenere il punto di vista contrario. Si può dimostrare in modo convincente che, secondo l'odierno stato delle ricerche, anche in questo speciale problema dal punto di vista scientifico conviene una relativa riserva di giudizio (non licet), e non il contrario.

V. DIFFICOLTÀ DELLA DERIVAZIONE DELL'UOMO DALL'ANIMALE

Alla luce delle odierne ricerche vi sono serie difficoltà ad ammettere che l'uomo derivi corporalmente dall'animale. Alla luce della biologia le difficoltà sono di doppia natura. È certamente giusto dire che negli strati geologici, che si susseguono l'uomo all'altro, le forme della vita si manifestano sempre nuove e più perfette. Ma in generale non è constatabile come le forme recenti dipendano da quelle antiche. È vero che si afferma la loro dipendenza genetica, ma generalmente questa è una ipotesi, non ancora una verità scientificamente dimostrata. Le mutazioni, p. es., della drosophila, ottenute in laboratorio, rendono comprensibile, fino ad una certa misura, l'evoluzione. Non bisogna poi dimenticare che si tratta qui esclusivamente di microevoluzione, cioè dello sviluppo di organismi microscopici; mentre le macroevoluzioni o gli sviluppi dei grandi organismi, quelli che mostra, o meglio sembra mostrare, la storia della terra, non sono in alcun modo spiegati soddisfattemente. Tanto meno ciò vale in rapporto alla supposta singolare macroevoluzione dall'animale all'uomo. Un'eventuale derivazione del corpo umano dal regno animale urta, inoltre, contro grandi difficoltà, in quanto l'uomo, considerato anche nel suo corpo, appare assolutamente, e cioè fin dall'origine, caratterizzato dallo spirito. I biologi, che hanno studiato più profondamente la questione, dichiarano che qualora si ammettesse la derivazione del corpo umano da quello dell'animale, si renderebbe necessaria una ipotesi complementare. Non si sarebbe potuto arrivare alla formazione dell'uomo, infondendo semplicemente in un corpo animale, nel suo più alto sviluppo, un'anima umana in luogo di quella animale. L'entrata dello spirito umano in un tale corpo avrebbe assolutamente rese necessarie delle trasformazioni fondamentali anche sotto l'aspetto puramente corporale. Anche l'asservizione, che i reperti paleoantropologici parlerebbero, più o meno chiaramente, di una derivazione del corpo umano da quello animale, incontra, alla luce delle ricerche più recenti, difficoltà da prendersi seriamente in considerazione. Parimenti la teoria antropologica dei tre stadi, nell'evoluzione dell'uomo, cioè dall'anthropos al neandertalensis e al sapiens, risulta fortemente scossa dai reperti di homo sapiens del pleistoceno antico e medio, reperti provenienti dagli scavi fatti particolari, mentre nel corso degli ultimi quindici anni. Anzi, essa appare completamente messa in dubbio, se, come sembra molto plausibile, la spiegazione "storica", proposta da A. Portmann e da altri, rappresenta una interpretazione essenziale.

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**Fig. 1.** Nuore di episcopale (sec. XV).

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**Titolo.** Nuore di episcopale (sec. XV).

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**Titolo.** Nuore di episcopale (sec. XXXXXIII.X).

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