EVOLUZIONE. - L'evoluzionismo (trasformismo, filogenesi, teoria della discendenza) è la dottrina scientifica che afferma la naturale derivazione degli organismi superiori da quelli inferiori. Poiché la paleontologia insegna che gli esseri viventi sono apparsi sulla terra gli uni dopo gli altri, e, in media, i più differenziati dopo quelli strutturalmente più semplici, due ipotesi sono possibili; che ciascuna specie naturale di organismi abbia avuto nel tempo un'origine autonoma e indipendente (fiasismo); ovvero che le specie superiori siano derivate dalle inferiori (evoluzionismo).
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I. NOZIONI GENERALI. - La dottrina dell'e. fu ed è sostenuta da tutti i materialisti e da parecchi degli stessi spirituali, ma naturalmente con postulati diversi. Per i materialisti non solo i viventi superiori sono derivati dagli inferiori per cause fisico-chimiche, ma questi da altri ancora più semplici formali spontaneamente dalla materia inorganica, la quale, a sua volta, è eterna ed increata; anche l'anima umana deriverebbe per trasformazione dall'anima dei bruti. Per i teisti, la materia è effetto di un atto creativo di Dio; i primi viventi, secondo alcuni, si sarebbero originati per generazione spontanea, secondo altri sarebbero stati anch'essi creati da Dio in uno (monofiletismo) o più esemplari (polifilatismo) dai quali poi avrebbero tratto origine tutte le specie comparse successivamente nei periodi geologici. Per i teisti, l'anima dell'uomo è creata direttamente da Dio; il corpo deriva invece dal corpo di un antropoide.
L'e. quale è sostenuta dai materialisti, è inaccettabile perché contrasta con alcuni dati scientifici (per gli errori filosofici del materialismo, V. MATERIALISMO). Che
la materia sia eterna è contro il secondo principio della termodinamica, in quanto, se ciò fosse, oggi dovrebbero regnare il disordine assoluto e la completa immobilità nell'universo dovendo già essere ecompare tutte le dissimmetrie che rendono utilizzabile l'energia. Se dunque la materia ha incominciato ad esistere nel tempo, è creata. Che i primi organismi si siano formati per generazione spontanea (usiamo anche noi quest'espressione pur tanto inesatta) è contraddetto dalle esperienze del Redi, Vallisneri, Spallanzani e soprattutto del Pasteur per quanto riguarda gli organismi conosciuti; qualora poi si sosteneva che i primi viventi possedevano una struttura molto più elementare dei più elementari organismi a noi oggi noti sicché fu possibile la loro diretta formazione dalla materia, l'affermazione è gratuita nella prima parte e, nella seconda, urta contro le leggi della probabilità, poiché, per quanto semplici si vogliano supporre, quei primitivi organismi dovevano sempre possedere una eterogeneità e dissimmetria tali (rispetto alla materia inorganica) da costituire un evento sommamente improbabile in linea teorica, e praticamente impossibile a verificarsi in natura. Che poi l'e. delle forme inferiori sia stata retta soltanto da forze fisico-chimiche, è contro i dati sicuri della paleontologia, la quale dimostra che, in media, vi fu una continua progressione di forme viventi, con produzione di organismi sempre adatti al loro ambiente; mentre, se fosse vero che l'e. fu retta soltanto dal caso, accanto a poche forme ben riuscite dovrebbero trovare moltissime non riuscite. Che infine l'anima umana rappresenti soltanto un ulteriore perfezionamento di quella dei bruti è contraddetto, almeno indirettamente, dalla psicologia sperimentale.
L'evoluzionismo teistico invece (ecettuto, per le ragioni dette sopra, il gruppo che ammette la generazione spontanea) è una buona dottrina scientifica. Per quanto concerne l'estensione della teoria trasformista all'origine dell'uomo, V. EVOLUZIONISMO CULTURALE.
II. TEORIE. - È necessario, fin dall'inizio, tenere accuratamente distinti il fatto dell'e. dal modo in cui è o può essere avvenuta. Le modalità a le cause che avrebbero determinato e diretto le successive trasformazioni degli organismi costituiscono la base delle varie teorie che possono essere in tutto o in parte false, senza trascinare necessariamente con sé nella rovina il fatto dell'e., il quale si fonda non sulle teorie ma su dati obbiettivi desunti dalle varie branche della scienza della vita. Nell'impossibilità (o, del resto, nell'inutilità) anche soltanto di accennare tutte le numerose teorie evolutive che si sono succedute in questi cent'anni, si ricordano almeno brevemente quelle più classiche.
1. Lamarckismo. - Il Lamarck (1809) assegna due cause essenziali che avrebbero prodotto l'e. degli organismi: l'intima natura dei viventi che tende di per sé stessa ad evolversi, e l'ambiente esterno che li circonda e che influisce su di essi per mezzo della temperatura, del chimismo, ecc. Le incessanti modificazioni dell'ambiente fanno sì che gli organismi sentano il bisogno di nuove funzioni, le quali a loro volta determinano la comparsa di nuovi organi adatti a soddisfarle, mentre quelli già esistenti, se ancora servono, continuano con l'uso a svilupparsi, se invece diventano inutili, con il disuso si atrofizzano fino a scomparire. In questo modo si producono variazioni negli organismi, manifestanti prima nel soma, ma capaci di modificare anche le cellule germinali rendendo così ereditari quei caratteri acquisiti. Il loro accumulo nelle generazioni successive darà luogo ad organismi tanto diversi da formare nuove specie. Quell'intima necessità di evolversi farà poi sì che queste modificazioni facciano sempre progredire gli organismi nella scala dei viventi.
2. Neolamarckismo. - Sotto questo nome si dovrebbero comprendere tutti quegli autori che, pur accettando la teoria del Lamarck, hanno sopravvalutato l'azione di uno dei fattori rispetto all'altro. Storicamente invece sono neolamarckisti coloro che attribuiscono un'impor-
tanza prevalente ai fattori ambientali, come Spencer, Eimer, Cope ecc.; mentre il Naggeli, il Rosa ecc., che fanno dipendere prevalentemente o anche del tutto l'e. dai fattori interni, sono comunemente chiamati fautori della teoria delle «cause interne».
3. Darwinismo (1859). — In una popolazione di individui non se ne incontrano mai due perfettamente uguali. Le differenze sono dovute, stando al Darwin, alle condizioni sempre alquanto diverse in cui si sviluppano i germi. E non è detto che tali differenze siano in ogni caso vantaggioso, anzi in genere sono o indifferenti o addirittura nocive. Ma, come negli allevamenti l'uomo seleziona gli individui portatori di un determinato carattere che vuol perpetrare, e, con opportuni accorgimenti, lo rende stabile creando nuove razze e varietà di animali e piante, così in natura seleziona gli individui portatori di caratteri vantaggiosi per l'ambiente in cui vivono, a sopprimere inesorabilmente gli altri. Infatti, nella concorrenza vitale, i deboli e gli inetti soccombono e soltanto i più forti sopravvivono fino alla maturità sessuale. Per conseguenza, i caratteri vantaggiosi sono trasmessi alla prole e si accumulano nel succedersi delle generazioni, portando alla formazione di organismi tanto diversi dagli amenati da doversi classificare in una nuova specie. Il processo evolutivo si svolge poi costantemente verso una più elevata organizzazione perché questa, di norma, rappresenta un vantaggio nella concorrenza vitale.
4. Neodarwinismo. — A. Weismann, che per primo sostenne una netta separazione negli organismi fra soma e germe, negli l'affermazione del Darwin che l'ambiente possa in qualsiasi modo influire sul germe. Per lui, CROMOSOMA (v.) delle cellule germinali sono contenute delle particelle che egli chiama determinanti perché ciascuna di esse causerebbe la struttura di una porzione dell'organismo. L'adulto sarebbe quindi predeterminato nei suoi caratteri dalla collezione dei determinanti presente nel nucleo del germe, a nessun carattere potrebbe svilupparsi se mancasse il corrispettivo determinante. Ma poiché le cellule germinali si moltiplicano per divisione, dovranno pure moltiplicarsi allo stesso modo i determinanti. Ed ecco allora tutta una serie di questi elementi neoformati, nella necessità di assimilare, di accrescersi per prepararsi ad una nuova divisione. A questo punto entra in campo la concorrenza vitale per cui i determinanti più robusti o quelli che accidentalmente si trovano in posizioni più vantaggiose possono maggiormente accrescersi a scapito dei deboli e dei non favoriti dal caso. Per conseguenza, anche i caratteri che dipendono da essi riusciranno più sviluppati, e gli organismi si troveranno privilegiati nell'altra concorrenza vitale, sostenuta dal Darwin, fra individuo ed individuo. Poiché soltanto questi organismi meglio dotati raggiungeranno la maturità sessuale, essi soli trasmatteranno alla prole i loro robusti determinanti i quali continueranno a migliorarsi nelle successive generazioni fino a produrre delle nuove specie.
5. Mutazionismo (1901). — Mentre il Lamarck e il Darwin ponevano a base dell'e. il lento accumularsi nel tempo di lievi differenze individuali, il De Vries sostenne invece che l'e. è dovuta all'insorgere di variazioni notevoli che appaiono improvvis e causati in uno e più individui della stessa specie, determinando in essi dei caratteri totalmente nuovi ed ereditari (mutazioni). Tali caratteri sono talvolta così rilevanti da stabilire, da soli, una nuova specie; più spesso sarà necessario attendere che altre variazioni insorgano allo stesso modo nei medesimi individui prima di poterli scindere dalla specie madre. Appunto perché casuali, non tutte queste variazioni sono vantaggiose per gli organismi portatori; ma l'intervento della concorrenza vitale e della selezione naturale conserverà quelle favorevoli eliminando le nocive. La causa profonda di tali mutazioni va ricercata, per il De Vries, nell'influenza che l'ambiente inconsueto esercita sugli organismi, fino a raggiungerne il germe; ma qui la variazione resterebbe latente (premutazione) qualche migliaio d'anni, per esplodere poi un giorno all'improvviso senza causa apparente.
6. Neomutazionismo. — Molti autori moderni, soprattutto genetici, pur condividendo la teoria del De Vries, non accettano più l'esistenza di un ipotetico periodo latente fra premutazione a mutazione, e stengono invece (come del resto è confermato dall'esperienza) che l'alterazione del germe si manifesta immediatamente nella prole che ne deriva.
7. Ologonismo (enunciato da D. Rosa nel 1909 e poi meglio sviluppato nel 1918). — Si riannoda al primo fattore evolutivo lamarckiano, a cui viene attribuita una importanza esclusiva. Come lo sviluppo dell'individuo, dall'uovo allo stato adulto, è causato e diretto unicamente da fattori interni, mentre l'influenza dell'ambiente si limita a permettere o ad impedire che esso avvenga, così l'e. delle specie è dovuta a fattori intrinseci negli organismi, e all'ambiente si domanda soltanto di offrire le condizioni generali che non impediscono la vita. Quindi, non solo le specie si evolvono pur restando maltrato l'ambiente, ma le variazioni di questo non incidono sull'orientamento che viene ad assumere l'e., se non per produrre caratteri fenotipici non trasmissibili alla prole. Inoltre, come l'organismo adulto deriva da una stessa cellula-ovo che si divide in due cellule-figlie le quali a loro volta si dividono in altre due, e così via, producendo a mano a mano cellule sempre più differenziate e diverse dall'originaria cellula-ovo, così da un unico vivente capostipite si sono formate per divisione dicotomica le altre specie gradualmente più differenziate. Tuttavia nella divisione dicotomica delle specie, un ramo è precoce e l'altro tardivo; il primo arriva più presto al suo apogeo ma genera un minor numero di specie e conserva una struttura più semplice (persistenza delle forme inferiori); il secondo, nel suo più lento sviluppo, raggiunge un'organizzazione più complessa e dà origine ad un maggior numero di ulteriori ramificazioni.
Questa teoria è ancora sostenuta da parecchi biologi italiani; mentre all'estero è condivisa da pochissimi scienziati. Fra le altre teorie meritano di essere almeno ricordate: l'olisimo dello Smuts; l'e. emergente di Lloyd Morgan; e l'e. creatrice del Bergson.
III. ESAME DELLE TEORIE
È forse opportuno indicare brevemente le principali obbiscioni che furono sollevate contro le teorie riferite.1. Lamarckismo. — Che l'ambiente possa indurre delle modificazioni in un organismo è un fatto incontestabile, come pure è certo che l'uso e il non uso di un organo lo faccia tendere verso un maggiore sviluppo ovvero ne determini l'atrofia. Ma questi caratteri acquisiti dai genitori sono trasmissibili alla prole? a) Già non si vede come possano esserlo. Infatti le cellule germinali sono parte dell'organismo come qualsiasi altra cellula del corpo; ora lo sviluppo maggiore a minore di un muscolo, ad es., non si ripercuote affatto sulle cellule visive dell'occhio; perché dunque dovrebbe influire su quelle germinali? Forse attraverso speciali sostanze prodotte dagli organi alterati e giungenti, per via sanguigna o umorale, al germe? Ma queste ipotetiche sostanze dovrebbero essere così specifiche per ogni organo e particella di organo da giustificare l'affermata riproduzione nella prole di quelle medesime strutture acquisite dai genitori; il che, anche in linea teorica, sembra per lo meno eccessivo. b) Del resto, tutte le esperienze condotte per decenni e con ogni mezzo a nostra disposizione per dimostrare l'ereditarietà dei caratteri acquisiti, o hanno dato risultati apertamente negativi (la grandissima maggioranza), ovvero hanno avuto esiti così incerti da non consentire per ora una conclusione affermativa.
2. Darwinismo. — Il darwinismo parte da quelle lievi differenze riscontrabili fra gli individui anche più simili chiamato flutunazioni dei moderni genetici, e sostiene che su queste opera la selezione naturale conservando gli organismi più adatti per il luogo e il tempo in cui vivono, a portando così ad un accumulo progressivo di quelle piccole diversità. Orbene, questo è gratuito, quando pure non contraddice ai dati scientifici in nostro possesso. a) Innanzi tutto, non si possono equiparare gli effetti della selezione artificiale e della naturale, poiché a questa
mancano l'intelligenza e i mezzi che permettono all'uomo di isolare ed incrociare fra loro gli individui portatori di un determinato carattere. b) La selezione naturale e artificiale, poi, non producono in realtà nulla di nuovo, limitandosi a conservare e a fare apparire quello che già esiste; sono perciò un elemento insufficiente per spiegare l'apparizione delle nuove forme. c) Inoltre, i caratteri futtuanti non sono trasmessi alla prole, la quale eredita invece soltanto la variabilità propria della specie; anzi la natura tende a conservare di preferenza gli individui che meno si discostano dal tipo medio; all'opposto cioè di quanto viene affermato dal Darwin. d) Infine, non si capisce quale reale vantaggio abbiano potuto avere nella concorrenza vitale i pochi organismi dotati di un lievisismo carattere favorevole, di fronte ai numerosi altri che ne erano sprovvisti e di fronte alle formidabili forze distruttici dell'ambiente e dei nemici naturali. Tanto più che il presunto vantaggio doveva limitarsi agli organismi adulti nei quali quei carattere favorevole era sviluppato; sicché tutti i giovani (in cui era praticamente assente) avrebbero dovuto privire nella concorrenza vitale.
3. Mutazionismo
Riesce il mutazionismo a spiegare l'e.? Non sembra. a) Le variazioni mutative non letali riguardano piccoli caratteri che se possono rendere ragione dei formarsi di razze, varietà, o anche di specie sistematiche, sono del tutto insufficienti per costituire i gruppi maggiori; producono cioè una microevoluzione ammessa anche dai fissisti, non la macroevoluzione. b) Ne si vede come possano determinare quest'ultima. Per quanto sappiamo, le mutazioni che avvengono in natura sono relativamente molto rare. Orbene, da queste bisogna sottrarre l'8e-9o%, che non possono ritenersi un fattore di e. in quanto si dimostrano regressive in rapporto alla vitalità degli organismi, dando origine ad individui poco prosperi o addirittura patologici, incapaci di sostenere la concorrenza vitale. Delle poche che restano, bisogna ancora trascurare quelle indifferenti, per fermarsi alle pochissime vantaggiose. Ma anche queste ultime sono generalmente recessive, e dovranno quindi trovarsi in entrambi i genitori per potersi manifestare nella prole. Se non che, quale probabilità ha uno di questi variazioni organismi mutati, sperduto in mezzo ad una intera popolazione di individui normali, di incrociarsi con un altro organismo portatore della sua stessa mutazione? E come spiegare allora l'e. sempre crescente se le mutazioni sono casuali, e l'esplosione simultanea, o quasi, di numerose nuove forme molto bene adatte al loro ambiente, come ci documenta la paleontologia, se le mutazioni sono rare, regressive e recessive?4. Otogenismo
È una teoria indubbiamente molto geniale; ma, dal punto di vista speculativo, non si capisce perché il plasma germinale debba sempre e solo dividersi dicotomicamente (il paragone dell'e. delle specie con l'ontogenesi dell'individuo deve ritenersi puramente metaforico); e, dal punto di vista dei fatti, la paleontologia non conferma, eccetto in qualche caso, la successione dicotomica delle forme animali e vegetali.Tuttavia, queste e le altre teorie già escogitate e quelle che potranno formularsi in futuro possono essere in parte o del tutto false senza necessariamente pregiudicare la dottrina dell'e., l'esistenza della quale va discussa in base non alle teorie ma ci fatti di cui si dispone. Questi sono ormai numerosi e costituiscono le prove dell'e. Si accennerà ai principali.
IV. PROVE
Gli organismi, come insegnano l'anatomia e la fisiologia-comparata, sono generalmente formati di cellule, il cui numero varia da uno (protozoi e prototiti) a cifre elevatissime (metazoi e metafiti). La forma di queste cellule può essere diversa, ma ciò non crea una difficoltà per l'e. poiché anche le cellule di uno stesso organismo superiore sono differenti, pur derivando tutte da un'unica cellula-ovo. In tanta diversità di forma, sono invece fondamentalmente uguali per ogni cellula sia la struttura (tutte sono costituite di citoplasma e di nucleo); sia la composizione chimica (sostanze proteiche); siail funzionamento (tutte si nutrono per intussuscezione, si accrescono, si moltiplicano, invecchiano e muoiono).
Somiglianze sorprendenti si riscontrano anche a livelli superiori al cellulare. Paragonando fra loro, ad es., scheletri di vertebrati, si trovano le medesime ossa, gli stessi rapporti reciproci, lo stesso modo di formazione, ecc. Orbene, nella dottrina evoluzionistica che fa derivare tutti i viventi da una o poche forme capostipiti, queste innegabili rassomiglianze non trovano una spiegazione naturale, almeno prossima, scientifica insieme e soddisfacente?
Tanto più che l'embriologia ci mette di fronte ad altri fatti che sono, e sembrano, piuttosto riluttanti a lasciarsi spiegare dall'ipotesi fissista. Per citarne qualcuno: E. Haeckel, mutuandolo da altri autori ma specificandolo meglio con la sua legge biogenetica fondamentale, ha denunciato che gli organismi superiori percorrono a rapidi passi, nello sviluppo ontogenetico, quei medesimi stadi che furono le tappe dell'e. della loro specie; sicché oggi l'ontogenesi è la ricapitolazione della filogenesi. Come caso particolare si ricordano gli archi branchiali dei vertebrati. È noto che i pesci adulti respirano per branchie, disposte lateralmente subito dietro il loro capo: l'acqua entra per la bocca ed esce attraverso le fenditure branchiali dove le viene sottratto, per la respirazione, l'ossigeno disciolto. Gli abbozzi delle fenditure branchiali compaiono abbastanza precocemente nell'embrione, ma soltanto dopo numerosi processi differenziativi sono formate le branchie atte a funzionare. Ebbene, negli embrioni dei rettili, uccelli, mammiferi (che allo stato adulto respirano per polmoni) compaiono gli abbozzi degli archi branchiali. Lo stadio branchiale è dunque in essi transitorio, mentre è definitivo nei pesci, come vuole la legge dell'Haeckel.
Gli uccelli attuali sono tutti privi di denti; eppure nello sviluppo embrionale di alcuni compaiono gli abbozzi dentali che poi regrediscono. Nell'interpretazione evoluzionistica il fatto è bene spiegato ricordando che i primi uccelli (archaeopteryx) avevano dei denti potentissimi, come testimonia la paleontologia.
Per limitarci ad un ultimo fatto dall'embriologia, possiamo ricordare che l'orbettino adulto è privo di arti, mentre i loro abbozzi sono presenti durante lo sviluppo ontogenetico. Non sembra esservi per ora interpretazione migliore che riannodare geneticamente l'orbettino ai rettili antichi, tutti provvisti di arti.
Altre prove ci sono fornite dalla sistematica. Così simili nell'elemento fondamentale (cellule) da cui sono formati, e così gradualmente progressivi nell'assumere una differenziazione sempre maggiore durante lo sviluppo embrionale, non reca poi meraviglia (ma è una nuova prova per la dottrina evolutiva) se i viventi adulti debbono essere classificabili dal sistematico in una scala ordinata che si continua ininterrotta dal protozoo all'uomo attraverso tutta una serie di organismi intermedi. Se i viventi sono derivati gli uni dagli altri, questo fatto non solo è spiegato, ma si impone come un'assoluta necessità.
L'esame degli esseri viventi attuali e fossili ci dà un'altra prova con gli organi rudimentali, con organi cioè che sono presenti anche oggi negli individui ma in forma rudimentale o involuta, mentre sono ben sviluppati e funzionanti in altri organismi sistematicamente più bassi o cronologicamente più
antichi, provando o almeno suggerendo una deriva-
zione genetica dei primi dai secondi. Si citano: gli
occhi della talpa, le ossa degli arti posteriori dei ce-
tacei, gli stiletti del cavallo e molti altri.
Certo, affinché dalla sistematica si possa trarre
un argomento in favore del trasformismo bisognerà
dimostrare ancora che i viventi sono apparsi sulla
terra in quell'ordine in cui sono collocati dal classi-
ficatore; altrimenti la scalarità degli organismi non
potrebbe essere spiegata evoluzionisticamente. Eb-
bene, proprio questo ci dice lo studio dei fossili.
La paleontologia infatti insegna, con certezza ormai
assoluta, che i tipi, le classi e spesso anche gli ordini
sono apparsi non allo stesso tempo, bensì gli uni dopo
gli altri, nell'ordine di progressiva differenziazione
anatomico-funzionale richiesto dalla teoria; sicché
l'attuale scalarità dei viventi rivelataci dalla siste-
matica corrisponde, in media, alla loro effettiva com-
parsa nel tempo. Non solo, ma se oggi i tipi, le classi...
sono nettamente separati in modo che è difficile col-
legarli geneticamente fra loro, la paleontologia in-
dica delle forme fossili che costituiscono il ponte di
passaggio fra gli inferiori e i superiori, quale, ad es.,
l'archacopteryx, anello di congiunzione degli uccelli
con i rettili.
Ed ancora, in qualche caso bene accertato, la
paleontologia presenta tutti o quasi i termini di tra-
formazione per cui è passato un organismo nei pe-
riodi geologici prima di raggiungere la forma attuale
(serie ortogenetiche). Valga, ad es. per tutte, la serie
degli equidi nella quale si assiste, dall'inizio del-
l'eocene al pliocene, ad un aumento progressivo della
mole che va dalla grandezza d'una lepre dell'eohip-
pus a quella dei nostri cavalli; e ad una progressiva
riduzione delle dita. L'eohippus oocenico ha ancora
4 dita nelle zampe anteriori e uno stiletto (corri-
spondente al 5° dito); 3 dita e 2 stiletti (corrispon-
denti al 1° e al 5° dito) nelle posteriori. Il mesohippus
dell'oligocene ha 3 dita nelle zampe anteriori e uno
stiletto (corrispondente al 1°, mentre il rudimento
del 5° è già scomparso), e 3 dita senza stiletti nelle
posteriori. Il neohippus del pliocene ha appena 3
dita per zampe e di queste solo il medio, divenuto
molto robusto, giunge a toccare il suolo; gli altri
(il 2° e il 4°) regrediscono fino a ridursi agli stiletti
dei cavalli attuali. Non è una buona prova in favore
dell'e.?
Altri argomenti analoghi potrebbero ancora trarsi
dalla stessa paleontologia, dalla biogeografia, e dalla
genetica; ma sarebbero soltanto nuove conferme che
nulla direttamente aggiungono all'impostazione fon-
damentale delle prove del trasformismo. Non sarà
invece inutile esaminare brevemente e sommaria-
mente fino a quale punto i fatti arrecati dimostrino
questa dottrina.
V. CRITICA
Benché molti autori attribuiscono agli argomenti sopracitati il valore di autentiche prove, tan- to che considerano l'e. come ormai dimostrata, altri, meno numerosi forse ma certo più obiettivi, amano ritenerli piuttosto come semplici indizi, ed inoltre espressamente dichiarano che anche questi debbono venire considerati nel loro insieme e non ad uno ad uno per ricavarne una qualche prova soddisfacente. È, allo stato odierno delle nostre conoscenze, la po- sizione più sicura, poiché, in realtà, i singoli argo- menti o non resistono ad una critica serena, o sono interpretazioni evoluzionistiche di fatti in se stessi indifferenti, o, al più, depongono per una trasforma- zione degli organismi ben più ristretta di quella chesi intende provare; e il loro complesso dimostra sol-
tanto che l'e. può essere avvenuta.
Ecco infatti il procedimento logico degli evolu-
zionisti convinti: se l'e. è esistita, essi argomentano,
gli organismi debbono presentare i seguenti caratteri:
possedere tutti fondamentalmente la stessa struttura
anatomico-fisiologica; nello sviluppo, i superiori pas-
sare temporaneamente per stadi che sono definitivi
negli inferiori; poter essere classificati dal sistematico
in una progressiva scala ascendente; gli uni comparire
sulla terra dopo gli altri e, in particolare, i superiori
dopo gli inferiori. Orbene, l'anatomia e fisiologia
comparata, l'embriologia, la sistematica e la paleon-
tologia dimostrano rispettivamente tutto questo.
Dunque la c. è avvenuta e il fatto dell'e. è sicuro.
Ma, in buona logica, la conclusione sembra il-
legittima. Mentre è esatto affermare che, se l'e.
è esistita, debbono verificarsi quei fatti (altrimenti
avremmo le prove del contrario!), dall'esistenza di
quei fatti deve soltanto concludersi che l'e. può es-
sere avvenuta; l'esistenza di quei fatti ed indizi è la
condizione indispensabile perché la dottrina dell'e.
sia scientificamente sostenibile; ma per passare dalla
sua possibilità o probabilità alla certezza mancano
tuttora le prove.
Illustrata così la intrinseca debolezza logica del
ragionamento evoluzionistico, veniamo all'esame di
alcuni fatti che formano le premesse del sillogismo
sopra riferito.
Riguardo agli argomenti forniti dalla anatomia e
fisiologia comparata, si può rispondere che anche i
corpi chimici hanno fondamentalmente la stessa
struttura (atomica e subatomica) e le medesime mo-
dalità d'azione (leggi delle reazioni chimiche); ep-
pure nessuno può con sicurezza sostenere che siano
derivati per successive trasformazioni da un elemento
comune primordiale più semplice. Perciò quest'ar-
gomento in se stesso non ha certo il valore di prova;
ansi potrebbe servire nelle mani del fissista per con-
fermarsi nella sua tesi, poiché l'unica spiegazione
ragionevole della somiglianza fra i corpi inorganici si
riduce a che tali sono perché tali Dio li ha fatti:
la stessa ragione cioè portata dai fissisti per spiegare
la somiglianza degli organismi viventi. Né maggior
valore probativo hanno i fatti dall'embriologia. Già
la legge biogenetica fondamentale, come fu proposta
dall'Haeckel, è ripudiata da molti degli stessi evolu-
zionisti, poiché lo studio comparato non dimostra la
rassomiglianza di embrioni superiori con organismi
inferiori adulti, ma soltanto la somiglianza fra em-
brioni ed embrioni. Ed essa risulta tanto maggiore
quanto più precoce è lo stadio embrionale conside-
rato, sicché diminuisce a misura che procede lo svi-
luppo. Orbene, questo può attribuirsi non all'e. ma
alla stessa necessità meccanica di formazione per cui
il Mosè e la Pietà di Michelangelo (così diversi ad
opera compiuta) dovevano tanto più rassomigliarsi
quanto più erano prossime allo stadio di blocco mer-
moreo informe.
L'affermata presenza di archi branchiali negli
embrioni dei vertebrati superiori è almeno in parte
gratuita e frutto, nell'interpretazione, della men-
talità evoluzionistica. Infatti non si tratta di archi
branchiali ma di semplici archi viscerali che non sono
branchie né mai accennano a diventarlo essendo
sempre destinati a tutt'altra funzione che non sia
quella respiratoria. È vero che morfologicamente ri-
cordano i corrispondenti archi da cui nei pesci si
formeranno le branchie; ma è altrettanto vero che
ne differiscono per molte caratteristiche e che la somiglianza morfologica può essere spiegata pensando che i pesci, gli anfibi, i rettili, gli uccelli e i mammiferi, per appartenere tutti al regno animale, al sottoregno dei menatoi, al tipo vertebrati e differire tra loro soltanto nella classe, devono necessariamente avere dei caratteri in comune sia allo stato adulto sia in quelle embrionale, indipendentemente da ogni interpretazione fissata od evoluzionistica.
Gli stessi abbozzi dentali riscontrabili anche oggi negli embrioni di alcuni uccelli non sono una prova convincente, per due motivi: in primo luogo, lo studio istologico non svela la presenza di abbozzi, ma, al più, di creste dentali che sono una formazione precoce da cui in seguito e con la partecipazione di altri strati cellulari dovrebbero costruirsi i veri abbozzi, che nel nostro caso però non si formano mai (anzi il Rose e la Carlsson mettono in dubbio che siano creste dentali); in secondo luogo, se quelle creste sono proprio un ricordo atavico, fanno nascere il problema del perché non si presentino negli embrioni di tutti gli uccelli. Né vale rispondere che gli uni si sono evoluti di più, gli altri di meno, trattandosi qui di provare e non di supporre l'esistenza stessa dell'e.
Il caso infine (e quelli analoghi) dell'embrione dell'orbettino, in cui compaiono gli abbozzi degli arti che poi regradiscono tanto che l'adulto è apodo, potrà più opportunamente essere citato come esempio di regressione, non certo quale segno di progressiva e.
Restano la sistematica e la paleontologia. Ma anche qui, pur essendo verissimo che, nei nostri musei, i viventi sono classificati in un ordine crescente, il fatto non costituisce una prova di derivazione genetica, poiché anche i corpi chimici possono essere disposti in maniera scalare come fu fatto dal Mendelejeff con tale precisione da predire l'esistenza di elementi a quel tempo ancora sconosciuti; eppure nulla ci autorizza a ritenersi derivati storicamente gli uni dagli altri in quell'ordine determinato. Nei viventi, inoltre, la gradualità vien meno proprio quando sarebbe più richiesta per dimostrare l'e.: nel passaggio cioè da tipo a tipo, da classe a classe..., si quali livelli esiste sempre una profonda lacuna biologica che né la sistematica né la paleontologia sono riuscite a colmare. La comparsa dei tipi, delle classi e spesso anche degli ordini è sempre improvvisa; e il non aver ancora potuto dimostrare l'esistenza di un solo vero anello di congiunzione lascia realmente perplessi. L'archaeopteryx, ad es., che è sempre citato come ponte di passaggio dai rettili agli uccelli, perché dei secondi ha la struttura generale e dei primi la lunga coda vertebrata e le mascelle armate di denti, non resiste alla critica poiché né la coda vertebrata né i denti sono caratteristiche dei rettili. Le tartarughe appartengono alla classe dei rettili, eppure sono sprovviste di denti come sprovviste ne erano quelle del giurese contemporanee dell'archaeopteryx; i pterodattili sono rettili trovati negli stessi calcarli litografici del giurese della Baviera dove fu rinvenuto l'archaeopteryx, eppure avevano una coda molto ridotta a addirittura mancante.
E due altri fatti si aggiungono ad aumentare la perplessità: le non eccessivamente rare inversioni rispetto all'ordine che sarebbe richiesto dalla dottrina trasformatica, e soprattutto la presenza contemporanea e non successiva di molti tipi. Nei più antichi strati fossiliferi conosciuti (precambrico), ac-
canto ad esseri unicellulari si trovano già anellidi, molluschi, echinodermi...
Certo, la loro contemporaneità potrebbe essere soltanto apparente nel senso che quegli strati, da una parte, ci sono quasi del tutto ignoti e, dall'altra, sono durati milioni di anni sicché e difficile parlare di contemporaneità, potendo i tipi essere apparsi gli uni dopo gli altri in quel lunghissimo spazio di tempo. È una supposizione lecita; ma è chiaro che moltiplicando le ipotesi marginali si rende instabile l'edificio dell'e. Le serie ortogenatiche poi (equidi, cetacei...) sono così limitate da non legittimare l'estensione dell'argomento alle classi e, tanto meno, ai tipi; senza dire che non dimostrano una progressiva ascensione degli organismi nella scala dei viventi, ma soltanto una loro ristretta variabilità.
In conclusione può dirsi che la dottrina dell'e. è a tutt'oggi una buona teoria scientifica ed un'utile ipotesi di lavoro, ma che è indubbiamente eccessivo ritenela una verità ormai dimostrata.
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