EUSEBIO di CESAREA. - Padre della storia ecclesiastica.
I. Vita
N. ca. il 265, m. a Cesarea di Palestina nel 339 o 340. La particolare gratitudine verso il martire Panfilo, di cui prese il nome Eùsèpio tou Pàpòsìou, ha fatto pensare che E. fosse un suo schiavo, ma sembra che il nobile e colto Panfilo conosciuto a Cesarea ai tempi del vescovo Agapio (Hist. eccl., VII, 32, 25), ne fosse piuttosto il benefico amico e maestro, come attesta s. Girolamo (De viris illustribus, 81: PL 23, 727). E. frequentò il dottor sacerdote antiocheno Doroteo (Hist. eccl., VII, 32, 2-3), ma fu soprattutto a Cesarea, sede della ricca biblioteca fondata da Origene, ch'egli compì la sua formazione scientifica e che Panfilo l'iniziò al metodo filologico alessandrino.Durante la grande persecuzione (303-11), che descrisse poi con tocchi commoventi, assistette a distruzioni di edifici sacri, a roghi di libri sacri e a selvagge scene di martirio non solo nella Palestina, ma nella Fenicia fino nella lontana Tebaide. A Cesarea fu accanto Panfilo (cf. Fazio, Bibliotheca, cod. 118: PG 103, 396-400), incarcerato il 15 nov. 307, e con lui collaborò alla redazione dell'Apologia pro Origene, interrotta dalla decapitazione del martire (16 febbr. 310), cui aggiunse poi un sesto libro. Risparmiato dalla persecuzione (si malignò più tardi su questa singolare eccezione: cf. le parole di P. tameno al Sinodo di Tiro del 335, in Epifanio, Paterniani, Haeresis, 68, 8: PG 42, 197), fu eletto vescovo dell'importante sede metropolitana di Cesarea tra il 313 e il 315 ca., comunque prima delle grandi feste per la dedicazione della chiesa di Tiro (ca. 315-16), alle quali prese parte con un panegirico (Hist. eccl., X, 4). Al Concilio di Nicea, incaricato dell'indirizzo ufficiale a Costantino, secondo la Vita Constantini (III, 11; Socrate, Hist. eccl., I, 18; mentre Teodoreto, Hist. eccl., I, 7 attribuisce il discorso a Eustazio di Antiochia), portò il contributo della sua vasta e sicura erudizione per la fissazione della data di Pasqua, facendo trionfare il ciclo di cinamenovemale alessandrino. Con i vescovi del Concilio di Tiro (335), si recò a Gerusalemme per la solenne dedicazione della basilica del S. Sepolcro, poi venne a Costantinopoli dove tenne il discorso d'occasione per i Tricennali di Costantino. A Cesarea E. continuò ad arricchire la biblioteca, cara eredità dell'ammirato Origene e del grande suo maestro Panfilo. Anche lo scriptorium, complemento necessario della biblioteca, ebbe da E. un nuovo impulso; basti ricordare il fatto, per dimostrare l'attività, che Costantino si rivolse ad E. per avere 50 codici della S. Scrittura (cf. Vita Constantini, IV, 36-37).
Il giorno della sua deposizio è ricordato nel Brecia-rium Syriacum, al 30 maggio; nel Martirologio geroni-mino, al 21 giugno: - In Caesarea Palaestinae deposito F. Eusebii episcopi historiorum (Martyr. Hieronymianum, p. 328), notizia passata poi nel Martirologio di Usurardo (cf. ed. J.-B. Du Sollier, Acta SS. Iunii, VI, Venezia 1745, pp. 350-51) e in quello Romano, sino alla revisione del Baronio. Accade, successore di E. a Cesarea, ne scrisse la vita (Sozomeno, Hist. eccl., I, 4), che sinora non è stata ritrovata.
Il suo atteggiamento verso l'arianesimo è sempre stato molto discusso: nemico dell'μουσίας, espressione che per lui sentiva di sabbilianesimo, accoglie Ario a Cesarea e lo difende, ne esalta la dottrina e lo reintegra nelle sue funzioni (323-24); il Concilio di Antiochia (fine 324) lo scomunica; al Concilio di Nicea (325) firma, dopo qualche esitazione, la formula di fede contenente il «conso-stituziale» perché suggerita (più esattamente patrocinata) dall'Imperatore, come scrive abilmente nella lettera di giustificazione ai suoi diocesani (Socrate, Hist. eccl., I, 8). Dopo Nicea E. continua a favoreggiare Ario e il suo partito e si adopera per allontanare dalle loro sedi i difensori del «consostanziale», come Asclepiade di Gaza nel 326, Eustazio di Antiochia nel 330, ma rifiuta di succedergli, e sopratutto Atanasio nel 335, e Marcello d'Ancina nel 336. Nei suoi scritti E. si dimostra più cauto; la sua dottrina trinitaria e in specie la sua cristologia è im-pecisa come lo era quella originista che, per com-batere il modalismo sabbiliano, cadeva nel subordi-nazianismo. Per benigni che si voglia essere nell'in-terpretazione di non poche sue espressioni cristo-logiche, sta di fatto che con il suo omonimo amico, vescovo di Nicomedia, egli figura tra i più temibili
oppositori del «consostanziale», dato anche il pre-saggio che godeva d’uomo erudito presso Costantino e l’episcopato d’Oriente. Ciò spiega facilmente l’ap-pellativo di 8/7/2003, datogli (Socrate, Hist. acel., I, 23), e i severi giudizi portati sulla sua ortodossia da s. Atanasio (cf. De decretis Nicae- nae Synodi, 3: PG 25, 420), s. Epifa-nio (cf. Panarion, haeresis, 68, 8: ibid., 42, 197), s. Girola-mo (cf. Epist. 133 ad Ctesiphonem, 3: CSEL 56, p. 247; Adversus Rufinum, I, 8 e 11, 15: PL 23, 421, 457), dal II Concilio di Ni-cea (Mansi, XIII, 316-37), da Fozio (cf. Bibliotheca, cod. 13: PG 103, 53, cf. anche cod. 127: ibid., 408) e da molti altri.
E. fu senza dubbio il vescovo più erudito della sua epoca: era oratore, esegeta, apologista, teologo, storico, topografo e bibliofilo, ragion per cui Costantino lo stimava moltissimo. Scarsamente commendevole per il suo carattere e il suo atteggiamento eccessivamente aulico, si presenta come un lavora-tore instancabile dotato d’una intel-ligenza versatile so-prattuto d’una te-nacissima memo-ria. La sua erudi-zione sta alla pari di quella di Orige-ne, come pensatore e scrittore non su-pera però la media comune. E. è stato ricordato con am-mirazione attraverso i secoli per i suoi numerosi la-vori, frutto di accu-rate ricerche e di approfondite letture, soprattutto nelle ricche raccolte delle Biblioteche di Cesarea e di Gerusalemme. Per valutare appieno l’opera ese-biana e il suo metodo basti dire che senza le sue ricerche ben poche cose sapremmo dei primi se-coli della vita cristiana. Che E. avesse un intento ap-ologetico nello stendere le sue opere è evidente, nut-tavia né questo scopo né i vari difetti che vi si riscon-trano sono tali da oscurarne la probità scientifica.
Più che storico nel senso stretto della parola, E. è stato un raccoglitore di fonti letterarie e archivi-stiche di cui sta il suo principale merito.
II. OPERE STORICHE
Gli scritti storici costituiscono la parte migliore della produzione letteraria cuscibiana, ad essi E. deve il fatto di essere lo scrittore ecclesiastico antico più conosciuto e sfruttato.P. Kesting, Die Chronik des Ensebiins in syrischer Überlieferung, in Oriens Christians, 3a serie, t. [1926], pp. 23-48, 223-47; 2 [1927], pp. 33-56). Le version non riproducono fedelmente l'originale avendone i traduttori manipolato il contenuto. Il libro I, ossia la Σχοογραφία, contiene un ristretto della storia dei piú celebri popoli antichi: Caldei, Assiri, Ebrei, Creci e Romani, con relativi elenchi di sovrani, sul fondamento dei migliori storici antichi e della Bibbia. E, cita spesso interi brani delle sue fonti (ricordate specialmente nel cap. 47: PG 19, 267-68; per la storia babilonesca, cf. P. Dhomme, Les sources de la Chronique d'Ensebe, in Revue biblique, nouveau serie, 7 [1910], pp. 233-37) e ne discute il valore. Il libro, i Χρονικοί χρόνους, contiene ingegnose tavole cronologiche-sincrone per la storia sacra e profana di cui si potrà avere un'idea della disposizione ricorrendo alle nosceriproduzioni. Nell'originale greco le date erano disposte in colonne e scritte, in seconda dei casi, in rosso, rosso e nero, e nero, ragione per cui si. Girolamo si raccomanda all'attenzione dei copisti (cf. lettera a Vincenzo e Galileano: PG 19, 313-14). Questo Il libro, nella versione latina di S. Girolamo, è stato il manuale di cronologia antica più noto del medioevo occidentale. L'intento apologetico nell'opera è evidente: la civiltà ebraica e quella cristiana stanno per la loro origine divina al vertice della storia.
Ed. testo latino completo con frammenti in greco: PG 19, 69-58; Chronicon nella versione di S. Girolamo, ed. da R. Helm, Ensebiins Werke, VII, 1-2, in CB 24, 3-4, Lipsia 1913, 1926; J. K. Fotheringham, The Boileian Mss. of Jerome's version of the chronicle of Eusebius repudiated in collative, with an introduction, Oxford 1965; versione tedesca della versione armena a cura di J. Karst, Ensebiins Werke, V, in CB 20, Lipsia 1911 (con introduzione critica).
L'autore vi ha aggiunto (figura spesso come I. V) il discorso di Costantino Ad coetum Sanctorum, ricordato nel I. IV, 32 e tenuto ad un'assemblea di clero nel 323, che alcuni critici rigettano fra gli apocrifi (cf. bibl. in Norman H. Baynes, Constantine the Great and the Christian Church, Londra 1930, pp. 50-56). Segue poi il De laudibus Imperialis Constantini, oratio in tricennalibus habita. La trasmissione del testo è assai difettosa. I capp. 1-10 costituiscono il discorso propriamente detto tenuto nel 335, del tipo dei λόγοι βασιλικοί, mentre i capp. 11-18 contengono probabilmente il discorso tenuto da E. per la dedicazione del S. Sepolcro (cf. Vita Constantini, IV, 46): E. spiega ai pagani palestinesi perché Costantino ha edificato una sontuosa basilica sul sepolcro di Cristo, unigenito di Dio (cf. cap. 11); la parte detrminaria ha evidenti rapporti con i primi libri della Theophania. L'unione dei due pezzi è probabilmente opera di E. stesso.
Edd. di H. de Valois, in PG 20; di J. A. Heikel, Eusebius Werke, I, in CB. 7, Lipsia 1903. Alla bibl. «pro e contra» la Vita Constantini, contenuta in Norman H. Baynes, op. cit., pp. 40-50 e in I. Daniele, I docu- menti costantiniani della «Vita Constantini» di E. di Cesarea (Analecta Gregoriana, 13), Roma 1938, si aggiunge: H. Grégoire, Eusèbe n'est pas l'autour de la «Vita Constantini» dans la forme actuelle de Costantin ne s'est pas converti en 312, in Byzantion, 13(1936), pp. 501-83; id., La vision de Constantin «liquide», ibid., 14 (1939), pp. 341-51; la stroncatura dello studio di I. Daniele, p. 357, risente troppo polemica; più equanimare recisone di J. Zeiller, Revue d'hist. ecclés., 36 (1940), pp. 4068); J. Zeiller, Remarques sur la vision de Constantin, in Byzantion, 14 (1939), pp. 331-39; A. Alföldi, The conversion of Constantine and pagan Rome, Oxford 1948; J. Vogt, Berichte über Kreuzerserscheinungen aus dem 4. Jahrhundert n. Chr., in Mélanges H. Grégoire, I, Bruxelles 1949, pp. 593-606.
III. Opere apologetiche
Come già si è detto tutta la produzione letteraria di E. ha un carattere apologetico; tuttavia alcuni suoi scritti appartengono in senso più stretto all'apologetica di cui ha lasciato un corso, si potrebbe dire, completo, parte diretto ai pagani; parte agli Ebrei. Anche in queste opere E. ha seguito il suo solito metodo, di porre cioè sotto gli occhi dei lettori abbandonati e scelti estratti di autori sacri e profani.Generalis elementaris introductio (Καθόλου στοιχειώνης ελαχίμων) in dieci libri di cui rimangono quattro libri interi, intitolati: Προφητικά έκλογα (ed. Th. Gaistford, Oxford 1842, riprodotto in PG 22, 1021-1262) e frammenti del I. IV e X. I quattro libri superstiti contengono una raccolta delle profezie messianiche, accompagnate da un commento. Il I. IV è dedicato al profeta Isaia. L'opera può risalire a ca. il 310 ed E. dichiara che questi quattro libri si debbono considerare come un corollario del suo Critonicon (PG 22, 1023).
Contra Hieroclen (PG 22, 705-868; ed. Th. Gaistford, Oxford 1852) scritto ca. il 311-313, è diretto contro la preside dell'opinione di Bitinia, Gerocle, autore di un λόγος φιλαυθύνος, che riprendeva le antiche accuse di Celso e quelle più recenti di Porfirio aggiungendovi un paragone tra Gesù Cristo e Apollonio di Tiana. La parte positiva dell'opera, dove si sente lo storico, è migliore della filosofia in cui E. si muove a stento.
Preparatio evangelica, in 15 libri, scritto, tra il 315 e il 320 e dedicata all'amico Teodoto di Laodicea, per giustificare i cristiani dell'accusa di aver abbandonato la religione avita per passare al giudiasmo. Il I. IV trattato delle religioni politeisti-che; il resto dell'opera è particolarmente dedicato alla filosofia greca, che E. dimostra con dati cronologici (X. 14; PG 21, 838) posteriore ai «teologi e profeti» ebrei, quindi dichiara ai «barbari», ponendo in rilievo i suoi punti di contatto e di contrasto con il cristiano esimo. E. dimostra in tal modo ai pagani che il monoteismo ebraico e, a maggior ragione, quello cristiano risulta superiori al loro politeismo. Tutta l'opera è infarcita di estratti di autori eteriorti tanto da risultare un vero archivio per lo studio delle religioni antique, che in particolare della loro cosmogonia. Notevole pure lo spirito di tolleranza nei confronti dei suoi avversari pagani. Pare che E. intendeva soprattutto confrontare Porfirio.

que, che in particolare della loro cosmogonia. Notevole pure lo spirito di tolleranza nei confronti dei suoi avversari pagani. Pare che E. intendeva soprattutto confrontare Porfirio.
Edd. PG 21; di E. H. Gifford, Oxford 1903, con versione inglese; H. Doergens, Eusebius als Darsteller der phönizischen Religion, Paderborn 1915; id., Eusebius als Darsteller der griechischen Religion, 1912; P. Henry, Recherches sur la préparation évangélique d'Eusèbe et l'éd. perdue des oeuvres de Plotin publiée par Eustochius, Parigi 1935; id., Les états du texte de Plotin, 1913.
Demonstratio evangelica, in 20 libri, dei quali rimangono i primi dieci e frammenti del XV, scritto tra il 315 e il 323 e dedicata a Teodoto di Laodicea, come il precedente. E. risponde agli Ebrei — non scriverà contro di loro, ma per loro — i quali dirigevano ai cristiani l'accusa d'aver mutato la loro religione corrompendo la propria. Dimostra con molta serenità che il giudiasmo ha preparato le vie al cristianesimo, suo naturale coronamento, ragione per cui ne è superiore. Nel I. IV tratta delle due nature dei Cristo. Dal I. VI in poi tratta della vita
terrestre del Cristo, passando in rassegna i molti testi biblici che vi si riferiscono. Le numerose citazioni bibliche, contenute nell'opera, sono particolarmente utili per la ricostruzione del testo esaplare.
Edd.: PG 22; I. A. Heikel, *Unsebius Werke*, VI, in CB 23, Lipsia 1913.
*Theophania*, in 5 libri, ritrovata in una versione sicriaca contenuta in un codice del 471 conservato nel British Museum (ed. H. Grossmann, *Unsebius Werke*, III, in CB 11, 2, Lipsia 1904). Trattato apologetico popolare sull'Incarnazione, con riferimenti alla *Demonstratio evangelica*, la seconda parte del *De landibus Constantini* ha punti di contatto con la *Theophania*, scritta, a quanto sembra, nell'ultima decennio della sua vita. Il testo greco, frammentato, è conservato in passi della *Catena* su S. Luca di Niceta di Eraclea (PG 24, 609-89), alcuni dei quali accennano anche a una seconda *Theophania*, che, al dire dello Schwartz (Pauly-Wissowa, VI, 1, coll. 1431-32), avrebbe trattato della seconda venuta del Cristo.
Alcuni scritti apologetici di E. Sono ora perduti: *Contra Porphyrium*, in 25 libri; *Refutatio et Apologia* di cui Fozi (cf. *Bibliotheca*, cod. 13: PG 103, 53) conosceva due redazioni; si trattava di obiezioni pagane contro il cristianesimo. Fozi (op. cit., cod. 11, 12) parla di una *Preparatio ecclesiastica* e di una *Demonstratio ecclesiaris*, identificata sia con l'*Introductio*, sia con la *Preparatio* e la *Demonstratio*.
Una particolare menzione merita l'*Apologia pro Ori* gene, in 6 libri, compiuta assieme a Panfilo, cui aggiunse poi il 1. VI dopo la morte del glorioso martire. «Scopo – scrive nella *Hist. eccl.* (VI, 33, 4) – di quest'*Apologia*, che noi due abbiamo steso con cura, fu appunto di ribattere giudizi di gente malevola», per vendicarne la bistrattata memoria. Non ci resta di quest'opera che il primo libro nella versione di Ruffino (PG 17, 541-616) e un'analisi di Fozi (cf. op. cit., cod. 118: PG 103, 309-400). Si tratta di un filiale omaggio al grande scrittore.
Di poca importanza è il discorso in *laudem Martyrum*, tenuto ad Antiochia – conservato in una versione siriana (ed. W. Wright, in *The Journal of Sacred Literature*, 5 [186], pp. 403-408).
A. Pietro Frurat
IV. *Opere esoteriche* – Gisberti esegreti di F. commprendono commenti, studi di geografia biblica ed alcuni trattati di indole particolare.
Della prima categoria ora si possiede gran parte del commento ai *Salmi* (PG 23, 65-1396; G. Mercati, *Opere minori*, II [Studi e Testi, 77], Città del Vaticano 1937, pp. 58-66); id., *Osservazioni proemi del Salmi*. *Est. et litri* [Studi e Testi, 142], Città del Vaticano 1948) e quello, molto più frammentario, ad Isaia. Già s. Girolamo rilevava la mole immensa del commento al Salterio. Eusebio di Vercelli (v.) ne fece una traduzione latina, libera da ogni espressione urianeggiante (cf. Girolamo, *Epist.*, 61, 2; CSEL 54, p. 377; *Epist.*, 112, 20; ibid., 55, p. 390). Non si hanno più tracce del rifacimento latino, mentre si conserva il testo greco completo per i *Salmi* 50-95, desunto da un unico manoscritto, e quello frammentario, ma di ampiezza notevole specialmente dopo le identificazioni del Mai ed Merrati, per i *Salmi* 96-150. Per i primi *Salmi*, invece, i frammenti sono piuttosto modesti. In genere, poi, sussistono dubbi su quanto proviene dalle Catene circa la sua autenticità (cf. R. Devreesse, *Chaines exégétiques grecques*, in DBs, I, coll. 1122-24). Meno prolisso appare il commento in *Isaia* (PG 24, 89-526). Circa la sua divisione in libri, s. Girolamo si contraddice, parlando ora di 15 libri (*In Isaia* prologus: PL 24, 21) ed ora di 10
(De viris ill., 81: ibid., 23, 727). Il medesimo giudica severamente tale opera, che pure utilizzò largamente nel suo commento. E, allegorizzerebbe troppo, pur avendo promesso di far procedere parallele le due esegesi, storico, e tale allegoria (cf. Girolamo, in Isaiam liber V, boro-logus, 18, 2: ibid., 24, 136, 184). Tale critica, però, si spiega con il carattere particolare del libro che ha contiene. Altrove, infatti, lo Stridonense si mostra grande anima-tore di E. non solo come storico, ma anche come esegent (cf. De viris ill., 81: ibid., 23, 727). Di un commento sul Vangelo di Luca, non conosciuto da Girolamo, sono stati stampati solo brani de-sunti dalle Catene (PG 24, 329-606). Le brevi note proven-gono piuttosto da altri libri di E. (cf. R. Devreesse, op. cit., col. 1187; V. anche: I. Sickenberger, Die Links-Katene des Niketas, Lipsia 1902, p. 583g.).
È innegabile che i commenti di E. denotano una grande dipendenza da Ori-gene; ma ogni tanto affiora anche lo spirito positivo dell'auto-re che conosceva bene la storia, oltre alla vita palestinese, ed aveva anche un'in-farinatura di ebraico. E. di solito parla del senso letterale (Πρὸς λέξιν-Καθ'ἰστοῦσιν-Κατὰ τὴν πρὸγραψιν διάνοιαν) come di qualche cosa imper-fetta, che spesso deve cedere il posto ad un senso più recondito, capace di per-cepire la vera idea del libro sacro. Egli generalmente chiama tale senso superiore δάνοιαν oppure ἄναψιν. E. afferma che l'uso dell'una o dell'altra esegesi è determinato dai singoli casi (cf. Demonstratio evang., VII, 1, 113: CB 23, p. 320). Spesso una pericoce biblica è suscettibile di tutte e due le esegesi (καὶ πρὸς λέξιν καὶ πρὸς διάνοιαν: ibid., V, prooemium 35: CB 23, p. 209). Rarissimamente E. afferma che l'esegesi letterale esaurisce il significato di un testo biblico (cf. Demonstratio evang., VII, 1, 120 sgq.: CB 23, p. 321); mentre con una certa frequenza propone l'interpretazione spirituale come l'unica possibile (cf. op. cit., IV, 33: ibid., p. 181). La posizione di F. sembra ben delineata dal testo di Demonstratio evang., IX, 1, 12 (ibid., pp. 405-406), ove egli afferma scopo principale (ἀπὸγραψιν ἐκείνης: στοιχές) dell'esegesi biblica essere quello di insegnare «cose mistiche e divine», ma, contro un allegorismo esagerato aggiunge anche che bisogna man-tenere il senso letterale (καὶ τὴν πρὸγραψιν διάνοιαν: ibid.) nelle narrazioni storiche.
L'Onomasticon. Molto più utile dei vari commenti biblici è un'altra opera di E., ossia l'Onomasticon o libro «dei luoghi» (Πρὸς τῶν τοπικῶν ὀνομάτων) menzionati nella S. Scrittura. Esso è un comodo repertorio di geografia e di topografia biblica. Data la sua conoscenza della Palestina, E. costituisce un'autorità di primo ordine in proposito, nonostante talune sue affermazioni troppo vaghe ed errate ed un certo disordine della materia. L'opera ebbe un influsso notevole non solo presso autori greci. Essa fu tradotta subito in latino: Girolamo, poi, nel 369-91 ne esegui un nuovo traduzione più elegante, rimaneggiando alquanto anche la materia. Data la fama dello Stridonense, l'Onomasticon fu altamente apprezzato ed utilizzato dagli esegesi medievali ed ancora adesso è una fonte preziosa per la geografia storica della Palestina. Una sua edizione critica si può vedere in P. De Lagarde, Ono-mastica sacra (Gottinga 1887, pp. 117-201), oppure nel Con-pus Berolinense, 11, 1, a cura di E. Klostermann (Eusebius IV'erbe. III, Lipsia 1904). E. pubblicò anche un'opera su i Nomi dei popoli della Bibbia, particolarmente su quelli menzionati nel Gnes. una Palestina antica con la divisione delle 12 tribù ed una Pianta di Gerusalemme e del Tempio. Di questi tre lavori ora si conosce l'esistenza solo attraverso la prefazione dell'Ono-masticon.
Gli Evangelii canones. Fra altri scritti biblici di E. ebbero fortuna in- mensa questi Canoni. L'autore come spiega nella lettera dedicatoria Carpa-no, intendeva perfezionare un lavoro di Ammonio Alessandro. E. divise i quattro Evangelii in tante brevi perico-pi, contrassegnandole con numeri pro-gressivi; quindi raggiungò i numeri i dieci prospetti. I brani comuni tutti e quattro gli evangelisti (c. nonce I), a tre (canoni II-IV) ed due di essi (canoni V-IX) si riconoscevano dai numeri corrispondenti nelle varie colonne verticali. Infine in quattro sottodivisioni del canone X E. indicò i passi propri a ciascun evangelista.
Si tratta in pratica di una sinossi evangelica senza testo, ma con tutti i rimandi necessari per conoscere la relazione reciproca dei vari Evangelii e le loro particola-rità. Un richiamo marginale (numero della pericoppe e del canone) permette di rilevare nella lettura di un van-gelio i vari luoghi paralleli. Tali canoni figurano ancora nell'edizione critica del Mestre (cf. 10a ed., Stoccarda 1930, pp. 28-33). Nei manoscritti spesso essi sono or-nati con belle miniature.
Il De quæstionibus et solutionibus in Evangelii (titolo greco: Περὶ τῶν ἐν Εὐαγγελίοις ζητημάτων καὶ λύ-σων oppure Περὶ διαφωνίας Εὐαγγελίων; cf. Girolamo, De viris, III, 81: PL 23, 727; in Mattheum, 1, 16: ibid., 26, 24) è conservato solo in frammenti molto ampi (PG 22, 879-1016). L'opera in due libri è una specie di Con-sensus evangelistarum, che intende risolvere alcune contraddizioni apparenti e difficoltà. I testi conservati ri-guardano in modo particolare il periodo dell'infanzia, la

Il De solennitate pascali (PG 24, 693-705) è un opuscolo di importanza più liturgica e dogmatica (testi circa l'Eucaristia ed il sacrificio della Messa) che eseguita. L'opera fu occasionata dalla discussione della questione pasquale nel Concilio di Nicea, ed è dedicata a Costantino; essa fu composta nel 332.
V. OPERE DOMATICHE
Sebbene avesse una parte notevole nella complessione questionaria, E. non si può chiamare un teologo. Con formole vaghe, e talvolta capriose, egli si dichiarò sempre un fervente ortodoso; ma nessuno può negare la sua rinta arringeggiante. Egli scrisse solo due opere polemico-teologiche, le quali non sempre brillano per chiarezza e precisione di terminologia. ANCIRA (v.) condannato dal Smedo irano di Costantino (336), E. compose un'opera in due libri (Contra Marcellum: PG 24, 707-824; ed. E. Klostermann, Enerbus IV, in CB, 14, Lipsia 1966, pp. 1-58). È una confu-zazione di un lavoro del vescovo di An-cura dal titolo imper-cisato. In pratica E. con grande sfoggio di citazioni bibliche combatte il subellia-nismo (v.). Senza dubbio la confuta-zione è serrata ed efficace, anche se la critica moderna è an-corar perplessa circa la posizione dottrina-le di Marcello, che è il nostro primo alfa formale del Concilio di Nicea. Meno perspicuo, invece, appare l'atteggiamento di E., che sembra ripro-durre con termini generici un subordinazionismo basato su taluni testi originari. In pratica il lavoro è più l'espressione dell'astio degli Eusebiani (v. EUSEBIO DI NICOMEDIA), i quali si servirono della penna dell'influente vescovo di Cesarea, contro Marcello che una serena di-sputa teologica.E. riprese e completò quest'opera con altri tre libri dal titolo De ecclesiastica theologica (greco: Ἡπεί θε-κτήσαι τίνος θεολογίας: PG 24, 825-1046; ed. E. Klostermann, Eusebius IV, in CB 14, pp. 60-182). Suo scopo è di mostrare la legittimità dell'accusa contro Marcello, la cui dottrina teologica viene definita giudicata (=ebionita) e subelliana (v. SABELLIO), poiché ora negh-rebbe l'esistenza del Verbo prima della creazione ed ora ridurrebbe il Verbo ad una semplice «modalità» del Pa-dre (cf. De eccl. theologia, II, 1, 2: ed. cit., pp. 99, 101). Lo scritto precisa sempre più il sabbellianismo, mostran-done il carattere ereticale, ma chiarisce poco la dottrina propria di E.
VI. L'ISTERE
Della vastissima corrispondenza di E. si conoscono solo 4 lettere. Una «quella a Carpiano su i Canoni evangelici» tratta di materia biblica; le altre si occupano di questioni dogmatiche. Quella a Flaccillovescovo di Antiochia, è piuttosto una dedica che una lettera (PG 24, 823-26; CB 14, p. 60). E. spiega brevemente la sua polemica contro Marcello e presenta i tre libri De ecclesiastica theologia.
Molto più interessante è la lettera ad Caesarienses (PG 20, 1535-44), conservata da S. Atanasio nel De decetis Nicenae synodi. In essa E., ricordata la sua posi-zione preminente nel Concilio di Nicea, spiega ai suoi fedeli come si lasciò indurre a sottoscrivere il sempre vivato e sospettato
quando si era stato esaminato agli affermi che il tanto discusso ag-gettivo voleva pre-cisare solamente la mancanza di somiglianza del Verbo con le cose create, essendo egli simile (ἀποκαθίσθητο) solo al Padre, dalla cui ipostasi e sostanza (ἀποκαθίσθητο interpretato come ἐξ τῇ ἀδελφῇ) deriva l'essere. Questa interpretazione è la prova più chiara che E. era un sostenitore dell'ἀποκαθίσθητο (v. ARIANESIMO) pur senza ne-gare la divinità del Cristo.
Di un'altra le-treà indirizzata a Costanza, sorella di Costantino, restano solo degli estratti. All'illustre perso-naggio, che l'aveva interrogato circa una immagine del Sal-vatore, E. risponde in maniera recisa di-chiarando idolatrico l'uso di scolpire sta-tue e dipingere in-magini della Divinità e dei santi (PG 20, 1345-50). Lo scritto, come era naturale, fu oggetto ICONOCLASTIA (v.). Esso è ricor-dato nel secondo Concilio di Nicea (cf. Manni, XIII, pp. 313-17). S. CONSTANTINE (v.) ne estese un'ampia confutazione (cf. Antirrheticus, in J.-B. Pitura, Spicilegium Solomensis, I, Parigi 1852, pp. 371-503).