FAMIGLIA

FAMIGLIA. - È l'istituto che raccoglie gli sposi e i figli nati dalla loro unione o ad essi assimilati.

SOMMARIO: I. Fondamento naturale biologico della f. - II. Le teorie evoluzionistiche sull'origine della f. e i dati positivi dell'etnologia. - III. La f. nel diritto romano e intermedio. - IV. La f. nella dottrina cattolica. - V. La f. e l'educazione.

I. FONDAMENTO NATURALE E BIOLOGICO DELLA F.

Le teorie sulla consistenza delle forme associate sono varie e di diversa natura. In Darwin non si trovano che degli accenni di carattere sociologico i quali riportano il problema nel campo essenzialmente naturalistico. Però egli riconosce come, anche nei primi tempi, l'uomo debba essere vissuto in aggregati familiari, e sostiene che, appena il matrimonio diventa comune, sia esso monogamico o poligamico, la gelosia conduce ad inculcare la virtù femminile, la quale essendo onorata, tenderà ad estendersi in tutte le donne nubili. Darwin però non va

(da M. Gusiade, Anthropologie der Feurland - Indianer, Multinor, 1920)

FAMIGLIA - Una famiglia Selk-nam - Terra del Fuoco.

troppo oltre, ciò che invece si trova nei sociologi i quali estendono il principio evolutivo all'organizzazione sociale umana. H. Spencer, appunto, pone il suo famoso parallelismo fra evoluzione organica ed evoluzione delle forme associate che egli definisce come superorganismi. In ciò il sociologo fa un passo arbitrario dalle concezioni naturalistiche darwiniane a quelle degli aggregati familiari, tentando di rivelare una evoluzione anche in questi. Se non che i continuatori di Spencer hanno ancor più falsato alle basi il suo parallelismo analogico, pensando la società umana come un vero e proprio organismo (J. Novicow, R. Worms, A. Schäffle, P. Lilienfeld). Ma la critica moderna ha invero dimostrato l'infondatezza di questi tentativi. Comunque un merito va riconosciuto a tali precedenti: quello di illuminare le manifestazioni sociali dell'uomo considerandone gli aspetti naturalistici che si deducono dalle analogie di comportamento degli altri animali. Taluni, estendendo certi comportamenti di mammiferi alla specie umana, hanno persino affermato l'esistenza di uno stadio primitivo di promiscuità (o stato poiudoso di J. Bachofen). Altri viceversa, sempre ispirandosi alla natura, hanno avanzato la concezione più realistica della saldezza del nucleo familiare fino dai primordi (E. Westermarck, 1891).

Successivamente si cade nell'errore opposto di dimenticare la natura e fermarsi ai fatti attualmente osservabili nel campo sociale. Soltanto più di recente le opere si sono orientate verso una più orga-

nica e ponderata considerazione del problema, mentre nel complesso le antiche teorie dell'organicismo evoluzionista hanno lasciato le loro tracce. Esse anzi, per alcuni autori, hanno ripreso vita, anche se sotto altra veste, come nel caso di H. Driesch e di altri sostenitori del cosiddetto neo-organicismo. L'organizzazione sociale umana va invece interpretata secondo un principio di ricerca obiettiva delle sue cause, a fra queste certamente bisognerà considerare quelle di ordine naturalistico inerenti ai caratteri della specie.

Fra i caratteri biologici maggiormente influenti sulle forme sociali sono innanzitutto la durata della vita e la durata dello sviluppo, pur premettendo che essi non vanno considerati singolarmente, ma nel loro insieme e nella loro contemporanea sussistenza.

La durata della vita nell'uomo è dedotta preferibilmente dalla durata normale che è data dall'età matura in cui si osserva il maggior numero di morti.

Per l'Italia essa oscilla (nel 1930-32) intorno a 76 anni, nel 1881-82 intorno a 70. L'aumento osservato nel tempo è principalmente dovuto ai progressi sanitari ma in genere lo si trova molto rallentato, se non annullato del tutto, quando si sono raggiunte determinate condizioni favorevoli di ambiente e di igiene della popolazione. Pertanto oggi l'inamovibilità che il predetto valore sembra avere raggiunto, di fronte agli ulteriori progressi della mortalità, sta ad indicare la sua coincidenza con un valore tipico a biologico. L'altro carattere dato dalla durata dello sviluppo va precisato per studiare l'età in cui l'individuo raggiunge la piena autonomia. Età vaga, ma che certamente oscilla fra la fine della pubertà e la fine dell'accrescimento organico. Vi sono differenze razziali: tuttavia le differenze fra l'uomo e le altre specie animali, nel rapporto fra durata normale della vita e durata dello sviluppo, sono talmente forti da non togliere minimamente valore dimostrativo alle conclusioni che oggi si è in grado di formulare.

Nel senso strettamente biologico e relativo il tempo che l'uomo impiega per crescere fino a vita autonoma è molto superiore (tre, quattro, fino a dieci volte) nei confronti di tutti gli altri mammiferi. Questa differenza è poi ancora più sensibile se si pensa al tempo occorrente per l'uomo affinché egli veramente divenga atto alla riproduzione (non solo fisiologica) e alla difesa della sua prole, senza di che non si può parlare propriamente di autonomia. Circa le modalità della crescita si può poi aggiungere che, anche a parità di tempo, nell'uomo essa avviene molto più lentamente che non negli altri mammiferi. In questi, fra l'altro, i neonati manifestano assai più presto che non nell'uomo il loro progresso psichico con indipendenza di moto e di azione. Ciò che vale anche nelle scimmie antropomorfe, per cui il compito di allevamento e di tutela della prole è molto più lieve, mentre nell'uomo il neonato permane a lungo in uno stato di completa inettitudine. Se si pensa poi alla successione di più nascite quando ancora il gravame della precedente

non è finito, ci si rende conto che per la specie umana la tutela dei figli costituisce un impegno singolare.

Un altro carattere della specie influente sul tipo di associazione è dato dalla lunga durata della senescenza umana, intesa nel senso di inettitudine al lavoro e di inutilità materiale per la f. Viceversa negli animali la capacità lavorativa utile alla loro vita si estende autonoma molto a lungo rispetto alla durata normale dell'esistenza. È certo che la durata della vita lavorativa è molto più breve nella specie umana. Inoltre, poiché l'età della menopausa

segna il limite massimo all'attitudine procreativa, si vede come nella donna la durata della vita feconda sia relativamente molto breve in confronto al mondo animale. Le conseguenze di ciò si possono riscontrare nei confronti dell'ampiezza dei nuclei domestici e della loro continuità e saldesa nel corso del tempo. L'equilibrio numerico dei sessi giustifica poi, insieme alle altre circostanze, il connubio umano nella sua forma monogamica, continua e stabile. Per questo si deve affermare che f. e società hanno un'unica origine a non possono avere seguito un ipotetico processo evolutivo

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FAMIGLIA - Gruppo di bambini che si riparano dal sole sotto un grancio. Acioli dell'Uganda (Africa Orientale Inglese).
(fot. Borrentino)
generale, se sono necessariamente dipendenti dalla costituzione fisica della specie, in quanto tale, fin dal principio della sua apparizione. Tutti i fattori che turbano in qualunque modo tali presupposti biologici incidono sfavorevolmente nei riguardi della forza di coesione sociale la quale a volte non trova altra difesa se non nei supremi principi etici. Ma appunto per questo va rimessa in valore quell'armonica concordanza di base che sussiste tra morale, etica e la più intima natura dell'organismo. Ogni sfasamento nell'una si ripercuore infatti, normalmente, anche nell'altra, come per una ineluttabile necessità di equilibrio insita nella natura profonda della persona umana.

Nel complesso anche lo studio della tendenza sociali negli animali porta a concludere secondo l'annonità di una legge naturale che vuole tanto più uniti i procreatori quanto più debole è la prole. Vi sono delle eccezioni, ma queste dimostrano solo che noi non possiamo controllare fino in fondo tutti i fattori determinanti il fenomeno.

Date le premesse sul fondamento biologico dell'organizzazione familiare monogamica si è indagato per vedere quanto il risultato delle colonizzazioni dipenda dalla forma del trapianto demografico nei nuovi territori. Sono noti i gravi inconvenienti che gli studiosi di esse coloniali hanno più volte segnalato in dipendenza, ad es., della sovrabbondanza numerica dei maschi sulle femmine: il mancato attaccamento alla f., i disordini più vari di natura sociale, l'aumento grave della criminalità, dell'immoralità e dell'individualismo più sfrenato. È per questo che tali inconvenienti sono stati minori per le colonizzazioni agricole (quando cioè meno si era procurato lo equilibrio demografico del gruppo), e maggiori invece nei casi di colonie industriali, commerciali o soltanto militari. In tal senso le colonizzazioni sono state dei veri e propri esperimenti scientifici i quali hanno confermato ancora una volta il valore umano dell'istituto familiare monogamico. I risultati duraturi di molte colonizzazioni greche

e romane sono proprio dovuti al loro carattere agrario ed alla stabilità equilibrata del loro insediamento politico-demografico per la valorizzazione delle terre. Ma le prove più palasi del successo della colonizzazione in rapporto alla struttura demografica del gruppo sono fornite dalla storia moderna. In particolare si devono citare i grandiosi esperimenti di colonizzazione effettuati nel Canada e in Australia. Entrambi sono divenuti, col tempo, dei veri successi e si basano su una buona struttura biodemografica delle popolazioni, tanto che fanno registrare un alto livello di natalità anche rispetto ai paesi di origine.

Il vincolo familiare poggia però anche su altre circostanze, morali, sociali, ambientali, le quali contribuiscono a modellarne le caratteristiche e a renderlo più o meno saldo. In casi eccezionali questi fattori possono contrastare persino il connubio naturale e ricondurre alla poligamia: viceversa di norma essi contribuiscono alla coesione spirituale della coppia. Su considerazioni di questo genere la letteratura si è orientata spesso anche allo scopo di ricercare le origini della f. in rapporto all'organizzazione più vasta dello Stato (o Civitas in generale). Si sono formulate in proposito teorie opposte che pongono lo Stato come una estensione successiva e su scala maggiore delle singole f. aggregate fra loro, oppure stabiliscono la priorità dello Stato il quale avrebbe dato vita successivamente ai più piccoli aggregati domestici. Ma più sicuramente le osservazioni biologiche fanno sostenere che f. monogamica e Stato (in senso generale, come aggregato maggiore a carattere politico) hanno un fondamento comune, nelle finalità che sono volte sempre alla conservazione e alla buona riproduzione della specie. In senso naturalistico, quindi, la stessa ricerca di una priorità nel tempo non va posta come problema generale. Le due forme di aggregati si completano reciprocamente per lo stesso fine e l'una trova il necessario equilibrio nell'altra, per cui dal punto di vista biologico le due istituzioni sono una unità e definiscono l'ordinamento naturale della società. Il problema delle origini è pertanto solo un problema di casi singoli, ma il paleantropologo e l'etnologo hanno un compito ben più generale da affrontare, alla luce della soluzione suddetta, per comprendere più a fondo anche gli aspetti sociali della natura umana.

Nell'ambito dei casi singoli la vita moderna del mondo civile occidentale ha ingigantito e potenziato tutti i fattori di disgregazione del vincolo familiare. Le conseguenze di questo processo sono di carattere spirituale e morale, ma anche di carattere biologico, perché minano il fondamento stesso della convivenza sociale. I fanciulli procreati in tali condizioni sono progressivamente abbandonati e se stessi e lo sarebbero fino all'estremo limite se non vi fossero quei freni naturali, istintivi, in-

siti nella natura umana che noi definiamo nel campo del sentimento. È per questo che il materialismo dilagante combatte anche il sentimento credendo erroneamente di ricondurre l'uomo sulla via delle leggi naturali. Viceversa, la positiva osservazione storica della società umana sembra confermare sempre maggiormente una legge naturale secondo la quale l'ordinamento sociale dei gruppi singoli sarebbe governato anche da una forza interna di ricquilibrazione, a carattere demogenetico, per cui ogni fenomeno di disgregazione ha dei limiti di sviluppo, nel tempo

nello spazio, come di fronte ad una soglia di natura biologica, ma il cui finalismo è evidente.

Il divorzio, in particolare, come soluzione di continuità del vincolo familiare, è una conseguenza di fattori di disgregazione, i quali purtroppo sussistono egualmente dove la legislazione non ne prevede il riconoscimento. Il divorzio è quindi come un sintomo di una malattia sociale in atto la cui terzola dovrà risalire alle cause, che consistono in una perduta educazione biologica, spirituale e morale. Come il sintomo di alterazione della temperatura individua-

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(fot. Barcanina) FAMIGLIA - Bambine che giocano alla cucina - Acioli dell'Uganda (Africa Orientale Inglese).
le è misurabile con numeri di gradi, così il sintomo di alterazione dell'organismo sociale si può misurare anche in numeri, in percentuale dei divorzi annui sui matrimoni contratti nel medesimo periodo di tempo. Queste percentuali dicono positivamente quante f. si disgregano in un anno su cento matrimoni celebrati. Sono cifre penose che crescono ovunque negli ultimi cinquant'anni e non rappresentano purtroppo neppure la reale gravità del male, che è maggiore, anche in molti casi nei quali non si realizza la soluzione legale di continuità del vincolo.

Altri mezzi di disgregazione della f. hanno un carattere prettamente biologico, come la fecondazione artificiale e la maternità paradossale, che è pure sperimentalmente possibile, secondo cui un ovulo fecondato si può trapiantare da una femmina all'altra. Ma sono aspetti di degenerazione umana, i quali sfruttano le conoscenze della ricerca biologica per un turpe processo di falsificazione della vita.

BIBL.: Oltre alle opere citate nella parte etnologica, cf. E. Fauré Frenier, La cinétique du développement, Parigi 1925 (importante per la bibl.); E. Stresemann, in Handbuch der Zoologie, Berlino 1928 (cf. per l'epoca di comparsa della capacità genetica), pp. 296-97; G. Mondini, Il fattore demografico nell'organizzazione sociale dei Bantu, Roma 1935; F. Marconcini, Culte vuote, rilievi e considerazioni sulla demotività europea, Como 1935; L. Livi, I fattori biologici dell'ordinamento sociale, Padova 1937; G. Ebner, Saggio sulla poligamia, Roma 1940; A. Sacchetti, Sulla sviluppo naturale delle popolazioni bianche emigrate in Italia, in Rivista di biologia coloniale, 5 (1942); id., L'uomo che conosciamo. Considerazioni di un antropologo, Napoli 1940. - Alcuni lavori che dimostrano come la estinzione delle popolazioni possa dipendere dall'esiguità numerica del gruppo e quindi dall'inadatto ordinamento delle f.: W. Rivers, Essay on the depopulation of Melanesia, Cambridge 1922; F. Savorgnan, Intorno al problema dell'estinzione dei popoli selvaggi, in Rivista di antrop., 28 (1928-29), pp. 383-400; P. M. Gusinde, Das Völkersterben in Ozeanien und America, in Veräffen lichungen des Abad. Missionoverrins, Vienna 1929; C. Valenziani, Il problema demografico dell'Africa equatoriale, Roma 1931; R. Thurnwald,

Die Messebliche Gesellschaft in ihren ethnosozialischen Grundlagen, Berlino 1931-32. Alfredo Sacchetti

II. LE TEORIE EVOLUZIONISTICHE SULL'ORIGINE DELLA F. E I DATI POSITIVI DELLA ETNOLOGIA.

Nel 1861 il Bachofen richiamava l'attenzione degli etnologi sul fatto che in certe popolazioni la successione avviene non in linea paterna ma in linea materna. Con gli esempi raccolti e con l'applicazione della legge formulata dall'evoluzionismo — secondo la quale lo sviluppo delle manifestazioni spirituali dell'uomo sarebbe stato caratterizzato da una linea uniforme e ascendente (quindi da un continuo progresso) — costruì la teoria che il matriarcato, ossia la supremazia della madre, avrebbe preceduto il patriarcato e la estese a tutti i popoli.

Ma la costruzione classica della teoria evoluzionista sull'origine della f. fu fatta soltanto più tardi da H. Lewis Morgan, il quale accettò e ampliò la teoria del Bachofen costruendo altri stadi dell'evoluzione sociale, anteriori allo stesso matriarcato: il matrimonio di gruppo, la f. consanguinea e la promiscuità sessuale.

Il « matrimonio di gruppo » sarebbe quello stadio sociale in cui un « gruppo di uomini sposa congiuntamente un gruppo di donne »; in altri termini tutti gli uomini appartenenti a un gruppo avrebbero avuto libero accesso a tutte le donne di un altro gruppo e reciprocamente tutti gli uomini di questo gruppo con le donne del primo.

Lo stadio della « f. consanguinea » sarebbe stato caratterizzato dal matrimonio tra fratelli e sorelle e della sola esclusione del matrimonio tra i genitori e i figli a in linea generale tra gli appartenenti a generazioni diverse. Questo stadio sarebbe stato ancora preceduto dall'« agamia » ossia dalla « promiscuità sessuale illimitata », per cui tutti gli uomini avrebbero accesso a tutte le donne, senza nessun limite d'incesto.

Il Morgan costruì il seguente schema di evoluzione della f.:

1. fase iniziale: l'agamia, ossia la promiscuità illimitata. Non c'è alcun limite all'istinto sessuale.

Fasi intermedie:

2. la f. consanguinea : sono proibiti soltanto i matrimoni tra i genitori e i figli.

3. Il matrimonio di gruppo : nella tribù tutti i membri dello stesso sesso possono ancora avere relazioni coniugali con ogni membro del sesso opposto, ma subentra una altra limitazione: sono proibiti non solo più i matrimoni tra i genitori e i figli ma anche quelli tra i fratelli e le sorelle.

Le fasi 2 e 3 sono caratterizzate dall'assenza di ogni principio di matrimonio individuale: non si conosce ancora né il padre né la madre.

4. L'unione matriarcale : comincia il matrimonio individuale; solo la madre è conosciuta, il padre è ancora incerto.

5. La f. patriarcale poligamica : i figli vivono con le loro mogli sotto il comando del padre o del fratello maggiore. In questa fase c'è già una vera f. dove il padre e la madre sono entrambi noti.

6. Fase finale: la monogamia, ossia il matrimonio individuale in tutta la sua picnizza.

Questa scala era stata costruita sulla tacita convinzione — la quale per il Morgan e per gli evoluzionisti del suo periodo aveva il valore di un postulato logico, che non aveva bisogno di essere dimostrato — che lo sviluppo dell'umanità era stato un continuo progresso, il quale si era svolto secondo una linea uniforme a ascendente. Nel nostro caso tra il punto di partenza (1), caratterizzato dall'assenza assoluta di regole nell'istinto sessuale, a quello opposto di arrivo (6), determinato dalle norme molto precise su cui è fondata la f. monogamica, era necessario collocare fasi intermedie (2,3,4,5), concepite tutte in modo che la precedente risultasse meno complessa della seguente. Inoltre ciascuna fase (1,2,3,4,5,6) era concepita come un

passaggio obbligatorio per tutta l'umanità nel suo sviluppo: nessun popolo sarebbe potuto giungere alla monogamia (6) senza essere passato attraverso la successione delle fasi 1,2,3,4,5.

Bastavano pochi esempi presi qua e là, anche da popoli di cultura molto diverse, per costruire una fase di sviluppo; spesso anzi si costruirono forme di passaggio senza nessuna documentazione positiva solo perché si ritenevano necessarie per costruire la base di una determinata teoria o per unire gli anelli di una catena di evoluzione, costruita con un criterio puramente psicologico.

Solo in base a questi apriorismi e senza il minimo tentativo di un'indagine positiva, il Morgan fissava la precedenza cronologica della f. consanguinea sul matrimonio di gruppo: in quella vedeva la prima e più semplice limitazione all'assoluta promiscuità sessuale nel solo divieto di sposare i propri genitori, mentre nel matrimonio di gruppo trovava la proibizione estesa anche all'unione tra fratelli e sorelle.

Per lo stesso motivo il « matriarcato » — nel quale si vedeva soprattutto uno stadio sociale in cui il figlio sapeva con certezza solo chi era sua madre ma il padre gli era ancora ignoto o almeno incerto — aveva dovuto precedere il « patriarcato poligamico », in cui i figli vivono con le loro mogli sotto il comando del padre o del fratello maggiore. In questa fase c'è già una vera f., in cui il padre e la madre sono entrambi noti.

La « monogamia » era collocata all'apice dello sviluppo perché fondata completamente sul matrimonio individuale, retto da norme molto precise e quindi del tutto contrarie al supposto stadio originale della promiscuità sessuale, caratterizzato dalla mancanza assoluta di regole.

Il sistema di parentela dei Punalua dell'arcipelage delle Hawai o Sandwic (Polinesia) — i quali hanno un solo termine per indicare tutti i parenti di una generazione, senza nessuna distinzione del loro grado di maggiore o minore consanguineità — fu interpretato dal Morgan come un resto della f. consanguinea.

Infatti un punaluano indica con il nome sankua suo padre, sua madre, i suoi zii e le sue zie paterne a materne a specifica soltanto il sesso con termini qualificativi, i quali indicano « uomo » o « donna ». Altrettanto avviene in linea discendente: il padre chiama con lo stesso nome i suoi figli e quelli di sua sorella, maschi e femmine. Un sistema analogo hanno gli abitanti del Nuovo Mecklemburgo centrale (Melanesia), come si vede dal seguente schema riassuntivo che riproduce però solo una parte del sistema di parentela di questi indigeni (riportato completo in W. Schmidt e W. Koppers, Volker und Kulturen, Ratisbona 1924, p. 137):

questa semplicità nel sistema di parentela, non comune tra i popoli primitivi, fu interpretata dal Morgan e dai seguaci della sua teoria come un resto della f. consanguinea fondata sul matrimonio tra fratelli e sorelle a si concluse:

1) che il padre è chiamato ancora con lo stesso nome dello zio materno perché in una fase anteriore entrambi sposavano le loro sorelle e quindi erano realmente padri;

2) che il vero padre non è distinto dai suoi fratelli di tribù perché, data la mancanza di regole nei rapporti sessuali, era sconosciuto.

Ai due esempi forniti dal sistema di parentela dei Punalua e degli indigeni del Nuovo Mecklemburgo centrale se ne aggiunsero in seguito altri presi da popoli diversi, che furono interpretati come nuove prove in favore della teoria del Morgan, la quale, non ostante forti opposizioni a riserve anche da parte di evoluzionisti, fu per qualche decennio la più largamente accettata dagli etnologi e dai sociologi. E gli oppositori, poiché partivano dallo stesso postulato del Morgan che l'evoluzione si era svolta secondo una linea uniforme a ascendente, non potevano fare una critica fondata su un'indagine positiva, ma si limitavano a costruire nuove teorie infondate come quelle che volevano demolire. Così il Mc Lennan — che aveva definito l'opera del Morgan del tutto antiscientifica —

SISTEMA DI PARENTELA DEGLI INDIGENI DEL NUOVO MECKLEMBURGO

PadreMadre
TAMA (n)Zio paternoNA (n)Zia materna
indica :Zia paternaindica :
Marito della zia maternaMoglie dello zio paterno
Figlio o figlia (sia per il padre come per la madre)
NATI (n)Zio paterno o zia maternadello zio materno
indica :Il nipote o la nipoteLAUAIl nipote o la
dello o dellaindica :nipote
Moglie dello zio paternodel marito della zia
Marito della zia maternapaterna

costrui un'altra scala dell'evoluzione sociale in base alla quale la f. sarebbe giunta alla monogamia (patriarcale) solo dopo essere passata successivamente dalla promiscuità sessuale alla poliandria e da questa al matriarcato.

H. Morgan e il Mc Lennan furono molto seguiti dagli studiosi dell'origine della f., della società e delle varie manifestazioni del diritto. La teoria del Morgan fu accolta con particolare compiacimento da Marx, Engels, Simons e volgarizzata da Bebel. Ma anche al di fuori della corrente scientifica del socialismo, trattati, manuali e articoli di enciclopedie anche moderni, risentono ancora l'influenza delle teorie del Morgan, del Mc Lennan e di altri evoluzionisti che l'etnologia in base ai dati positivi ha da tempo superato.

Tutte le forme del matrimonio (poliandria, levirato, sororato) e le usanze (covata), che la continua ma spesso caotica raccolta di documentazione forniva in un numero sempre maggiore sui popoli più diversi, erano sistematicamente spiegate con il postulato dello sviluppo uniforme e ascendente e collocate, secondo il maggiore o minore aspetto di rozzessa che presentavano, in uno stadio di evoluzione più o meno basso, costruito con lo stesso preconcetto.

La «poliandria» è l'istituzione opposta alla poligamia: questa permette a un uomo di avere più mogli, quella a una donna più mariti. La poligamia ha avuto talvolta nella storia dell'umanità largo sviluppo; invece i casi assolutamente sicuri di poliandria sono pochissimi; il Lewis li enumera e dice con ragione che si possono contare sulle dita. La poliandria si presenta con casi ed aspetti diversi, alcuni ormai chiari, altri ancora oscuri. Però si può affermare con sicurezza che la f. poliandrica è la meno sada di tutte le istituzioni familiari che si trovano tra i primitivi.

In base a questa sola constatazione parecchi evoluzionisti hanno veduto subito nella poliandria la prima fase del matrimonio, naturalmente antichissima, attraverso la quale sarebbe passata l'umanità appena uscita dal caos della promiscuità sessuale, prima ancora di giungere alla f. matriarcale.

Inoltre il preconcetto che questa fase, come tutte le altre, fosse stata generale per tutti i popoli indusse esploratori, etnologi e sociologi a vedere resti di poliandria in ogni disordine sessuale collettivo e in ogni istituzione familiare poco soda e fu la causa di gravi errori d'informazione e d'interpretazione sulla vita sociale dei primitivi, errori che solo l'esame accurato a paziente dei fatti è riuscito a poco a poco a correggere o a eliminare completamente dalle opere etnologiche.

Il «levirato» è l'istituzione matrimoniale per cui il fratello di un defunto ha il dovere - divenuto spesso un diritto - di sposare la vedova.

Il «sororato» consiste nel diritto che ha un uomo, rimasto vedovo, di sposare la sorella della moglie defunta.

Queste due istituzioni si trovano spesso associate presso un gruppo considerevole di popoli, ma non sono affatto generali.

Il Tylor, come tutti gli evoluzionisti del suo tempo, crede nella precedenza storica del matriarcato sul patriarcato a postula fra i due uno stadio intermedio che

chiama materno-paterno, nel quale colloca tutte le istituzioni che presentano un carattere di transizione. Egli vede nel levirato (e nel sororato) «un costume di sostituzione che appartiene al periodo in cui il matrimonio è una convenzione non tanto fra due individui quanto fra due f.». Sorto nello stadio materno, avrebbe raggiunto il suo massimo sviluppo in quello materno-paterno, per scomparire poi lentamente in quello paterno.

Il Frazer spiega il sororato come un'innovazione della licenza che si trova in realtà in certi popoli, per i quali il marito ha il diritto di avere rapporti matrimoniali con tutte le sorelle della moglie, anche se essa è ancora in vita. Analoga interpretazione dà del levirato a vede in queste due forme di matrimonio i resti di uno stadio anteriore in cui il marito avrebbe avuto rapporti, senza nessuna limitazione, con tutte le sorelle di sua moglie e altrettanto la moglie con tutti i fratelli di suo marito. Si tratterebbe in sostanza del matrimonio di gruppo. Ma la spiegazione del Frazer è assolutamente aprioristica, perché l'autore non cerca nemmeno se esista un nesso genetico e storico tra il matrimonio per levirato e sororato, che è solo possibile quando uno dei coniugi è rimasto vedovo, e il diritto del marito di accedere alle cognate, anche se la moglie è ancora in vita.

Gli etnologi chiamano «covata» (concode) un insieme di pratiche curiose a spesso molto buffe compiute, in certe popolazioni, dal marito, dopo che la moglie ha avuto un parto. La puerpera abbandona presso il letto e riprende il suo lavoro mentre il padre del neonato si corica e si assoggetta ad una quantità di prescrizioni a diete, come se avesse partorito lui. Onde questa usanza si chiama anche «puerperio dell'uomo».

Gli evoluzionisti (Bachofen, Giraud-Teulon, Tylor e parecchi altri) interpretarono quest'usanza quale finzione per rappresentare il padre come una seconda madre e ne fecero risalire l'origine al periodo di transizione tra il matriarcato e il patriarcato, quando al primitivo legame di parentela, fondato sulla maternità, si sostituì quello posteriore della paternità.

Le teorie del Bachofen, Morgan, Mr Lennan, Tylor, Frazer caratterizzano il mutamento prodotto dall'evoluzionismo biologico nella filosofia e in genere in tutte le discipline storiche e morali. I seguaci di quest'indirizzo ammettevano senz'altro come un postulato logico che l'umanità avesse iniziato la sua evoluzione sociale, morale e religiosa partendo da una fase caratterizzata dalla mancanza assoluta di leggi etiche e religiose, come i filosofi evoluzionisti ammettevano l'essioma della generazione spontanea.

I fatti positivi hanno fatto crollare tutte le costruzioni dell'evoluzionismo classico sull'origine della f., della società e della religione.

1) La teoria della promiscuità sessuale è stata da parecchio tempo abbandonata dagli etnologi di tutte le tendenze, perché in nessuna popolazione primitiva si sono trovate tracce che autorizzino a supporre l'esistenza di questa fase.

2) Lo studio approfondito del sistema di parentela del Punalua, degli indigeni del Nuovo Mecklem-

burgo centrale e dei vari altri popoli che in modo uguale o analogo comprendono nello stesso nome gradi diversi, ha dimostrato che le denominazioni non indicano la parentela di sangue ma i diversi gradi di età, i quali nelle società primitive hanno una grande importanza. In esse infatti la gerarchia è fondata quasi esclusivamente sulla diversa età e gli anziani hanno privilegi sui giovani. Il termine comune per il padre e lo zio, che è dato anche al capo, indica rispetto per l'età maggiore e non significa né «padre» né «zio», ma «signore». Qualche etnologo lo ha, con finezza, paragonato al modo di rivolgersi rispettoso che era in uso anche da noi: «signor padre».

3) Il matrimonio fra fratelli e sorelle - che si trova veramente tra pochissimi popoli e limitato sempre al re o all'aristocrazia - è l'espressione di una particolare forma di orgoglio di queste classi sociali, che non vogliono degradarsi unendosi con ceti più bassi. Esso è praticato dagli indigeni dell'arcipelago delle Hawaï (Polinesia), da popolazioni dell'Africa occidentale ed era comune nelle grandi civiltà del Perù e dell'Egitto.

Lo smisurato orgoglio dinastico o di esata, anche se non culmina nell'incesto, può causare altre usanze che minano la famiglia; così le sorelle del re degli Seilluk (Sudan anglo-egiziano) non possono sposarsi, perché la sola persona degna di unirsi con esse sarebbe il re; possono però avere amanti. Ma queste forme incestuose e disordinate, formatesi lentamente, sono limitate a particolari aspetti culturali, i quali non hanno più nulla di primitivo. Il popolo le considera naturali per il re e per l'aristocrazia, ma incestuose per sé e non le pratica affatto.

4) I casi veramente sicuri di poliandria sono pochissimi ed appartengono tutti a popolazioni non più primitive (Wahima dell'Africa orientale, alcuni gruppi di Eschimesi, i Toda dell'India e certi gruppi del Tibet).

Un Wahima che sia così povero da non poter pagare la dote necessaria per l'acquisto della sposa, è aiutato dai suoi fratelli, i quali in questo modo, acquistano sulla sposa gli stessi diritti del marito. Ma appena la moglie è divenuta incinta, appartiene soltanto al marito e cessano tutti i diritti degli altri.

Certi gruppi di Eschimesi e i Toda uccidono spesso le femmine appena nate o poco dopo e tengono in vita i maschi; questa forma di infanticidio, che manca completamente nelle società più primitive, produce un'eccedenza di uomini sulle donne e causa la poliandria.

5) Anche il levirato e il sororato sono forme di

matrimonio relativamente tarde sorte da particolari condizioni sociali ed economiche e limitate a determinate culture.

6) La covata è un'espressione delle estreme conseguenze e cui è giunto il tardo matriarcato. È intimamente connessa con questo ciclo culturale, poco confacente alla natura umana, il quale non è stato generale per tutta l'umanità ed è sorto dopo il patriarcato.

Article illustration
FAMIGLIA - Capanna dei Pigmei-Elo con a lato il dormitorio per i bambini. Congo Belga.
(via P. Schebesta Bernhuti, Die Zwerge von Kongo, Lippo 1937)
7) Il patriarcato e il matriarcato non hanno fra loro un rapporto cronologico; ossia dal primo non si è sviluppato il secondo e nemmeno viceversa. Il patriarcato è caratteristico dei popoli pastori e il matriarcato dei popoli agricoltori.

8) La monogamia è lo stato naturale della f. e come tale è riconosciuta dalle popolazioni più primitive: essa è più diffusa della poligamia. Lo studio accurato delle popolazioni ancora

primitive ha dimostrato che la poligamia si è sviluppata più tardi e prevalentemente in civiltà più evolute. Al passaggio dalla f. primitiva monogamica alla poligamia o alla poliandria hanno decisamente contribuito le forme economiche proprie delle culture più recenti (la caccia perfezionata dei totemisti, l'inizio dell'agricoltura e l'allevamento del bestiame). A loro volta la poligamia e la poliandria hanno esercitato un'influenza negativa sulla religione (v. ESOCAMIA; ETNOLOGIA; EVOLUZIONISMO CULTURALE).

DIBL: Autori evoluzionisti: J. J. Eschofen, Das Mutterrecht, eine Untersuchung über die Gynähebsrötie der alten Welt nach ihrer religiösen und rechtlichen Natur, Stoccarda 1861 (trad. francese parziale di A. Turet, De règne de la mère au patriarcat, Parigi 1938); H. Lewis-Morgan, Systems of consanguinity and affinity of the human family, Washington 1891; id., Ancient society, Londra 1877; J. Lubbock, I tempi preistorici e l'origine dell'insivilimento con un capitolo - Intorno all'uomo preistorico in Italia - del prof. A. Istel, Torino 1875; J. Ferguson McLennan, Studies in ancient history, Londra 1876; Ch. Letourneau, L'évolution de la morale, Parigi 1887; id., L'évolution du mariage et de la famille, ivi 1888; E. B. Tylor, Sopra un metodo per investigare lo sviluppo delle istituzioni sociali applicato alle leggi del matrimonio della discendenza, trad. di G. A. Colini, in Archivio per l'antropologia e la etnologia, 10 (1889), p. 467 sgs.; J. G. Fraser, Totemism and exagony, 4 voll., Londra 1910; M. Matus, Manuel d'ethnographie, Parigi 1947 - Autori con indirizzo storico: N. W. Thomas, Kinship organisations and group marriage in Australia, Cambridge 1906; W. Schmidt, Die Stellung der Pygmaenbölker in der Entwicklungsgeschichte des Menschen, Stoccarda 1910; W. T. R. Rivers, The history of millennium society, 2 voll., Cambridge 1914; E. Westermarck, The history of human marriage, 2 voll., 5 ed., Londra 1924 (opera fondamentale benché in parte ancora evoluzionista; trad. francese di A. van Gemen, Histoire du mariage, Parigi 1934-35; trad. II. di G. De Rossi, Storia del matrimonio umano, Pistoia 1894, fatta su un'ad. precedente ormai antiquata); W. Schmidt e W. Kopper, Völker und Kulturen, Rotisbona 1924; W. Schmidt, Die Moral-Ethnologie, in IV Settimana Internazionale di etnologia religiosa, Milano 1925 (Parigi 1936); id., Familie, in Handwörterbuch der Staatswissenschaften, 4ª ed., III (1936); il miglior lavoro etnologico di sintesi sulla f., benché in qualche punto antiquato;

l'autore svolge la storia della f. nelle varie culture e fa osservazioni utili anche dal punto di vista religioso, morale, economico e sociale; id., Der Ursprung der Gottesidee, I, 2ª ed., Münster in West, 1926, p. 219 sgs.; R. H. Loehr, Primitive society, 2ª ed., Londra 1929 (trati, francese, di E. Métraux, Traité de sociologie primitive; critica serrata con acqua documentazione alla teoria evoluzionale); W. Koppers, Ehe und Familie, in Handwörterbuch der Soziologie, W. D'Amico, La f. prosa i popoli primitivi, in Enc. Ital., XIV (1932), pp. 764-70; R. Thurnwald, Die menschliche Gesellschaft in ihren elfen-soziologischen Grundlagen, 2 voll., Berlino-Losia 1931-34; id., in Lehrbuch der Lutherkunde, 2ª ed., Stockton 1939; R. Mohr, Ricerche sull'etico sessuale di alcune popolazioni dell'Idrìa centrale e orientale, in Archivio per l'antropologia e la etnoiesia, 70 (1939); R. Corso, Le istituzioni sociali, in R. Basanti, Le razze e i popoli delle terre, I, Torino 1941 (la trattazione del Corso risente ancora molto dell'evoluzionismo); P. Cavazza, Intorno all'origine dell'umana sociabilità, in Annali lateranensi, 5 (1941). La f. è stata particolarmente trattata nella Vª Sessione Internationale d'Ethnologie religieuse, Luxembourg 1929 (Parisi 1931). Tutta la XII Sessione de missiologie de Louvain (1934) è dedicata al Mariage et famille aux missions, Louvain 1934. — Lavori di buona volganizzazione sono: A. Gemelli, L'origine delle f., Milano 1921; W. Koppers, La famille chez les peuples primitifs. La famille dans les civilisations primaires et secondaires, in Les documents de la vie intellectuelle, inc. 1920 e genn. 1930; Juviny, Seine-et-Oise; M. Schulien, La f. prosa i popoli primitivi, in Il pensiero missionario, 2 (1930); id., vari articoli sull'Osservatore Romano (tra gli altri 3 maggio, 22 luglio, 1ª sg., 6 ad. 1942); id., L'unité del genere umano alla luce delle ultime risultanze antropologiche, linguistiche ed etnologiche, 3ª ed., Milano 1946; R. Boccasano, La religione e la morale delle popolazioni primitive, in Studium, 1930 (ripubblicato a parte con parecchie aggiunte, Roma 1941); id., La religione dei primitivi in P. Tacchi Venturi, Storia delle relazioni, I, 2ª ed., Torino 1940. Vedi pure la bibl. s. V. BOSNIA. Renato Boccasano

III. LA F. NEL DIRITTO ROMANO E INTERMEDIO.

I. NEL DIRITTO ROMANO

La f. romana era costituita da un gruppo di persone unite tra loro soltanto dall'autorità di un capo (pater familias). Questo suo particolare aspetto, che ne fa un organismo anzitutto politico, è visibile anche dopo che una lunga evoluzione storica ha in gran parte modificato la sua struttura. La funzione cui la f. doveva rispondere, specialmente negli antichi tempi, era una funzione difensiva, affiancandosi in ciò agli altri gruppi che hanno rilevanza nell'ordinamento primitivo (genter); e subì naturalmente una involuzione con il rafforzarsi progressivo dell'autorità dello Stato. Questo tuttavia, se riuscì ad abbattere presto la barriera che separava i membri soggetti della f. per quanto riguarda il diritto pubblico, rispettò invece la autonomia della organizzazione familiare dal punto di vista privatistico, al che il diritto privato romano può veramente considerarsi, fino a che si conservò immune da influenze estranee, il diritto dei capi delle f.

Accanto a questa f., il cui capo è vivente (f. proprio iure), ve n'è un'altra (f. communi iure) costituita da coloro che sarebbero soggetti ad una medesima autorità, se il pater familias non fosse morto. Il vincolo che lega i membri della f. si dice adgnatio.

Al potere del pater familias sono soggetti: i figli (patria potestas); le donne entrate nella f. a causa di matrimonio e che abbiano compiuto uno speciale negozio (concentio in mamum) volto ad assoggettarle al pater familias (mamus); gli schiavi (dominium potestas); gli individui appartenenti ad altre f., consegnati per una colpa commessa o per garanzia di una obbligazione (mancipium). La singolarità di questo potere del pater familias è che esse, anche nei riguardi dei figli a degli altri membri liberi della f., non si estingue con il raggiungimento di una determinata età, ma solo con il venir meno della persona che esercita l'autorità o con la rinunzia da parte sua.

Il pater familias è, oltre che il capo, il sacerdote della f., e ne è il giudice. Egli però, anche nella sua funzione primitiva e nell'esercizio delle facoltà che più gravemente pesano sui sottoposti, quali quelle di uccidere, di vendere, di esporre i figli, incontra il limite, di carattere sacrale, dei mores; mentre, d'altra parte, il costume

prima e la legislazione poi tendono ad abolire questi aspetti più crudi della patria potestas. In prosieguo di tempo, anzi, il vincolo potestativo si attenua ed assume maggiore rilevanza il vincolo della parentela di sangue (cagnatio).

Anche la capacità patrimoniale è concentrata all'origine tutta nelle mani del pater familias, e gli acquisti dei suoi sottoposti producono i loro effetti nei suoi confronti. Tuttavia per quanto riguarda i figli (non interessa qui parlare degli schiavi), il pater familias usò costituire ad essi un piccolo patrimonio (peculium), preponderando ad un ramo dell'amministrazione. Da ciò cominciò a svilupparsi il concetto che anche i figli potessero avere capacità patrimoniale (in ordine agli acquisti fatti in servizio militare [peculium castrense] o nei pubblici uffici [peculium quasi castrense]); sì che alla fine di questa evoluzione il figlio acquisì al capo della f. solo se acquisti con beni del padre o per sua ordine.

II. NEL DIRITTO INTERMEDIO

Le f. si costituiscono entro una più vasta cerchia parentale (fara o sippo) volta ad assicurare, nella reciproca difesa, la protezione che mancava da parte dello Stato. Alla potestà del capo della f. si sostituisce, nel diritto longobardo, il mundio, come funzione protettiva di individui non pienamente capaci (donne e minori); il padre aveva delle facoltà che potevano ricordare il potere del padre romano (diritto di esporre il figlio, di venderlo, di votarlo al sacerdozio, di costringere le figlie al matrimonio); ma tale potere, limitato da un lato dall'intervento dell'autorità statutale, finisce quando il figlio entra a far parte dell'assemblea degli uomini armati. Da questo momento il figlio prende anche parte all'amministrazione del patrimonio familiare.

Nel periodo feudale ed in quello dei Comuni, in cui il vincolo dell'autorità statutale si faceva ancora sentire molto debolmente, la f. mostrò la tendenza ad allargare la propria sfera di azione, dando vita, principalmente a scopo difensivo, ed in relazione anche a costumanze germaniche, ad altri aggruppamenti (consorterie nobiliari, associazioni mercantili, comunioni familiari nelle campagne). Tali organizzazioni, basate sull'autonomia, furono però osteggiate dai principi, che, tendendo a pareggiare i sudditi, combatterono questi raggruppamenti politici. Si affermano in seguito il principio della temporaneità della potestà paterna, i diritti patrimoniali del figlio, il diritto agli alimenti, la frequente pratica dell'emancipazione; sì che la f. assume un'organizzazione ed un aspetto molto vicini a quelli attuali.

BIBL.: Per il diritto romano: S. Perozzi, Istituzioni di diritto romano, 2ª ed., Roma 1928, p. 300 sgs.; F. Bonfante, Corso di diritto romano, I, ivi 1925; id., Istituzioni di diritto romano, 10ª ed., ivi 1934, p. 142 sgs.; V. Arangio-Ruiz, Istituzioni di diritto romano, 10ª ed., Napoli 1940, p. 428 sgs. Per il diritto intermedio: N. Tamassini, La f. italiana nei acc. XV e XVI, Palermo 1911; F. Schupfer, Diritto privato dei popoli germanici, II, 2ª ed., Roma 1914; A. Solmi, Storia del diritto italiano, 2ª ed., Milano 1918, pp. 384 sgs.; 970 sgs.; P. S. Leicht, Storia del diritto italiano, La f., Milano 1938. Rodolfo Danieli

IV. LA F. NELLA DOTTRINA CATTOLICA.

I. CONCETTO DI F

Per la Chiesa cattolica la f. è l'istituto che raccoglie gli sposi e i figli nati dalla loro unione o ad essi assimilati.

Si hanno quindi genitori a figli. Le relazioni fra i primi sono stabilite dal concetto cristiano di matrimonio, ossia dal vincolo indissolubile, liberamente contratto ed elevato, per i battezzati, alla dignità di Sacramento (v. MATRIMONIO). Le relazioni fra i secondi sono fissate dalla nascita regolata dal diritto. Si parla così di figli legittimi e figli illegittimi, figli naturali, incestuosi, adulterini, riconosciuti, legittimati, ecc. (v. PROLE). Le relazioni fra i due gruppi

discendono dal fine del Matrimonio e dallo strettissimo vincolo che si stabilisce in seguito alla generazione e alla comunanza di vita.

Il fine del Matrimonio infatti è di trasmettere non solo la vita fisica, ma anche la vita intellettuale e morale, ossia, non solo di generare, ma anche di alimentare e di educare. Ciò comporta (v. EDUCAZIONE) che si mettano sempre più a disposizione del figlio i mezzi necessari per il suo sviluppo e che lo si alleni a servirsene in forma sempre più autonoma, fino alla completa indipendenza. È quindi un rapporto che tende di sua natura a diluirsi sempre più: nei primi sei-sette mesi della sua esistenza la nuova creatura ha così bisogno della madre che senza di essa non può vivere; negli altri sei mesi di vita uterina la madre è già meno necessaria; quando la nuova creatura è venuta alla luce, la madre è ancor meno necessaria; dopo qualche tempo il bambino comincia a camminare da solo; più tardi impara ad esprimersi; più tardi ancora a pensare da solo; poi, in seguito, acquista anche un'autonomia affettiva, finché si stacca completamente dai genitori concentrando la sua attenzione e la sua preoccupazione attorno ad un nuovo nucleo matrimoniale-familiare. Per ciò stesso il rapporto genitori-figli è di sua natura altruistico. Bisognerà che se lo ricordino i genitori per sapersi ritirare in tempo coprendosi dietro una linea di amoroso e generoso rispetto della libertà e dell'autonomia che, con la loro opera educativa, avranno assicurato ai figliuoli.

In tal modo verrà facilitato ai figli l'adempimento dei doveri che la generazione impone verso i genitori. A misura infatti che, per crescente acquisto di autonomia, il rapporto educativo dei genitori si viene esaurendo, si instaura un sempre maggior dovere di affetto e di assistenza dei figli verso i genitori. Ora sono i figli che devono dare ai genitori, non per avviarli alla vita, ma per conservarli in essa.

C'è quindi qualcosa di costante nel rapporto genitori-figli e qualcosa di mutabile: costante è l'amore che deve unirli; variabile è la forma in cui si esprime. Nel tempo della formazione l'amore deve portare i genitori a dare ai figli (specialmente a dare consiglio e correzione) e i figli a ricevere dai genitori (specialmente a ricevere correzione, consiglio e indirizzo); più tardi l'amore deve portare i figli a dare ai genitori (specialmente a dare affetto e assistenza) e i genitori a ricevere da essi.

Alla luce di queste considerazioni deve essere posto e risolto il problema dell'autorità e dell'ubbidienza nella f. Il diritto e il dovere di comandare deriva ai genitori dalla loro superiorità; così come il dovere di ubbidire deriva ai figli dalla loro inferiorità. Ma proprio per questo né il diritto di comandare nei genitori, né il diritto di ubbidire nei figli possono essere perpetui. L'uno e l'altro si evolvono con le evoluzioni che avvengono nei genitori e nei figli.

Stabilire con precisione queste evoluzioni non è facile e forse nemmeno possibile. Solo si può dire che il passaggio all'autonomia non avviene in un istante, né avviene nello stesso modo e nello stesso tempo per tutti. È quindi impossibile stabilire con precisione ed in modo generale quando cessa l'obbligo dell'ubbidienza per i figliuoli. Le determinazioni giuridiche in questo campo (p. es., l'art. 2 del Cod. civ. it.) nascono da considerazioni di carattere statistico-pratico e sono da applicare con grandissimo criterio. Sarà da evitare con cura di dare libertà ai figli prima che siano allenati ad usarne bene, ma anche di negarla loro quando sono sufficientemente formati.

Questo avvia a considerare le deviazioni del rapporto genitori-figli. Da parte dei primi possono essere: insuf-

hicente cura dei figli, quando sono piccoli, o insufficiente rispetto della loro libertà, quando sono adulti (specialmente nel campo affettivo e familiare). Da parte dei figli: insufficiente ubbidienza quando non si è materi e insufficiente assistenza economica e affettiva quando i genitori sono vecchi. Solo una costante cultura dell'amore e una forte abitudine alla generosità potrà impedire gli uni e gli altri dal divenire vittime.

II. IMPORTANZA DELLA F

Le considerazioni fatte fin qui indicano a sufficienza l'importanza della f. nella vita dell'uomo. In essa egli trova quella completezza orizzontale (mediante il matrimonio) e verticale (mediante i figli) a cui egli tanto profondamente aspira. In essa l'uomo e la donna si completano a vicenda e raggiungono quella diffusione a quella perpetuazione anche corporea che ciascuno desidera. Essa è l'ambiente naturale in cui sbocca e si forma la vita dell'uomo.

Ciò spiega la profondissima aspirazione di ognuno alla f. e la potentissima spinta affettiva a superare tutte le difficoltà per costituirla. Di essa è piena la letteratura di ogni tempo e di ogni paese.

Ciò spiega anche l'attenzione che i legislatori vi dedicano. Ad es., il Cod. civ. II. vi consacra quasi interamente il I. I e la nuova Costituzione quasi tutto il titolo secondo della prima parte (per una più diffusa analisi, V. GENITORI; PATRIA POTESTÀ; PROLE).

III. F. E PROPRIETÀ. - L'importanza della f. rende più facile l'intelligenza dei diritti che si hanno in questo campo. A titolo esemplificativo si accenna a quelli che riguardano la proprietà e la scuola.

È noto - e qui lo si suppone - che ognuno ha diritto di usare delle cose almeno nella misura necessaria per il completo sviluppo della propria personalità. È anche noto che, almeno per la natura umana quale storicamente si presenta, il modo normale di assicurare veramente quel diritto è l'istituto della proprietà privata. Anche se, astrattamente parlando, sono pensabili e possibili altri modi di ordinare i beni, di fatto, per l'umanità quale storicamente si presenta, il modo normale è che ciascuno disponga liberamente - come di cosa propria - di ciò di cui deve far uso. Da tutto ciò segue che fra i diritti fondamentali della persona c'è quello di poter contrarre matrimonio a tempo debito e di costituirsi una f.

Ognuno quindi ha diritto di disporre - e per di più in forma di proprietà privata - di quel minimo di beni che è indispensabile per accedere in epoca opportuna al matrimonio a formarsi una f. «Non deve forse la proprietà privata - dice Pio XII nel Radiomessaggio per il cinquantenario della «Reruna novoruna» - assicurare al padre di f. la sana libertà, di cui ha bisogno, per poter adempiere i doveri assegnatigli dal Creatore, concernenti il benessere fisico, spirituale e religioso della f.?» (AAS, 32 [1941], p. 202).

La via precipua per arrivare alla metà sopra ricordata è il lavoro del capo-f. e quindi il suo salario. Per conseguenza il salario di lui non potrà dirsi giusto se non offrirà la possibilità di provvedere, oltre che alle esigenze individuali, anche alle sue esigenze familiari nel senso indicato, ossia se non lo metterà in grado di poter contrarre matrimonio a di potersi formare una f. È questo il principio del cosiddetto salario familiare per cui si è costantemente battuta la sociologia cristiana e che è stato ripetutamente affermato nelle encicliche degli ultimi pontefici. «È bensì giusto - dice, ad es., Pio XI nella Quadragesimo anno - che anche il resto della f., ciascuno secondo le sue forze, contribuisce al comune sostentamento... ma non bisogna che si abusi dell'età fanciulleca né della debolezza della donna. Bisogna dunque fare di tutto perché i padri di f. percepiscano una mercedetale, che basti per provvedere convenientemente alle comuni necessità domestiche» (AAS, 23 [1931], p. 200).

Dal principio ora affermato, occorre distinguere accuratamente la questione tecnica del modo di attuarlo (assegni familiari, ecc.). Altro infatti è affermare la necessità morale del salario familiare e altro è chiedersi quale sia il modo più opportuno per farlo pervenire al lavoratore. Qui sarà sufficiente ricordare il dovere di studiare e sperimentare di continuo forme sempre più perfette. In ogni caso si dovrà cercare di staccare i rapporti - e quindi i carichi - familiari del lavoratore dal rapporto di lavoro, altrimenti si vorrebbe inevitabilmente a creare una condizione di favore al lavoratore celibe nei confronti del lavoratore sposato e del lavoratore senza figli o con pochi figli in confronto degli altri. Sia nell'assunzione che nel licenziamento infatti il datore di lavoro sarebbe portato a dar la preferenza a chi non è sposato e, fra quelli sposati, a chi non ha figli o ne ha meno degli altri.

Discende dalla natura stessa del salario familiare ch'esso sia indirizzato a tutti i membri della f., almeno a tutti quelli che sono a carico. Anche per questo, oltre che per i motivi generali, il capo di f. - marito a padre - dovrà pensare al sostentamento della moglie e dei figliuoli. Nel caso che ciò non avvenga, la moglie e i figli, prendendo la loro quota, non commettono nessun furto: prendono infatti ciò che è loro. Per lo stesso motivo, ciò che del patrimonio di f. rimane alla morte del capo deve essere devoluto ai membri della medesima. Si delinea già in tal modo, almeno per un minimo, accanto agli obblighi assistenziali in seno alla f., l'istituto dell'eredità.

Un'altra importante questione a riguardo della f. e della proprietà è quella del patrimonio familiare. Immediatamente o prossimamente infatti l'istituto della proprietà privata ripete la sua necessità dalla condizione storica della persona umana, ossia dalle sue inclinazioni egoistiche e utilitaristiche per cui normalmente viene più fortemente stimolato il lavoro dalla prospettiva del guadagno che non da altri motivi ed è praticamente assai più portato al compimento dei propri doveri se ha la sicurezza che da ciò non deriveranno svantaggi materiali. Ne deriva subito che, dove si profita un comportamento altruistico e dove quindi intervengono altri stimoli d'azione e altre protezioni della libertà, l'istituto della proprietà privata tende a sedere il posto a forme comunitarie di possesso. Ciò si verifica appunto nel matrimonio e nella f. Quando l'uomo e la donna veramente si amano sono portati instintivamente a mettere tutto in comune. Altrettanto si dica dei genitori e dei figli. D'altra parte però quando l'amore vien meno (p. es., per tacere di contrasti fra sposi, quando i figliuoli cresciuti negli anni si avviano alla costituzione di una f. propria) risorge, pure spontaneamente, la tendenza a rompere la forma comunitaria, avviando più a meno manifestamente una nuova proprietà. Specialmente su questo secondo fenomeno non si insisterà mai abbastanza: bisogna che se ne convincono tutti i membri della f. (a cominciare dai genitori) e provvedano in tempo se non vogliono porre i germi di inevitabili dolorosissime discordie. Anche i pastori d'animo si lascino condurre nei loro consigli da un sano realismo, di cui il tempo renderà sempre più evidenti i benefici.

Il legislatore ha cercato di dare contenuto più concreto alle indicazioni o alle esigenze del diritto naturale finora esposte. Per il salario familiare sono note le disposizioni per gli assegni familiari (v. SALARIO). Per il regime patrimoniale nel matrimonio è noto che il codice civile italiano prevede un regime legale (quello di separazione dei beni) e dei regimi convenzionali (patrimonio familiare, dote, comunione degli utili); ammette quindi, sia pure con molti temperamenti, la forma comunitaria a cui inclina l'amore, ma non nasconde le sue preferenze per la forma non comunitaria. Opportunamente la legge si pone nell'ipotesi che l'amore venga meno, perché in caso diverso le difficoltà non sorgeranno o saranno risolte senza ricorrere al legislatore. Molto minutamente è trattata la questione degli alimenti. Se ne occupa il tit. XIII del l. I, precisando le persone obbligate (art. 433 sgg.); la misura (art. 438 sgg.), le forme (art. 443). Pure molto minuziosa è la regolamentazione

giuridica dell'istituto dell'eredità, che occupa quasi completamente il l. II: sono da segnalare l'istituto della legittima e la successione legittima con cui si provvede, senza sopprimere totalmente la libertà di disposizione che compete al titolare del diritto di proprietà, alla continuità del patrimonio familiare e ai diritti provenienti dai vincoli di sangue o legittima comunanza di vita familiare.

Sul contenuto e i confini del diritto di proprietà della moglie e dei figli parlano diffusamente i moraliati (de dominio uxorum, de dominio filiorum familias), cercando di precisare, spesso con preoccupazioni eccessivamente casistiche, che cosa l'una o gli altri possono legittimamente acquistare; conseguentemente si occupano assai di stabilire quando e in quale misura le persone in oggetto peccano, sottraendo qualche cosa in casa, e fin dove sono tenute alla restituzione. In generale per la colpa nei «furti» della moglie e dei figli esigono una materia più grave che per gli altri (v. FURTO).

L'esigenza comunitaria, e quindi transpersonale, dei beni della f. sembra richiedere delle forme particolarmente stabili. In questa linea è da porre l'affermazione di Pio XII nel Radiomessaggio per il cinquantenario della «Rerum navorum» sul podere familiare (AAS, 33 [1947], p. 202).

IV. F. E SCUOLA. - Si è ricordato sopra che il diritto e il dovere di educare appartiene originariamente alla f. (si vedano però i diritti della Chiesa per la formazione alla vita soprannaturale). Senonché la f. non è sempre in grado di attendervi direttamente: «di fatto consta che il più delle volte i genitori non possono assumersi in tutte le parti l'ufficio assorbente di compiere l'opera di educazione e di istruzione del fanciullo» (Unione int. di studi sociali, Codice sociale, Revigo 1927, n. 20). Innanzi tutto per mancanza delle cognizioni e delle direttive da comunicare (si pensi al cumulo di cognizioni che deve possedere l'educatore, specialmente in una società progredita); poi per mancanza di tempo (si pensi al lavoratore medio che solitamente lascia la casa, per recarsi al lavoro, di buon mattino e vi fa ritorno assai tardi la sera, senza possibilità di avvicinare a lungo i propri barabini); infine per mancanza della necessaria tranquillità (si rifletta quanta tranquillità e pazienza si richiedono per educare veramente, ecc.). Alla sua insufficienza la f. supplisce, affidando ad altri quello che direttamente non è in grado di fare: sorge così la scuola. Senonché i genitori non sono sempre in grado di aprire essi stessi una scuola. Interviene allora la società: sorge così la scuola statale; riguardo alla quale i genitori conservano la libertà di scelta e il diritto di sorveglianza, qualora o per necessità o per altri motivi scelgano la scuola statale (v. EDUCAZIONE; INSEGNAMENTO, libertà d').

V. F. E SOCIETÀ. - I rapporti che intercedono tra la f. e la società discendono chiaramente da quanto si è detto. Sostanzialmente si riducono a tre: 1) la f. precede la società; 2) la società deve mettere la f. in condizione di poter attendere alla sua grande missione; 3) la società deve costringere la f. ad attendere al suo compito, almeno per un minimo, sostituendosi ad essa se è necessario.

La precedenza della f. sulla società è innanzi tutto di tempo: la f. è stata la prima forma di organizzazione sociale, la prima scuola e il primo tempio; il capo della f. è stato il primo superiore civile e il primo sacerdote; donde l'importanza delle stirpi e della tribù. La precedenza della f. sulla società è anche di valore, essendo la società un mezzo per assicurare alla f. e per essa all'individuo, ciò che è indispensabile per raggiungere il proprio fine. Si rifletta, ad es., su ciò che si è detto a riguardo della scuola. Ciò esige che «lo Stato deve riconoscere

la f. come è stata costituita da Dio; proteggerla contro tutti i suoi nemici, rimovendo dall'ambiente pubblico ogni elemento di perversione e creando un'atmosfera morale sana e conveniente, aiutarla al compimento della sua missione; spingerla all'adempimento dei suoi doveri... (I.C.A.S., Per una comunità cristiana, Roma 1945, n. 24). Tali concetti sono stati fortemente e ripetutamente affermati dagli ultimi Pontefici contro le tendenze dittatoriali di alcuni governi e le concezioni pseudo-mistiche della vita sociale. Meritano di essere segnalate per la loro importanza le encl. Divini illius magistri a Mit brennender Sorge di Pio XI (AAS, 22 [1930], pp. 49-86; 29 [1937], pp. 145-67, 168-88) e il Radiomenaggio per il Natale 1942 di Pio XII (ibid., 35 [1943], p. 19). A tali concetti si ispira, quantunque con espressioni talvolta non sufficientemente chiare, la nuova Costituzione italiana. L'art. 29 infatti dice che « la Repubblica riconosce i diritti della f. come società naturale fondata sul matrimonio »; e l'art. 31: « La Repubblica agevola con misure economiche a altre provvidenze la formazione della f. a l'adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle f. numerose ».

L'intervento statale può giungere fino a costringere la f. ad adempiere la sua missione, sostituendosi addirittura ad essa, in casi estremi. Il fanciullo infatti « ha diritto alla formazione fisica, intellettuale, morale e religiosa » (Unione int. di studi soc., Codice sociale, Rovigo 1927, n. 19). L'ambiente naturale per averla è la f.; a questa quindi spetta innanzi tutto di prestarla. Ma se questa, per incapacità o cattiva volontà, non la presta, diventa indispensabile l'intervento dello Stato. È perciò « necessaria una legislazione protettrica dei diritti del fanciullo contro i genitori incapaci, negligenti e perversi » (loc. cit.). Giustamente l'art. 30 della Costituzione italiana dice che « nei casi di incapacità dei genitori, la legge provvede a che siano assolti i loro compiti ».

Un punto particolarmente delicato nell'azione della società è l'armonizzazione fra i diritti della f. come unica via legittima di trasmissione della vita e i diritti inalienabili della persona anche se nata fuori della f. Se infatti « s'impone al legislatore la distinzione fra la trasmissione legittima e la trasmissione illegittima della vita » (op. cit., n. 15), d'altra parte « anche il fanciullo nato fuori del matrimonio ha dei diritti, che vanno tutelati » (op. cit., n. 18). « Il trattamento giuridico dei figli procreati fuori del matrimonio ha sempre costituito un grave problema per il sociologo, per l'uomo politico e quindi per il legislatore. Si notano infatti due esigenze che sono in netto contrasto. In un certo senso, si vorrebbe allargare la protezione dovuta a questi disgraziati, estendendo anche a loro i benefici derivanti dal riconosciuto rapporto di filiazione, come fossero figli legittimi, dato che si tratta di innocenti che per giunta più degli altri si trovano esposti alle difficoltà morali e materiali della vita. D'altra parte, è pure necessario discriminare nettamente la loro posizione, per il prestigio a l'onore dovuto alla f. legittima che è la base della compagine sociale e dalla quale pertanto sarebbe augurabile che venissero le nuove generazioni alla società: bisogna evitare che il fenomeno della filiazione si presenti alla coscienza dei cittadini come un fenomeno semplicemente naturale, mentre vi è connessa tutta una questione morale ed il problema sociale dell'allervamento e della educazione degli esseri che si sono fatti nascere » (A. Trabucchi, Istituzione di diritto civile, 3ª ed., Padova 1947, p. 240). Da questo punto di vista buona è la formula adottata nella Costituzione (art. 30): « La legge assicura ai figli nati fuori del matrimonio ogni tutela giuridica e sociale, compatibile con i diritti dei membri della f. legittima ».

VI. F. E POLITICA. — L'importanza del rapporto f.-società sembra esigere una maggiore presenza della f. nella conduzione della cosa pubblica. Precisare le forme di tale presenza è difficile allo stato attuale degli studi. Qui basterà ricordare il punto VIII della Déclaration des droits de la famille letta a Lille il 5 dic. 1920 dal gen. Castelnau e la posizione del

Codice sociale dell'Unione di Malines. Il punto VIII dice: « La famille, vraie cellule sociale, a le droit d'élite des mandataires aux assemblées de la commune, du département, de la région, de la nation. Le père dispose, en sus de sa voix personnelle, d'un nombre de voix égal ou proportionnel à celui des enfants mineurs non émancipés qui sont sous sa puissance. La mère vote au nom du père mort, absent, interdit, déchu ». E il Codice sociale: « Per garantire i diritti della f. importa ch'essa possa essere rappresentata nelle assemblee del comune, nella regione, della nazione. Così, p. es., il padre potrebbe disporre, oltre che del suo voto personale, di un numero di voti uguale o proporzionale all'importanza del focolare di cui è custode » (n. 33).

BIBLI: V. MATRIMONIO. E inoltre: P. Villari, La f. e la Stato nella storia it., Milano 1868; G. Lippert, Die Geschichte der Familie, Stoccarda 1889; W. H. Brunet, Family, in Dictionary of the Bible, I, pp. 846-50; M. Tamassia, La f. italiana, Palermo 1910; P. Aloisi Mattella, La consacrazione della f. al S. Cuore di Gesù, Roma 1917; P. Bureau, L'indiscipline des mœurs, Parigi 1920; B. Dubellet, La famille, l'Église, l'État dans l'éducation, ivi 1921; A. Gemelli, L'origine della f., Milano 1921; I. Zamenski, La crise de la natalité et la désorganisation familiale, nella Semaine sociale de France, Grenoble 1923, Parigi 1924; A. Cesa, Il diritto di f., Roma 1924; P. Mali, Morale familiale, Parigi 1928; Ch. Diede, Les allocations familiales, Lovano 1929; P. Chaetel, La famille en Russie savienne, Parigi 1929; A. Baudrillart, Mœurs jubées, mœurs chrétiennes, I: La famille dans l'antiquité et aux premiers siècles du christianisme, ivi 1929; F. Geny, Le maintien et la défense de la famille par le droit, ivi 1930; Settimane Sociali d'Italia, XIII sess. (1926), La f. cristiana, 2ª ed., Milano 1931; L. Bouchard, Le certificat préhospital, Etude de droit comparé et de législation, Parigi 1931; I. Giordani, Il protestantismo e la disobrazion della f., in Il matrimonio cristiano, Milano 1931, pp. 120-63; E. D'Alberto, La previdenza come difesa dell'unità della f. ibid., pp. 230-57; F. Baudrillart, Marquis et natalité, Bruxelles 1932; J. Leclercq, L'eroe de droit naturel, II: La famille, Namur 1933; G. Somers, La f., Milano 1935; F. Loffredo, Politica della f., Roma 1938; D. Aringoli, La f. italiana attraverso i secoli, Bologna 1938; A. M. Rella, Idode della f. cristiana, Brescia 1942; G. Dossetti, La f. nel messaggio pontificio, in Rivista internazionale di scienze sociali, 51 (1943), pp. 202-10; F. Degoli, Il diritto di f. nel nuovo Cod. civ. ital., Padova 1943; Th. Todi, Matrimonio e f., Roma 1944; A. Bouchard, La f. cristiana, ivi 1944; G. Marchetti, La f., ivi 1945; Il matrimonio e la f. cristiana, 3ª ed., Milano 1945; A. Lo Monaco, La f. nella storia della civiltà, Alba 1945; M. Matteucci, La proprietà, il lavoro, la f. nel diritto sovietico, Roma 1946; G. Bernucci, La f., ivi 1947. Giovanni Battista Guzzini

V. LA F. E L'EDUCAZIONE.

I. L'EDUCAZIONE NELLA F

La f. presenta nell'ordine logico il primo ambiente e il primo tipo di educazione. Questa, infatti, spetta ad essa di diritto, come la procreazione (v. EDUCAZIONE); si deve anzi dire che l'educazione non è se non il prolungamento morale del fatto fisico della procreazione, in quanto le nuove creature, che vengono alla luce, sono persone umane, dotate non soltanto di corpo, ma anche di anima spirituale, bisognosi, l'uno e l'altra, delle cure e premure necessarie al loro sviluppo e progresso.

La f., inoltre, presenta il primo ambiente e il primo tipo di educazione umana anche nell'ordine storico; la scuola, infatti, viene dopo, quando la società, accresciuta in numero e in complessità di funzioni, richiederà nei cittadini qualità particolari fisiche, culturali e morali, la quali esigeranno l'opera « affiancatrice » o « integratrice » di altri e non « sostitutrice », perché nulla può sovvertire l'ordine logico sopraccennato, e nessuna opera di altri, come dimostra l'esperienza, vale l'opera della f., essendo questa fondata sull'istinto naturale, sul disinteresse, sull'amore, sul diritto, per così dire, di proprietà, sentito e cosciente, che i genitori hanno sullo « loro » creature. E anche nei casi deprecabili, in cui l'opera di altri diventi necessariamente « sostitutrice », l'edu-

cazione tanto più potrà sopperire alla mancanza altrui, quanto più saprà accostarsi alla forma, al calore e all'affetto della educazione che sa impartire la f. Testimone la frase comune, pur sempre delicata e deliziosa, che si pronuncia in questi casi: «ti farò da padre; ti farò da mamma».

1. Valore della educazione familiare. — L'educazione familiare assume maggiore e minor valore, maggior o minore completezza, secondo il fine che s'intende raggiungere e secondo la dignità che si attribuisce all'istituto della f. Ora il cristianesimo assegna ad ogni individuo un fine totalitario, che abbraccia la vita naturale nei suoi aspetti fisico, intellettuale, morale, sociale, e la vita soprannaturale, largita dalla Grazia, che sbocca al suo termine della salvezza eterna: e alla f., mediante il Matrimonio elevato alla dignità di Sacramento, dà un valore e nello stesso tempo una forza, che altrimenti non avrebbe. L'educazione domestica, perciò, dovrà avere di mira tutti i fini sopraccennati e dovrà saper potenziare i mezzi per raggiungerli con le linfe salutari, che derivano dal cristianesimo e dalla sua pratica.

2. Didattica della educazione familiare. — Quanto all'arte didattica, secondo cui impartire e svolgere l'educazione, si deve osservare che essa si distingue fondamentalmente dalla didattica della scuola. Questa, infatti, esige elementi ambientali e tecnici particolari; quella, invece, non è che frutto spontaneo e continuato di quel medesimo amore, che ha dato ai bimbi la vita e ora intende conservarla loro e farla progredire. Amore, e quindi arte, che non s'impara sui libri di una scuola; tanto è vero che genitori, anche di poca cultura, si sono dimostrati e si dimostrano ancora, in pratica, ottimi educatori. Il che non giustifica affatto l'eccesso opposto, vivo purtroppo in molte f., di pensare che ad un'educazione familiare sono basti l'inclinazione spontanea della natura. La quale non è sempre costante, ordinata, tempestiva, pronta a porgere una mano sicura in tutte le variabilissime e sempre varianti situazioni di carattere, di temperamento, di età, di ambienti. Di qui la necessità, per i genitori, di darsi quella cultura, specializzata in materia, che, alleata con la natura, offrirà loro un criterio sicuro e coscienzioso. Appunto perché le situazioni psicologiche dei figli, anche nell'ambito della stessa f., sono diverse e talora contrastanti, occorre per un'educazione efficace un'elasticità di giudizio, un'oculezza, una larghezza di idee, una disinvoltura di applicazione, che la natura non dà sempre, in piena efficienza, da sola, e perciò bisogna potenziarla con la lettura, lo studio, l'osservazione. E se l'arte dell'educatore è sempre difficile, tanto più ardua si manifesta, quando si tratta della educazione domestica.

3. Aspetti e mezzi della educazione familiare. — Come per ogni altra specie di educazione, anche per quella familiare gli aspetti sono due: negativo (impedire il male), positivo (formare al bene).

Sotto l'aspetto negativo di impedire il male, i mezzi da adoperare sono ora l'imposizione, ora la punizione: meglio tuttavia cercare, per una parte, di prevenire il male, onde non averlo poi a punire, e per l'altra, di formare coscienze forti e risolute, onde non avete necessità di imposizioni. Il che indica subito l'importanza straordinaria che riveste l'aspetto positivo.

a) Per formare al bene, il primo requisito necessario nella f. è l'esempio dei genitori-educatori. Tutti si copiano tra di loro; i bambini, specialmente, sono esposti più degli altri a ricalcare le grandi persone e di preferenza quelle che stanno loro vicine, soprattutto i genitori, che sembrano loro esseri eccezionali, nei quali non c'è nulla da condannare; tanto più che l'esempio può precedere la parola e produrre il suo effetto anche prima che il bambino possa capire un'esortazione o rilevare l'importanza di una cosa. All'esempio devono seguire l'invito, l'esortazione, le spiegazioni, gli ammaestramenti, diversi sempre secondo le circostanze e i tipi e le età.

A questo proposito bisognerà tuttavia evitare di mostrarsi importuni, pesanti, opprimenti, monotoni, uggiosi. b) Il secondo mezzo è capire la gioventù e i figli propri. Una piccola riflessione retroattiva su quello che s'avrebbe desiderato, quando s'era a propria volta piccoli, è della massima efficacia orientativa. Capire anche i tempi, che possono cambiare e arrecare con sé particolari esigenze. c) Il terzo mezzo è amore i figli. Sotto questo aspetto parecchi difetti occorre evitare: la troppa condiscendenza con il pretesto che, crescendo, i figli capiranno da sé; le troppe moine, che visiamo a trasformarsi presto i capricci in imposizione da parte dei viziati; la separazione della severità dall'indulgenza; lasciare, p. es., la severità al babbo, l'indulgenza alla mamma, mentre l'opera di tutti e due i genitori dev'essere sostanziata di amore e di autorità, dosabili nella loro fusione o contemperamento secondo le circostanze. d) Quarto mezzo, rispettare i figli, evitando dinanzi ad essi discorsi od esibizioni di altri o di visioni, che, se anche in quel particolare momento essi non comprendono, scendono però con facilità nel subcosciente per affiorare più tardi e turbare. e) Vigiliare lo sviluppo dei figli per fornire loro volta per volta, secondo la loro età e la loro maturità, quelle spiegazioni che sono necessarie per orientarsi, capire la vita, creare relazioni e così evitare morbose introspezioni, suggerimenti malvagi, passi falsi, che tosto o tardi precipitano nell'abisso. f) Considerare i figli sotto l'aspetto soprannaturale: cioè come doni di Dio da custodire e preservare per lui, da perfezionare e santificare per la sua gloria e per il benessere della società: educarli, quindi, alla franchezza, alla purezza, all'obbedienza, all'amore del sacrificio e della rinuncia, alla generosità, all'eroismo del dovere quotidiano; di valore insostituibile saranno perciò in questo campo i mezzi offerti dalla religione cattolica con i suoi Sacramenti (educazione eucaristica; formazione della coscienza mediante la Confessione e la direzione spirituale) e con il suo altissimo spirito di fratellanza e di amore (educazione alla carità, al rispetto del lavoro, del meno abbiante, dell'operaio, dei domestici; alla benevolenza verso chi soffre; al servizio del prossimo in qualunque sua necessità; allo spirito di società, che spegne ogni senso di egoismo e di egoicentriamo per instaurare l'arte vera della convivenza umana: vivere gli uni per gli altri).

II. L'EDUCAZIONE PER LA F

Da quanto è stato in breve accennato, si deduce che l'arte dell'educazione domestica è, nella sua importanza e per le sue conseguenze, assai difficile. Conviene perciò preparativi, perché ogni arte si apprende attraverso l'esercizio, per non trovarsi poi nella fase di novizi, quando la situazione ne esigerà la pratica. Lasciando per la voce MATRIMONIO quanto riguarda la preparazione pedagogica specifica al grande atto, basterà accennare qui alla preparazione remota necessaria a tutti quelli che in una futura f. dovranno educare. Questa preparazione impone che i mezzi indicati per la formazione degli altri al bene siano prima di tutto adoperati per la formazione propria; perché solo così si potranno proporre un giorno con l'autorità e l'efficacia, che derivano dall'esperienza. È rimasta celebre la risposta di Napoleone I alla domanda «Quando comincia l'educazione di un fanciullo?» — «Vent'anni prima della sua nascita con l'educazione della madre». La preparazione impone anche la lettura e lo studio della pedagogia familiare e la costante riflessione sopra due principi, espressi a modo di proverbio: a) «Ogni uomo è erede ed ogni uomo è antenato» riceve, cioè, attraverso la lunga serie delle generazioni da cui deriva e specialmente dai genitori qualcosa dei suoi antenati, a nello stesso tempo darà, fondando la propria f., qualcosa di sé ai suoi discendenti. L'eredità non distrugge, tranne in casi specialissimi, la libera volontà; però i difetti dell'antenato possono ripercuotersi, talora in un modo mistero e tragico, nella discendenza prossima e remota; b) «La mano che culla la cura dirige il mondo», nel senso che la madre deve preparare le sue creature alla vita di domani (e tra di esse parecchie potranno domani essere chiamate a dirigere gli affari e la nazione) e al compito che in qualunque caso dovranno svolgere.
BIBL.: Enc. di Pio XI, Divini illius Magistri (AAS, 21 [1909], pp. 723-62), e il mirabile e pieno commento di Pio XII nei Discorsi agli sposi: F.Gay-L. Cousin, Comment l'élève nom enfant, Parigi 1931; Association du mariage chrétien, Pour bien élever vos enfants, ivi 1937; M. e G. Modugon, Ascendere insieme, Roma 1943; R. Plus, Criste al focolare, 2ª ed., Torino 1946, pp. 443-448; G. B. Allara, Il libro della mamma, ivi 1947; Verine, L'art d'aimer vos enfants, Parigi 1948. Celestino Testore

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FAMIGLIA DEL SACRO CUORE DI GESÙ DI BRENTANA. - L'Istituto fu fondato il 22 sett. 1880 in Brentana (Milano) e solo tre anni dopo veniva approvato, insieme con le costituzioni, dall'arcivescovo di Milano (3 genn. 1883). Ottonne il decreto di lode nel 1894, quello di approvazione il 17 ag. 1917. Le costituzioni furono definitivamente approvate il 24 febbr. 1923.

Il fine specifico è quello di riparare le ingiurie al S. Cuore di Gesù mediante un culto speciale verso l'Eucaristia, di educare e istruire cristianamente la gioventù, di promuovere lo splendore delle sacre funzioni con la confezione di sacre suppellettili; di visitare e assistere ammalate a domicilio o in pubblici ospedali.

L'Istituto ha 22 case con 143 suore.

BIBL.: Arch. S. Congr. dei Religiosi, M. 57.

Agostino Pugliese

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“FAMIGLIA.” Enciclopedia Cattolica, vol. V (1950), p. 597. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/famiglia.