SALARIO. - Allorché un lavoratore cede la sua opera a prezzo fisso, cioè per una quantità fissa di moneta, oraria, giornaliera, settimanale, quindicinale o mensile, senza alcun riferimento con la reale produttività del lavoro ceduto, la remunerazione prende il nome di s. e il lavoratore è un salariato: e salariato vengono anche detti l'istituto contrattuale e il regime economico che lo concerne (la parola s. ricorda il sale che serviva, ai tempi dell'antica Roma regia, per compensare i soldati e il lavoro proletario impiegato in opere pubbliche). Anche oggi il termine s. è adoperato per designare la retribuzione corrisposta ai lavoratori del braccio, mentre per gli altri che svolgono un'attività di pensiero e di responsabilità direttiva si usa il termine stipendio.
Il s. può essere: 1) a tempo, se fissato in base all'unità di tempo impiegata nel lavoro (un tanto all'ora). Solo impropriamente si parla di s. a cottimo, se fissato assumendo come criterio l'unità di lavoro (un tanto per ogni lavoro), e di s. a premio, se si prende a base l'unità di lavoro da eseguirsi in un tempo massimo e si retribuiscono con premi le frazioni di tempo risparmiate; 2) assoluto, se fissato in rispondenza ad una famiglia media tipo, in modo da non fare differenza tra lavoratori sposati e non sposati; 3) relativo, se fissato in base alle unità familiari a carico del lavoratore.
I. CARATTERISTICHE DEL CONTRATTO DI S
Caratteristica sostanziale del contratto salariale è quella di essere senza termine e senza garanzia: onde il rapporto contrattuale può venire rescisso in ogni momento. Pur essendo ineccepibile, se considerato in astratto, come etica e diritto, il salariato rappresenta la condizione meno favorevole che possa venire fatta a un lavoratore capace e volenteroso: sia dal punto di vista del giusto prezzo del lavoro, sia dall'altro della precarietà dell'occupazione e della situazione morale che ne consegue. Purtroppo tale istituto contrattuale è collegato a situazioni e condizioni generali delle industrie, non solo di quelle stagionali o agricole, ma anche di tutte le altre che sono legate alla instabilità dei mercati, e a situazioni politiche ed economiche imprevedibili, fluttuanti e incerte. Per queste ragioni ogni volta che le industrie debbono potersi liberare della mano d'opera eccedente i bisogni reali, e ciò senza eccessivi carichi di indennità, il salariato è abbandonato alla sua sorte. Allo stato attuale delle cose però la maggior parte delle industrie non è in grado di garantire all'operaio, e in particolare a quello generico e non specializzato, una condizione materialmente e moralmente diversa dal salariato. Al sistema del s. è connessa una penosa condizione spirituale che ne è la diretta conseguenza: essa, se poté essere scarsamente avvertita e non gravare eccessivamente quando la massa operaia era incolta e avvezza a un regime di vita assai parsimonioso, è divenuta oggi insopportabile per una crescente schiera di lavoratori, lapiù sana, che attraverso la migliorata cultura, l'osservazione dei fatti, la preparazione professionale, la capacità di critica, la vita più varia e confortevole, infine la partecipazione alla vita pubblica, ambisce oramai alle soddisfazioni soprattutto morali dovute al merito, alla collaborazione e all'iniziativa. Si aggiunga che il più stretto contatto con i datori di lavoro e dirigenti non ha, generalmente, giovato all'antico prestigio di costoro agli occhi dei lavoratori.
A tale complesso stato di cose si è cercato di portare attenuazioni e correttivi auspice la Chiesa stessa (v. ANNO; RERUM SERVARUM) mediante provvidenze sociali di varia specie, progressivamente adottate in questo ultimo secolo in tutte le nazioni civili. Tali sono: le integrazioni salariali rappresentate dalle molte indennità per lavori straordinari, gravosi o pericolosi; la garanzia dei contratti collettivi di categoria su scala provinciale, regionale o nazionale, particolarmente per quanto concerne i minimi salariali, le classifiche di specializzazione, i trattamenti di ferie, di malattia, d'infortunio, di quiescenza, il preavviso di licenziamento, le commissioni interne di fabbrica; la scala mobile per l'adeguamento semiautomatico dei s. al costo della vita; le molteplici forme di assistenza, di previdenza e di assicurazione; il contratto di cottimo, che retribuisce alcuni lavori a misura o a numero, e i contratti misti o a incentivo (s. a compito); la mezzadria, agricola e industriale; i premi di produzione che sotto varie forme compensano i lavoratori più attivi e capaci; la categoria degli intermedi, che rende partecipi gli operai salariati più anziani e sperimentati di alcune condizioni contrattuali, più favorevoli, proprie della categoria impiegatizia; infine il s. familiare, che adegua in qualche misura la retribuzione al bisogno effettivo, aumentandola di tanti separati assegni per quante sono le persone della famiglia a carico del lavoratore.
Tale regolamentazione, che si va facendo sempre più complessa e minuta, ha un suo innegabile valore umano e sociale, tutelando la dignità intrinseca del lavoro: non se ne debbono, però, passare sotto silenzio i lati negativi, consistenti principalmente nel fatto che essa avvantaggia soprattutto i meno meritevoli e meno preparati, senza stimolarli al miglioramento spirituale e professionale, mentre nei riguardi dei più meritevoli e sperimentati essa porta a limitazioni della liberalità generalmente osservata dalle aziende verso i loro più validi e affezionati collaborativi. Ne consegue che all'accrescimento degli oneri sociali obbligatori, si accompagna anche il malcontento dei migliori e un generale minore rendimento del lavoro.
II. SOLUZIONE DEL PROBLEMA SALARIALE
Il s. in moneta dicesi nominale, in quanto non dà la misura dell'effettivo benessere guadagnato dal lavoratore: ragguagliato ai prezzi delle cose indispensabili alla vita, cioè tradotto in prodotti e servizi comperabili con la moneta del s., questo diventa reale.Le agitazioni sindacali non possono influire che sul s. nominale; da ciò la loro scarsa efficacia pratica nel complesso. Per accrescere i s. reali è necessario invece influire sui prezzi o, ciò che è lo stesso, sul potere d'acquisto della moneta, con mezzi economici che il sindacalismo operaio ignora o non è in grado di manovrare (v. PREZZO). Accade così che gli aumenti salariali determinando, da soli, un accrescimento dei costi di produzione o una diminuzione dei profitti industriali, fanno generalmente salire i prezzi (v. SALARIO, REGIME). Passato, almeno sul terreno delle idee, il periodo cruciale delle rivendicazioni salariali, con le conquiste a cui si è accennato, è opportuno ormai avviarsi a soluzioni integrali e decisive.
La soluzione vera del problema non sta, evidentemente, nei precari accordi sull'altezza del s. tra gli interessati a farli crescere, e gli interessati a mantenerli costanti: ma forse nel riportare sotto questo nuovo clima di rivalorizzazione umana del lavoro, la concorrenza tra i salariati e i datori di lavoro, dopo aver risolta la questione del finanziamento industriale, nel senso di poter equilibrare l'offerta di lavoratori con la domanda di mano d'opera, assicurando quindi ai lavoratori la facoltà e la materiale possibilità di scelta dell'impiego.
Soltanto attraverso tale libertà di scelta i s. salgono
e il merito individuale trova il modo di manifestarsi e di essere apprezzato. Ogni altra provvidenza non rappresenterebbe che un surrogato parziale e di scarsa efficacia. Impediscono attualmente tale libertà l'insufficienza dei capitali, l'impreparazione professionale della mano d'opera, nonché la scarsa mobilità dei capitali e delle forze del lavoro, cui viene impedito dalle politiche di incontrarsi dove e quando sarebbe utile, necessario e possibile.
Nessuna azienda può vivere e prosperare, pur lottando e perfezionandosi, se le venga sottratto il governo della mano d'opera in quantità, specie e retribuzione; ciò è vero anche per i regimi totalitari e per le aziende statali. È per questo che il problema salariale, nonostante che per urgenza e gravità abbia attirato e attivi l'attenzione e desti le preoccupazioni delle classi e dei governi, non solo non è preminente tra i problemi economici ma, se considerato tale, siva le intelligenze e le buone volontà dallo studio dei problemi sostanziali che sono quelli del risparmio, dell'assicurazione del risparmio (v.).
Dopo un secolo di lotte, è prevalsa nel campo sociale la massima che vieta di considerare il lavoro come una merce soggetta alla legge dell'offerta e della domanda, rivendicando invece al lavoro il suo nobile carattere umano. È una massima però morale e non economica. È vero: la morale sociale può, anzi deve intervenire per correggere le asprezze delle leggi naturali, quindi anche di quelle economiche, ad es., col s. minimo e con quello familiare, come ormai è stato fatto SOCIALISMO (v.): ciò non autorizza però a confondere la scienza economica con la morale fino al punto di negare a quella ogni autonomia nel proprio campo di azione (v. LAVORO; SALARIALE, REGIME).
Il sofisma marxista per cui l'impossibilità per l'operaio di acquistare col proprio s. la merce prodotta col proprio lavoro sarebbe prova di un furto del capitale sul s. del lavoratore, è tutt'uno con il crollato assioma del valore misurato dalle ore di lavoro. Produzione e cambio sono due atti distinti che si realizzano sotto regimi e secondo leggi diverse: il costo di produzione, che non è formato soltanto di s., non ha relazioni obbligate col valore di scambio che viene stabilito o consentito dal mercato (v. SCAMBIO).