SALARIALE, REGIME

SALARIALE, REGIME. - È il regime sociale caratterizzato dal soverchiare, nel mondo del lavoro, della forma retributiva salariale sulle altre forme contrattuali, e quindi della condizione di salariato tra i lavoratori (v. SALARIO). Di fronte a pochissimi imprenditori e capitalisti, che rispettivamente organizzano e finanziano il lavoro, ripartendone i profitti, e di pochi dirigenti tecnici e amministrativi aventi posizioni sufficientemente stabili e ragguagliate al rendimento, esiste in questo regime una folla di esecutori materiali del lavoro, retribuiti a tempo o a misura, senza garanzia di occupazione.

I. CRISI DEL R. S. - Tale regime, perché precario, è moralmente insoddisfacente per il lavoratore il quale, elevandosi in quanto a preparazione professionale e a coscienza sociale, sente l’offesa di restare estraneo alla vita dell’azienda, cui partecipa con una crescente somma di intelligenza, di operosità e di iniziativa. Più ancora che dal disagio economico, immediatamente sentito e facilmente espresso, il r. s. è pertanto caratterizzato da un sordo disagio spirituale meno precisamente avvertito e più difficilmente esprimibile; è per questo che la questione sociale assume una virulenza o esplode in forme vendicative che non sono generalmente in proporzione con le cause economiche dichiarate: insufficienza delle paghe o altro. La incontestabilità, anche dei meglio retribuiti fra gli operai, deriva appunto dall’impossibile appagamento delle necessità spirituali con mezzi soltanto economici, e soprattutto dalla mancanza di tranquillità per l’avvenire. Imprenditori e capitalisti, nel secolo del materialismo e del liberalismo economico, non prevedono o non compresero il rapido maturare di tali esigenze, e si lasciarono perciò strappare dalle mani le leve del progresso sociale (v. PROGRESSO). I lavoratori dal canto loro, obbedendo ad agitatori politici, figli del medesimo secolo, ebbero il torto di porre la questione sopra un piano rivoluzionario unicursale che irrigidì a difesa la classe padronale, moltiplicandone le ragioni di resistenza: onde alcuni si chiedono se le agitazioni susseguites durante un secolo abbiano accelerata o ritardata la evoluzione dei rapporti fra gli elementi della produzione: impresa, capitale e lavoro. Certamente il problema fu posto in modo troppo radicale, tendente a riformare della struttura interna delle aziende che non è possibile riescano felici se attuate in atmosfera arroventata di lotta: e che, a ogni modo, non sono realizzabili allo stesso grado e secondo un eguale modello per tutti gli svariatissimi tipi e dimensioni di azienda, per tutte le situazioni e per tutti i paesi.

Tale intrinseca difficoltà ha funzionato, in effetti, da freno all’adozione di riforme ormai universalmente auspicate: la minaccia di attuare mediante imposizioni sindacali o politiche, sempre di scarsa obiettività o inquinate da demagogismo, ha inutilmente preoccupato la classe degli imprenditori, pur già convinta in massima della opportunità e convenienza di riforme, ma convinte anche della loro pericolosità se realizzate con la violenza, e non accompagnate da altre provvidenze di indole economica atte a rendere tranquille e normali anche le condizioni generali dell’industria e dell’agricoltura, e meno difficili e rischiosi il lavoro produttivo e il commercio.

Anche la maturità professionale e morale dei lavoratori va gradualmente portata all’altezza dei nuovi compiti e delle nuove responsabilità.

II. VERSO NUOVE SOLUZIONI

Di fronte alla minaccia di una soluzione autoritaria e perciò grossolana, e di insidiose, oggi, soluzioni politico-sindacali che vanno sotto il nome di co-gestione, per cui le nuove strutture nascerebbero inquinate da odi e da errori, si prospetta necessaria una pronta, volontaria, intelligente iniziativa da parte dei singoli imprenditori, nella misura delle reali possibilità offerte da ciascuna azienda; sembrando poter coesistere forme e gradi diversi di collaborazione, associazione e comproprietà, nel modo stesso in cui il progresso dei mezzi di trasporto li lascia coesistere ancora tutti, dal più antico al più moderno, selezionando fra essi opportunamente il lavoro.

Il punto morto può e deve essere superato, e già in Italia e fuori non mancano esempi felici di tali coraggiose iniziative aziendali. Lo spirito cristiano e la solidarietà tra gli imprenditori costituiscono la migliore disposizione per una tale opera: lo prova il successo dell’«Union internationale des patrons catholiques»: UNIAPAC (v. la cui finalità è appunto lo studio, l’incoraggiamento e la realizzazione di consimili iniziative. L’evoluzione del r. s. verso le forme sopraccennate è stata infatti presentata come un conflitto tra capitale e lavoro, ossia tra capitalisti e lavoratori, dimenticando la preminente figura e la funzione sociale dell’imprenditore (v): ad esso, come colui che chiama il capitale e il lavoro a collaborare con l’idea e l’iniziativa, spetta il privilegio di conservare, o ristabilire quando sia turbata, l’armonia tra i due fattori, attraverso l’armonia tra ciascuno di essi e l’impresa alla quale collaborano. Se la figura dell’imprenditore è andata spesso confusa con quella del capitalista, ciò è forse dovuto all’abuso delle società anonime, nelle quali chi presta il capitale è anche comproprietario dell’azienda, ma non ne esercita le funzioni. La giustizia sociale si realizza con porre sullo stesso piano i tre fattori della produzione, senza privilegi, distribuendo il profitto proporzionalmente al merito. Questa proporzione però non è costante, né rispetto ai vari tipi di industria, né rispetto al tempo: per l’imprenditore e il capitalista, p. es., è generalmente massimo nel periodo iniziale della impresa, quando rischi e incertezze raggiungono il livello più elevato, ma può tornare elevato anche per le imprese più solide, in determinante contingenze politiche, economiche e sociali. Come l’imprenditore può liberarsi dalla mano d’opera esuberante, così dovrebbe potersi liberare del capitale divenuto troppo costoso nella fase di normale e sicura vita della azienda, sostituendolo con capitale più a buon mercato.

III. FORME DEL R. S. - Circa le forme verso le quali il r. s. va evolvendosi, si accenna alle principali. Il continuo, il salario misto e la retribuzione a incentivo possono venire ancora migliorati e organizzati, fino a dar luogo a piccole imprese quasi autonome, nel seno dell’impresa principale; la compartecipazione agli utili dell’azienda (v. PARTECIPAZIONISMO), l’azionariato operaio e la collaborazione in vario grado dei lavoratori (compresi gli impiegati) alla gestione, il decentramento e l’autonomia di reparti o servizi, i molteplici tipi di contratti in partecipazione e di associazione, di riscatto e di comproprietà sia del prodotto che dei mezzi di produzione presentano una gamma assai ricca di possibilità, alle quali vanno aggiunte

l'énfiteusi (v.) mezzadria (v.) nel campo agricolo; tutte forme sporadicamente sempre esistite e che, anche nei tempi del capitalismo integrale, hanno consentito e tuttora consentono notevoli arricchimenti e un flusso continuo di individui dalle condizioni di salariato alle situazioni indipendenti di piccoli, medi e anche grossi imprenditori, negozianti, commercianti e proprietari.

Le forme cooperative, dove compatibili anche con il fatto produttivo, costituiscono sempre un campo fecondissimo aperto agli operai che mirano a un lavoro indipendente e responsabile: una migliore selezione professionale e una più efficace organizzazione del credito ne consentirebbero senza dubbio uno sviluppo assai più largo, specialmente nei campi dell'artigianato e della piccola industria, del commercio e dei trasporti.

IV. IMPOSTAZIONE MARXISTA E CATTOLICA DEL PROBLEMA

La posizione marxista dinamica alla evoluzione del r. s. è nota: l'illusione che abondano la proprietà privata dei mezzi di produzione e avocandola allo Stato in nome dei lavoratori questi non saranno più sfruttati in quanto a salario, e si sentiranno effettivamente padroni delle aziende, è l'ostacolo principale a una distensione dei rapporti fra i diversi fattori della produzione, nonché ad un esame obbiettivo della situazione e dei suoi problemi. Del resto la ideologia marxista, pur prevedendo la dittatura del proletariato, non contempla affatto l'abolizione o la trasformazione del r. s., e nella pratica ripudia ogni forma di associazione tra impresa, capitale e lavoro, ovvero di partecipazione agli utili industriali.

L'errore d'impostazione, e di metodo, consiste in questo: che mentre le circostanze storiche e ambientali legate a un certo stadio di civiltà economica hanno prodotto o consentito determinare strutture e istituti, oggi si pretende di mutare tali strutture e istituti senza preoccuparsi di trasformare l'ambiente economico che li ha determinati: ambiente legato essenzialmente al progresso tecnico della produzione, dei trasporti, delle comunicazioni, dello scambio, del credito e delle monete, oltre che alla moralità, e al grado di maturità della cultura. Se non si affrontano e non si risolvono (con mezzi rispettivamente economici o morali, e non politici) questi problemi generali, e quelli specificamente economici della misurazione del valore, dell'assicurazione del risparmio, della mobilità dei capitali, del finanziamento razionale delle imprese, nel perfezionamento delle borse e dei mercati, qualsiasi nuova struttura sociale si troverà a dover lottare contro le stesse difficoltà che fanno gemere le vecchie strutture.

La Chiesa cattolica, dichiarando che il r. s. non è per se stesso contrario alla giustizia e alla morale, si è sempre mostrata favorevole alla sua naturale evoluzione, affrettandola con le opere sociali e con i suoi convegni di studio (v. SFTTIMANE SOCIALI) secondo la formula: Tutti proprietari! invece dell'altra che vorrebbe tutti proteggere. E ciò fin da quando la comune interpretazione dei principi della Rivoluzione Francese non consentiva ai lavoratori di organizzarsi e di agire per la difesa dei propri interessi (v. DOTTRINA SOCIALE CATTOLICA).

Nel 1889 si organizzò l'Università cattolica di Friburgo che presto divenne il centro degli studi sociali cristiani. Dopo due congressi internazionali cattolici delle opere sociali (Liggi 1887 e 1890), le attività promosse, le aspirazioni coltivate e gli studi maturati, unitamente ai suggerimenti di G. Toniolo (v.) e dei cardd. Manning (v.) GIBBONS, JAMES (v.) di Baltimora, trovarono uno sbocco concreto e un sovrano sigillo nell'encicl. Rerum Novarum (v.) di Leone XIII (1891) dalla quale data un movimento mondiale di rinascita operaia ispirato a vere necessità integrali di una vita migliore nel senso umano e cristiano.

Nei congressi succedutisi in quegli stessi anni venne progettata la necessità di avviare il r. s. verso nuove forme, e vennero proposti fino da allora il salario familiare, la compartecipazione agli utili, l'azionario operaio (Congressio di Milano, 1894), conferendo vita rigogliosa al movimento cooperativo.

Oggi l'evoluzione del r. s. verso nuove forme può essere accelerata e precisata, oltre che da reali progressi dell'economia, da intelligenti iniziative sociali da parte degli imprenditori, dalla cultura professionale e dalla moderazione dei lavoratori, infine dalla serietà d'intenti degli uni e degli altri.

BIBL.: R. Ricca Salerno, La teoria del salario nella storia delle dottr. econom., Palermo 1900; C. Cornelissen, Théorie du salaire et du salariat, Parigi 1908; E. Lévasseur, Salariat et salaires, 1909; G. Del Vecchio, Lezioni di economia applicata, parte 1, Padova 1937; U. Tonneau, Solaire, in DTHC, XIV, coll. 978-1016; M. Nigro, La democrazia nell'azione, Roma 1946; M. Laloire, Les relations sociales au sein de l'entreprise, Parigi 1947; La parteciipa. agli utili dell'impresa, Roma 1948; A. Graziadei, Il salario e l'interesse nell'equilibrio sociale, 1949; J. Hacssle, L'etica crist. del lavoro, Milano 1949; A. C. L. Appunti sull'evoluzione sociale dell'impresa, 1949; P. Pavan, Per una coscienza sindacale, Roma 1949; G. Di Domenico, Il pensiero sindacale e la giusta impostazione del problema economico, Roma 1950; F. Magri, Crisi del salario (Neo-capitalismo del lavoro), Milano 1950; G. Mira, Storia del movimento operaio, Roma 1950; U. C. I. D., Relazioni umane nell'impresa moderna, 1950.