MANNING, HENRY EDWARD. - Cardinale e arcivescovo di Westminster, n. il 15 luglio 1808 a Totteridge, m. a Westminster il 14 genn. 1892. Di famiglia distinta e particolarmente attaccata alla High Church, crebbe in un ambiente del tutto anticattolico. Sebbene alla Garrow School (di tendenze latitudinariste) avesse dimostrata maggior passione per i cavalli che per i libri, a 19 anni, con l'aiuto di John Anderson, passò al Collegio Balliol di Oxford, ove rivelò i primi segni di quella forza di volontà, che lo distinse nella vita. Il motto, che allora fece suo, aut Caesar aut nihil, manifestava le alte aspirazioni del giovane ventenne, che si vide stroncata la carriera politica per un dissesto finanziario del padre (1831). Entrato nella vita ecclesiastica, vi ottenne subito dei successi: ordinato il 23 dic. 1832, poco dopo diveniva parroco di Lavington, ove sposò la figlia del suo predecessore, Carolina Sergent. Rimasto presto vedovo e senza figli, fu segnalato al novello vescovo di Chichester che lo nominò suo arcidiacono (1841). In questi uffici si distinse per lo zelo a favore delle missioni anglicane e soprattutto per le doti oratorie, che rivelò nei discorsi del decennio 1840-50.
La High Church, minacciata dal «movimento di Oxford» (v.), credeva di avere nel M. un appoggio e un difensore; in realtà nell'animo del brillante arcidiacono un profondo rivolgimento si maturava: pur avverso alla tendenza «romanistica» di Newman e di Pusey, accettò dai due pensatori alcuni principi (soprattutto sull'autorità e il magistero della Chiesa), che dovevano necessariamente condurlo a Roma. Al momento della conversione di Newman (1845), M. fu uno dei più accesi nel condannarlo, anzi gli fu affidato l'incarico di confutarne An essay on the Development of christian doctrine (Oxford 1845). Fu appunto in questo lavoro, che il M. esperimentò in se stesso quel mutamento psicologico, contro il quale era deciso a combattere. L'idea che l'anglicanesimo fosse un ritorno al puro Vangelo non trovò più sostegni nella realtà

Il lungo episcopato (1865-92) del M. porta l'impronta della sua forte personalità: uomo di azione, sorretto da una volontà sempre pronta e da un coraggio straordinario, trasformò la sua arcidiocesi, dotandola di sacerdoti docili e ben preparati, fondando il Seminario di S. Tommaso ad Hammersmith, moltiplicando le chiese, le missioni, le scuole, curandosi degli Irlandesi immigrati, ottenendo dal governo favori per l'Irlanda.
Destinato in gioventù alla carriera politica, seppe da vescovo occuparsi con abilità e con successo dei grandi affari della Chiesa: nella questione dello Stato pontificio, tanto viva quando egli lavorava al fianco del card. Wise-
man, si dimostrò rigido temporalista nell'opera The temporal power of Vicar of Jesus-Christ (Londra 1861). Su questo punto le sue idee si mitigarono molto a contatto della realtà, come risulta dalle sue note intime. La sua più grande battaglia il M. la combatté al Concilio Vaticano, ove si dimostrò fervido assertere delle prerogative papali, soprattutto dell'infallibilità; i suoi pubblici interventi nell'Assemblea furono rari, ma nei corridoi del Concilio egli svolse una grande opera di chiarificazione e di persuasione. A questo lavoro si era preparato con le sue dotte lettere pastorali sull'argomento, che raccolte formarono il volume Petri privilegium (Londra 1871). Dopo il Concilio dissipò le insinuazioni di Gladstone nell'opera The Vatican decrees in their bearing on civil allegiance. A political exposition (ivi 1875) e delineò gli avvenimenti della grande assemblea nella The true story of the Vatican Council (2ª ed., ivi 1878). Purtroppo l'entusiasmo per Roma, dimostrato nel 1870, che lo fece definire il prototipo dell'ultramontanismo inglese, si attenuò alquanto sotto il pontificato di Leone XIII, senza però che questo raffreddamento incidesse nella sua fede di cattolico e nella sua lealtà di vescovo. Dopo il 1870 dovette affrontare la questione dell'insegnamento elementare. Lo Stato sovvenzionava la scuola laica a favore di una minoranza, lasciando in una condizione d'inferiorità la scuola libera della maggioranza (anglicani, metodisti, cattolici). Il M. s'oppose fortemente a quest'ingiustizia e, pur non ottenendo modifiche legislative, preparò con i suoi tempestivi interventi quella distensione morale, che ha condotto il governo inglese ad una migliore valutazione delle ragioni cattoliche. Quanto all'insegnamento universitario, il M., contrariamente al parere del Newman, non permise mai che i cattolici frequentassero Oxford o Cambridge, ritenendo necessaria la fondazione di una università cattolica; l'impresa non riuscì, anche perché, escludendo il Newman, si servì di un uomo che non aveva né il genio né il prestigio dell'escluso. La sua battaglia più gloriosa la combatté sul terreno sociale. Qualcuno lo disse perfino socialista, ma la sua campagna era ispirata al Vangelo; il momento culminante di questa attività fu quello, che è rimasto nella storia con il nome di «pace del cardinale»: lo sciopero di centomila dokers (lavoratori disorganizzati e mal retribuiti) minacciava la guerra civile: tutte le trattative delle autorità erano riuscite vane, quando il M. si recò alla direzione degli imprenditori e compose, fra l'esultanza universale, la difficile vertenza (1889).
Il M. era uomo di azione e a questa subordinò la sua facile penna: le numerose opere preparano o seguono gli atti più importanti della sua attività pastorale e, se non rivelano pensiero profondo né formulazioni nuove, hanno però un'unzione particolare e movenze inconfondibili, che le rendono accette ad ogni genere di lettore. Si spiegano pertanto la loro diffusione e le molte traduzioni in francese e in italiano. Oltre le già ricordate, sono da segnalare: The grounds of faith (Londra 1852); The love of Jesus to penitents (ivi 1863); The internal mission of the Holy Ghost (5ª ed., ivi 1875); The glories of the Sacred Heart (ivi 1876); The eternal priesthood (ivi 1883), l'opera più popolare. La vita del M. si chiuse con un'apoteosi: già nel 1875, al momento della sua elevazione al cardinalato, tutta l'Inghilterra gli testimoniò sincera ammirazione; anche il governo inglese, in varie circostanze, riconobbe la superiorità morale dell'eminente arcivescovo. Egli rese popolare, nella terra di Elisabetta, la porpora romana: nel 1850 il card. Wiseman era accolto con il grido di No popery, nel 1875 il card. M. era salutato dagli evviva di tutti e, nel 1892, il suo feretro, insignito dai simboli della sua dignità, era salutato dai grandi con riverenza, era seguito dal popolo con affetto e rimpianto.
portance de l'épiscopat du card. M., in Collectanea Mechliniensia, 32 (1947), pp. 665-69; L. Marchal, s. V. in DThC, IX, coll. 1895-1915; W. H. Kent, s. V. in Cath. Enc., IX, pp. 604-608; M. Laros, s. V. in LThK, VII, coll. 855-57. Antonio Piolanti