RURALE, QUESTIONE. - Si usa chiamare q. r. quel complesso di problemi sociali che scaturiscono da circostanze di fatto e anche nel moderno assetto economico dell'agricoltura si manifestano, pur con diversi aspetti e modalità, in moltissimi paesi.
Dette circostanze ebbero ed hanno tuttora origini assai varie. Dipesero dalla necessità di combattere l'eccessivo inurbamento o di premiare determinate categorie di cittadini, come nell'antica Roma, creando nel contempo una barriera di popolazione paramilitare romana in zone di confine: ragioni adunque squisitamente politiche e strategiche. Dipendono, oggi, principalmente da motivi economici, quali, p. es., la proporzione tra terre disponibili e popolazione rurale, o tra fattore capitale e fattore lavoro; o da ragioni sociali, quali la necessità di innalzare il livello di vita di determinati strati della popolazione rurale.
In realtà, l'intensificazione dell'agricoltura e il sorgere e il diffondersi dell'industria, non essendosi verificate in ugual misura nei vari territori del mondo e, comunque, non proporzionatamente alla densità delle popolazioni esistenti nei territori stessi, hanno portato a squilibri gravi. Si è così creata una cattiva distribuzione di uomini e di capitali, che non può essere risolta se non attraverso una integrazione delle diverse attività umane e delle popolazioni dei vari territori.
D'altro canto occorre tener presente che l'impresa agricola, per raggiungere fini economici e commerciali, deve modificare la propria struttura attraverso l'industrializzazione e la meccanizzazione, per la necessità di
ridurre i costi nei confronti della concorrenza sui mercati internazionali. Di qui quei metodi di lavorazione in cui la mano d'opera trova minore impiego. Ne derivano perciò problemi di disoccupazione, soprattutto nei confronti delle masse bracciantili, ed una diffidenza verso le grandi aziende industrializzate, con tendenza invece ad una agricoltura di autosufficienza, cioè verso la piccola proprietà diretta coltivarice.
Nei paesi a densa popolazione, come l'Italia, la q. r. può riassumersi in un grave dilemma: da un lato v'è la necessità di industrializzare l'agricoltura, puntando verso bassi costi di produzione, un largo impiego di macchine, produzioni di massa da collocare sui mercati nazionali ed esteri e per approvvigionare le popolazioni delle città ed in genere i ceti non agricoli; dall'altro vi è la necessità di fissare alla terra la più larga possibile quantità di popolazione rurale che viva di una vita a sé stante, con produzione di derrate varie, non elevata in senso assoluto, ma tale da consentire alla famiglia una specie di autosalario a derrate. L'una soluzione comporta minore impiego di mano d'opera non qualificata in senso relativo, ma dà la massa delle derrate occorrenti alla vita della nazione e consente l'organizzazione della produzione basata sulla raccolta dei prodotti, la loro conservazione, lavorazione, preparazione per la distribuzione sui mercati interni ed esteri. L'altra permette di realizzare l'autosufficienza alimentare della famiglia singola e in genere dei soli ceti rurali, ma difficilmente consente la produzione di derrate disponibili sul mercato.
Di fronte a tale dilemma, molti governi - come quello italiano - hanno preferito la seconda soluzione, almeno in buona parte del paese, e ne è esaurita la necessità di nuovi ordinamenti fondiari, manifestantisi attraverso la ridistribuzione di terre, le riforme fondiarie, dei contratti agrari, ecc. Ma anche per raggiungere tali ordinamenti occorrono fortissimi investimenti di capitali, perché è ovvio che la massa delle attrezzature fondiarie aumenta in misura estremamente considerevole, nel caso della creazione di piccole proprietà. D'altro canto, poiché è difficile raggiungere naturalmente il perfetto equilibrio tra grandi, medie e piccole proprietà, come sarebbe auspicabile e tecnicamente razionale, l'intervento dei pubblici poteri in questo campo ed in questa direzione può essere giustificato, purché vengano evitate quanto più è possibile influenze demagogiche.
In taluni altri territori, per contro, la lenta evoluzione dell'impresa agricola ha reso e rende assai modesti i redditi che sia essa si possono ritrarre. In genere in essi si nota una estrema povertà delle popolazioni rurali, perché sia che esse conducano in proprio l'impresa agricola, sia che esse trovino sostentamento prestando i loro servizi al conduttore capitalista, la limitatezza della rendita in senso ricardiano consente una remunerazione del lavoro del tutto insufficiente ad un sia pure modestissimo livello di vita. D'altro canto la proprietà fondiaria concentrata nelle mani di pochi crea praticamente un regime di monopolio con le conseguenze inevitabili in questo regime, mentre, ancora, la scarsità dei redditi ritrabbili dall'esercizio dell'impresa minimizza i capitali che sarebbero necessari per la evoluzione dell'agricoltura. Cosicché in entrambi i casi, quello del diretto coltivatore e quello del partecipante o del salariato, a bassa remunerazione corrisponde bassissimo tenore di vita.
Queste sfavorevoli condizioni vengono quindi a modificarsi soltanto nei paesi in cui o la modesta pressione demografica e le particolari condizioni agrologiche hanno consentito una rapida evoluzione dell'agricoltura; o una imponente massa di capitali investiti nella terra ha consentito il sorgere ed il rafforzarsi di una piccola impresa contadina, che attraverso un'evoluzione razionale e il diffondersi di forme cooperative, consortili, di produttori, di trasformatori e di venditori di prodotti ha raggiunto un equilibrio economico e sociale anche nei confronti dei ceti non rurali; dove cioè si è verificata quella compenetrazione tra agricoltura e industria, che è riuscita a stabilizzare il rapporto tra produzione e consumo.
La q. r. dunque deriva, come appare, dalla cattiva distribuzione degli uomini sulla superficie del globo e
nelle varie zone dai due rapporti tra terre disponibili e popolazione rurale e tra fattore capitale e fattore lavoro. E poiché il determinarsi di tali rapporti dipende anche dall'intervento dell'uomo, essi sono passibili di modificazione secondo la natura dei fini che l'uomo si propone di conseguire.
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