RUPERTO DI DEUTZ (RUPERTUS TUITIENSIS)

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RUPERTO di DEUTZ (Rupertus Tuitiensis). - Teologo e abate benedettino, n. a Liegi ca. il 1075, m. a Deutz nel 1130. Monaco a S. Lorenzo di Liegi, nel 1110 fu ordinato sacerdote e nel 1115 passò al monastero di S. Michele di Sieburg (Colonia). Eletto abate di S. Eriberto di Deutz (1120), ebbe il dolore di assistere all'incendio del suo monastero (1128).

Scrittore di sorprendente fecondità, toccò prevalentemente temi esegetici e teologici. Dopo alcuni saggi giovanili (invi e cronaca di S. Lorenzo di Liegi), nel 1111 redasse la prima grande opera *De divinis officiis* (PL 170, 11-332) spiegazione, fortemente simbolistica, dell'Ufficio divino (I. I), della Messa (I. II) e dell'anno liturgico (II. III-XII). Il *De voluntate Dei* (ibid. 437-54) e il *De omnipotenti* (ibid. 453-78) si riferiscono alla sua

La tradizione è narrata nell'Edda. Il dio Odino sarebbe venuto in possesso della scienza delle r. e quindi avrebbe ottenuto il dominio su tutta la natura bevendo una pozione nella quale, insieme a miele e al sangue del savio Kvasir, sarebbe stata versata la polvere risultante dall'abrasione dei segni graffiti su tutti gli oggetti della natura stessa.

L'ipotesi più probabile circa l'origine grafica delle r. (esclusa quella greca attraverso i Goti, e la latina) è che quei segni siano giunti fino al nord di Europa con la scrittura alfabetica in uso tra le popolazioni nord-estereche stanziate presso i grandi laghi dell'Italia settentrionale, donde hanno potuto raggiungere il bacino del Reno (Marstrander).

BIBL.: V. KAUFFMANN, ANGELICA, *Balder, Mythus und Sage*, Straßburg 1902, pp. 177-203; F. Dornseiff, *Das Alphabet in Mystik und Magie*, Lipsia-Berlin 1922; C. Marstrander, in *Norsk Tidsskr. f. Sprauvid. i* (1928), p. 92; S. H. Arntz, *Handbuch der Rundenkunde*, Halle 1935; id., *Die Runeschrift, ihre Geschichte und ihre Denkmäler*, 1935; id., *Die Runeschrift der Menschheit*, in *Zeitschrift für deutsche Philologie*, 67 (1942), pp. 121-36; J. G. Fevrier, *Hist. de l'écriture*, Parigi 1948, pp. 501-517; C. Mastrelli, *L'Edda*, Firenze 1951.

RUPERTO (Hruobert, Ruprecht), santo. - Primo vescovo di Salisburgo, m. il 27 marzo 718 (?). Monaco, irlandese o scozzese, se non di nascita, almeno per educazione e conversione spirituale, fu chiamato, nei primi anni di Childerico III, re dei Franchi (691-711), a Ratisbona dal duca Teodone di Baviera per la conversione del suo popolo. R. era a Worms vescovo, o, almeno, corepiscopo.

R. stabilì la prima sede episcopale sulle rive del Wallersee, costruendo una chiesa in onore di s. Pietro, patrono della cattedrale di Worms (l'attuale Seekirchen, Austria superiore); ma ben presto ebbe da Teodone in dono una località più adatta, sulla Salzach, fra le rovine dell'antica Iuvavum (oggi Salisburgo). R. si dedicò con energia all'opera di conversione e di civilizzazione delle vaste regioni subalpine e alpine (fino ai Tauri e all'Enns), erigendo come centro di irradiazione l'abbazia di S. Pietro (Sankt Peter, a Salisburgo), e quella di monache, intitolata S. Maria (Nonnberg), con a capo sua nipote s. Erentreude.

La figura e l'opera del Santo sopravvissero nella venerazione del popolo; uno dei primi successori, S. Virgilio, trasportò le reliquie di R. nella nuova Cattedrale (24 sett. 774), ciò che, secondo la prassi del tempo, equivale ad una vera canonizzazione. R. è patrono della città, diocesi e provincia di Salisburgo, veneratissimo anche nella Baviera, patrono delle miniere di sale, ricchezza di

RUPERTO di DEUTZ (Rupertus Tuitiensis). - Teologo e abate benedettino, n. a Liegi ca. il 1075, m. a Deutz nel 1130. Monaco a S. Lorenzo di Liegi, nel 1110 fu ordinato sacerdote e nel 1115 passò al monastero di S. Michele di Sieburg (Colonia). Eletto abate di S. Eriberto di Deutz (1120), ebbe il dolore di assistere all'incendio del suo monastero (1128).

Scrittore di sorprendente fecondità, toccò prevalentemente temi esegetici e teologici. Dopo alcuni saggi giovanili (invi e cronaca di S. Lorenzo di Liegi), nel 1111 redasse la prima grande opera *De divinis officiis* (PL 170, 11-332) spiegazione, fortemente simbolistica, dell'Ufficio divino (I. I), della Messa (I. II) e dell'anno liturgico (II. III-XII). Il *De voluntate Dei* (ibid. 437-54) e il *De omnipotenti* (ibid. 453-78) si riferiscono alla sua

Ligiliga, paracita, in contra, ceterum:

tu omnia hominum famulos ibi tuae
nur aere magnae committitur, et in ea
nuncupo, capite, uero adulescens, ubi
dum, ubi laures, in reverter, aequo,
ut, quia, et, di, laudem, et, regno, et,

ridurre i costi nei confronti della concorrenza sui mercati internazionali. Di qui quei metodi di lavorazione in cui la mano d'opera trova minore impiego. Ne derivano perciò problemi di disoccupazione, soprattutto nei confronti delle masse bracciantili, ed una diffidenza verso le grandi aziende industrializzate, con tendenza invece ad una agricoltura di autosufficienza, cioè verso la piccola proprietà diretta coltivatrice.

Nei paesi a densa popolazione, come l'Italia, la q. r. può riassumersi in un grave dilemma: da un lato v'è la necessità di industrializzare l'agricoltura, puntando verso bassi costi di produzione, un largo impiego di macchine, produzioni di massa da collocare sui mercati nazionali ed esteri e per approvvigionare le popolazioni delle città ed in genere i ceti non agricoli; dall'altro vi è le necessità di fissare alla terra la più larga possibile quantità di popolazione rurale che viva di una vita a sé stante, con produzione di derrate varie, non elevata in senso assoluto, ma tale da consentire alla famiglia una specie di autosalario a derrate. L'una soluzione comporta minore impiego di mano d'opera non qualificata in senso relativo, ma da la massa delle derrate occorrenti alla vita della nazione e consente l'organizzazione della produzione basata sulla raccolta dei prodotti, la loro conservazione, lavorazione, preparazione per la distribuzione sui mercati interni ed esteri. L'altra permette di realizzare l'autosufficienza alimentare della famiglia singola e in genere dei soli ceti rurali, ma difficilmente consente la produzione di derrate disponibili sul mercato.

Di fronte a tale dilemma, molti governi - come quello italiano - hanno preferito la seconda soluzione, almeno in buona parte del paese, e ne è scaturita la necessità di nuovi ordinamenti fondiari, manifestatisi attraverso la ridistribuzione di terre, le riforme fondiari, dei contratti agrari, ecc. Ma anche per raggiungere tali ordinamenti occorrono fortissimi investimenti di capitali, perché è ovvio che la massa delle attrezzature fondiari aumenta in misura estremamente considerevole, nel caso della creazione di piccole proprietà. D'altro canto, poiché è difficile raggiungere naturalmente il perfetto equilibrio tra grandi, medie e piccole proprietà, come sarebbe auspicabile e tecnicamente razionale, l'intervento dei pubblici poteri in questo campo ed in questa direzione può essere giustificato, purché vengano evitate quanto più è possibile influenze demagogiche.

In taluni altri territori, per contro, la lenta evoluzione dell'impresa agricola ha reso e rende assai modesti i redditi che da essa si possono ritrarre. In genere in essi si nota una estrema povertà delle popolazioni rurali, perché sia che esse conducano in proprio l'impresa agricola, sia che esse trovino sostentamento prestando i loro servizi al conduttore capitalista, la limitatezza della rendita in senso ricardiano consente una remunerazione del lavoro del tutto insufficiente ad un sia pure modestissimo livello di vita. D'altro canto la proprietà fondiaria concentrata nelle mani di pochi crea praticamente un regime di monopolio con le conseguenze inevitabili in questo regime, mentre, ancora, la scarsezza dei redditi ritraibili dall'esercizio dell'impresa minimizza i capitali che sarebbero necessari per la evoluzione dell'agricoltura. Cosicché in entrambi i casi, quello del diretto coltivatore e quello del partecipante o del salariato, a bassa remunerazione corrisponde bassissimo tenore di vita.

Queste sfavorevoli condizioni vengono quindi a modificarsi soltanto nei paesi in cui o la modesta pressione demografica e le particolari condizioni agrologiche hanno consentito una rapida evoluzione dell'agricoltura; o una imponente massa di capitali investiti nella terra ha consentito il sorgere ed il rafforzarsi di una piccola impresa contadina, che attraverso un'evoluzione razionale e il diffondersi di forme cooperative, consortili, di produttori, di trasformatori e di venditori di prodotti ha raggiunto un equilibrio economico e sociale anche nei confronti dei ceti non rurali; dove cioè si è verificata quella compenetrazione tra agricoltura e industria, che è riuscita a stabilizzare il rapporto tra produzione e consumo.

La q. r. dunque deriva, come appare, dalla cattiva distribuzione degli uomini sulla superficie del globo e nelle varie zone dai due rapporti tra terre disponibili e popolazione rurale e tra fattore capitale e fattore lavoro. È poiché il determinarsi di tali rapporti dipende anche dall'intervento dell'uomo, essi sono passibili di modificazione secondo la natura dei fini che l'uomo si propone di conseguire.

Bibl.: D. Zolla, Les questions agricoles d'hier et d'aujourd'hui, Parigi 1894; E. Philippovich, La politique agraire, 1894; A. Touchon, La crise de la main-d'oeuvre en France, 1914; H. Sée, Enquête d'une huit. du régime agraire en Europe aux XVIIIe et XIXe siècles, 1921; P. Caziot, La vérité sur la richesse agricole, 1924; G. Acerbo, Le riforme agraire del dopoguerra in Europa, Firenze 1932; R. Ciasca-D. Perini, Riforme agraire anche e moderne, a cura del Ministero per la Costituente, Roma 1946; A. Serpieri, La riforma agraire in Italia, 1946; id., La struttura sociale dell'agricoltura italiana, 1947. Mario Ravà