SOCIALISMO

SOCIALISMO. - «S.», «collettivismo», «comunismo» indicano un insieme di sistemi economico-sociali che attribuiscono alla comunità, con esclusione dei privati, la proprietà dei beni materiali. La principale differenza che li separa è di ordine storico: comunismo è il termine più antico; s. è

entrato nell'uso in un manifesto del 1820 (Owen); collettivismo verso il 1850. S. è il termine più generale e, abbandonato ormai quasi il termine collettivismo, resta solo in campo, comunismo (v.), ad indicare nella pratica politica un marxismo più attenuato.

Difficile è però dare in teoria la ratio discriminans tra i due sistemi economico-sociali, tanto l'uso dei termini è diverso secondo la persona o le persone che lo usano. L'U.R.S.S., che bandisce il comunismo, si autodefinisce, p. es., nella sua stessa costituzione una federazione di repubbliche socialiste.

I. Notre STORICHE

L'istanza sociale, che il s. capitalismo (v.), è perenne nella storia delle società umane; essa è stata raccolta, secondo i tempi e le civiltà, da religioni, da scuole filosofiche, da ideazioni programmatiche della politica di differenti epoche, interpretata ogni volta secondo la particolare postulazione di ciascuna. Per essa si poneva il problema dei rapporti fra ricchi e poveri e fra le categorie e le classi sociali in cui si differenziavano i dirigenti e gli esecutori del lavoro produttivo, i detentori di beni e gli addetti alle più gravi ed umili fatiche. Ma come movimento sociale definito teoricamente e organizzato nella prassi ai fini di un rinnovamento delle strutture economiche sociali, si appartiene all'età moderna. Perciò l'epoca dal 1820 al 1850 merita una speciale menzione nella storia del s. Per la storia dell'antichità classica, i movimenti eretici del medioevo e della riforma, i programmi utopistici della Rinascenza fino ai tentativi attuati durante la Rivoluzione Francese V. COMUNISMO.

I. Inizi del s. moderno. — La rivoluzione industriale alla fine del sec. XVIII aveva cambiato profondamente la fisionomia sociale e la struttura economica moderna: il liberalismo, sanzionato teoricamente da Smith e dai continuitari, conduce alla libertà di concorrenza da un lato e, dall'altro, ai contrasti tra imprenditore e salariato; la rapidissima industrializzazione provoca una rivoluzione economico-tecnica nella produzione, che a sua volta genera una tragica situazione per la classe operaia (l'Inghilterra farà la prima esperienza nel 1810 con il luddismo, movimento di rivolta contro l'industrializzazione). La classe operaia si agita, culminando durante il decennio 1838-48, nel movimento cartista (v. CARTISMO); in Francia si manifesta un s. utopistico, di cui sono rappresentanti Saint-Simon (v.) Fourier (v.). Affine al Fourier è R. Owen (v.) che può essere considerato un precursore del cooperativismo. Sempre in Francia Luigi Blanc (1811-81), affidando all'organizzazione del lavoro, formula un programma riformista. Accanto ai riformisti utopici, la tesi estremista Proudhon (v.) le cui argomentazioni antiborghesi e, soprattutto, il suo famoso scritto Coq' la proprietà (risposta: un furto) fornirono ampie materiale alla propaganda socialista.

2. S. scientifico di Marx. — Di contro a tali teorie utopistiche, si delinea in Germania il s. detto «scientifico» Marx (v.) perché fondato sul metodo dialettico di diagnosi della realtà sociale ed economica e delle leggi che ne regolano il corso nel divenire storico. Il Manifesto dei comunisti dal 1848, ENGELTAL (v.) dàndo alla questione sociale una base solidamente costruita nella diagnosi critica, segna il sorgere del s. moderno nella sua caratteristica di movimento unitario che supera i limiti di nazionalità, di razza e fonda l'azione politica, sindacale e culturale nell'interesse di una sola classe e nella disciplina di un solo partito (per l'aspetto filosofico e l'interpretazione della storia nel marxismo, V. MATERIALISMO DIALETTICO; MATERIALISMO STORICO). Poco dopo le sue origini il s. tedesco assunse due forme: quella marxista, rifuggente da compromessi riformistici, e quella che, detta s. di Stato, sempre affermando un programma sovversivo di rinnovazione, considerava l'intervento dello Stato, sia pur borghese, come un trait-d'union tra la realtà attuale e quella avvenire. È rappresentata dal Robertus (1805-75) Lassalle (v.) che, influenzato dagli scritti del Fichte, si allontanò da Marx e vagheggiò un s. nazionale tedesco con interventi protezionistici dell'economia tedesca e con una politica cooperativista, finanziata dallo Stato, onde sottrarre gli operai alla legge cosiddetta bronzea del salario.

Come in Germania, così in Francia ed in Inghilterra, al contatto della realtà in cui vengono esperimentate le nuove teorie, sorgono divergenze critiche revisioniste. L'Inghilterra fu di fatto la secessionista più importante, avendo avuto la realtà sindacale una netta prevalenza su quella politica.

Il partito, sorto tardi e stentato, subì il prestigio del fattore sindacale. Il quale riuscì ad ambientare l'impulso socialista nella particolare situazione inglese, si che il movimento politico divenne un accessorio necessario delle Trade Unions, cresciute a ordinata potenza ed autorità (v. LABURISMO; SINDACALISMO).

In generale si può dire che la storia del s. si svolge nella divisione delle sue correnti: la intransigente (rivoluzionaria, integralista) e la revisionista (o riformista, straniera, laburista). In Francia tennero per molto tempo il campo, quali capi, il Jaurès e il Guesde sino al 1914. In Germania il Kautsky, il Bebel, il Bernstein, il Liebknecht, l'Ebert e il Noske, che ne riprese il moto rivoluzionario capeggiato dal figlio del Liebknecht nel 1920. Ma le distinzioni sono esse stesse imprecise, poiché all'atto pratico il s. occidentale trovò in ogni paese la propria strada ed appalesò in modi suoi propri le tendenze circa il metodo della lotta politica e dell'azione sindacale.

La stessa situazione si INTERNAZIONALISMO (v.), che sono state successivamente create per realizzare invano una omogenea e concorde Internazionale socialista. Il primo congresso della prima Internazionale, tenuto a Ginevra sotto la presidenza di Marx nel 1866, aprì le porte a socialisti di tutte le sfumature; ben presto però i dissensi interni determinarono scissioni e secessioni (Lassalle, Bakunin) e l'Internazionale si sciolse. Con la seconda, riunitasi a Parigi nel 1889, si entra nella fase organizzativa: ne fanno parte tutti i partiti socialisti dei vari paesi, il cui programma internazionalista, mai completamente raggiunto, si infrange allo scoppio della prima guerra mondiale. In seguito i tentativi di ricostituire una terza Internazionale sfociarono nella riunione di Mosca del 1919, in cui essa venne fondata con programma nettamente comunista.

II. IL S. IN ITALIA. —

I. Gli inizi

In Italia la diffusione di dottrine socialiste si affianca in certo modo, nei primordi, al movimento risorgimentale, che si pronuncia dal 1848 in poi per merito di alcuni validi propagatori dell'unità nazionale. Per essi il problema del nuovo Stato dev'essere integrato dall'elemento sociale, ma ciascuno ha in proposito una propria visione: PISACANE, CARLO (v.) è il più convinto assertore della necessità e fatalità della rivoluzione sociale. Affini a lui, ma più distesi nel delineare il rapporto sociale con il politico, G. FERRARIENSIS (v.) ed il federalista Cattaneo. MAZZINI, GIUSEPPE (v.) si investe del problema sociale, ma la sua spiritualità gli fa considerare la nazione ed il popolo come l'ambiente ed il soggetto della rivoluzione evolutiva-educatrice; egli contrasta il fondamento materialistico della dottrina sociale, quale unico fattore, ed il classicismo operistico, quale unico soggetto della vita economica, come dell'economia quale solo movente creatore della storia umana. Soltanto a risorgimento ultimato la questione sociale si verrà affermando in Italia secondo l'orientamento marxista, sia nella teoria che nella prassi. Di tale orientamento Labriola (v.), il quale, sebbene alieno dalla personale partecipazione alla lotta politica, contribuì molto alla formazione di una cultura marxista e quindi costituirsi del Partito italiano del s.

Dal 1857 al 1864 M. BAKUNIN, MICHAIL (v.), socialista anarchico russo, agita in Italia e diffonde i principi del s. internazionalista. Da Bologna la sua azione propagandistica tenta di sfruttare il malcontento derivato dallo sforzo del risorgimento nazionale e dall'affioramento di inquietudini e di aspirazioni diffuse tra i contadini di alcune zone del nord e soprattutto tra gruppi di operai e di intellettuali attratti dalle tendenze socialiste-materialiste diffuse in tutta Europa. Nessun risultato positivo ebbe l'attività del

Bakunin, ma alla sua propaganda bisogna richiamarsi per riconoscere i primi passi del s. italiano. La tendenza da lui promossa, estremista, barricadiera, sarà battuta al Congresso di Genova del 1894, dal quale si parte il vero e proprio Partito socialista italiano, già costituito nel 1893. Fra i promotori del Congresso di Genova era Andrea Costa, eminente figura tra gli iniziatori del s., poi aderente al metodo adottato dalla Seconda Internazionale.

2. S. rivoluzionario e s. riformista. — Due furono le tendenze in seno al nuovo Partito: la rivoluzionaria che, attraverso varie elaborazioni (dal massimilismo al comunismo), giunse al temporaneo affermarsi di una corrente sindacalista rivoluzionaria nel 1903-1904, derivata dal francese Sorel, di cui furono esponenti Arturo Labriola ed Enrico Leone. La tendenza riformista, invece, cappeggiata da Turati, Bissolati, Rigola ed altri, tendeva alla realizzazione di un graduale programma di riforme che fu chiamato «minimo» in confronto a quello dei massimalisti. Scorrendo le cronache riguardanti il Partito socialista, si riscontra un ritmo mutevole che permette una indicazione esplicativa di non pochi atteggiamenti del Partito fin dalla sua fondazione: nei momenti di svolgimento pacifico e ordinato della vita nazionale la corrente riformista risaliva in prestigio e svolgeva così un programma di penetrazione, appoggiata dalla Confederazione generale del lavoro, negli organi della vita nazionale, centrale e periferica, negli istituti statali, nelle province e nei comuni, affermando in pratica esperienza i principi del s. nella legislazione e nella prassi per le provvidenze sociali. I D'Aragona, Rigola, Buozzi, non furono mai lontani dai Turati, Bissolati, Bonomi, Prampolini, Treves. E furono essi appunto ad accettare l'invito alla collaborazione in uno Stato che si era definitivamente aperto alle esigenze sociali, dopo l'esperienza dolorosa dei moti del 1894 in Sicilia e del 1898 in varie parti d'Italia. Dal 1900 gradualmente il s. si era inserito nella vita nazionale, giovando senza dubbio all'aggiornamento del clima politico ed economico italiano. Tuttavia quasi un senso pudico di imbarazzo trattenne i socialisti dal partecipare al governo e fu soltanto durante la prima guerra mondiale che Bissolati e Bonomi riapparirono particolarmente gli indugi ed accettarono la partecipazione in nome dell'unità delle forze nazionali, mentre era in giuoco la rischiosa carta della vittoria.

Il contrasto fra le due tendenze riapparve in pieno in quegli anni, poiché i capi della tendenza «rivoluzionaria» si fecero co-iniziatori e compartecipi dei Congressi internazionalisti di Zimmerwald (1915), di Kienthal (1916), di Stoccolma (1917). In tali congressi la pregiudiziale internazionalista veniva opposta ai vari patriottismi, qualificati come borghesi, cui aderivano in maggioranza i socialisti dei paesi belligeranti, in primo luogo quelli della Germania guglielmina, che pure aveva gettato il guanto della sfida bellica. Parte cospicua ebbe allora Lenin che era riuscito con l'aiuto di una infima minoranza, a compiere il colpo rivoluzionario dell'ott. 1917. La terza Internazionale, costituita nel clima della Rivoluzione ancora in corso, proclamò sdegnosamente che l'adesione era riservata a coloro che accettavano la forma bolscevica e la Rivoluzione russa. Con quell'atto costitutivo la terza Internazionale venne destinata al compito, non precisamente internazionale, di operare la conversione delle forze socialiste verso la Russia. Questa fatale deviazione imperialistica, caratteristica di tutte le grandi rivoluzioni, si è disvelata ancora una volta nell'azione trentennale della nuova forma russa. Nuova per gli istituti politici e per la impostazione ideologica, ma in diretta derivazione della politica espansionista seguita dal sec. XVII in poi dall'Impero moscovita.

La Rivoluzione sovietica portò inevitabilmente all'isolamento della Russia dall'Europa. E la piattaforma fornitrice della terza Internazionale volle essere non solo un omaggio ai principi rivoluzionari che la ispirarono e la guidarono, ma anche un tentativo, bene organizzato, per infrangere o almeno attenuare l'isolamento sopraggiunto e le difficoltà dei paesi a civiltà occidentale e ad economia borghese.

Infatti dalla dichiarazione di Mosca, che rigettava le adesioni dei partiti o delle frazioni dei partiti socialisti non aderenti al programma massimalista del bolscevismo, provenne anche al s. italiano, come a quello francese, al tedesco e di altri paesi, la spinta alla scissione. Vennero costituiti i partiti comunisti, sottraendo larghi contingenti ai partiti socialisti unitari. In Italia si costituì il Partito comunista italiano (1920). Ma anche così, eccetto che nel Labour Party inglese e nei partiti socialisti dei paesi nordici, l'intima concordia non trovò l'ideale terreno favorevole. Al Congresso di Milano del 1921 i riformisti furono chiaramente diffidati. Si dichiarò incompatibile e soggetta ad espulsione la partecipazione di socialisti al governo e, nonostante la dichiarazione di Mosca che escludeva dalla terza Internazionale i non aderenti al Partito comunista, il Congresso mantenne teoricamente, ma esplicitamente, l'adesione del Partito alla medesima.

In un successivo congresso (Roma, 3-4 ott. 1922) l'espulsione fu approvata. Ma al Congresso di Milano del 15-18 apr. 1923, dopo l'affermazione del fascismo e l'avvento del nuovo governo, presieduto da Mussolini, si riaffacciò l'esigenza unitaria con un appello alla unione di tutti i lavoratori per la difesa del Partito: in altre parole alla unione di tutti i socialisti senza distinzione di tendenze. Durante la lunga parentesi ventennale del fascismo venne ricostituita in Francia la rappresentanza del Partito socialista italiano che, concorde nell'opposizione antifascista, tuttavia mai fu concorde nelle direttive di Partito. La Rivoluzione russa, la politica del Partito bolscevico, le operazioni sia verso i mensecchici sia verso i trotzkisti, sollevarono di volta in volta ripercussioni diverse, indecisioni non sopite e contrasti mai risolti. Due concezioni diverse si vennero delineando nel s. italiano, come in tutti i paesi d'Europa, di fronte al consolidarsi faticoso, ma inesorabile, bolscevismo (v.) russo. La corrente, che ormai si portò riconoscere come quella occidentalista impersonata nei nomi noti di Turati, Modigliani, Treves, Saragat, si poneva inevitabilmente contro alla filobolscvia. Detta tendenza di sinistra, orientata verso un credito di fiduciosa aspettazione nell'esperimento del primo Stato socialista, fondato secondo i postulati teorici del marxismo e quelli tatticamente realizzatori delle direttive leniniste e staliniste. In questa seconda corrente del Partito socialista si fece strada a Parigi Pietro Nenni, che aveva, dopo il 1922, rinunziato al suo passato di mazziniano-repubblicano per accettare il programma socialista.

3. Situazione odierna

Alla caduta del fascismo, nel travaglio affannoso della sconfitta e con l'arrivo degli anglo-americani, risorgeva in Italia nel 1944-45 il Partito socialista definitosi come Partito socialista italiano di unità proletaria. Con la costituzione del primo governo, designato dal Comitato nazionale di liberazione e presieduto da Ivanoe Bononi, il problema della partecipazione al potere era superato. Le rappresentanze dei Partiti socialisti e comunista coalizzati ebbero campo di azione politica nel momento del primo appello elettorale con il referendum costituzionale del 2 giugno 1946 e l'elezione della Costituente, che portarono alla proclamazione della Repubblica italiana, essendo ministro dell'Interno il socialista Romita e ministro degli Esteri Pietro Nenni. Ma la situazione interna italiana, agitata dal dinamismo proprio degli inizi, non facilitò la coesistenza delle due correnti predominanti nel Partito socialista, e l'alternativa di atteggiamenti e di umori più volte rasentò e finì per sboccare nella scissione.

Nel 1947 la coalizione ministeriale del Comitato di liberazione nazionale entrò in crisi, e si approfondì di conseguenza la crisi del Partito socialista, con vicende varie di congressi, parziali e nazionali, di separazione e di polemiche, essendo alla destra la tendenza laburista con a capo Giuseppe Saragat, al centro sinistra legante Giuseppe Romita, alla sinistra dichiaratamente filo-comunista Pietro Nenni. E il Partito ricadde nei travagli socialisti: all'incirca un terzo degli aderenti passò con Saragat, una porzione minore si polarizzò con Romita, una sensibile maggioranza restò nel partito d'origine con Nenni. Caratteristiche della prima fazione l'occidentale, aperto e l'adesione dell'Italia all'Unione delle na-

zioni associate al Patto Atlantico; della frazione romitiana l'adesione al Patto Atlantico, ma le riserve sensibili sulla politica interna e circa la partecipazione ai governi presieduti dall'on. De Gasperi. Tale posizione dura ancora oggi sostanzialmente, anche dopo l'unione delle due frazioni nel nuovo Partito socialista dei lavoratori italiani.

III. NATURA DEL S

L'essenza economica del s. scientifico è tutta nel trapasso dei capitali di proprietà privata, detenuti e impiegati a fini economici in regime di concorrenza, ad un nuovo regime di capitale collettivo-unitario.

Il s. persegue, dunque, il fine di sostituire al capitale privato, cioè al dinamismo speculativo della produzione individualistica, il capitale collettivo, mediante il quale si attuerebbe una organizzazione unitaria del lavoro nazionale o addirittura internazionale. Questo sistema collettivista, sopprimendo la libera concorrenza, sottoporrebbe il processo produttivo alla direzione della collettività, inevitabilmente rappresentata dallo Stato. Lo Stato socialista può avvalersi nella sua organica costituzione anche di associazioni cooperative e sindacali, entro le quali si effettuerebbe la ripartizione del prodotto sociale, secondo il criterio della misura e del valore d'uso sociale attribuito dallo Stato al lavoro produttivo da ciascuno prestato. Nello Stato socialista i mezzi strumentali della produzione e della circolazione dei beni, per essere idealmente posseduti in comune da tutti, non possono essere devoluti che allo Stato. Agli organi della collettività incombe la distribuzione sociale del lavoro collettivo ai singoli lavoratori e di procedere alla ripartizione dei prodotti in ragione delle prestazioni di ciascuno. Gli attuali salari privati sarebbero sostituiti da remunerazioni a carattere di stipendi. I mezzi necessari per la produzione dei vari generi e dei tipi di prodotti dovrebbero essere fissati da una continua inchiesta ufficiale per parte degli uffici, allo scopo di constatare il fabbisogno e quindi precisare il bilancio preventivo del ciclo produttivo. Tutte le spese correlate ai fattori componenti di costo totale dovrebbero corrispondere al valore totale della produzione, secondo la previsione del piano predisposto. Tale piano preventivo verrebbe così ad essere la base di tutto il sistema produttivo sociale. Eventuali deficienze dei prodotti effettivi di fronte al preventivo fabbisogno sarebbero periodicamente compensate da scorte di riserva, custodite in magazzini di deposito, naturalmente pubblici e non privati. Collettivismo significa quindi organizzazione pubblica del lavoro in antitesi all'odierna anarchia della concorrenza individualistica, secondo l'espressione ricorrente dei critici socialisti.

Nel programma socialista, predominando il concetto fondamentale della proprietà collettiva in luogo della proprietà individuale dei mezzi di produzione, sarà l'ordinamento sociale del lavoro a realizzare le leggi della divisione del lavoro e dell'associazione degli sforzi, in luogo dell'automatismo delle concorrenti e convergenti iniziative individuali dell'economia privata, come indica l'economia classica. Per conseguenza, non vi sarebbe più in avvenire la odierna distribuzione dei frutti dell'attività economica in profitto per l'impresa, salario per i lavoratori, rendita per il possessore privato di beni fondiari, né interesse al capitale. Questo, totalmente acquisito allo Stato, non sarebbe più costituito da privati per sottoscrizione di azioni o di obbligazioni nominative o al portatore, né per investimento di persone o di gruppi. Tutto il provento della produzione, rappresentato dal valore del prodotto collettivo, verrebbe dalla società collettiva (statale) ad ognuno direttamente distribuito, quale remunerazione in misura del lavoro individuale. Ciò vuol dire riconoscere soltanto il provento derivante esclusivamente dal lavoro. Coloro i quali presterebbero i loro servizi di utilità generale allo Stato o agli enti collettivi in esso costituiti, in qualità, p. e. di altri funzionari, militari, giudici, impiegati amministrativi, maestri, artisti, scienziati, ecc., non partecipi direttamente a produzione di beni materiali, godrebbero una quota dei prodotti del lavoro nazionale, prelevata dalla amministrazione statale collettivista sul prodotto collettivo, analogamente proporzionata al tempo impiegato lavorando a vantaggio dell'intera società. Sembra tuttavia difficile che tale forma teorica possa essere applicata; vedasi l'esempio dell'URSS, dove il compenso al lavoro di tutte queste categorie sfugge alla determinazione su base di valore-orario, subentrando un apprezzamento apriori-sitico da parte dei dirigenti dell'amministrazione statale.

Nella critica marxista alla proprietà vi sono interessati ammissioni di ordine storico. Dice Marx, alla fine della sua critica, che l'odierno grande capitale trae la sua esistenza dalla distruzione di quelle forme di piccola proprietà (artigiani e contadini) nelle quali il lavoro e la proprietà individuale erano realmente collegate e dove il vero lavoratore era anche effettivo proprietario dei suoi strumenti di produzione. Questa forma di proprietà individuale dei mezzi produttivi era, per il suo tempo, feconda di armonia sociale, perché essa si identificava in parte rilevante col lavoro; essa portava tuttavia con sé il grave difetto del frazionamento eccessivo dei mezzi di produzione, ragione per cui, nell'attuale sistema di economia industrializzata, ciò determinerebbe una improduttività relativa, ossia la inferiorità di questo sistema nell'attuale più adatti processi industriali, in confronto delle unità pubbliche e più forti. Per tale difetto dovette andare in rovina la piccola industria e tale rovina continua e continuerà nei rimasugli di piccola industria e piccola proprietà rurale, di fronte all'invadente prevalenza del grande capitale agrario e industriale. Il grande capitale diventerà il piccolo, convertirà gli addetti alle piccole industrie in proletari, cioè in lavoratori privi dei mezzi propri di produzione.

Il processo di accentramento capitalistico proseguirà fino a trasformare in grande capitale moderni i capitali di tali minori imprese, eliminando anche il piccolo capitalista, proletarizzando anche questo.

Il monopolio stesso del gran capitale diverrà infine un ostacolo al sistema produttivo, sorto e sviluppato per suo impulso ed aiuto. Allora batterà l'ora estrema della proprietà individuale capitalistica; gli espropriatori saranno espropriati. A questa soluzione si addiverrà per un processo logico irresistibile di evoluzione sociale, conformemente alla previsione marxistica. La grande industria, infatti, per la sua costituzione tecnica obbedisce ad una tendenza che educa alla disciplina i proletari nelle grandi unità produttive e li sospinge alle concezioni collettive e alle concentrazioni sindacali e politiche; più di ogni agitazione la grande industria, meccanicamente costituita e sospinta da tutta la tendenza accentratrice del nostro tempo, serve essa stessa a disciplinare i proletari e ad unirli, facendone una forza politico-sociale.

L'obbiettivo centrale per l'attacco è il profitto, ma vi convergono di necessità anche l'interesse e la rendita fondiaria. Anche questi, in ultima analisi, si intendono sottratti al frutto del lavoro operaio, considerato il solo fattore creativo del valore. Il profitto dell'impresa capitalistica deriva dalla minor mercede che il salariato riceve e che non corrisponde al valore integrale del suo lavoro, mentre il residuo plus-valore è sottratto al salariato e va a costituire ed a ingrossare il guadagno del capitalista. Il salario deve invece venire a ragguagliarsi al minimo fabbisogno per il sostentamento del lavoratore. Per conseguenza il maggiore valore diventa giorno per giorno profitto e, in ultima analisi, un incremento del capitale, nel quale passa il lavoro congelato degli operai.

Le condizioni e le forme di tale appropriazione sono messe in luce con il sussidio di un ampio materiale attinto alle condizioni sociali ed economiche particolarmente dell'Inghilterra, industrializzata nei decenni intorno e dopo il 1820. Soltanto quando, in luogo del sistema di capitali privati concorrenti, sarà subentrata la proprietà collettiva del capitale, con una organizzazione sociale del lavoro e con la ripartizione del reddito collettivo, allora non ci saranno più salariati, ma solo produttori. Non esisteranno più profitto, interesse e salario, ma solo stipendio sociale. Non è a dire che tutto il valore del lavoro, immesso nel prodotto, andrà all'operaio: dovranno pure essere effettuate detrazioni, le quali verrebbero acquisite con la forma diretta di tributo o di requisizione e starebbero in luogo delle attuali imposte; in esse dovrà comprendersi anche la quota parte necessaria a formare, mantenere ed accre

scere, occorrendo, il capitale collettivo per la continuazione della produzione e gli incrementi da conseguire nei cicli successivi.

Marx esprime il suo pensiero in proposito riassuntivamente così: a) tutto il prodotto complessivo è prodotto sociale. Una parte di questo prodotto serve come nuovo mezzo di produzione nella ricostruzione del capitale: esso resta sociale. b) La parte libera necessaria ai bisogni individuali dei produttori viene perciò fra loro distribuita. Essa si presume determinata dalla durata del lavoro di ciascuno.

IV. Valutazione

4. Osservazioni critiche

Nel campo della critica, la previsione marxista è stata giudicata almeno sommaria. Si disse e si dice dai critici del marxismo che se, dopo tale critica del capitale individuale, la finale istituzione della proprietà sociale di tutti i mezzi di produzione può non essere più oggetto di dubbio per i socialisti, rimane tuttavia davanti al potere realizzatore, la immensa difficoltà del trapasso dall'antico al nuovo ordine di cose. I mistici e i fanatici del s. contano sulle masse espropriate, contano sul compresi del processo che tende a distruggere le classi medie e sulla finale impossibilità di continuare la produzione privata con una popolazione operaia profondamente malcontenta e sciolta da ogni fede e rispetto per l'autorità. Ma contano su pressioni che si sono verificate in modi e proporzioni ben differenti dall'assunto marxista e ciò fu ben preso in considerazione dalle varie tendenze revisioniste in Germania, Francia, Inghilterra, Italia e dai menosciechi russi. Si osserva ancora che, con la amministrazione dei mezzi di produzione, la determinazione del valore lavoro e, quindi, del valore d'uso e di scambio (valore sociale), affidata allo Stato, prima e più decisiva questione preliminare, viene sottratta al s. la conservazione degli aspetti vantaggiosi della libertà di lavoro e di vita privata. Gli ipotizzanti vantaggi potrebbero capovolgersi in altrettanti eccessi contrari, quando si pervenisse ad uno stato di lavoro coattivo e non fosse concessa ampia sfera di azione all'agile libertà individuale, in confronto del dirigismo collettivo assolutivo, burocratico, congegnato negli schemi periodici delle pianificazioni. Si oppone dai critici che anche l'economia sociale si trova di fronte al complesso fenomeno economico della domanda e della offerta, del rapporto tra bisogno e disponibilità, per cui passa la determinazione del valore.

Si osserva quindi che alla rettificazione della teoria del valore sociale dovrebbero concorrere tre elementi: a) la possibilità di tenere in equilibrio economico un costo variato organico di lavoro, di produzione, un mondo umanissimo di bisogni, tanto più notevoli quanto più vasta la popolazione e di mantenere in atto, per le inevitabili crisi di produzione e le carestie agricole, le riserve di capitale nuovo e le scorte straordinarie; poiché anche lo Stato socialista non può sottrarsi alle necessità del capitale di esercizio, di investimento e di riserva; b) un riconoscimento della necessaria libertà individuale nel lavoro e nel consumo, senza di che il danno di un automatismo di dignità sia aggraverebbe sull'inalienabile riconoscimento della personalità dell'uomo lavoratore che il s., per meglio tutelare, non potrebbe comprimere e opprimere; c) un bene inteso, ossia non coatto, ma sempre attivo eccitamento di ogni singolo individuo all'uso economico della sua forza di lavoro.

In tal modo, la tendenza, che può dirsi moderata e revisionistica del s., è condotta a pensare che il nuovo ordine di cose finirebbe per assomigliare non poco alla vita odierna e alle sue abitudini, ma senza il beneficio di una indubbiabilità personale, anche se non perfetta. Il dato soggettivo dell'economia liberale, la libertà individuale, la libertà di scegliere la propria dimora e il proprio lavoro, potrebbe ancora prevalere solo correggendo l'attuale deficienza di una organizzazione e di coordinamento unitari. In queste obiezioni ed osservazioni critiche sono, in parte almeno, espresse le suggestioni della critica revisionistica che, specialmente in Europa e in America, si levarono verso il pensiero di Marx e seguaci, quanto più la realtà della questione sociale si veniva evolvendo con sensibile e progressivo miglioramento delle condizioni ambientali del lavoro operaio, delle SOCIETÀ (v.) dei vari Stati e l'azione sindacale, dovunque affermata, venivano sollecitando ed effettuando nella seconda metà del XIX e nei primi decenni del XX sec.

2. S. e liberalismo. — Non si può non rilevare la fortuna delle teorie socialistiche, in un secolo appena dalla loro enunciazione. La linea tradizionale della vita del mondo ne è stata influenzata e ne è stata investita l'effettiva consistenza della libertà dell'economia e dell'istituzioni liberali. Si dice, e non senza fondamento, che questa libertà è, almeno in parte, ipotetica ed illusoria e che risulta evidente la contraddizione fra il proclamato diritto di libertà e la sua godibilità integralmente intesa. Nella vita pratica la libertà economica è costretta nei limiti che impongono le effettive possibilità di acquisizione dei beni necessari al soddisfacimento dei bisogni essenziali della personalità umana (ad es., per i senza lavoro la libertà è quasi nulla).

In questa contraddizione fra diritto liberale e realtà sociale è il drammatico incentivo SOCIETÀ (v.), a temperare il quale dottrina sociale cristiana (v.). Posto il bisogno come il movente primo di ogni necessità economica, individuale e collettiva, particolare e generale, il processo produttivo, tenendo conto delle variazioni imposte dalla natura con le sue mutazioni e gli esaurimenti parziali o totali delle giacenti dotazioni di materie prime e di beni strumentali naturali, dovrebbe svolgersi in modo che le determinazioni dei bisogni elementari e quotidianamente ricorrenti si effettuasse con la relativa regolarità di una media più o meno costante, senza le oscillazioni eccessive nelle quali si caratterizzano le crisi ricorrenti. Altrimenti, in regime di libertà economica individuale incontrollata, la questione sociale permarrà con l'efficacia critica di una libertà affermata in principio, ma contraddetta nel fatto della vita quotidiana.

Per risolvere questa antitesi, che ha valore storico, non soltanto dialettico e polemico, il s. esprime pregiudizialmente una istanza autoritaria, realizzando la quale poter giungere alla giustizia sociale, mediante la rivoluzione espropriatrice, la dittatura del proletariato, secondo la formola marxista esperimentata in Russia, ossia dittatura diretta, mantenuta e garantita dalla effettiva dittatura del partito politico dirigente. Ma poiché anche l'istanza della libertà, innata nell'uomo, è pur essa insopprimibile, molti si sono domandati e si ritengono in diritto di domandare se il s. intenda effettivamente o no garantire l'individuale libertà nella determinazione dei bisogni non soltanto materiali della persona e della unità familiare. Se la abolisse, esso dovrà dirsi nemico della libertà, avverso ad ogni sviluppo del carattere individuale e di ogni perfezionamento morale.

L'istanza all'egualitarismo suscita la compressione della libertà. L'utopia sociale, dalle lontane e mitiche posizioni attribuite all'antichità, sino alle opere e ai romanzi del medioevo e dell'età moderna, nelle sue diverse immaginazioni, assume di frequente rappresentazioni eguali-tarie fra i sessi, nella famiglia e sin oltre i confini della nazionalità, della razza, della religione. E ne escono rappresentazioni di vita artificiosamente uniformi e automatizzate che non persuadono e alla fin fine non attirano che gli illusori o i fanatici, ma lasciano prudentemente difficili i benpensanti, cui non si presenta teoria più vicina alle proporzioni umane, agli equilibri armoniosi degli interessi economici morali, intellettuali della vita, che una linea mediana, per dir così, tra s. e liberismo.

3. Trionfo del s. ? — Il tempo ultimo della evoluzione socialista, il tempo della realizzazione Marx non lo volle, né seppre prevedere. Si attendeva uno sviluppo intenso e patologico del capitalismo soprattutto nei vari paesi d'Europa e dell'America del nord; una contemporanea diffusione delle estreme istanze sociali e delle estreme risoluzioni socialiste tra le masse operaie, fra i contadini salariati e soprattutto fra gli operai delle industrie specializzate e aggiornate nei progressi della tecnica. Si attendeva un rafforzamento crescente della base sindacale e della efficienza politica dei partiti socialisti nei paesi dove l'iniziativa capitalistica più avanzata avrebbe favorito il

costituirsi di élites operaie militanti, atte ad attrarre e convincere le masse più lente. D'altra parte, il concentramento crescente della iniziativa capitalistica avrebbe portato con sé altrettanto progressivamente la proletarizzazione delle masse, la riduzione a minime consistenze dei residui gruppi attardati nel tradizionale artigianato e nella piccola proprietà rurale ed urbana, e infine crisi cicliche più frequenti e gravi nell'ambiente irrigidito dall'espansione capitalistica a forte tendenza monopolistica.

Codeste previsioni, interpretate alla stregua del materialismo storico e della concezione deterministica della evoluzione sociale, conducevano logicamente alla prospettiva del crollo finale. La realtà sembrò e sotto certi aspetti sembra ancora voler consolidare in parte tale prospettiva previsione; così apparve allo scoppio della guerra mondiale del 1914-18, tanto più quando, nel marzo 1917, la Rivoluzione russa passò, con il colpo di mano di Lenin, tutto il potere alla minoritaria frazione bolscevica. Ma la realtà, sempre complessa, non secondo con pienezza le previsioni del marxismo militante. Le crisi cicliche vennero superate, particolarmente quella gravissima e quasi mondiale del 1929-33, in contrasto alle catastrofiche previsioni. L'accertamento dei capitali nel circolo bancario-industriale, caratteristico del capitalismo moderno (la cui forza propulsiva si manifesta nell'istituto della società anonima e dei suoi ultracorromiti collegamenti cartellistici e tristici), progredì, è vero, sollecitato dal processo quasi normalmente fisiologico dell'attuale economia; ma, d'altra parte, si rivelò in continuo incremento anche la media proprietà privata e le forme miste di associazione fra capitale e lavoro nelle colonie agricole, nelle cooperative di agricoltori, di artigiani e di minori industrie, produciti all'infuori dalle grandi unità bancarie-industriali od anche ad esse sussidiariamente collegate nella produzione, ma indipendenti nella costituzione e nella direzione aziendale.

Alla fine della seconda guerra mondiale 1939-45, pur accentuandosi dovunque l'influenza delle tendenze sociali estremiste nella politica degli Stati, la maggioranza non passò ai partiti socialisti estremisti che in pochi paesi e soprattutto non passò la dove lo spirito di umana personalità, largamente riconosciuto ed accolto in costume di vita, veniva a temperare, nella teoria e nell'azione, il valore delle premesse e delle pregiudiziali del marxismo. L'esempio degli Stati totalitari del centro oriente europeo non si adatta alla controconstatazione, perché, per essi, in situazioni indipendenti dalle correnti e tendenze interne dei rispettivi popoli, si è affermata l'accettazione della guida del partito comunista russo, quale risultato politico militare della politica estera dell'URSS. Invero la grande maggioranza dei paesi europei ed extra-europei, a costume di vita occidentale, ha conosciuto l'ascesa delle masse lavoratrici a progressive conquiste; ascesa che, specialmente negli anni del dopoguerra 1919 e seguenti, è stata sollecitata non soltanto dai partiti socialisti propriamente detti, ma dalle altre correnti semplicemente democratiche ed in particolare con affermazioni sociali nei partiti e nelle associazioni sindacali che si richiamano a principi cattolici. Persino dalle sfere dirigenti degli esperimenti totalitari non marxisti, nonostante gli affermati orientamenti politici di destra, con il riconoscimento di sindacati unitari o plurimi, sono stati promossi incoraggiamenti alla collaborazione di classe e alle riforme sociali, assistenziali e previdenziali per mezzo della sempre più diffusa adozione dei contratti collettivi di lavoro, quali atti pubblici e il sindacato di lavoro è stato introdotto nella vita stessa giuridica e politica dello Stato (Italia-Spagna-Portogallo).

Inoltre, nella sfera d'azione economica, sia nei settori industriali produttivi più gelosi sotto l'aspetto dell'interesse nazionale, sia in quelli dei servizi pubblici, l'intervento statale si è manifestato sempre più estremamente profondamente per realizzare situazioni a tendenza collettivistica con amministrazioni statali dirette, od affidate ad enti autonomi finanziari dallo Stato e da essi controllati. Cosicché si può ben dire che i cosiddetti paesi capitalisti sono tutti, in misura ed in modo più o meno pronunciati, ormai compartecipi, oltre la sfera del-

l'economia cosiddetta borghese, di concomitanti e collegate organizzazioni e istituzioni a tipo socialista, con sensibili e progressive riduzioni della sfera riservata all'iniziativa privata. Nello stesso settore bancario, che sarebbe il più significativo della economia capitalistica, il principio primo del «lasciar fare, lasciar passare» è più un ricordo storico che una realtà. I controlli e le difese monetarie pro e contro spinte inflazioniste e deflazioniste hanno portato le banche di Stato a crescente autorità regolatrice della circolazione dei valori monetari e del credito. Il regolamento degli stessi arbitraggi internazionali, conseguenti agli scambi di merci e di valori del commercio estero dei singoli paesi, è ancora costretto in una disciplina quasi generale di carattere parasocialistico.

Infine un aspetto della indiretta azione socialista nei paesi occidentali e nei dominanti anglosassoni consiste nel'accettare e favorire l'ampia realizzazione di associazioni produttive, quali le imprese cooperativistiche, consorziastiche ed affini che, pur agendo nell'ambito della concorrenza, sono di prete origine operaia, contadina, sovente ad iniziativa di gruppi socialisti, fruenti di preferenziali agevolazioni amministrative e fiscali da parte dei rispettivi Stati.

Se dunque vari aspetti della realtà contemporanea corrispondono in parte alle previsioni marxiste, altri ne contraddicono la prospettiva finale, semplicista ed unitaria. Più confacenti alle esigenze sociali che l'economia mondiale presenta al nostro tempo, si mostrano i principi sociali cattolici tendenti ad un sistema etico-politico, aperto alle iniziative associate dei produttori e dei lavoratori, alla tutela delle naturali solidarietà sorgenti dall'affinità degli interessi fra i compartecipi di una stessa categoria produttiva ed insieme agli interventi integratori dello Stato moderno, impegnato «recta ratione» a rispettare la libertà e la dignità della persona umana, nell'esplicazione di tutte le sue facoltà (v. CORPORATIVISMO; DOTTRINA SOCIALE CRISTIANA). Per la critica dei principi filosofici del s., V. MATERIALISMO DIALETTICO; MATERIALISMO STORICO.

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