MATERIALISMO DIALETTICO

MATERIALISMO DIALETTICO. - Il m. d. è una forma di materialismo che asserisce, in contrasto con il m. meccanistico, la specifica differenza delle più alte sfere del reale (vita, coscienza) da quelle più basse (fenomeni fisici e chimici) e l'impossibilità formale di ricondurre le prime alle seconde, anche se, in quanto materialismo, sostiene la derivazione delle più alte dalle più basse. La giustificazione filosofica della derivazione dei fenomeni più alti da quelli più bassi nel corso del processo dell'evoluzione dovrebbe essere data dall'assunzione

e dal « rovesciamento » materialistico della dialettica hegeliana. Il m. d. è la Weltanschauung ufficiale dello Stato sovietico e il fondamento filosofico del marxismo-leninismo.

I. Cenni storici

Posto che Marx contribuì a compiere il capovolgimento materialistico di Hegel intrapreso da Feuerbach e considerò la Natura (e l’uomo quale parte di essa) come realtà primaria e lo spirito come derivato, ma, al tempo stesso, conservò l’eredità hegeliana della dialettica, lo si può considerare il padre del m. d. (v. STORIA). Ma rimarrebbe deluso, chi credesse di poter trovare negli scritti filosofici di Marx (appartenenti al suo primo periodo) le singole tesi, quali vengono formulate nell’odierno sistema del m. d.

Vero creatore del sistema si deve considerare Engels, che estese l’unificazione di m. e dialettica, compiuta da Marx nel campo storico, alla Natura e, con questo, a tutto il reale. Egli formulò anche le tre « leggi della dialettica materialista »: la legge del passaggio della quantità alla qualità, la legge della unità e della lotta degli opposti e la legge della negazione della negazione; e pose inoltre il fondamento della teoria gnoseologica del m. d., la cosiddetta « teoria dell’immagine ». Lenin assume il m. d. nella forma engelsiana e lo difende contro il revisionismo, specialmente contro quello russo. Dopo la sua morte si addivenne, nell’Unione sovietica, MECCANICISMO (v.), che voleva ricondurre tutti i fenomeni più alti semplicemente a leggi filosofiche, e che spesso rifiutava addirittura il diritto di esistenza a ogni filosofia, intendendo sostituirla con le « ultime conclusioni della scienza ». Però dal 1925, specialmente per l’azione esercitata dalla divulgazione dei frammenti engelsiani sulla « dialettica della natura » e per l’influsso dei Quaderni filosofici (Mosca 1933) di Lenin, cominciò a manifestarsi un’opinione contraria che diveniva sempre più forte e che, sotto la guida di A. M. Deborin, difendeva con la massima energia il m. d.

La lotta fra le due tendenze si protrasse violenta fino al 1931 e terminò, addirittura, con la condanna di ambedue le correnti da parte del Comitato Centrale del Partito Comunista dell’U.R.S.S. (25 genn. 1931). Il meccanismo fu condannato quale base filosofica del « revisionismo di destra » (opposizione contro la collettivizzazione forzata della campagna; V. BOLSCEVISMO); il deborininismo, che ricevette il marchio di « idealismo menziescivante », in quanto base filosofia del « revisionismo di sinistra » (trotzismo). Alla nuova corrente filosofica che subentrò e nella quale emerge specialmente M. Mitin, è fatto obbligo della più stretta aderenza alla lotta politica del Partito; doverò primo della filosofia sovietica e di fiancheggiare il Partito nella sua lotta contro le deviazioni di destra e di sinistra e di condurre anche nel campo filosofico una battaglia su due fronti contro meccanismo e idealismo menziescivante. Dopo di ciò, il fatto più importante nella vita della filosofia sovietica è la pubblicazione della Storia del Partito Comunista (bolscevico) dell’Unione Sovietica, breve manuale, con un capitolo di 27 pagine redatto personalmente da Stalin: Sul m. d. e storico che costituisce una densa esposizione delle tesi principali della filosofia e dottrina sociale marxiste-leniniste e che, oggi, è ritenuta in campo comunista l’opera filosofica più decisiva della storia del mondo, che « innalza il m. d. a un nuovo, più alto grado e rappresenta il vero apice del pensiero filosofico marxista-leninista ». Quanto al contenuto, però, quest’opera nulla porta di nuovo di fronte ad Engels e Lenin.

Una considerevole ripresa della filosofia sovietica si deve segnalare dopo la fine della seconda guerra mondiale, non nel senso di una ulteriore elaborazione creativa del m. d. sovietico, bensì di un aumento quantitativo della produzione filosofica. Di decisiva importanza, sotto questo punto di vista, fu la Discussione Filosofica del giugno 1947, nella quale, su iniziativa del Comitato Centrale del Partito, venne criticata, particolarmente da Zdanov. La Storia della filosofia dell’Europa occidentale di G. E. Aleksandrov, già coronata dal Premio Stalin. Gli errori di Aleksandrov, come del resto quelli di tutti i « lavoratori della filosofia », consistevano principalmente nell’« obiettività » formale, cioè nel fatto che Aleksandrov trattava troppo cortesemente gli avversari e sottoponeva i loro sistemi a una critica troppo poco appassionata; nella mancanza di spirito combattivo di partito; in un contegno servile nei confronti della cultura borghese, e simili. Analoghi attacchi da parte del massimo organo direttivo del Partito si registrano (v. BOLSCEVISMO) negli ultimi anni anche in campi diversi del lavoro ideologico: e precisamente nel campo biologico (v. MIČURIN), e linguistico (« discussione » del luglio 1950, con intervento personale di Stalin, in cui fu demolito N. J. Marr [1864-1934], l’autorità fino allora incontestata della linguistica sovietica). La discussione filosofica del 1947 dette origine alla rivista quadrimestrale Problemi della filosofia.

Nelle seguenti colonne sarà esposto il m. d. nella sua formulazione sovietica, che rappresenta la Weltanschauung obbligatoria e fondamentale del comunismo mondiale. Fuori dell’Unione Sovietica esistono altre forme di questa filosofia in campo comunista, le quali però, più o meno, costituiscono sistemi personali (p. es., Max Raphael, H. Lefebvre, Banfi, il recente gruppo filosofico che si esprime in Italia nella rivista Il costume) e sarebbero dalla filosofia ufficiale sovietica considerate come deviazioni idealistiche.

II. CONCETTO DI FILOSOFIA

Frutto della lotta contro il meccanismo è stata la convinzione che si debba riconoscere senz’altro alla filosofia il diritto di esistere come scienza a sé, accanto alle altre scienze. Essa costituisce il fondamento sul quale solo è possibile elaborare le singole scienze, risolve il problema dell’oggetto specifico del quale si occupa ognuna delle scienze: di un mondo che esiste indipendentemente dal soggetto pensante o dai prodotti del pensiero. La filosofia va pertanto considerata non come pura metodologia, ma anche come Weltanschauung, come teoria del reale.

Di qui sorge il problema dei rapporti fra filosofia e scienza. Per il m. d. oggetto della filosofia sono « le leggi generali del moto e della evoluzione della Natura, della società umana e del pensiero » (Engels, Anti-Dühring, Mosca 1946, p. 173), dunque, soprattutto, le leggi più generali della realtà; mentre ognuna delle scienze particolari considerate le leggi e la struttura di una determinata sezione della realtà. Mentre in Engels sussisteva la tendenza a limitare l’oggetto della filosofia, separandone sempre più numerosi campi riservati a scienze particolari, nella odierna filosofia sovietica si può osservare al contrario la tendenza a ripristinare nei loro diritti le discipline bandite da Engels dal campo della filosofia. Nell’Istituto Filosofico dell’U.R.S.S. sono sorte nuove sezioni: logica, filosofia delle scienze naturali, psicologia; si chiede l’istituzione di cattedre speciali di estetica e pedagogia nelle Facoltà di Filosofia; grande attenzione è rivolta ai problemi dell’etica, ecc.

Il carattere particolare della filosofia sovietica si rileva, meglio che altrove, nel metodo, con due principi che le conferiscono un aspetto particolare: l’esigenza dell’unità di teoria e prassi e quella di « spirito di Partito » nel lavoro filosofico. L’unità di teoria e prassi nasce automaticamente dal concetto marxista di « prassi » (v. M. STORICO), che altro non è se non un prolungamento della filosofia nell’attività pratica, la « realizzazione » della filosofia. La teoria – dice Stalin – diventa priva di oggetto se non viene collegata con la pratica rivoluzionaria, esattamente allo stesso modo che la pratica diventa cieca se non si rischiara la strada con la teoria rivoluzionaria. Si comprende pertanto perché il bolscevismo apprezzi la filosofia: solo la teoria può dare « al movimento sicurezza, capacità di orientamento » e dimostra « non soltanto come e in qual direzione si muovono le classi nel momento presente, ma anche come e in quale direzione esse devono muoversi nel prossimo avvenire » (Questioni del leninismo, p. 22).

L'esigenza dello spirito di Partito risale a Lenin: «Il m. include in se medesimo, per così dire, lo spirito di partito, in quanto ci obbliga, per ogni apprezzamento portato su di un avvenimento, a pòrci direttamente ed apertamente dal punto di vista di un certo gruppo sociale» (Opere, 4ª ed., I, 380 sgg.). Questa esigenza di Lenin altro non è, in realtà, se non una logica deduzione del m. storico di Marx: se si condivide la sua fede che la classe proletaria porta la società al risanamento, ne segue evidentemente che la coscienza funziona rettamente (e la filosofia comprende rettamente il reale) solo quando si pone dal punto di vista soggettivo del proletariato. L'oggettivo processo evolutivo del reale e il soggettivo interesse di classe del proletariato vengono in tal modo a coincidere. Con queste premesse diventano senz'altro comprensibili le ulteriori caratteristiche particolarmente dominanti nella attuale produzione ideologica dell'Unione Sovietica: lotta contro l'"obbiettività", contro il "servilismo rispetto alla cultura borghese", perfino la battaglia per il patriottismo sovietico e contro il "cosmopolitismo".

Dall'esposito concetto di filosofia consegue che la teoria sovietica non può pensarsi separata dal m. d. e storico e che non le è concepibile il tentativo compiuto da certi teorici della II Internazionale (v. M. STORICO) di edificare il marxismo, come dottrina economica e sociale, su altro fondamento filosofico. Per questo, quando simili opinioni si fanno sentire nella cerchia comunista non russa, esse dal punto di vista della teoria sovietica sono da considerarsi come "deviazionismo" o manovra tendenziosa.

III. LA MATERIA

Il problema dell'essenza della materia non si poneva, al tempo di Marx ed Engels, con quell'urgenza con cui si è posto nei tempi più recenti. Allora la materia si riteneva composta di atomi non divisibili ulteriormente e la natura del mondo materiale sembrava perfettamente chiara e comprensibile. Il progresso della fisica dell'atomo, la scoperta che l'atomo, a sua volta, è composto di unità minori, produsero un grande mutamento in questo campo e provocarono una grave crisi per il m. filosofico. Poiché ora perfino l'atomo si era dimostrato divisibile, a molti fisici parve non contraddittoria l'ipotesi che, nel processo di suddivisione della materia, non si sarebbero mai incontrati confini ultimi e che, insomma, non esistesse più un costituente ultimo dell'universo; e anzi si andasse verso la "dissoluzione della materia", la "materializzazione dell'atomo".

Per salvare il m. filosofico Lenin distingue fra concetto filosofico e concetto scientifico di materia. Questo ultimo terribile in considerazione l'intima struttura della materia, la sua composizione di molecole, atomi, elettroni, le sue proprietà quali l'impenetrabilità, l'inertia e simili. È mutabile secondo lo stadio di sviluppo della scienza. Ciò, però, non intacca il m. filosofico in quanto esso proviene dal concetto filosofico di materia: «L'unica proprietà della materia, al cui riconoscimento sia legato il materialismo filosofico, è quella d'essere realtà oggettiva e di esistere al di fuori della nostra conoscenza» (Opere, XIV, p. 247). Lenin non avverte che la definizione citata non si adatta solo alla materia, ma a qualsiasi realtà, e anche a un eventuale essere spirituale. In seguito, però, egli definisce univocamente il suo concetto filosofico, limitandolo all'essere materiale: materia è "ciò che, agendo sui nostri sensi, produce la sensazione", è "la realtà oggettiva, dataci nella sensazione" (op. cit., p. 133). Il tentativo di Lenin, di operare un approfondimento filosofico del concetto di materia per mezzo della distinzione tra concetto filosofico e concetto scientifico della materia stessa, se va apprezzato, non può dirsi completamente riuscito. Egli concepisce, infatti, la materia dal solo punto di vista gnoseologico, non da quello ontologico. Il m. d. non ha dato fino ad oggi risposta al problema fondamentale, se la materia debba, o meno, concepirsi come sostanza. Alcune proposizioni di Lenin sembrano affermarlo, p. es., quando ritiene, contro l'energismo, impossibile il movimento senza una cosa che si muova. Altrove, però, quando parla dell'"infinità della materia in profondità" (Lenin, Quaderni filosofici, p. 112), sembra ammettere la possibilità che, nel processo di risoluzione dell'atomo in sempre minori unità, non si giunga mai ad un termine ultimo, il che sarebbe certo contrario alla sostanzialità della materia.

La materia, secondo il pensiero del m. d., è eterna e si trova in movimento dall'eternità. Il movimento è un "attributo della materia", cioè una caratteristica da essa inseparabile che le compete necessariamente. È un pregio del m. d. in confronto al meccanismo, che il movimento non sia inteso solo in senso meccanico, ma anche in senso aristotelico, come "mutazione", la quale, dunque, si manifesta nei vari ordini, in forme essenzialmente e qualitativamente diverse. Calore, luce, elettricità e magnetismo, processi chimici e, finalmente, anche la vita e la coscienza sono, già per Engels, diverse forme del movimento. Per il m. d. ogni essere esiste necessariamente nello spazio e nel tempo. Spazio e tempo non sono, però, realtà indipendenti dalla materia, né hanno un significato meramente soggettivo, ma sono modi di esistenza della materia. La filosofia moderna sovietica si occupa molto dei problemi sollevati dalla fisica atomica. In generale essa assume, particolarmente di fronte a certe affrettate conclusioni filosofiche del rapporto di indeterminazione di Heisenberg, una posizione molto chiara e in diversi punti esatta. Essa difende energicamente la validità universale del principio di causalità e la conoscibilità sostanziale dell'intera realtà.

IV. LA DIALETTICA MATERIALISTICA

Con il termine "dialettica" (v.) il m. d. designa l'evoluzione che si compie con la costituzione e con la soluzione di contrari, di "conflitti". Viene contrapposta alla "metafisica", intesa, con Engels, come l'assunzione di essenze invariabili e stabili. Perciò spesso "dialettica" non significa altro che "visione dinamica" e non di rado addirittura "storica" in contrasto a "visione statica".

In luogo delle tre leggi englesiane della dialettica materialistica, Stalin distingue in essa quattro tratti fondamentali. Il primo è che tutte le cose e fenomeni della natura e della società formano un'unità, "un tutto coerentemente unico", "dipendono l'uno dall'altro e si condizionano reciprocamente". Perciò i singoli fenomeni possono essere compresi solo, se non sono considerati isolati, fuori della connessione con i fenomeni che li circondano (cf. Quest. del Lenin, p. 581). Il secondo impone di considerare "la natura non come uno stato di riposo e di immobilità, di stagnazione e di immutabilità, ma come uno stato di movimento e di cambiamento perpetui, di rinnovamento e sviluppo incessanti"; perciò si devebbe sempre porre la massima attenzione nel distinguere fra ciò che scompare e ciò che sorge; per il metodo dialettico, infatti, è importante e non trascurabile "solo ciò che nasce e si sviluppa" (ibid., p. 582).

Di maggiore importanza sono i rimanenti due "tratti fondamentali": il terzo è la "legge del transito della quantità nella qualità". Questa legge è il punto centrale di tutto il sistema del m. d., in quanto inteso a giustificare filosoficamente le differenze qualitative, da esso affermate in contrasto con il meccanismo, fra i diversi ordini della realtà e il sorgere dei fenomeni più alti da quelli più bassi nel corso del processo evolutivo. Questa legge afferma che l'evoluzione si presenta "come uno sviluppo che passa da cambiamenti quantitativi insignificanti e latenti a cambiamenti aperti e radicali, a cambiamenti qualitativi, uno sviluppo nel quale i cambiamenti qualitativi non si producono gradualmente, ma rapidamente, all'improvviso, a salti da uno stato all'altro...". (ibid., p. 582). L'evoluzione si compie cioè, prima, fino a un determinato limite, dipende dalla natura della cosa data, nella direzione di variazioni puramente quantitative, continue; ma se la variazione quantitativa prosegue oltre il limite dato, ne segue un salto brusco della variazione quantitativa in variazione qualita-

tiva; la cosa cessa di essere ciò che era e diviene un'altra cosa, riceve una nuova «qualità». Ad es., nella natura, fino a cento gradi si svolge un puro aumento quantitativo della temperatura dell'acqua; ma se si aumenta il calore oltre quel punto, l'acqua diviene vapore; subentra una variazione qualitativa. Analogamente nel processo di suddivisione della materia: fino alla molecola si tratta di una pura variazione quantitativa; più oltre, la suddivisione è possibile solo risolvendo la molecola (p. es., di un composto chimico) nei suoi atomi, con il che subentra una variazione qualitativa. Questa legge «celebra», però, «i suoi più grandi trionfi» nel campo della chimica, nella quale, alla pura variazione quantitativa del numero di atomi combinati in un composto chimico è legata una differenza qualitativa del tutto essenziale (p. es.: N2O: gas esilarante; N2O3: anidride nitrosa). Secondo il m. d. sono sorti in modo analogo i composti chimici e ogni differenza qualitativa nel mondo: quando la materia incorpore, in un processo di pura variazione quantitativa e conseguenti salti qualitativi, ebbe raggiunto uno stadio abbastanza alto di organizzazione interna, uscì da essa la vita e, in seguito, per un ulteriore processo evolutivo, ancora attraverso un salto dialettico, la coscienza.

Il quarto tratto ha il compito di spiegare l'origine del moto, con l'intento principale di superare la concezione meccanistica che ritiene il moto possibile solo per un impulso proveniente dall'esterno. Una simile concezione potrebbe infine all'assunzione di un «primo motore» in bisognoso egli stesso di impulso, cioè all'esistenza di Dio, cosa assolutamente impensabile per il m. d. L'originale del moto va quindi posta, secondo il m. d., nell'interno di ogni fenomeno come risultante di «conflitti» interni, cioè di contrapposizioni reali. Contrairemente alla metafisica, la dialettica parte dal principio che gli oggetti e i fenomeni della natura implicano delle contraddizioni interne, poiché hanno tutti un lato negativo e un lato positivo, un passato e un avvenire, e che la lotta tra questi opposti, tra il vecchio e il nuovo, tra ciò che muore e ciò che nasce... è l'intimo contenuto del processo di sviluppo, il contenuto intimo della trasformazione dei cambiamenti quantitativi in cambiamenti qualitativi. (ibid., p. 584). Questa legge – dell'unità e della lotta degli opposti – altro non è se non l'estensione a tutto il reale della norma dialettica, stabilita originariamente da Marx per la sfera dell'evoluzione sociale (lotte di classe). Stabili parla qui solo delle opposizioni di vecchio e nuovo nello sviluppo di ogni fenomeno. Ma da parte della filosofia sovietica, in adesione alle teorie di Engels e Lenin, vengono addotte molte altre coppie di opposti insiti nelle cose, a giustificazione di questa legge. Nel campo della fisica: la contrapposizione fra onda e corruscolo, azione e reazione, quiete e moto (Engels, con Hegel, vedeva nel moto locale semplice verificata la «contrapposizione reale» costituita dal fatto che un corpo, in un dato momento, è e non è in un punto), elettricità positiva e negativa, poli magnetici nord e sud; per la chimica: analisi e sintesi; per la biologia: vita e morte; per la dottrina sociale: la lotta fra classi antagoniste; in genere, in ogni divenire la sintesi di essere e non essere. L'esistenza di tali «contrapposizioni» reali è dunque la fonte di ogni moto e cambiamento, i quali, in tal modo, assumono il carattere «Selbstbewegung» nel senso hegeliano. Il processo evolutivo è un processo di continua mutazione, nel quale nulla vi è che rimanga sempre uguale a se stesso, nulla di fisso, nessuna sostanza eterna e immutabile. Ogni fissità, tutto ciò che essenzialmente resta uguale a se stesso è puramente relativo, temporaneo, si stende solo nell'intervallo fra due «salti» dialettici.

Ulteriori determinazioni sono offerte dalla dottrina delle categorie. Il m. d. conserva le categorie di «essenza» e «fenomeno», ma con evidente disagio per l'avversione alle essenze immutabili. Essenza è ciò che si nasconde entro le apparenze esterne delle cose, il loro «fondamento», la loro «connessione regolare», la «connessione intima» mente contraddittoria, l'«universale», la «connessione intima», necessaria delle cose. Fenomeno è invece ciò che è esterno, l'apparenza, ciò che non è essenziale, la singola, accidentale ed esterna esistenza delle cose. Sulla categoria dell'essenza riposa quella della «legge», che Lenin definisce «fenomeno essenziale», immagine di ciò che è essenziale nel moto dell'universo.

Nell'evoluzione delle categorie della «possibilità» e della «realtà» la filosofia sovietica rappresenta il processo del divenire come un passaggio da possibilità a realtà, dove «realtà» è il mondo come un processo necessario e intimamente condizionato. Stalini accentua il fatto che «la possibilità non è ancora realtà» (Stalin, *Voprosy leninisma*, 9a ed. [in russo], p. 548) ma, per divenirlo, necessita, almeno nel campo sociale, dell'intervento cosciente dell'uomo.

Le categorie di «necessità» e «casualità» concorrono il problema del determinismo e il vero carattere della necessità che si manifesta nel mondo. Il m. d. respinge il determinismo assoluto (del meccanismo e teorie analoghe), secondo il quale la necessità si estende, sebbene alle minime particolarità, e gli contrappone un determinismo «dialettico» nel quale le due categorie formano un'unità dialettica, sorgendo la necessità dalla casualità. La necessità, la regolarità si fa strada attraverso un enorme numero di eventi casuali in forma di tendenza generale, di comportamento medio di una massa di deviazioni dall'asse centrale, e ha dunque il carattere di una regolarità statistica. Va notato che il m. d. non intende rompere il dominio assoluto della categoria «necessità» limitandolo con la categoria «libertà» (la libertà, per Engels, non è altro se non «necessità cosciente», la capacità di prendere decisioni con conoscenza delle [necessarie] connessioni) e che per il m. d. «casualità» non significa assenza di causa: al contrario, il principio di causalità ha valore universale. Nel dominio della natura regna la sola causalità (e non la finalità); esiste finalità solo nel campo dell'evoluzione sociale. Il m. d. tenta dell'evidente finalismo insito nella natura una spiegazione puramente causale richiamandosi alla legge darwiniana della selezione naturale e della lotta per la sopravvivenza.

V. TEORIA DELLA CONOSCENZA

Per quanto riguarda la psicologia della conoscenza, è merito del m. d. sensismo (v.) e la difesa della essenziale differenza fra grado «logico» e grado sensitivo di conoscenza, come già fra materia vivente e non vivente. Tuttavia nel corso dell'evoluzione del mondo la coscienza sarebbe sorta dallo sviluppo della attività nervosa degli organismi, e la materia organica da quella inorganica. Il m. d. respinge la generazione spontanea solo nel senso che non in ogni momento, nelle attuali condizioni ambientali, può prodursi materia organica da quella inorganica: a ciò occorrerà un lasso di tempo di milioni d'anni e le condizioni ambientali esistenti sulla terra ai tempi del suo raffreddamento. Così pure ci vollero altri milioni d'anni fino a che la psiche animale giungesse a uno sviluppo sufficiente perché, attraverso un brusco passaggio qualitativo, ne potesse sorgere l'attività psichica dell'uomo e questi cominciasse, nel corso dell'attività volta al mantenimento della vita, a impiegare strumenti di lavoro, nel quale momento, solo, divenne veramente uomo.

La coscienza non è dunque un altro principio accanto a quello materiale, bensì una proprietà della materia, acquisita non appena questa ebbe raggiunto un grado sufficientemente alto di organizzazione interna. Essa è la capacità di «percepire» i processi obiettivi che in essa si svolgono, di «rispecchiarsi entro di sé». Fisico e psichico sono due aspetti di una sola e medesima realtà. Ciò che, considerato dall'esterno, appare un processo fisico (p. es.: onde dell'etero), è osservato, all'interno della medesima sostanza materiale, come fenomeno psichico della percezione (p. es., colore rosso), o della volontà, ecc.

Questa la prima parte, nella teoria della conoscenza, che spiega la derivazione della coscienza dalla materia. Seconda parte: la coscienza è in grado di esprimere fedelmente il mondo esterno. Ciò è affermato in base alla «teoria dell'immagine», per la quale le nostre percezioni, e anche i concetti che ne risultano, debbono essere considerati come «immagini specifiche», «copie», «riproduzioni» del mondo esterno. Come il mondo è un processo in continua evoluzione («dialettica oggettiva») nella quale non esistono essenze esterne ed immutabili, così la nostra conoscenza è anche processo, la «dialettica soggettiva» (immagine del processo oggettivo) nella quale pure non esistono «verità esterne» e soluzioni ultime. Questo processo contiene due passaggi: il primo consiste nella trasformazione dello stimolo esterno nel fatto di coscienza della percezione; il secondo nel trapasso della conoscenza sensitiva a quella «logica» nella formazione del concetto. Con ciò si afferma una differenza qualitativa, cioè essenziale, fra conoscenza sensitiva e conoscenza concettuale. Il concetto sorge per astrazione degli elementi comuni ed essenziali dalla percezione sensitiva, che rende solo il singolo e l'esterno. L'eliminazione delle caratteristiche individuali e concrete rappresenta apparentemente un allontanamento dall'oggetto; in realtà, però, l'astrazione ne ottiene una veduta più esatta e profonda.

Criterio gnoseologico di verità è per il m. d., già fin da Marx, la prassi. «Nella prassi l'uomo deve dimostrare la verità, cioè la realtà e la potenza, la praticità del proprio pensiero» (Marx a proposito di Feuerbach; cf. Engels, *Ludwig Feuerbach und der Ausgang der klassischen deutschen Philosophie*, Berlino 1946, p. 54). Per Engels, seguito qui da Lenin, l'esperimento e l'industria sono dimostrazione che l'uomo è in grado di conoscere rettamente la realtà. Riguardo alla logica, i filosofi sovietici esigono, oltre alla restaurata logica formale, la creazione di una «logica dialettica».

VI. LE «IDEOLOGIE»

Etica, estetica, filosofia della religione appartengono, secondo la sistematica del marxismo-leninismo, non al m. d., ma al m. STORIA (v.). Tuttavia, dato il loro carattere filosofico generalmente ammesso e i limiti di trattazione della voce M. STORICO, alcuni cenni in merito sono qui indispensabili.

Concetto fondamentale è che diritto, filosofia, morale, arte, religione, ecc., debbono essere considerate «ideologie», cioè soprastrutture della base sociale economica (v. MATERIALISMO STORICO). Il marxismo leninismo sostiene di conseguenza la mutabilità di tutte le norme etiche e la loro dipendenza dagli interessi di classe. Nella società classista, la classe dominante è sempre preoccupata di rendere le proprie vedute etiche universalmente vincolanti, richiamandosi o a leggi e forme e a manifestazioni di volontà divina (feudalesimo), o a leggi etiche assolute, ideali, universali al modo dell'imperativo categorico kantiano (capitalismo). Per il pensiero marxista non esistono norme etiche e immutabili: «La nostra morale è, in tutto e per tutto, subordinata agli interessi della lotta di classe del proletariato» (Lenin, *Opere*, 3a ed., XXV, Mosca 1933, p. 391). Legge prima di tale morale è la lotta per il futuro avvenuto dell'ordine comunista. Virtù proletarie sono: amore per il proprio popolo e per le masse dei lavoratori, senso d'onore, veridicità, costumatezza, coraggio, carnetismo, amore del lavoro, disciplina...

Come la morale, anche l'arte ha carattere classista. Essa è pure una delle forme della coscienza sociale; il suo compito è, analogamente alla scienza, di fornire un quadro fedele della realtà, non nelle forme concettuali proprie della scienza, ma nell'espressione artistica. Una vera opera d'arte implica sempre questa o quella idea sociale. Perciò l'arte ha un'importante funzione nella vita della società: sorta da essa, vi reagisce, a sua volta, determinando i sentimenti, i pensieri, la volontà, i principi morali dell'uomo. I tratti distintivi dell'arte socialista dovrebbero essere: carattere popolare socialista, patriotismo sovietico, forma nazionale, ottimismo, realismo.

La religione è di tutte le ideologie la più svalutata; mentre le altre forme ideologiche della coscienza sociale sono viziate solo nella società classista, ma nella società comunista senza classi pervengono a piena fioritura e a completo sviluppo, la religione viene indicata come una forma di coscienza sociale erronea in sé e per sé e tale che, nel comunismo, dovrà scomparire completamente. Fra tutte le ideologie essa è la più lontana dalla base sociale-scientifica, donde il suo carattere fantastico. La religione «non è altro che il rispecchiamento fantastico nel cervello degli uomini di quelle forze esterne che dominano la loro esistenza quotidiana», rispecchiamano nel quale le forze della natura vengono ad assumere aspetto di forze soprannaturali» (Engels, *Anti-Dühring*, Mosca 1946, p. 393). Il carattere fantastico della religione la rende l'«oppio del popolo», in quanto, con la fede nell'aldilà, incanta le masse con una felicità illusoria e in tal modo le travia dalla lotta per la loro felicità reale e terrena. La religione diviene così uno strumento particolarmente idoneo per il loro sfruttamento.

Perciò il comunismo può assumere, rispetto alla religione, una sola posizione: la lotta, che, tuttavia, come ammonisce Lenin, non deve essere condotta soprattutto con misure di polizia al modo del *Kulturkampf* bismarckiano, ma tagliandone la radice con la creazione di condizioni sociali che non le permettano più di sussistere. Lenin considera valida la formula: la religione è affare privato solo dal punto di vista dello Stato, ma non da quello del Partito: «Il Partito non può essere neutrale di fronte alla religione... perché esso è per la scienza mentre i pregiudizi religiosi sono contro la scienza...» (Stalin, *Opere*, X, p. 132).

VII. VALUTAZIONE

Nonostante gli aspetti positivi già rilevati (superamento del meccanismo e del sensismo, realismo gnoseologico) il m. d. presenta errori e deficienze sostanziali. Il suo presupposto fondamentale, che il reale si limiti alla materia nel tempo e nello spazio, è un'asserzione non mai dimostrata e che impiglia il m. d. in continuo contraddizioni. Analogamente va detto per la tesi dell'eterità della materia che inoltre è in contrasto con l'altra tesi dell'evoluzione ascendente.

Assenza di inizio ed evoluzione sono inconciliabili perché l'evoluzione presuppone necessariamente un punto iniziale e uno finale. L'asserzione dell'eterità del mondo è anche in disaccordo con la fisica ed astronomia che, non solo sostengono l'esistenza di un inizio nel processo evolutivo del mondo, ma parlano perfino di una relativa «giovinezza» dell'universo (ca. 10 miliardi di anni).

Il punto centrale del sistema del m. d. è costituito dalle due leggi del passaggio della quantità alla qualità e dell'unità e contrasto degli opposti, le quali dovrebbero fornire la giustificazione filosofica all'asserzione che tutto è divenuto, in qualche modo, «da sé». Riguardo alla legge del passaggio della quantità alla qualità va osservato che essa sorvola sull'influenza delle cause esterne: sulla molecola deve agire una causa estrinseca perché essa venga disciolta negli atomi che la compongono, con l'acquisto di nuove proprietà essenziali. Inoltre: se anche, in certi casi, l'insorgere di nuove qualità può verificarsi secondo la predetta legge, non è perciò dimostrato che anche quella essenzialmente più *alte* possano prodursi in maniera analoga (p. es., la vita, con il suo evidente finalismo, dalla cieca materia inorganica). L'affermazione che le più alte forme di realtà sono sorte «dal basso», sia pure mediante il trapasso di quantità in qualità, sarebbe in conflitto con il principio di causalità, dallo stesso m. d. energicamente difeso. In merito alla legge dell'unità e contrasto quale origine del moto, per la quale ogni moto fisico diviene *Selbstbewegung*, va detto che non si tratta né può trattarsi di *contraddizioni* reali, impossibili. La maggior parte degli esempi addotti pre-

sentano, nel migliore dei casi, contrapposizioni reali. Il m. d. scambia qui contrario e contraddittorio; e quanto all'esempio hegeliano-engelsiano sulla contraddittorietà del movimento locale, va ritenuto che la linea continua non consta di punti fissi: sono reali solo la linea, e, rispetto vivamente, il moto continuo che su di essa si svolge (v. CONTINUO). Ma, anche intesa nel senso di contrasti reali, la legge non spiega l'origine del moto. Astraendo da esempi infelici (come quello dei poli magnetici nord e sud, che comunque non è fonte di Selbstbewegung, ma, nel miglior caso, di movimento estrinseco), e attenendosi solo all'esempio migliore (la contraddizione fra esse e non essere nel divenire), anche qui non si tratta di contraddizione reale perché un non-essere contrapposto contraddittoriamente all'essere non può essere reale. Trattasi pertanto solo di una contrapposizione reale nella costituzione ontologica della cosa che diviene, la quale traspassa dal non essere della possibilità all'essere della realtà. Ma, come Stalin sottolinea molto giustamente, la possibilità non è ancora realtà, non diviene da sé realtà, ma necessita per questo dell'intervento di una causa attiva, a meno di rifiutare, di nuovo, il principio di causalità. In questo senso vale l'antico principio Quidquid movetur, ab alio movetur (tutto ciò che si muove [= si cambia] vien mosso [= cambiato] da qualcosa d'altro). La intrinseca contraddizione di essere e non essere, nella cosa che diviene, rende si intrinsecamente possibile il movimento, il divenire, ma non lo può causare. Occorre un altro che funga da causa attiva. Ma se quest'ultima, a sua volta, non è pura attualità, ma diveniente o divenuta, anch'essa postula un altro da sé. Poiché il processo non può andare all'infinito occorre pervenire a una causa prima che non sia essa stessa divenuta, non includa contrapposizione di essere e non essere, ma sia puro essere, pura attualità. Dio.

In merito alla dottrina delle categorie, e precisamente della categoria della «essenza», l'errore principale è la negazione di essenze fondamentalmente costanti a se stesse. Una essenza stabile non si oppone, come ritiene il m. d., a ogni divenire e cambiamento: possono darsi in essa mutazioni accidentali, o anche una trasformazione profonda che importi, nella materia, il passaggio a una nuova essenza (mutatio substantialis). Non ne segue che una stessa essenza possa avere oggi queste e domani altre caratteristiche. I portatori concreti di una essenza possono mutarsi in altri, ma l'essenza in quanto tale, ovunque si trovi realizzata, può solo avere quelle determinate caratteristiche e non altre. Inoltre, poiché l'essenza è intesa dal m. d. come la totalità dei rapporti fra la cosa considerata e un'altra, la legge, come rapporto necessario fra essenze, diviene una relazione fra relazioni. Come è mutabile l'essenza, così, per il m. d., anche la legge, conseguentemente, è mutabile: non vi è dunque alcuna legge «eterna», tutto diviene relativo.

Ciò porta a ulteriori e fatali conseguenze in merito alle categorie della necessità e casualità. La necessità non è più, nel m. d., conseguenza del rapporto fra essenze immutabili, ma risulta - in modo, del resto, inspiegabile - dalla casualità, quale legge statistica. Non è quindi la necessità a derivare dall'essenza, ma è l'essenza che risulta da rapporti necessari producenti di per sé dalla casualità.

In merito al «determinismo dialettico» va affermato che è impossibile delimitare il determinismo richiamandosi alla casualità. Perché anche ciò che è casuale è condizionato casualmente e, in questo senso, necessario. La necessità del processo evolutivo può essere limitata solo con la libertà, ma non da una libertà intesa come nel m. d., tale, cioè, che essa di essere libertà in quanto necessità cosciente.

Riguardo, infine, alle categorie della causalità e della finalità, la spiegazione del finalismo come di una illusione è inconsistente poiché si riscontra un finalismo, non solo nell'ulteriore sviluppo degli organismi già costituiti, ma ancor più nella loro originaria, e anche primitiva, costituzione, indipendentemente da ogni lotta per l'esistenza, e prima di questa.

Anche la teoria gnoseologica del m. d. è viziata da errori sostanziali. In primo luogo è un controsenso ascrivere un'attività essenzialmente diversa da quella materiale a un principio dichiarato puramente materiale. Con la teoria «dell'immagine» se si afferma il realismo gnoseologico, non lo si giustifica criticamente. Resta aperto il problema quale sia propriamente la garanzia che le nostre sensazioni e i nostri concetti sono fedeli immagini della realtà. Il richiamarsi al parallelismo fra i due processi della dialettica soggettiva e oggettiva non serve; il processo della dialettica soggettiva potrebbe essere unospeccchiamato del processo dialettico oggettivo soltanto condizione che corresse ad esso completamente parallelo nel tempo, il che non è, dato che la conoscenza si instaura cronologicamente molto più tardi che non il divenire del reale. Né giova richiamarsi alla prassi come criterio di verità; la conferma delle nostre previsioni da parte della prassi può ben confermarci che possiamo avere una conoscenza esatta della realtà, ma non ci dice perché ciò sia a quali condizioni ciò deve essere.

Da quanto detto risulta che l'errore fondamentale del sistema complessivo del m. d. è nella ingiustificata unificazione di materia e dialettica. Dialettica significa sostanzialmente spirito, il potersi sollevare sopra lo hic et nunc, sopra i confini dello spazio e del tempo cui è sempre altrettanto la materia; significa un'intenzionale preoccupazione del futuro. Il m. d. crede di poter garantire questa pre-occupazione intenzionale del futuro e un seguito regolare e ragionevole del processo evolutivo, ponendo nella materia una dialettica materializzata tendente a un evoluzionistico superarsi della materia stessa, che oltrepassa contrapposizioni e contraddizioni, dal più basso verso il più alto. Ciò è impossibile: non è solo la negazione ciecamente operante che assicura, nella dialettica, l'ascesa verso il più alto, verso il più dotato di pensiero, ma una ragione insita originariamente nel processo e ad esso presente. La sola negazione ciecamente operante che porta ogni determinato A al non essere del non-A, non è in grado di elevarlo a un determinato B in direzione evolutiva ascendente, a meno che l'azione della negazione non sia essa stessa diretta da una potenza spirituale che stia al di sopra all'intero processo. Ma nel sistema del m. d. l'attività spirituale interviene solo a un grado molto avanzato dell'evoluzione della materia; di conseguenza tutto il processo che ha luogo, con il suo finalistico premere verso l'alto, dovrebbe esser guidato solo dal cieco agire della negazione, il che è impossibile. Al m. d. succede di naufragare a ogni passo della sua elaborazione filosofica: esso vuole trarre l'essenza dalla necessità, anziché al contrario; la necessità e la regolarità dalla casualità, la finalità dalla casualità ciecamente operante.

Nella concreta e particolare elaborazione di questi assunti si pone in evidenza (ciò che forse a prima vista non appare altrettanto chiaramente) che materia e dialettica, secondo una felice espressione di N. Losskij, si separano l'una dall'altra «come acqua e olio».

Con orgoglio prometeico, il m. d. vuole conciliare l'inconciliabile, nell'intento principale di eludere il riconoscimento di Dio come causa prima e sensuoltimo del mondo. Ma giunge, in conclusione, a sovvertire radicalmente il concetto di materia e ad intenderla quale realtà dotata di forze spirituali, anzi addirittura diviene e creatrici.

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MATERIALISMO DIALETTICO — MATERIALISMO STORICO

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