MATERIALISMO STORICO. — Con il termine di m. s. si designa abitualmente la concezione materialistica della storia, fondata da C. Marx e F. Engels, secondo la quale lo sviluppo storico della società umana, e in particolare le creazioni dello spirito umano nel campo dello Stato, del diritto, della morale, ecc., sono condizionate dalle circostanze materiali della vita. Nella terminologia sovietica il termine m. s. abbraccia e la concezione materialistica della storia e l'intera dottrina sociale ed economica.
Non è facile definire esattamente il concetto del m. s. perché anche all'interno del marxismo, perfino da parte degli stessi fondatori si sostengono concezioni diverse; qui verranno considerate anzitutto le formulazioni più importanti di Marx ed Engels, quindi le concezioni della socialdemocrazia tedesca e, infine, la formulazione, oggi la più importante sul piano politico, del leninismo-stalinismo.
I. ORIGINE DEL M. S. — Il m. s. è il prodotto di un processo spirituale di allontanamento da Hegel, compiuto dal Marx in gioventù sotto l'influsso degli hegeliani di sinistra, soprattutto L. Feuerbach, e che si svolse essenzialmente negli anni 1838-45.
Per Hegel (v.) l'intera realtà era, secondo la sua più intima essenza, idea; l'idea è il sostrato che determina l'intero processo di sviluppo: nella Natura, come Idea esteriorizzata a se medesima; nelle varie sfere dello Spirito, come Idea che da quell'esteriorizzazione ritorna in se medesima. BACH (v.) aveva rovesciato questo ordine: non l'idea è la realtà fondamentale, ma la Natura; idea e spirito non sono altro che esteriorizzazione di sé, sdoppiamento dell'individuo ragionevole materiale da se stesso: non sono essenza, ma pallido riflesso della realtà vera e propria. Feuerbach applicò questa concezione in modo particolare al campo della filosofia della religione: nel concetto di Dio l'uomo esteriorizza la sua propria essenza e se la pone dinanzi come una realtà estranea; per sanare l'indebolimento che ne deriva per l'uomo, occorre distruggere l'illusione della religione e riportare nell'uomo la sua essenza da lui stesso esteriorizzata.
Questa concezione fondamentale di Feuerbach è di decisiva importanza per la comprensione del m. s. Marx (v.). Anche Marx rovescia il rapporto stabilito da Hegel e vede la realtà primaria nella Natura e nell'uomo, sua parte; ciò che è spirituale è solo esteriorizzazione. Egli, però, trasporta questo principio antropologico di Feuerbach dal campo della filosofia della religione a quello della dottrina sociale. Come, secondo Feuerbach, l'uomo esteriorizza la sua propria essenza nel concetto di Dio, così, secondo Marx, la società esteriorizza la sua propria essenza, la vita collettiva, nello Stato: da ciò risulta la sua attuale condizione anormale, patologica, che si manifesta nella costituzione della proprietà privata con l'egoismo che le è connesso (Critica della filosofia del diritto di Hegel). Con questa esteriorizzazione nel campo sociale ed economico, Marx intende fornire la spiegazione per l'altra stabilità da Feuerbach riguardo al campo della religione, cioè della coscienza. Secondo Marx la società manifesta, nella religione, una coscienza del mondo rovesciata (nella quale l'illusione diviene realtà e la realtà illusione) proprio perché essa stessa, in regime di proprietà privata, è un'analoga realtà capovolta. E qui risuona per la prima volta con sufficiente chiarezza il motivo fondamentale della concezione materialistica della storia, secondo la quale i processi che si svolgono nel campo della coscienza non sono altro che riflessi di processi svolgenti nel campo economico e sociale (v. l'articolo: Introduzione alla critica della filosofia del diritto di Hegel).
Del resto Marx prende più acutamente in esame il corso della esteriorizzazione per quanto riguarda la base economica e sociale. Come la realtà primaria non è l'idea, ma la Natura (e l'uomo come sua componente concreta) così anche l'attività primaria non è il pensiero, ma la passiva, cioè l'azione concreta dell'uomo sulla natura allo scopo di creare mezzi di esistenza materiale. Essa non significa solo trasformazione della natura: mentre l'uomo adatta la natura alle proprie necessità, egli medesimo si muta. Nella prassi l'uomo sociale, in certa misura, crea se stesso. Come il «sapere» in Hegel, la «prassi» ha, in Marx, carattere dialettico. Nella produzione dei beni materiali, nella prassi, l'uomo estrinseca le sue forze, cioè il suo Io, nei beni prodotti. A questa estrinsecazione dovrebbe seguire, come ulteriore momento, la reintegrazione dell'essenza dell'uomo estrinseca nel prodotto: reintegrazione che dovrebbe consentire nel superamento della «estraneità» del prodotto riguardo al produttore. Ma non è questo il caso in regime di proprietà privata, in quanto, in conseguenza della proprietà privata dei mezzi di produzione, il prodotto diviene proprietà non del lavoratore medesimo che lo produce, ma del capitalista. La mancata reintegrazione dell'essenza dell'uomo (sociale) estrinseca nella prassi, è la più profonda radice dello stato patologico dell'attuale società. Poiché nella prassi si tratta, in ultima analisi, dell'uomo sociale, alla dialettica della prassi corrisponde la dialettica dello sviluppo storico dell'umanità. L'impossibilità di reintegrare l'essenza dell'uomo estrinseca nel prodotto del lavoro, quale si verifica in regime di proprietà privata, regime di «lavoro estrinseca», conduce a quello stato patologico dell'attuale società, a quell'indebolimento dell'uomo che ha raggiunto gli estremi limiti della formazione e nella sorte del proletariato e che diviene la negazione della vera umanità. Perciò stesso diviene necessità storica un rovesciamento dialettico nel processo di sviluppo dell'uomo sociale. Nella rivoluzione sociale il proletariato distruggerà l'ordinamento sociale edificato sulla proprietà privata e renderà possibile la reintegrazione dell'essenza umana (Mao-noscritti economico-filosofici del 1844).
Questa emancipazione economica è seguita necessariamente da quella sociale e politica. Il risanamento della società realizzherà il vero uomo sociale per il quale la sfera privata di interessi dell'individuo coincide con la sfera pubblica di interessi della società: in conseguenza di ciò lo Stato diviene superfluo ed è condannato a scomparire. Come necessario coronamento dell'emancipazione sociale e politica si realizza subito, di per sé, quella religiosa. Anche la religione verrà a scomparire in quanto le sue radici saranno state tagliate.
IL. MARX ED ENGELS. — La prima chiara formulazione della concezione materialistica della storia si trova già nel Manifesto comunista. Però la più ampia e chiara esposizione ne fu data da Marx nell'introduzione al suo scritto Per la critica dell'economia politica (1859), definita da Kautsky «classica»: «Nella produzione sociale della loro esistenza, gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in rapporti di produzione che corrispondono a un determinato grado di sviluppo delle loro forze produttive materiali. L'insieme di questi rapporti di produzione
costituisce la struttura economica della società, ossia la base reale sulla quale si eleva una soprastruttura giuridica e politica e alla quale corrispondono forme determinate della coscienza sociale. Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza. A un dato punto del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (il che è l'equivalente giuridico di tale espressione) dentro dei quali esse forse per l'innanzia s'erranno mosse. Questi rapporti, da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro catene. E allora subentrano un'epoca di rivoluzione sociale. Con il cambiamento della base economica, si sconvolge più o meno radicalmente tutta la gigantesca soprastruttura. Quando si studiano simili sconvolgimenti, è indispensabile distinguere sempre fra lo sconvolgimento materiale delle condizioni economiche della produzione, ... e le forme giuridiche, politiche, religiose, artistiche o filosofiche, ossia le forme ideologiche che permettono agli uomini di concepire questo conflitto e di combatterlo...» (da G. Stalin, *Questi del leninismo*, Mosca 1946, p. 607). «A grandi linee si possono designare come epoche progressive della formazione economica della società, le forme di produzione: asiatica, antica, feudale e moderna borghese. I rapporti di produzione borghesi costituiscono l'ultima forma antagonistica del processo sociale della produzione, non nel senso di un antagonismo individuale, ma nel senso di un antagonismo che nasce dalle condizioni sociali di vita degli individui; ma le forze produttive che si sviluppano in seno alla società borghese creano insieme le condizioni materiali per la soluzione di questo antagonismo. Con questa formazione sociale si chiude perciò la preistoria della società umana» (K. Marx, *Per la critica dell'economia politica*, Stoccarda 1897, pref., p. X sgg.).
Questa formulazione «classica» manifesta abbastanza chiaramente l'idea fondamentale, ma non si distingue per eccessiva esattezza concettuale. Questioni sostanziali, a cominciare dalla stessa base economica, non trovarono mai, in Marx ed Engels, il loro definitivo chiarimento; già nel testo citato Marx parla promiscuamente di «rapporti», «modo», «condizioni» di produzione; altrove parla di «condizioni materiali di esistenza», di «rapporti di produzione e di proprietà», perfino di «rapporti di produzione e traffico» («modi di traffico», «condizioni di traffico», «mezzi di traffico»). Meno chiaro di tutto però è come il modo di produzione «condizioni» il processo sociale politico e spirituale della vita; si tratta di un rapporto causale o di una specie di parallelismo? Anche la posizione di Marx nella questione delle «ideologie» è oscillante e incerta. A volte, specie nelle prime formulazioni, egli quasi nega loro un qualsiasi significato positivo (solo le condizioni di produzione sono «reali»); poi le considera un mero riflesso; più tardi, però, attribuisce loro una maggiore importanza: nel primo volume del *Capitale* assegna una funzione molto più essenziale all'attività spirituale finalistica; nel terzo volume conclude perfino che il potere politico, determinato dalla forma economica, a sua volta «reagisce su di essa in modo determinante». Uguale incertezza in Engels. Nell'*Antidühring* pone come base la produzione e, subito dopo, lo scambio dei suoi prodotti, il «modo di produzione e scambio»; nello scritto *L'origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato* perfino «la produzione e il riproduzione della vita immediata... Da una parte la creazione dei mezzi di sussistenza, del nutrimento, del vestiario, dell'abitazione e degli strumenti a ciò necessari; dall'altra la creazione stessa degli uomini, la propagazione della specie».
Di particolare importanza è però la ritrattazione che Engels compie, verso il 1890, della concezione materialistica della storia in rapporto ad obbizioni mosse da più parti, con la quale le ideologie assumono importanza assai più essenziale. In una lettera del 21 sett. 1890 Engels ammette che la produzione e riproduzione della vita reale è il fattore decisivo nella storia solo in *ultima istanza*, ma non è l'unico. La situazione economica sarebbe, si, la base, ma i diversi momenti della soprastruttura (forme politiche della lotta di classe, costituzioni, forme giuridiche, perfino i riflessi di queste lotte nel cervello di coloro che vi partecipano: teorie politiche, giuridiche, filosofiche, concezioni religiose e loro sviluppi dogmatici) esercitano anch'essi la loro influenza sul corso delle lotte storiche e ne determinano in molti casi, in modo preponderante, la forma. «Si tratta di una interazione di tutti questi momenti nella quale, in conclusione, attraverso la moltitudine infinita di casualità... il movimento economico si afferma come necessità».
La concezione materialistica della storia, come confermata dai suoi fondatori, può essere pertanto riassunta nelle seguenti proposizioni: presupposto fondamentale è il «modo», dualismo (v.) di Spirito e Materia; vera realtà è la Materia. Sul piano sociale la genuina realtà, che condiziona l'intero sviluppo sociale, è da riporre nelle condizioni materiali di produzione: esse sono l'unica vera realtà o, quanto meno, secondo formulazioni più tarde, ciò che determina in ultima istanza lo sviluppo storico. Dal vario ritmo evolutivo della base economica, da un lato, e della soprastruttura politica e ideologica, dall'altro, deriva, in determinati momenti, un conflitto fra il grado evolutivo delle forze produttive e le condizioni della produzione (ovvero i rapporti di proprietà), che condiziona l'insorgere dello stadio della rivoluzione sociale. Da ciò consegue che la storia dell'evoluzione della società umana, frazionata in classi sociali a causa della proprietà privata, è un processo dialettico di lotte di classe che, in fine, per mezzo della lotta di classe del proletariato, porta alla abolizione della proprietà privata e, con questo, al superamento della stessa società classista.
III. IL M. S. NELLA SOCIALDEMOCRAZIA TEDESCA. — Le imprecisioni notate nelle formulazioni della concezione materialistica della storia da parte dei suoi fondatori resero inevitabili, subito dopo la loro morte, forti divergenze d'opinione fra quelli che succedettero loro nella direzione della socialdemocrazia tedesca: divergenze che portarono spesso ad aspre polemiche. Così, in seno alla socialdemocrazia tedesca, si formò una corrente revisionistica, intesa, innanzitutto, al superamento dei punti deboli della formulazione filosofica di Marx ed Engels. Gli uni volevano svincolare il m. s. dal m. filosofico, che stava alla sua base, e preconizzavano un ritorno a Kant (Bernstein, Vorländer, Max Adler...), altri mettevano in rilievo principalmente che la concezione materialistica della storia non intendeva presentarsi come teoria della realtà né offrire la spiegazione dei singoli fatti storici, ma doveva ritenersi un metodo formale di elaborazione e spiegazione scientifica della storia (Cunow e altri; anche R. Stammler, che pure muove contro questo modo di intenderla importanti obbizioni).
E. Bernstein rifiutò non solo il materialismo filosofico che stava alla base del m. s., ma anche la concezione materialistica della storia nella sua forma intransigente. «Qualsiasi m. s. non può risolvere il dato di fatto che coloro che fanno la storia sono uomini, che gli uomini hanno una testa e che la disposizione della testa non è affatto così meccanica da poter essere dominata solamente dalla situazione economica». Per lui le condizioni economiche non costituiscono né l'unico né l'ultimo momento determinante per il corso dell'evoluzione storica; individui e popoli possono sottrarsi al potere «elementare» delle forze economiche. Fra i fattori non-economici egli riconosce la storia dell'evoluzione politica di un paese, la natura, la storia dei suoi partiti e perfino delle sue comunità religiose, e specialmente l'influsso dell'etica: «I concetti morali sono più duraturi dell'evoluzione (economica) e, fino a un certo punto, anche indipendenti
da essa». Perfino Kautsky, il più zelante difensore della concezione storica materialistica, intende quest’ultima in un senso molto largo, nel quale il fattore spirituale entra ampiamente nel concetto di «condizioni economiche». Secondo lui il m. s. è ben lungi dal negare la forza motrice dello spirito umano nella società; lo spirito muove, si, la società, ma non come dominatore delle condizioni economiche, bensì come loro servitore. In ultima analisi l’evoluzione economica altro non è, per Kautsky, se non l’evoluzione tecnica, cioè la successione di invenzioni e scoperte; dove per «tecnica» non si devono intendere solo la creazione di strumenti e macchine, ma anche i metodi chimici e perfino la matematica: l’attuale stato della matematica appartiene alle condizioni economiche della società contemporanea a ugual diritto che l’attuale stadio della tecnica meccanica o del commercio mondiale. In conclusione, Kautsky giunge tanto oltre da riconoscere, in contrasto con le dottrine originarie di Marx, perfino la morale e la nazionalità.
IV. IL M. S. NEL LENINISMO-STALINISMO. — Già negli ultimi anni di vita di Marx ed Engels sorse un marxismo russo, dapprima all’estero, nell’emigrazione, poi, dal 1890, anche in Russia, dove fu diffuso soprattutto da due opere: le Ostravianii critiche e propostie dell’evoluzione economica della Russia di P. Struve (1894) e Per il problema dell’evoluzione della teoria storica monistica di G. Plechanov (v. 1895). I primi marxisti russi, in polemica contro il «metodo soggettivo» nel campo della storia e della sociologia difeso dai Narodniki (v. 1895), intesero la concezione materialistica della storia nel senso di un estremo, quasi fatalistico, determinismo economico: le condizioni economiche costituiscono l’ultimo e unico fondamento di tutta l’evoluzione sociale e politica; la dipendenza della soprastruttura (istituzioni politiche, diritto, filosofia) dalla base economica va perciò intesa in senso strettamente causale. Il carattere di necessità dell’evoluzione storica fu inteso talora in senso così assoluto che si considerò la lotta contro il capitalismo addirittura priva di senso, in quanto esso anche senza lotta precipita verso la distruzione, in forza della sua immanente contraddizione. Queste considerazioni portarono alcuni alla formula paradossale: «quanto peggio, tanto meglio»: quanto più si acuiscono i conflitti sociali, quanto maggiore diviene la miseria delle masse, tanto meglio, tanto più presto l’evoluzione va incontro al socialismo.
Sulla fine del secolo, però, cominciò a operare anche in Russia l’influsso del revisionismo. Come Bernstein in Germania, anche N. Berdjaev, P. Struve, S. Bulgakov vollero staccare il marxismo dal m. filosofico e tornare a Kant, rispettivamente al neokantismo. Si tenne il m. s. come mero principio metodologico, ma non più come una spiegazione della realtà; il nesso causale fra base e soprastruttura (diritto, filosofia) fu negato. Le condizioni economiche sono certo un fattore di grande importanza nella evoluzione sociale, ma sempre e solo un gruppo di fatti sociali fra gli altri. Contro questa tendenza critica nel marxismo russo difesero gli «incoraggiati principi» del m. s., ponendosi dalla parte del marxismo «ortodossio», soprattutto Plechanov, in una serie di articoli raccolti nella collezione Critica dei nostri critici (1906), e L. Akselrod. Plechanov trattò del m. s. in uno scritto apposito Sulla concezione materialistica della storia (1897). Queste circostanze influirono decisamente sull’idea che Lenin si fece della concezione materialistica della storia. Egli tiene fedelcionizzativamente al marxismo ortodossio contro i revisionisti, compreso materialismo dialettico (v.), specialmente nella forma che gli era venuta da Engels, che egli difese anche con uno scritto speciale: Materialismo ed empiricriticismo, soprattutto contro l’infiltrazione dell’empiricriticismo nelle sue mani marxisti. Da allora uno dei dogmi fondamentali della teoria bolscevica è che il m. dialettico e il m. s. formano una unità inscindibile, un «monolite».
Di non minore importanza per la formazione del concetto leninista di m. s., fu la lotta da lui condotta contro l’«economismo», continuazione di quella formulazione estremamente fatalistica del m. s., che si muove nell’ambito di un determinismo economico assoluto. L’economismo voleva rinunciare alla lotta politica contro l’assolutismo, abbandonandola alla borghesia liberale e lasciare che il potere «elementare» delle condizioni economiche provvedesse all’edificazione del socialismo (teoria della stichijnost); cf. BOLSCEVISMO; LENIN). Lenin, in una lotta appassionata contro questo atteggiamento passivo, elaborò la sua teoria della «coscienza» (sostantel’nost’) nella quale l’attività cosciente, la lotta indirizzata allo scopo della realizzazione del socialismo assumono importanza essenziale (v. LENIN) per l’evoluzione storica e sociale. Ricolleggendo alle tante rettifiche del m. s. contenute nelle lettere di Engels del periodo dopo il 1890, assegna importanza dominante al fattore soggettivo dell’iniziativa rivoluzionaria delle masse alla coscienza socialistica del proletariato, alla teoria marxista e alle istituzioni politiche, soprattutto al partito come longa manus della direzione del movimento operaio. È caratteristico della concezione leninista del m. s. un passo dell’articolo Contro il boicottaggio (1907): «Il marxismo si distingue da tutte le altre teorie socialiste per l’ammirevole unificazione di una sobrietà del tutto scientifica nell’analisi dei dati di fatto obiettivi e del corso obiettivo dell’evoluzione con il più deciso riconoscimento dell’importanza... dell’iniziativa rivoluzionaria delle masse e anche, naturalmente, di singole persone, gruppi, organizzazioni, partiti che sappiano rintracciare e realizzare la connessione con questa o quella classe. Da tutte le vedute storiche di Marx nella loro totalità risulta un alto apprezzamento dei periodi rivoluzionari dell’evoluzione umana: appunto in questi periodi trovano la loro soluzione le numerose contraddizioni che lentamente si accumulano nei periodi di cosiddetta pacifica evoluzione. Proprio in questi periodi si dimostra in tutta la sua forza la funzione immediata delle divesse classi nella determinazione delle forme di vita sociale e vengono gettate le fondamenta della «soprastruttura» politica, che si mantiene poi a lungo sulla base dei rinnovati rapporti di produzione» (Opere, 4a ed., vol. XIII, p. 21 sgg.). Riguardo a problemi particolari, l’importanza di Lenin nella elaborazione del m. s. è connessa dai sovietici con la formulazione della legge dell’evoluzione disuguale del capitalismo nell’epoca dell’imperialismo», legge secondo la quale questa disuguale evoluzione del capitalismo nei vari paesi rende possibile lo sfondamento di esso in un punto e giustifica la possibilità della vittoria del socialismo in un solo paese e l’impossibilità della sua vittoria contemporanea in tutti i paesi. Inoltre l’importanza di Lenin per il m. s. sta nella scoperta del sistema dei soviet come la forma più adatta per la realizzazione della dittatura del proletariato (v. BOLSCEVISMO).
Stalin sviluppa ulteriormente il m. s. nella direzione indicata da Lenin, e precisamente spostandone talmente il punto di gravità sull’«influsso reattivo» della soprastruttura sulla base, da pervenire infine a un rovesciamento quasi totale della concezione originaria di Marx. Innanzitutto bisogna avvertire che il m. s. staliniano, oggi unico e indiscusso dominatore, non solo nell’Unione Sovietica e negli Stati satelliti, ma anche fra i suoi adepti del comunismo mondiale, non è soltanto metodologia, ma teoria della realtà e, come tale, non può in alcun modo essere staccato dal suo presupposto filosofico: il m. dialettico. «Il m. s. è l’estensione del m. dialettico nel campo della vita sociale» (F. V. COSTANTINOPOLI, M. s.); il m. s. è certamente una metodologia delle scienze sociali, ma lo è proprio perché in primo luogo rappresenta una teoria scientifica dell’evoluzione sociale; la opinione contraria significherebbe la separazione fra teoria e prassi che è tipica della «Il Internazionale» (cf. Grande Enciclopedia Sovietica, XXIX, col. 709 sgg.). Tre sono anzitutto i punti nei quali Stalin sviluppa ulteriormente il m. s.: e cioè quelli riguardanti l’essenza della base e della soprastruttura e il loro reciproco rapporto; l’importanza da attribuirsi all’elemento nazionale; infine le forze motrici dell’evoluzione sociale nella società socialista, nella quale non può più esistere lotta di classe. Nello scritto Sul materialismo dialettico e storico (1938) egli indica «il modo con cui si ottengono i mezzi di sussistenza necessari alla vita degli uomini, il modo di
produzione dei beni materiali, come «forza principale» nel sistema delle condizioni della vita materiale della società e quello che rappresenta la causa determinante dell'evoluzione sociale. Il citato «modo di produzione», che qui Stalin dà anche per sinonimo di «produzione», comprende «tanto le forze produttive della società, quanto i rapporti di produzione fra gli uomini»; le «forze produttive», a loro volta, comprendono: «gli strumenti di produzione con l'aiuto dei quali si producono i beni materiali, gli uomini che mettono in movimento questi strumenti di produzione e producono i beni materiali, grazie ad una certa esperienza della produzione e delle abitudini di lavoro: ecco gli elementi che presi tutti insieme costituiscono le forze produttive della società» (Quest. del leninismo, pp. 595-96). In tal modo qui Stalin immette già nella definizione di base materiale dell'evoluzione storica l'attività spirituale. Nel suo scritto più recente, Marxismo e le questioni della rivoluzione giustizia (1950), Stalin distingue nettamente fra produzione e «base». Quest'ultima è definita: «la struttura economica della società in una determinata fase della sua evoluzione» (op. cit., p. 3); essa, dunque, comprende ormai unicamente le condizioni di produzione, non più le forze produttive e la produzione. Per «soprastruttura» Stalin intende, in questo scritto, «le concezioni politiche, giuridiche, religiose, artistiche e filosofiche della società e le corrispondenti istituzioni politiche, giuridiche, ecc.» (ibid.). La soprastruttura non è quindi connessa con la produzione direttamente, ma tramite la base. I cambiamenti che si verificano nella produzione determinano anzitutto cambiamenti nella base, i quali, poi, a loro volta, trascinano secco cambiamenti nella soprastruttura. Stalin a questo modo ha fatto posto a fenomeni sociali (come, p. es., la lingua) che non appartengono né alla base né alla soprastruttura e che, perciò, non hanno carattere di classe, ma devono servire alla società intera, ne rappresentano il vincolo unitivo, sono immediatamente connessi con la produzione e, nella loro evoluzione, non seguono lo sviluppo dialettico-saltuario di base e soprastruttura, ma quello continuo della produzione. Per quanto riguarda ancora, il problema del rapporto fra base e struttura, Stalin, aderendo alla dottrina leninista della «sostanzialt'nost», pone l'accento con particolare intensità sull'importanza della funzione organizzatrice, mobilizza-trice e trasformatrice delle nuove idee, delle nuove teorie, delle nuove concezioni, delle nuove istituzioni politiche, e sviluppa tutta una teoria dell'influenza reattiva della soprastruttura sulla base: «Così avviene che le idee e le teorie sociali, le istituzioni politiche, suscitate dai compiti urgenti posti dallo sviluppo della vita materiale della società, dallo sviluppo dell'essere sociale, agiscano, a loro volta, sull'essere sociale, sulla vita materiale della società» (Sul m. dialettico e s., in Questioni del leninismo, p. 592). La negazione della parte attiva della soprastruttura da parte dei «socialisti cattedratici» (Bernstein, revisionisti ed economisti russi, menscevichi, ecc.) distruggeva lo spirito rivoluzionario del marxismo e faceva dipendere l'evoluzione sociale dalla forza di un processo fatalistico, automatico, elementare. Nelle sue lettere linguistiche Stalin sviluppa così a fondo questa proposizione da parlare di una «rivoluzione dall'alto» con il qual termine egli intende la collettivizzazione della campagna russa nel 1930, la cui iniziativa ebbe origine dall'alto, dallo Stato: è dunque la soprastruttura politica che si crea la sua base economica.
Altro punto d'importanza nella concezione stalinista del m. s. è il significato che Stalin riconosce all'elemento nazionale. È indicativo il fatto che già Lenin nei suoi ultimi mesi di vita accusava il georgiano di sciovinismo parnusico. È famosa la formula stalinista rispetto alle «culture nazionali»: nazionali quanto alla forma, socialiste quanto al contenuto, il più alto grado di sviluppo delle culture nazionali nel presente tenendo l'occhio fisso alla loro fusione nel futuro (v. BOLSCEVISMO). Corrispondentemente si introdusse anche nella politica interna sovietica, in particolare dal 1934, un forte accento patriottico, che, tanto più forte quanto più perdura, rivela non solo carattere di patriotismo sovietico, ma un sempre più specifico carattere di patriotismo nazionale russo: ciò si manifestò con particolare evidenza dopo la seconda guerra mondiale con la nota tendenza di rivendicare il primato e la priorità russi in tutti i campi dell'attività umana, con la esplicita campagna condotta contro il «cosmopolitismo apolide», ecc.
Elemento più importante nella formulazione staliniana del m. s. è la dottrina delle forze propulsive dell'evoluzione sociale nella società classista del socialismo: ed è anche questo il punto nel quale si manifesta più apertamente l'allontanamento di Stalin dal marxismo. La dottrina di Marx, secondo la quale la lotta di classe rappresenta la molla del processo evolutivo dialettico di una società frazionata in classi antagoniste, poneva il problema quale potesse essere la molla dell'evoluzione sociale dopo l'abolizione delle classi; a meno che si ritenesse che, con il socialismo, ogni e qualsiasi evoluzione sociale verrebbe a cessare. Stalin enumera quattro forze impulsorie: l'unità morale-politica del popolo sovietico, il patriotismo sovietico, l'amicizia delle nazioni, la morte del popolo sovietico, l'unità morale-politica del popolo sovietico, il patriotismo sovietico, l'amicizia delle nazioni e il «autocritica»: dunque fattori assolutamente morali e spirituali. Di conseguenza, quanto più ci si avvicina al comunismo, tanto maggiore diviene l'importanza del fattore spirituale: sotto il capitalismo agisce la necessità economica; nel periodo della lotta Lenin riconosce alla «sostanzialt'nost» importanza dominante: quest'idea viene espressa da Stalin con la formula dell'«influenza reattiva», della «funzione organizzatrice, mobilizzatrice e trasformatrice» delle idee e istituzioni politiche, pervenendo fino alla «rivoluzione dall'alto» con la quale la nuova soprastruttura proletaria pone a se medesima «regando» la base economica che ancora le manca. Realizzata la società socialista, restano soltanto forze puramente spirituali a fungere da impulso dell'evoluzione sociale.
V. Valutazione
Il significato positivo del m. s. sta in ciò che, partendo dalla convinzione di una regolarità che domina e pervade la storia, rappresenta il primo tentativo di elaborare la metodologia delle scienze sociali. Anche se esagera nel concetto della necessità storica, esso ottiene considerazione, come metodo o principio euristico, da scienziati non marxisti e non materialisti quali, p. es., W. Schmidt e W. Koppers. Il m. s. ha contribuito a fare apprezzare l'importanza del fattore economico accanto agli altri fattori del divenire storico.La critica del m. s. deve procedere diversamente secondo che si consideri il m. s. stesso come metodo o come teoria del reale. Nel primo caso R. Stammer ritiene inefficace l'argomentare da singoli fatti storici e richiede un esame critico-gnoseologico del m. s. considerato come metodo. Da questo punto di vista egli giunge alla conclusione che il m. s. presenta errori sostanziali anche come puro metodo: esso è incompleto perché non determina ed elabora chiaramente i concetti fondamentali che impiega (p. es., il concetto di fenomeni economici, quello di evoluzione sociale); inoltre non è condotto a fondo in quanto si accontenta dell'assunzione della necessità di un movimento sociale senza esaminare la giustificazione intrinseca, ciò che costituisce uno scambio fra l'angolo visuale genetico e quello sistematico: l'astronomia sorse in Egitto, secondo Marx, per la necessità di computare i periodi del Nilo; ma da questo fatto non segue la giustezza delle dottrine dell'astronomia egiziana per quanto riguarda il loro contenuto.
Soprattutto, però, il m. s. va considerato nella sua pretesa di essere non solo una metodologia, ma una teoria atta a spiegare la realtà storica. In merito è necessario rilevare che: a) alla sua base sta un falso presupposto filosofico; b) presuppone implicitamente il primato dello spirito; c) è una speculazione aprioristica che violenta i fatti storici.
Il fondamento filosofico del m. s., contro quanto affermano i revisionisti provenienti dalle file della social-democrazia tedesca, è il m. filosofico. L'intento fondamentale del m. s. è, in sostanza, di respingere lo spirito dal suo ultimo rifugio: il campo della socialità. Dichiarati materialisti sono inoltre i fondatori del m. s. Per Engels è fuori discussione in quanto egli è il creatore del sistema del m. DIALETTICA (v.). Ma anche Marx manifesta occasionalmente (nella prefaz. alla 2a ed. del Capitale) la sua professione di fede materialista: «Per me... l'ideale altro non è se non il materiale trasposto e tradotto nella testa degli uomini». Secondo il m. s. i prodotti dell'attività spirituale dell'uomo, le «ideologie» non sono altro che riflesso, «immagine» e simili, dei rapporti economici materiali; gli uomini «traggono» le loro concezioni politiche, filosofiche e religiose dai rapporti di produzione. Se tutto ciò deve essere qualcosa di più di una vuota metafora, resta solo una possibilità, e cioè l'ammissione nella «testa» degli uomini, di un principio sostanzialmente diverso da quello materiale. La differenza fra processi economici e idee come: verità, errore, causa prima, azione, rapporto, buono, cattivo, giusto, ingiusto, ecc. è così radicale che non si può intendere come queste potrebbero essere «immagini specifiche» di quelli, o come da quelli potrebbero essere «trate», se nella «testa» degli uomini non operasse un principio immateriale, tale da poter effettuare una trasformazione così radicale.
Il m. s. presuppone, inoltre, implicitamente il primato dello spirituale. Esso considera, invero, come realtà fondamentale il processo sociale di produzione, il che significa una collaborazione esternamente coordinata di uomini: ma qualcosa di simile si verifica sempre, nella storia, solo in base a norme giuridiche. Il medesimo primato è presupposto anche dall'affermazione che ogni sviluppo storico abbia radice in cambiamenti delle condizioni di produzione. Nasce allora il problema, in che siano fondati, a loro volta, questi cambiamenti. L'evoluzione delle condizioni di produzione non rappresenta certo un processo sviluppante secondo una cieca necessità di natura, ma presuppone, come rilevarono già lo stesso Marx e, ancor più, i marxisti tedeschi, l'attività spirituale, creativa, dell'uomo. E questo è riconoscibile con particolare chiarezza all'inizio del processo economico quale Marx lo concepisce. L'uomo sarebbe diverso dalle stelle economiche, ma è un vero e proprio punto di partenza per il pensiero economico. Marx, infatti, ha pensato che la rivoluzione economica è una rivoluzione di trasformazione, che è una rivoluzione di trasformazione, che è una rivoluzione di trasformazione, che è una rivoluzione di trasformazione, che è una svolta di trasformazione, che è una svolta di trasformazione, che è una svolta di trasformazione, che è una svolta di trasformazioni, che è una svolta di trasformazioni, che è una svolta di trasformazioni, che è una svolta di trasformazioni, che non è possibile.
Infine va rivolta al m. s. l'accusa di costituire una ingiustificata generalizzazione di singoli fatti storici e di condurre, perciò, a violentare i fenomeni storici. Il m. s. ha, bensì, constatato giustamente il continuo cambiamento evolutivo della vita sociale, politica e addirittura spirituale; ha anche giustamente riconosciuto che cambiamenti nel modo di produzione spesso determinano anche, specialmente nella storia moderna, cambiamenti nella vita sociale e giuridica. È però ingiustificata generalizzazione, contraddotta da innegabili fatti storici, l'assunzione del momento economico a momento determinante, o almeno decisivo, in ultima istanza, dello sviluppo storico e sociale. Già per quanto riguarda la primaria struttura sociale, la famiglia, va affermato che non è l'economia che fonda la famiglia, ma al contrario è la famiglia che fonda l'economia. L'istinto di conservazione come l'istinto sessuale, il desiderio di prolungare la propria esistenza nei figli, spinse imperiosamente l'uomo ad attività economiche volte a procurarsi (con la caccia, pesca e agricoltura) il necessario per la vita e per il mantenimento della famiglia. Egualmente poco adatto è lo schema del m. s. al sorgere del feudalismo. Non c'è in questo fatto storico alcun nuovo mezzo di produzione, alcuna classe oppressa che lotti per la propria liberazione, ma piuttosto, liberi contadini portati, dalle gravose condizioni dovute all'insicurezza politica e alle continue lotte dei grandi, a darsi volontariamente in vassallaggio feudale. Il feudalismo è quindi sorto prevalentemente per cause politiche, assocciate a idee appartenenti al diritto germanico. Va poi almeno accennata l'importanza, spesso grandissima, che ebbero altri fattori, come, p. es., le idee cristiane (abolizione della schiavitu, Crociate), il carattere nazionale, spesso anche fatti storici accidentali, la libera decisione e la libera attività di singoli, sul corso della storia.
Ancor maggiore è la violenza recata ai fatti storici quando si tratti della soprastruttura «ideologica»; quando si debbano dimostrare derivate dal contemporaneo ordine, l'uomo economico scienza, filosofia, morale, religione. Si può certamente concedere che spesso l'interesse soggettivo, personale e collettivo, abbia potuto avere un certo influsso sulla conoscenza soggettiva della verità; non di rado si danno sistemi escogitati per servire determinati interessi economici o politici. Ma ciò non toglie il fatto che esistono verità oggettive, immutabili, dotate del carattere dell'assolutezza. Che la somma degli angoli di un triangolo sia uguale a due angoli retti non dipende né può essere mutato da alcun sistema economico. In merito alla moralità può concedersi che la prassi etica dei popoli spesso soffre assai per condizioni economiche (si pensi al decadimento morale provocato dalle guerre); si può anche ammettere che, spesso, perfino la coscienza morale di intere popolazioni ed epoche può essere scossa in singoli problemi morali e che anche l'interesse, in questo caso, influenza il giudizio morale. Ma tutto ciò non toglie che esistano norme morali oggettive, immutabili, valide in ogni tempo e per qualsiasi condizione economica e sociale. Lo stesso filosofo comunista presuppone simili norme morali, valide in egual misura per i proletari e per i capitalisti, quando si sente moralmente ferito dall'«ingiusto» sfruttamento dei lavoratori da parte dei capitalisti.
Interamente fantastiche sono poi le costruzioni con le quali, sulla base del m. s., si tenta spiegare il sorgere delle religioni. Quando il marxismo riferisce il sorgere del cristianesimo alla necessità che sentiva l'impero romano di avere una religione mondiale, dimentica il semplice dato di fatto che il cristianesimo venne a così violento contrasto con le idee dominanti in quel tempo, da dover sostenere una sanguinosa lotta di secoli prima di potersi finalmente affermare.
sociale, ma profondamente antimaterialistica e accennante patriottica. La successiva polemica antimazziniana, sviluppata dal Bakunin in nome del comunismo anarchico e dell'internazionalismo, è, nello stesso tempo, polemica antimarxista, INDIVIDUALISMO (v.) libertario, indirizzata a plebei arretrate e ad «artigiani», più che a «proletari» moderni. Garibaldi tiene una posizione oscillante, dominata prevalentemente da spunti di sentimento, tanto nelle sue adesioni al socialismo internazionalista (proclamato il «sole dell'avvenire»), quanto nelle sue critiche e riserve di fronte a questa corrente di pensiero.
Tra il 1891 e la fine del sec. XIX (all'ingrosso) si vien diffondendo in Italia il socialismo marxista (con il quotidiano Avanti! e con varie riviste polemico-culturali di cui la più importante può considerarsi Critica sociale, detta dal Turati [v.] e dalla Kuliscicoff).
Antonio Labriola ([v.], 1843-1904) fu senza dubbio, tra i primi marxisti italiani, l'esponente di maggior ingegno e maggiore preparazione filosofica; la sua attività di teorico lascito infatti impone anche fuori d'Italia: basta ricordare Leone Trotzkij che, in anni giovani, ne subì l'influsso. Il Labriola mise in rilievo attraverso i suoi scritti e le polemiche all'indirizzo del Loria, del Ferri, ecc., le differenze intercorrenti tra il m. s. e le eclettiche correnti allora di moda (che erano, spesso, un miscuglio di evoluzionismo, di compromesso tra socialismo ed economia «borghese», di positivismo e di m. «volgare»). Gli accenni del Marx (presi dal Vico) alla Storia «opera degli uomini», appaiono sottolineati e sviluppati dal Labriola. Grande fu sempre il suo fastidio per quei «marxisti» che, in nome di formulette schematiche, non erano minimamente in grado di capire l'originalità degli sviluppi storici di ogni singola nazione. Passato da Hegel a Marx, Antonio Labriola fu costantemente ostile a dogmatismi politico-economici e a sistemi chiusi: se l'economia era per lui come il «filo conduttore» degli avvenimenti storici, questa gli appariva tuttavia come «storia del lavoro umano». L'opera del Labriola si era sviluppata, negli ultimi anni del secolo scorso, con la collaborazione di B. Croce, che si venne sempre più rivelando, a un tempo, studiose e critico del marxismo (al quale dedicò lavori che ebbero larga risonanza anche fuori d'Italia). Fra gli studiosi e critici italiani del marxismo occorre infine ricordare, in questo medesimo scorcio di tempo, G. GENTILI (v.) per la sua opera giovanile La filosofia di Marx (Pisa 1899), ricordata dallo stesso Lenin come lavoro degno di rilievo.
Sul piano propriamente politico, il Labriola non ebbe molto risalto: fu tuttavia fature, alla fine del secolo scorso, della colonizzazione e dell'espansione del lavoro italiano in Abissinia e propugnò l'occupazione della Tripolitania una diecina di anni prima che l'avvenimento si verificasse realmente. Tra il 1896-1900 egli aveva dato un notevole contributo al marxismo teorico italiano che, successivamente, si abbassò di tono. Contro il fatalismo passivo e determinismo (v.), contro retorici e vacui schemi «progressisti», il Labriola amava ripetere che «il futuro debbono produrlo gli uomini e onde non è dato di prevedere l'avvenire né di considerare il m. s. come una chiave magica che apra tutte le porte.
Non senza influsso su singoli marxisti italiani (e su studiosi vari del marxismo), si rilevò il pensiero del franco Cesare Giorgio Sorel (1847-1922), che aveva accettato il classismo di Marx, traducendolo peraltro in termini prevalentemente etici (l'antica e ormai spenta «virtù» e «borghese-giacobina venne da lui ravvisata, sotto nuovi aspetti, nel proletariato, che, liberatosi da «ciarlatani» e da «riformisti imborghesiti»), l'avrebbe dovuta ricondurre a una grandiosa tensione eroica, praticando l'intransigenza e la violenza e marciando verso l'insurrezione). Per diverse ragioni e sotto diversi aspetti, Sorel interessò in Italia marxisti e sindacalisti, il filosofo Croce e il socialista rivoluzionario Mussolini.
Rodolfo Mondolfo, studioso di problemi di filosofia moderna e di vari pensatori socialisti dell'800 riprese certi problemi filosofici e culturali già impostati o accennati da A. Labriola. Contro vecchi e nuovi «fatalisti», contro evoluzionisti e positivisti che si qualificavano talvolta per marxisti, egli sottolineava con insistenza come l'uomo stesso sviluppi e crei le condizioni della sua vita (ma queste reagiscono su colui che le ha prodotte, condizionandone l'opera, sia pure in maniera sempre imprevedibile). La sua concezione «critico-pratica» della storia appare animata tutta quanta da una vigorosa esigenza di libertà della persona umana e denota nel Mondolfo una larga cultura.
È infine indispensabile un cenno al periodico (poi diventato quotidiano) Ordine nuovo, che, dopo la prima guerra mondiale, credette di ravvisare nei «consigli di fabbrica» la «forma nazionale italiana» di una rivoluzione proletaria e socialista. Antonio Gramsci (1891-1937) fu la figura di maggior rilievo in questo movimento; influenzato dalla incipiente rivoluzione russa e, sul piano della cultura, dal pensiero di Piero Gobetti (interessante, anche se talvolta paradossale intermediario fra alcuni aspetti della cultura idealista italiana e il campo marxistico). L'Ordine nuovo combatteva le tendenze più passive, veramente deterministiche e politicamente irrispettive in senso al marxismo italiano, precorrendo ideologicamente la costituzione del Partito comunista.
Mentre il socialismo democratico, in Italia come in altri paesi, si è venuto più o meno sganciando dal marxismo e dal m. s. interpretati quali dogmi (ed aprendo così le porte a revisioni, a discussioni di problemi nuovi, alle questioni teoriche e pratiche connesse con la difesa della libertà), nel campo comunista il m. s. non ha saputo che ricondurre dall'Europa orientale, in forme meno approfondite e più pesantemente dogmatiche (oscillanti, peraltro, secondo necessità pratiche del giorno), idee e discussioni che avevano avuto un'interessante fioritura, da qualunque parte la si giudichi, in Italia, a cavallo dei secc. XIX e XX.