BOLSCEVISMO

BOLSCEVISMO. - A) Teoria e prassi del comunismo nella forma specifica da questo assunta e messa in atto in Russia in seguito alla Rivoluzione dell'ott. del 1917.

I. NOZIONI GENERALI

Il termine b. risale al I Congresso tenuto nel 1903 a Londra dal «Partito operaio social-democratico di Russia», nel corso del quale il partito si divise in due frazioni: una a tendenza radicale-rivoluzionaria, con a capo Lenin, ed una moderata, che s'accostava ai metodi della social-democrazia tedesca ed ebbe i suoi capi nel Martov e nell'Aksel'rod, ai quali più tardi si unì anche Plechanov. Come nella votazione delle questioni più importanti la prima frazione ebbe la maggioranza, i seguaci di essa vennero detti bolscevichi (dal russo bol's'eb = più) e i loro avversari mensevichi (men's'eb = meno).

Il contrasto fra le due correnti si andò sempre più acuendo negli anni successivi finché nel 1912 i bolscevichi si separarono dai mensevichi per costituire un partito indipendente. Dall'ott. del 1917 essi sono l'unico partito nella Russia. I socialisti rivoluzionari di sinistra e gli anarchici, ritenuti per breve tempo quali fiancheggiatori, vennero anch'essi, dopo alcuni anni, liquidati integralmente (per la storia del b., v.: COMUNISMO; RUSSIA; U.R.S.S.).

Il b. venne chiarificando i suoi lineamenti di marxismo rivoluzionario nella lotta sostenuta contro INTERNAZIONALISMO (v.) e dei movimenti analoghi russi (economisti, marxisti legali, mensevichi, ecc.) accusati di revisionismo e di opportunismo. Questa lotta all'interno del movimento socialista riflette il contrasto da cui fu travagliato il pensiero dello stesso Marx, nei cui scritti evoluzionismo e rivoluzione non giungono mai a conciliarsi del tutto. Nessuna mera-

vigilia quindi che le correnti si appellino l'una contro l'altra al maestro proclamandosene ciascuna unica e vera interprete. Mentre la corrente evoluzionista, per la quale la socializzazione dovrebbe venire come frutto spontaneo dell'evoluzione capitalista, si richiama di preferenza alle opere più tarde di Marx e Engels, il b. invece, predicando la necessità dell'azione rivoluzionaria, si riattacca a Marx giovane.

Il comunismo come dottrina rivoluzionaria trovò in Russia il terreno più favorevole. Il socialismo era stato già da molti anni il sogno della intelligenza russa (Herzen, Belinskij, Černyševskij, Lavrov). La durezza del regime di polizia zarista, soffocando ogni libertà di movimento sia politico che spirituale, aveva contribuito ad avvicinare le varie correnti dell'opposizione. Ciò ebbe come conseguenza di fare aumentare, tra il 1860 e il '70, i moti sovversivi e di permettere la formazione di una tradizione rivoluzionaria (Nečaev, Tkačev), sulle cui orme nuove il pensiero e il sentimento di Lenin. Inoltre, facendosi sempre più sentire la miseria delle campagne, conseguente allo straordinario aumento della popolazione avuto nella seconda metà del secolo scorso, ed essendo stata di scarso giovamento l'abolizione della servitù della gleba fatta nel 1861, i contadini divennero maturi per la rivoluzione. Una situazione ugualmente favorevole trovò il marxismo tra gli operai delle fabbriche. I salari bassi, le cattive condizioni di lavoro, l'insufficiente tutela del lavoro da parte della relativa legislazione e la crisi degli alloggi rendevano la situazione degli operai russi, all'inizio del sec. XX, per molti rispetti simile a quella degli operai inglesi al principio del XIX. Oltre che come dottrina sociale il marxismo trovò in tutto ciò la via aperta anche come materialismo ateo. Poiché infatti nei sostenitori dell'ordine sociale esistente le considerazioni ideali e religiosi, si giungeva spesso essere usate in servizio d'interessi assai meno ideali e spirituali, e, per dirla col Berdjaev, l'idealismo della teoria faceva da mantello al materialismo della pratica, questi uomini nuovi, questi «idealisti della terra», che per la loro idea erano spesso pronti ad affrontare con mirabile spirito di sacrificio l'esilio e la morte, dichiararono, in nome del proprio materialismo teoretico, una guerra spietata alle più alte idee dell'idealismo teoretico, e, in conseguenza di un tragico equivoco, alla religione stessa e al cristianesimo. D'altro canto la Chiesa russa, che, come Vladimiro Solov'ev ebbe a dire in occasione dell'assassinio dello Zar nel 1881, in conseguenza del particolarismo e del cesaropapismo ereditato da Bisanzio, era internamente indebolita, non era affatto in grado di opporre un ostacolo alla marcia della rivoluzione con una dottrina sociale che fosse rispondente alle necessità dei tempi. Infine si ha da tener anche presente il carattere messianico del marxismo, il quale trovava un parallelo nel messianismo russo-ortodosso da secoli vivo nella coscienza dei Russi (Mosca = la terza Roma).

Il b. si presenta pertanto essenzialmente come comunismo marxistico rivoluzionario, ed entro questi limiti esso è nettamente definito nella teoria e nella prassi.

II. TEORIA

Per quanto concerne la teoria, il b. poggia sulla base del materialismo dialettico-storico (v.), e combatte con estrema intransigenza ogni tentativo di revisione del marxismo o di porre la dottrina economico-sociale su altre fondamenta filosofiche, come diversi marxisti han cercato di fare (neokantismo, empiricriticismo).

«In questa filosofia del marxismo - dice Lenin - che ha la competenza di un unico pezzo di acciaio, nessuna delle premesse fondamentali, nessuna delle sue parti essenziali può essere staccata, se non si vuole sacrificare la verità obiettiva» (Opere, XIII, p. 267).

E Stalin: «Di tutto il complesso ereditario del nostro partito, l'eredità più importante e preziosa è l'eredità ideale, la sua linea essenziale, la sua prospettiva rivoluzionaria» (in Bol'sevik [1947, n. 14], p. 40). Questa eredità ideale il cui «fondamento granitico» è costituito dal materialismo dialettico, viene difeso dal partito «come la propria pupilla» (M. Leonov, ibid., p. 40). Quando perciò in cerchio comuniste non russe vince dichiarato che il comunismo non è necessariamente legato al materialismo dialettico, ciò è dal punto di vista sovietico o una «deviazione», un'eresia, oppure una concessione temporanea fatta per ragioni tattiche.

Teoria e pratica devono formare una indissolubile unità. «La teoria diventa priva di oggetto, se non viene collegata con la pratica rivoluzionaria, allo stesso modo che la pratica diventa cieca se non rischiera la strada con la teoria rivoluzionaria» (J. Stalin, Questioni del leninismo, Mosca 1946, p. 22; questa ed. è stampata a Mosca in italiano). Anzitutto la teoria, specie la filosofia, ha per la tattica bolscevica il valore di mezzo necessario alla previsione scientifica dello sviluppo della società nell'avvenire, e ciò dà al movimento operaio «sicurezza, capacità di orientamento e comprensione del legame intimo degli avvenimenti circostanti» (id., loc. cit., p. 22). Che Lenin, e sulle sue orme il b., abbiano tenuto fermo al materialismo dialettico (anche contro certe tendenze semplicistiche a una forma volgare di materialismo meccanicistico: tra i russi in particolare Minin, Stepanov, Bucharin), ciò è dovuto oltre che alla venerazione verso i maestri (Marx, Engels), anche a una certa intima affinità elettiva, giacché Lenin vedeva appunto nel moto delle antitesi dialettiche il fondamento filosofico della necessità della rivoluzione. (Per le singole dottrine v.: COMUNISMO; MATERIALISMO DIALETTICO; MATERIALISMO STORICO).

III. ECONOMIA

È nel campo dell'economia che il b. ha il terreno della propria consistenza. È il campo in cui, nel senso proprio della concezione materialistico-storica del marxismo, si devono combattere le battaglie più decisive della lotta per un avvenire migliore (v. MATERIALISMO STORICO). Fondamentale e a base di tutto il pensiero di Marx è l'idea che la prima attività dell'uomo sia, non il conoscere e il pensare, ma la «prassi», la sua abilità di operare sulla natura adattandola ai propri bisogni onde trarne i mezzi per la propria esistenza. A tal proposito egli non tralascia mai di ripetere che l'uomo non è solo, non vive isolato dagli altri, ma entra con essi in relazione di natura sociale. Il moto della società verso un migliore avvenire non è dunque guidato da idee religiose, filosofiche o d'altro genere. Se anche nella lotta che essa sostiene per raggiungere il suo fine i fattori politici e ideologici hanno la loro importanza - uno dei tratti caratteristici del volontarismo proprio della dottrina Leniniana è appunto di sottolineare questi fattori - tutto in ultima istanza dipende dalla base economica della società.

Interamente nel senso di questa premessa s'è mossa, fin dal primo anno della Rivoluzione, la politica economica sovietica, a cui il massimalismo caratteristico dell'anima russa, che afferrata un'idea vuole immediatamente realizzarla al cento per cento, ha dato una particolare impronta. Nel primo periodo, e cioè quello del cosiddetto comunismo di guerra, si credette di potersi immediatamente trasportare di salto nel regno del comunismo e della completa socializzazione dell'economia, e con ciò anche della società: abolizione della proprietà e dell'industria privata, eliminazione del commercio privato, sostituzione dell'economia naturale a quella monetaria, lo Stato unico produttore e unico distributore dei beni. Le conseguenze furono: la cessazione dell'iniziativa individuale, uno smisurato aumento della burocrazia, la resistenza dei contadini, la fame del 1921-22 (stando ai dati della Grande Enciclopedia Sovietica le vittime ammontarono a 5 milioni). Questo costrinse Lenin ad introdurre la «nuova politica economica» (NEP, 1922). Essa comportò: il ritorno al regime monetario, la protezione della piccola proprietà agricola, la libertà del piccolo commercio all'interno e il monopolio statale del commercio con l'estero, e di nuovo l'ammissione del capitale privato straniero. L'idea della socializzazione integrale non fu per questo abbandonata: si era solo ammesso che l'attuazione della teoria doveva essere condotta con maggiore aderenza alla

realtà. Non appena il paese si fu, mercé la NEP, rimesso dalle ferite della guerra esterna ed interna e del comunismo di guerra, Stalin credette di poter riprendere e continuare l'opera di socializzazione attraverso la industrializzazione e la collettivizzazione dell'agricoltura. A raggiungere il primo di questi due scopi dovevano servire i «piani quinquennali», i quali sono qualcosa di più che lo sforzo di razionalizzare l'economia. Il pathos solenne col quale essi furono annunziati dal governo ed esaltati dalla propaganda, e l'entusiasmo col quale senza dubbio vennero accolti da molti, soprattutto dai giovani, la mistica della tecnica da cui essi furono avvolti, mostrando ch'essi avevano fatto vibrare le corde «religiose» dell'anima popolare. Si credette di vedere attuato il sogno utopistico, di raggiungere per mezzo di questa «prassi» (che già da Marx fu concepita come prolungamento della filosofia nella vita) finalmente la «verità» (nel senso della parola russa pravda = verità-giustizia), di cogliere con la realtà la realizzazione della vera vita.

Immediatamente dopo l'introduzione dei piani quinquennali (il primo ebbe inizio nel 1928 e fu chiuso con qualche mese d'anticipo il 31 dic. del 1932), Stalin si volse alla socializzazione dell'agricoltura, e cioè – contro l'opinione di Bucharin, il quale credeva che dopo la socializzazione dell'industria i contadini si sarebbero da sé portati gradatamente al socialismo – alla violenta collettivizzazione della terra. Essa urtò subito contro l'ostinata resistenza dei contadini, ma questa venne spezzata dal governo in maniera brutale con la «rivoluzione dall'alto» e con la «fame organizzata».

Con l'industrializzazione del paese e la collettivizzazione dell'agricoltura la Russia toccò la prima tappa del comunismo, il socialismo. Per la distribuzione del lavoro e dei beni viene usata la formula: «da ciascuno secondo la propria capacità, a ciascuno secondo il proprio lavoro», formula che è sancita dall'art. 12 della costituzione staliniana. Compito della socializzazione è ora di raggiungere quell'abbandanza di beni che è premessa alla seconda e definitiva tappa del comunismo perfetto, e per il quale vale la formula: «da ciascuno secondo la propria capacità, a ciascuno secondo i propri bisogni». Dopo il regresso economico conseguito alle distruzioni della seconda guerra mondiale, tutti gli sforzi sono oggi di nuovo rivolti all'accumulamento di quella ricchezza che è condizione necessaria per arrivare al comunismo.

IV. POLITICA

Se il b., come marxismo, vede nell'economia il fattore decisivo della lotta per la trasformazione della società, questa trasformazione esso non attende però come un prodotto passivo del progresso economico. In contrasto con diverse altre correnti marxistiche, esso afferma con particolare insistenza la necessità della lotta cosciente per il raggiungimento del fine. Di qui la dottrina della rivoluzione torna al proprio centro di dottrina della società (materialismo storico).

1. Proletariato e contadini

Il b. tuttavia vuole essere qualcosa di più che la semplice ripetizione del marxismo rivoluzionario del secolo scorso. Esso sorge e si sviluppa in un altro stadio d'evoluzione del capitalismo, in quello del capitalismo monopolistico, dell'imperialismo e della rivoluzione del proletariato. Perciò il suo primo problema è quello della conquista del potere politico da parte del proletariato, e della dittatura del medesimo. Il b. è «la teoria e la tattica della rivoluzione proletaria in generale, e la teoria e la tattica della dittatura del proletariato in particolare» (Stalin, in Piccola Enciclopedia Sovietica [in russo], I, Mosca 1928, col. 793). L'attuazione in concreto di questo scopo nello speciale ambiente storico della Russia ha dato al b. la sua particolare impronta. Poiché il proletariato in Russia era ancora relativamente scarso, esso dovette nella lotta per la conquista del potere cercare un alleato. La scelta di questo fu uno dei punti di contrasto tra bolscevichi e menscevichi. Mentre questi ultimi cercavano l'unione con la borghesia, i bolscevichi al contrario credevano che il proletariato per avere l'egemonia della rivoluzione dovesse unirsi ai contadini. La promessa della confisca dei grandi possessi terrieri e della liquidazione della prima guerra mondiale, particolarmente invisa alla popolazione delle campagne, permise ai bolscevichi di attirare i contadini nella rivoluzione.

Il problema dell'alleanza con i contadini fu causa di contrasto in seno al partito stesso anche dopo la conquista del potere. Trotzkij (v.) pensava che il socialismo non potesse essere attuato in un solo paese e ancor meno in un paese a economia prevalentemente agricola, né credeva alla possibilità di guadagnare all'idea della socializzazione dell'agricoltura le masse dei contadini, convinto che presto o tardi si sarebbe venuti all'urto con essi; di conseguenza riteneva che bisognasse immediatamente volgere l'opera e il pensiero alla rivoluzione mondiale.

Per Stalin al contrario, prima di pensare alla rivoluzione mondiale, era necessario impiantare il socialismo in Russia, e a tale scopo riteneva che insieme con la socializzazione dell'industria si dovesse arrivare a quella della terra. Nell'attuazione di questo piano BACHIARIO (v.) e con il suo gruppo, i quali erano per la pacifica conversione dei contadini al socialismo.

Contro la «deviazione di sinistra» di Trotzkij e quella di «destra» di Bucharin il partito sotto la direzione di Stalin, condusse durante la prima metà del decennio 1930-40 una «guerra su due fronti».

2. Stato

L'idea della dittatura del proletariato domina anche la dottrina sovietica dello Stato. Come in generale il marxismo così anche il b. vede nello Stato non la necessaria organizzazione della società, ma solo uno strumento creato dalla classe dominante per tener soggette le altre. Nella società dell'avvenire auspicata dal comunismo non vi saranno distinzioni di classi e quindi neanche uno Stato. Lo Stato, è condannato quindi a morire. Ma fino a quel giorno esso deve essere nelle mani del proletariato il mezzo per l'eliminazione delle classi. Sotto il comunismo lo Stato è «il proletariato organizzato come classe dominante». La dittatura del proletariato, la quale ha lo scopo di abolire lo Stato, condusse però, in pratica, contrariamente a quanto aveva predetto Lenin nella sua opera Lo Stato e la rivoluzione (Opere, XXI, p. 432), ad un ancora più formidabile potenziamento dei poteri dello Stato. «La più alta evoluzione del potere statale, con lo scopo di preparare le condizioni per l'abolizione del potere statale: ecco la formula marxista» (Stalin, Questioni del leninismo, 9a ed. russa, Mosca 1933, p. 566). Il mezzo per l'attuazione della dittatura del proletariato è costituito dai consigli (soviety) formati da membri scelti in elezioni generali (secondo la costituzione staliniana del 1936 neanche la provenienza sociale è di alcun ostacolo per l'esercizio del diritto attivo e passivo di voto) ugualmente, dirette e segrete.

3. Partito

Nel fatto l'indirizzo politico vien determinato non dai Consigli ma dal partito. La dottrina del partito forma uno dei punti centrali e caratteristici della teoria bolscevica. Essa è stata delineata da Lenin durante la sua lotta contro i menscevichi. Importante al riguardo il suo libro «Che fare?» del 1902, dove egli si riattacca in modo abbastanza esplicito alla tradizione cospiratoria e rivoluzionaria russa. Secondo Lenin il partito è l'avanguardia del proletariato e comprende gli elementi più coscienti ed attivi, i quali vengono tenuti sotto una ferrea disciplina e da cui si esige la più assoluta obbedienza. Il loro numero è di proposito limitato, tuttavia essi sono legati per mille fili alla vita delle masse. Essi debbono partecipare a tutte le manifestazioni della vita dei lavoratori e dirigenti: nei sindacati, nelle cooperative, nei sovieti, negli istituti culturali ecc. Il controllo sullo Stato viene esercitato dal partito senza far violenza, in modo tale che i posti più importanti nel governo e nell'amministrazione vengono coperti dai membri del partito stesso. Per tal modo la dittatura del proletariato è esercitata non dal proletariato ma dal partito e in seno a questo da un gruppo relativamente piccolo di capi, i quali formano una specie di nuova «nobiltà». Quando perciò il b. dà alla propria forma di regime il nome di democrazia, ciò è possibile solo in quanto Lenin ha dato al concetto

un nuovo contenuto. Sarebbe assurdo, egli afferma, che la più grande rivoluzione del mondo si compisse nella cornice della vecchia democrazia borghese, «senza una creazione di nuove forme di democrazia» (Opere, XXIV, p. 12). E non solo nella forma la democrazia sovietica si distingue, secondo Lenin, da quella borghese, ma anche nel contenuto. «Il proletariato ha bisogno della distruzione delle classi: ecco il contenuto reale della democrazia proletaria» (ibid., p. 398). È chiaro da ciò che essa non ha di comune con quella che il nome.

4. Rivoluzione mondiale; questione nazionale e coloniale

La tattica staliniana di limitare all'inizio l'instaurazione e il consolidamento della dittatura del proletariato a un solo paese, non importa però affatto rinuncia allo scopo finale della rivoluzione mondiale. A ciò il b. è già di per sé portato dalla natura del fine a cui tende che è l'instaurazione di una società senza classi e senza Stato, possibile solo in una trasformazione del mondo intero. Per la attuazione concreta di questo fine è Comintern (v.) e di recente (dopo la seconda guerra mondiale) Comintern (v.). Dipendente interamente alla politica della rivoluzione mondiale il b. è stato costretto a considerare con particolare attenzione il problema nazionale e coloniale.

La posizione del b. nella questione nazionale è analoga a quella nei rispetti dello Stato: mirare alla massima fioritura delle culture nazionali nel momento presente sotto la dittatura del proletariato, avendo lo sguardo alla fusione nell'avvenire delle culture nazionali in una cultura comune, con un'unica lingua comune. Il merito principale nell'elaborazione di una dottrina bolscevica nei rispetti della questione nazionale, spetta a Stalin.

Il diritto di autodeterminazione concesso dal b. alle nazionalità, arriva a tal punto che la costituzione staliniana sancisce per ciascuna delle repubbliche dell'Unione perfino «il diritto di uscire dall'Unione delle Repubbliche Socialistiche Sovietiche». A che questo diritto non possa essere tradotto in pratica, si provvede in altro modo. Poiché infatti la Russia, focolaio della rivoluzione mondiale, non può mantenersi senza i mezzi forniti dalle zone di confine ricche di materie prime, e d'altra parte, queste zone, senza il sostegno politico e militare della Russia, diverrebbero vittime di aggressioni imperialistiche, gli interessi delle masse operaie portano come conseguenza che il desiderio di secessione possa essere determinato dai commissari, che non possono essere considerati come un atto contro-livoluzionario e pertanto cada automaticamente nel caso contemplato dall'art. 133 della Costituzione, e cioè di «un danno causato alla potenza militare dello Stato», e però venga punito come atto tradimento. Il diritto di uscire dall'Unione Sovietica viene per tal modo teoricamente rinviato alla rivoluzione mondiale, praticamente alle catene greche.

Nella questione coloniale il b. parte dal principio che l'espansione imperialistica delle potenze capitalistiche rappresenti l'ultimo stadio nell'evoluzione del capitalismo. «L'imperialismo (la più alta forma del capitalismo) non può sussistere senza l'asservimento politico ed economico delle nazioni non ancora in possesso di tutti i diritti e delle colonie» (Stalin, Il marxismo e la questione nazionale e coloniale [in russo], 1938, p. 84). D'altra parte «le nazioni non ancora in possesso di tutti i diritti e le colonie non possono essere liberate senza il rovesciamento della potenza del capitale» (id., loc. cit.). Di conseguenza il b., nel perseguimento del fine della rivoluzione mondiale, ha dedicato al problema coloniale e a quello relativo all'appoggio da dare a tutti i moti d'indipendenza nazionale, una particolare per non dire la sua principale attenzione. A tal riguardo la decisione presa dal II Congresso del Comintern suona: «L'annientamento del dominio coloniale e la rivoluzione proletaria nelle metropoli abbatterà il sistema capitalistico in Europa... Al fine di assicurare il successo finale della rivoluzione mondiale è necessario che queste due forze operino insieme» (Grande Enciclopedia Sovietica [in russo], XXXIII, Mosca 1938, col. 426). Gli avvenimenti attuali in Asia (Cina e Indocina), nei quali maturano i frutti di un lavoro pertinace e cosciente durato molti anni, possono essere considerati come la migliore illustrazione della efficacia di questa tattica.

V. Cultura

Il principio della dittatura del proletariato ha la sua applicazione non solo nella dottrina politica, ma anche nella vita culturale, nel campo delle «soprastrutture ideologiche», e trova una espressione originale nell'esigenza dello «spirito del partito» imposta a ogni forma di creazione spirituale, ciò che costituisce la nota caratteristica della cultura sovietica. Quello che Lenin domandava al filosofo, e cioè che «nella valutazione di ogni evento» egli si mettesse «direttamente e apertamente dal punto di vista di un determinato gruppo sociale» (Opere, I, 2a ed., p. 276), e precisamente da quello del proletariato, viene oggi richiesto in Russia da ogni forma di lavoro culturale. Questo «spirito del partito» non è altro che l'estrema conclusione che i Russi, con la consequenzialità che loro è propria, hanno tratto dal materialismo storico. Come questo le «soprastrutture ideologiche» (diritto, morale, arte, scienza, filosofia, religione) le considera essenzialmente dipendenti dalla «base» economico-sociale, per modo che il loro sviluppo viene necessariamente a tener dietro allo sviluppo dell'economia e della società, così il b. dopo Lenin ne ha tratto la conseguenza che l'esercizio di una sana attività filosofica scientifica e, in generale, culturale è possibile solo se il filosofo, lo scienziato, e si aggiunga anche lo scrittore, il musicista, il pittore, l'attore, il regista ecc., si tengano sul terreno del proletariato e del partito che ne è l'avanguardia.

Ogni creazione culturale è pertanto essenzialmente legata alla politica. Il «Comitato Centrale» del partito «si presenta non solo come centro politico-organizzativo del movimento rivoluzionario ma anche come centro teoretico» (Mitin, Il materialismo dialettico [in russo], Mosca 1933, p. 347). Con particolare zelo il Comitato Centrale esercita questa sua funzione di «centro teoretico» del movimento rivoluzionario specialmente dopo la seconda guerra mondiale. Come teoretico della cultura marxista e difensore della vita spirituale sovietica si è distinto più di tutti lo Zdanov. In questi anni si è assistito a tutta una serie di interventi decisivi di Zdanov e del Comitato Centrale nel campo della cultura: nel 1946 si ha la critica della letteratura sovietica; nel 1947 la condanna della Storia della filosofia nell'Europa occidentale di Aleksandrov, con una solenne ammonizione ai filosofi; nel 1948 il famoso intervento del Comitato Centrale nella controversia di biologi, con la condanna della genetica classica del Mendel e Morgan a favore delle nuove teorie genetiche dei due scienziati sovietici Micurin e Lysenko; nello stesso anno l'opera del musicista Murdali La grande amicizia, e tutta la musica sovietica contemporaneamente, venne sottoposta ad asprissima critica. In tutti questi casi l'accusa fatta era sempre: mancanza dello spirito del partito, che si manifesta nell'ignorare i principi fondamentali di Marx e di Lenin, nell'assenza di una vera critica ed autocratica bolscevica, in una servile ammirazione della decadente cultura borghese occidentale, ecc. In tutto questo s'è venuto sempre più mettendo in luce, specie dopo la vittoria sulla Germania, un vivo sentimento di patriottismo sovietico e addirittura di nazionalismo russo, che dichiara una lotta decisa ad ogni «cosmopolitismo». Come «nazionale» e «sciovinistico» non sono la stessa cosa, così «internazionalismo» non è equivalente di «cosmopolitismo».

VI. Religione

Professando nella teoria un materialismo intransigente; proclamando l'economia come la vera realtà e il fattore decisivo per tutto il processo storico; cercando, nel campo politico, per mezzo della dittatura del proletariato di eliminare tutti i portatori di ideologie diverse, sia all'interno del paese che — per mezzo della rivoluzione mon-

diale — all’estero; sottoponendo perfino nel campo culturale, con l’esigenza dello « spirito di partito », ogni libera attività spirituale creatrice dell’uomo alla stessa dittatura del partito, è evidente che il b. dovette sin dall’inizio porsi in contrasto inconciliabile con la religione.

« Il marxismo — scrive Lenin — è un materialismo. Come tale, esso è nemico non meno implacabile della religione, di quel che fosse il materialismo degli enciclopedisti del sec. XVIII, oppure il materialismo di Feuerbach... Noi dobbiamo combattere la religione. Questo è l’abc di ogni materialismo, e dunque anche del marxismo » (Opere, XIV, p. 70).

In questa lotta chiesta contro la religione, Lenin e il b. danno molta importanza alla giusta tattica. Come tutte le ideologie (scienza, arte, filosofia, morale...) anche la religione per il marxismo non è che un riflesso di rapporti economici e sociali nella coscienza sociale; per quanto riguarda la religione, essa è considerata come « riflesso fantastico », condizionato dalle relazioni sociali perverse della società divisa in classi. Perciò, secondo Lenin, la lotta contro la religione dovrà condursi in primo luogo non con i mezzi di una propaganda ideologica (a la maniera dei materialisti borghesi e dei filosofi illuministi), benché tale propaganda abbia anche la sua utilità e necessità; né con misure poliziesche (a la maniera del Kulturkampf di Bismarck), il che condurrebbe solo al rafforzamento del sentimento religioso; le parti principali in questa lotta contro la religione spettano alla trasformazione dei rapporti sociali dopo la quale la religione deperirà da sé: « Il marxismo — continua Lenin — non è un materialismo che si arresta all’abc. Esso va più oltre. Esso dice: bisogna sapere condurre la lotta contro la religione, e per questo è necessario spiegare alla maniera materialistica la fonte della fede e della religione nelle masse. Non si deve limitare la lotta contro la religione ad una predicazione astratta ed ideologica, bisogna piuttosto introdurre questa lotta nell’insieme dell’azione concreta del movimento delle classi, che mira a tagliare le radici sociali della religione » (Opere, XIV, p. 70).

Se dunque Engels in qualche occasione parla della religione come di affare privato, Lenin insiste che questo vale solo dal punto di vista dello Stato, non del partito: « Per il partito del proletariato socialista la religione non è affare privato » (Opere, VIII, p. 421). La nuova politica religiosa, adottata recentemente nell’Unione Sovietica (v. Chiesa), in questa luce appare come nient’altro che una nuova edizione di questo principio engels-leniniano.

VIII. CONCLUSIONE

Per poter dare un giudizio sul b. e precisare quale l’atteggiamento pratico che i cattolici hanno da assumere verso di esso, si deve partire dalla considerazione che le dottrine economico-sociali del b. vengono dichiarate inseparabili dalla filosofia che vi fa da premessa. Una conciliazione tra b. e cattolicismo è perciò in linea di principio da escludere. Se il materialismo dialettico non giunge alla completa negazione dell’attività dello spirito nell’uomo e della differenza formale ond’essa si distingue dai fenomeni della materia organica ed inorganica, questa attività è però considerata sempre come una proprietà della materia. Uno spirito il quale sussista indipendentemente dalla materia resta in tal modo escluso. Con ciò cade anche l’esistenza di Dio e quella dell’anima umana come principio spirituale sostanziale, e per tal modo l’intera dottrina cristiana. Ma su un piano più generale viene sacrificato anche l’uomo come persona ed individuo, e ciò è tanto più grave in quanto queste dottrine, considerate nella loro origine storica, si ricollegano all’idea umanistica della necessità di liberare l’uomo da ogni forma di asservimento a potenze terrestri e celesti, idea che è stato il punto di partenza della speculazione di Marx. Ridotto l’uomo alla pura atti-vità economica, concepita come realtà primaria, e con carattere essenzialmente sociale, e negata la sua personalità spirituale, si è giunti a un nuovo asservimento dell’uomo, la cui forma più manifesta si ha precisamente nella società sovietica con la sua dittatura del proletariato, trasformata in dittatura di partito e con la sua esigenza dello « spirito del partito » nell’attività culturale.

Ancora più chiara appare l’inconciliabilità del b. col cattolicesimo, quando noi lo si consideri nel suo complesso storico e spirituale, dove esso ci si rivela come il prodotto comune della crisi del cristianesimo sia occidentale che orientale.

Come ateismo marxistico esso porta in sé il dinamismo di una secolare apostasia dello spirito occidentale da Dio. La riforma protestante ruppe con la Chiesa, l’illuminismo abbandonò Cristo e l’ordine soprannaturale della religione positiva rivelata, che sulla sua persona è fondata, finché finalmente il materialismo ateo della fine del sec. XVIII e del sec. XIX, innestato da Marx al movimento da lui suscitato giunse alla completa rottura con Dio stesso.

Come movimento rivoluzionario russo il b. è intimamente legato al venir meno della Chiesa russa, separata da quella universale, di fronte ai compiti assegnati dalla storia, il che ha avuto come conseguenza che alcuni tratti negativi del cristianesimo russo, dovuti alla sua separazione dall’unità della Chiesa, e tra questi lo pseudo-messianismo anticattolico, sono passati allo stesso b. Visto entro questi termini, il significato religioso del b. si rivela essere agli antipodi della vera Chiesa di Cristo.

Diventa per tal modo comprensibile che il b. si presenti nella veste di una pseudo-religione. Già Dovesskij aveva trovato la parola precisa: « i nostri non divengono atei soltanto, ma credono nell’ateismo come in una religione ». È stato spese volte osservato che il b. si presenta come cristianesimo, anzi cattolicesimo a rovescio. In realtà vi è tra le due concezioni tutta una serie di punti di contatto, però col segno inverso.

Il b. ha, come il cristianesimo, quattro testi canonici: Marx, Engels, Lenin, Stalin; stabilisce un magistero che ritiene infallibile, cioè il Comitato centrale, alle cui decisioni tutti devono sottomettersi. Questi punti di contatto si trovano su di un piano puramente formale e svaniscono non appena dalla forma si passa al contenuto. È però necessario notare che nel cattolicesimo va esclusa ogni forma di totalitarismo, poiché in un mondo concepito come creatura di un Dio personale, tutti i vari ordini di realtà conservano la loro relativa autonomia. In tal modo proprio questi punti di contatto tra cattolicesimo e b. costituiscono la miglior prova della loro inconciliabilità.

La definizione del significato religioso del b. che qui si è data deve essere anche il punto di partenza per la delineazione di un programma d’azione con-tro di esso. In ciò per i cattolici non può essere questione di ritornare a quella forma economica che Pio XI ha accusata come preparatrice del comunismo, e cioè all’economia liberale. Il primo compito del cattolico piuttosto sarà quello di impegnare tutte le forze per dar valore alla dottrina sociale cattolica e questo sia nel campo della vita pubblica che in quello della vita privata.

Ma poiché l’intima essenza del b. ci si è rivela come il frutto della crisi del cristianesimo sia occidentale che orientale, ci è suggerito il pensiero di cercare la sua radice più profonda nella divisione religiosa fra Oriente ed Occidente. A tal proposito si può certamente stare al giudizio di Solov’ev riguardo la Chiesa russa, il quale spiega la sua de-

bollezza nella storia con l’isolamento che essa eredità da Bisanzio. Ma non solo per l’Oriente, per tutta la cristianità questo infausto dissidio fra Oriente ed Occidente comportava un indebolimento, una notevole perdita d’efficacia di irradiazione del pensiero e della vita cristiana sulle basi morali della società. Perciò l’unione dei due avrebbe per conseguenza un considerevole aumento dell’influsso della Chiesa nella storia, non solo nel senso di un rafforzamento esterno e puramente quantitativo del fronte di difesa contro l’ateismo, ma anche nel senso di un aumento della interna vitalità, quale risulterebbe dal reciproco fecondamento dello spirito orientale ed occidentale. È quello che ha davanti agli occhi Pio XII, quando nella sua enciclica Orientales mensa si augura copiosissimi frutti dal ristabilimento della piena comunione fra Oriente ed Occidente nell’unico Corpo mistico di Cristo. Il problema unionistico, in tal guisa, riceve, in rapporto alla lotta per il superamento della crisi mondiale bolscevica, una particolare importanza, poiché il problema bolscevico nella sua più profonda essenza si presenta come un problema religioso.

BIBL.: J. Lenin, Opere, 3a ed. russa, 1927-36 e specialmente Che fare? nel vol. IV (trad. it., Mosca 1946); Materialismo ed empiricisticismo, nel vol. XIII (trad. it., Brescia 1946); Lo Stato e la rivoluzione (nel vol. XXI); G. Stalin, Questioni del Leninismo, Mosca 1946; R. Fülöp Miller, Geist und Gesicht des Bolschewismus, Vienna 1926 (trad. it.: Il volto del b., Milano 1930); W. Gurian, Der Bolschewismus, Friburgo 1931 (trad. it.: Milano 1933); K. Algermissen, Die Gottlosenbewegung der Gegenwart und ihre Überwindung, Hannover 1933 (ed. it.: I. Sensza-Dio: nemici della civiltà, Brescia 1939); N. Berdjevic, Probleme du communisme, Parigi 1933 (trad. it.: Il problema del comunismo, Brescia 1945); id., Sinn und Schicksal des russischen Kommunismus, Lucerna 1937 (trad. it.: Il senso e le premesse del comunismo russo, Roma 1944); W. H. Charman, Storia della Rivoluzione russa, 2 voll., 3a ed., Torino 1942; G. Manacorda, Il b., 4a ed., Firenze 1942; I. Petrow, Il concetto della democrazia bolscevica, Rovigo 1947; G. A. Wetter, Il materialismo dialettico sovietico, Torino 1948.

Gustavo A. Wetter

B) ATTEGGIAMENTO DEL B. VERSO LA CHIESA -

I. Il periodo della persecuzione (1917-38)

Il b. è per principio contrario ad ogni religione, considerata un avanzo dell’età capitalistica. Il partito bolscevico pertanto, appena arrivato al potere prese provvedimenti contro la Chiesa, privandola della sua base materiale di esistenza, distruggendo tutta la sua organizzazione, limitando la sua attività alla pura e semplice pratica del culto.

Il 23 gen. 1918 fu emesso il decreto della separazione della Chiesa dallo Stato e dal 2 febb. 1918 lo Stato cessava ogni sua prestazione alla Chiesa. Nel gen. 1919 fu confiscata l’intera proprietà immobiliare ecclesiastica; perfino gli edifici del culto furono dichiarati proprietà dello Stato; potevano però essere lasciati all’uso ecclesiastico dietro i richiesti di almeno 20 fedeli. Una circolare ministeriale del 18 febb. 1920 dichiarò illegittima ogni attività delle Curie vescovili. Lo Stato non riconobbe nessun organo centrale di governo ecclesiastico, ma soltanto le comunità isolate dei fedeli delle parrocchie. Ma neppure a questi fu riconosciuta personalità giuridica, quindi nemmeno il diritto di possedere. Queste comunità e i parroci devono essere registrati (decreto del 10 ag. 1922) e sono quindi nelle mani del governo. La Chiesa può si praticare il culto ma le è vietato di far propaganda. Anzitutto è proibito l’insegnamento religioso alle persone minori di 18 anni (art. 121 del Cod. Pen. del 1922). Tale insegnamento alle persone che hanno più di 18 anni secondo l’art. 18 del decreto «sulle associazioni religiose» dell’8 apr. 1929 può essere ammesso esclusivamente in speciali corsi di teologia, cioè nei seminari (fino a poco fa) inesistenti. Il detto decreto dell’8 apr. 29 nell’art. 17 vieta alla Chiesa ogni attività sociale, caritativa o educativa e ogni propaganda.

L’articolo 12 della costituzione staliniana del 1936 riconosce sì la libertà di praticare culti religiosi ma proibisce ogni propaganda religiosa.

Questi, alcuni punti essenziali della legislazione antireligiosa dei sovieti. Il loro atteggiamento pratico fu la persecuzione aperta contro la Chiesa, sebbene non sempre con la stessa intensità. Si possono distinguere 3 periodi di persecuzione di speciale violenza: dal 1922 al 1923, poi 1929-30, e in fine 1937-38. Furono fucilati o deportati o incarcerati numerosi vescovi e sacerdoti e questo a causa della loro attività puramente religiosa. È vero che in alcuni casi si trattava anche di attività antirivoluzionaria. Ma è assolutamente sbagliato voler spiegare le misure dei bolscevici contro ecclesiastici soltanto come soppressione della controrivoluzione. Il patriarca Tichon (eletto nel 1917) si mantenne assolutamente neutrale nelle questioni politiche e condannò l’attività politica antisovietica dei prelati emigrati. Egli fu incarcerato nel maggio 1922 e nel carcere firmò una dichiarazione nella quale promise di restringere l’attività ecclesiastica al campo strettamente religioso.

Il vicario del patriarcato, metropolità Sergio, che dopo la morte del patriarca Tichon (1925) praticamente governò la Chiesa, nel suo proclama del 29 luglio 1927 predicò perfino un vero e proprio patriottismo sovietico identificando gli interessi della Chiesa con quelli dello Stato ateo. Neanche questa estrema arrendevolezza poté assicurare la pace alla Chiesa e nemmeno ottenere un effettivo riconoscimento del governo centrale ecclesiastico. Nel 1929 scoppiò una nuova violenta persecuzione. Era il tempo della sistematica socializzazione di tutta la vita pubblica russa. In un tal sistema la religione sembrò un anacronismo. Quest’epoca segnò anche l’apogeo dell’attività dell’Associazione degli atei militanti «fondata nel 1925, che cercò di combattere la religione organizzando dei musei atei, delle sale di lettura, delle conferenze antireligiosi, ecc.

Che nell’Unione Sovietica si trattasse di vera lotta religiosa, si deduce con evidenza dal fatto che la persecuzione infuriò anche, anzi specialmente, contro la Chiesa cattolica, certamente non sospetta di simpatia verso il passato regime zarista. Il vescovo cattolico mons. Cieplak nel marzo 1923 fu arrestato insieme a tutti i sacerdoti cattolici di Pietroburgo. Il capo principale di accusa era l’istruzione religiosa impartita dagli accusati ai bambini contrariamente alle leggi sovietiche. Mons. Cieplak e il suo vicario generale mons. Budkiewicz furono condannati a morte, altri a lunghi anni di carcere o di lavori forzati. Mons. Budkiewicz venne difatti fucilato.

2. La nuova politica religiosa del governo sovietico dal 1930 in poi.

Le minacciose previsioni di guerra consigliarono il governo sovietico ad abbandonare l’impopolare persecuzione religiosa. All’inizio del 1939 fu dato ordine dall’alto di cessare ogni tentativo di sopprimere la religione con la forza. La Chiesa ortodossa allo scoppio della guerra russo-tedesca immediatamente si schierò con un assoluto lealismo accanto al governo sovietico. Il governo cominciò a capire l’importanza dell’influsso della Chiesa per ritemprare l’unità nazionale nella guerra. Anche il riguardo agli alleati democratici consigliò un atteggiamento più conciliante verso la religione. Il governo cominciò allora a restituire un certo numero di chiese, permise di riaprire alcuni monasteri e delle scuole teologiche per la formazione del clero. La propaganda antireligiosa offensiva cessò, l’associazione degli atei militanti fu sciolta. Il «Bezbožnik» (1° Ateo) sospese le sue pubblicazioni.

Il governo sovietico permise finalmente l’elezione di un nuovo patriarca. Il metropolita Sergio, finallora lucumentens, fu eletto patriarca l’8 sett. 1943. Un re

golare governo ecclesiastico centrale, riconosciuto dal
lo Stato, poté essere stabilito, le diocesi vennero rior-
ganizzate, numerosi nuovi vescovi nominati. Il Con-
cilio parrusso di genn.-febbr. 1945 che elesse patriar-
ca, dopo la morte di Sergio, Alessio, fino allora metro-
polita di Leningrado, diede una nuova costituzione alla
Chiesa adattando le norme del diritto canonico alla le-
gislazione sovietica sulle associazioni religiose. Il go-
verno, che fino allora aveva spogliato la Chiesa dei suoi
beni, cominciò ad aiutar la materialmente, mettendo, ad
es., a disposizione dei prelati convenuti al concilio
tutti i mezzi necessari di trasporto e di sostentamento.

Ma tutto questo non significa che l'atteggiamento del
governo sovietico di fronte alla religione sia fondamental-
mente cambiato. Di vera libertà religiosa, come noi la
intendiamo, anche adesso in Russia non si può parlare.
La Chiesa rimane come prima ristretta al puro e semplice
esercizio del culto. La legislazione restrittiva rimane in
vigore. La costituzione staliniana col suo articolo 124 che
vieta ogni propaganda religiosa rimane incrollabile legge
fondamentale, come dichiarò il capo del Soviet per gli affari
della Chiesa «ortodossa» in un suo discorso nel Concilio del
1945. Rimane il divieto dell'insegnamento religioso ai
bambini, rimangono in vigore le norme restrittive del de-
creto dell'8 apr. 1929. Quel poco di più di libertà che fu
concesso, la Chiesa «ortodossa» ha dovuto pagare col suo as-
servimento ad uno Stato ateo che la sfrutta come docile
strumento per la sua politica interna ed esterna. La dipen-
denza della Chiesa dallo Stato venne stabilmente fis-
sata dallo Statuto accettato nel Concilio del 1945. La Chiesa
appoggia apertamente il sistema sociale del comunismo.
Nella politica estera aiuta i piani espansionisti del governo
sovietico cercando di riunire sotto la sua egemonia tutte
le chiese «ortodosse».

In questi ultimi tempi (1947-48) si può notare
una recrudescenza della propaganda ateo. Da parte
ufficiale s'insiste di nuovo nella necessità per un co-
munista di essere ateo. La nuova politica religiosa è
una politica e nient'altro e potrebbe venir abban-
donata, se così sembrasse bene ai sovieti, come già la
NEP di Lenin (v. COMUNISMO).

BIBL.: G. M. Schweigel, *L'articolo 124 della costituzione sovietica sulla libertà dei culti*, Roma 1946; G. Schmieder, *La posizione delle associazioni religiose nel diritto sovietico*, ivi 1948; autori vari, *Il cristianesimo nell'unione sovietica*, Roma 1948; S. Tysziewicz, *L'ateismo militante sovietico e il papato*, in La Civ. Catt., 1949, II, p. 593 sq.; III, p. 16 sq. Guglielmo de Vries