BOLOGNA, ARCIDIOCESI di. - Capoluogo della provincia omonima e città principale d'una regione tra le più ubertose
e ricche di storia, l'Emilia, B. ha attualmente una popolazione di 270.000 ab. La diocesi ne conta in totale 691.473, quasi tutti cattolici. Fitta di chiese (oltre centotrenta), nel suo aspetto ancor medievale, la città; e anche ricchissima di conventi e di chiese la diocesi. Numeroso il clero: 568 sacerdoti diocesani e 190 regolari, 425 parrocchie (1948). Santo patrono: s. Petronio.
I. STORIA
Sul luogo dell'etrusca Felsina, come attestano tuttora gli avanzi della sua necropoli, risalente al sec. VI a. C., i Romani dedussero nel 189 una colonia, Bononia (Livio, XXXVII, 57). Già assurta a notevole importanza economica sotto gli Etruschi, ricevette dalla sua caratteristica di avamposto verso i Galli aspetto di campo fortificato. Divenne municipio a un secolo dalla fondazione, durante la guerra sociale, e fu ascritta alla tribù Lemonia. Nel 53 d. C. andò distrutta da un incendio; Claudio la ricostruì, per intercessione del giovane Nerone. Era in piena decadenza nel sec. IV (s. Ambrogio, Epistolae, II, 8): ma ciò non le impedì di sostenere l'impeto dei Visigoti di Alarico nel 410. Saccheggiata e semidistrutta risorse dalle sue rovine Petronio (v.).I martiri di B. sono ricordati alla fine del sec. IV da Vitricio di Rouen (De laude sanctorum: PL 20, 448, 453); essi sono i medesimi che poco dopo addita Paolino di Nola: Vitalem, Agricolam, Proculumque Bononia condit. Carm. 37, 432 (ed. G. de Hartel, in CSEL, 30, II, p. 281). Di Vitale e Agricola è noto che le spoglie furono rinvenute in B. in Iudaeorum solo al tempo di s. Ambrogio (Exhort. Virg., 1: PL 16, 336). Nel sec. VI erano venerati in una basilica ad oriente della città, poi chiesa dei SS. Pietro e Paolo, da dove

BOLOGNA - Cristo fra i dottori. Miniatura di Nicola da Bologna (a. 1378) - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. Lat. 2598 (f. 1), contenente: Lecturam Bartoli de Saxoferrato super I et II parte Inforliati.
furono tolti nel 1019. Ivi furono trovate iscrizioni sepolcrali cristiane della fine del sec. IV e all'inizio del sec. V, (CIL XI, 1, 802-802, 814-15). Di Procolo invece non si hanno che atti scritti nel sec. XII (BHL, 6954, 6956), mentre si ha notizia d'una porta 1. Proculi e di una basilica eretta sul suo sepolcro fuori città dal vescovo Gaudenzio tra l' secc. VII-VIII. L'elenco degli antichi vescovi di B. si trova in un manoscritto del sec. XI già della biblioteca di S. Salvatore di Reno (detto perciò elenco renano) il quale ha per primo Zama e per quinto Eusebio, presente al sinodo d'Aquileia del 381 e al quale s. Ambrogio scrisse due lettere (A. Testi Rasponi, Note marginali al Liber Pontificalis di Agnello, in Atti e Memorie della r. Dep. di storia patria per le prov. di Romagna, 4ª serie, 1 [1911, IV-VI], pp. 397-464). Settimo è Felice ricordato da s. Ambrogio e da Paolino di Nola, tra la fine del sec. IV e il primo trentennio del sec. V.
Ottavo della serie, nel catalogo scoperto dal Lanzoni, il vescovo s. Petronio già ai contemporanei appariva degno di essere paragonato ai più grandi vescovi della Cristianità: il suo episcopato si svolse tra il 430 e il 450. Egli non pose tempo in mezzo a far risorgere B. dalle rovine, cui l'avevano ridotta gli eccessi di Magnenzio e di Massimo. Ottenuti fondi dal fisco, li distribuì ai bolognesi, ricidificò le loro case, riparò le mura, eresse nuove chiese. Tra queste, la basilica estramurale di S. Stefano, cui era annesso il monastero, dove egli stesso viveva (F. Lanzoni, S. Petronio vescovo di B. nella leggenda e nella storia, Bologna 1907).
Il periodo dell'alto medioevo è quello di maggiore oscurità per la storia di B.: in età gotica continuò l'orientamento politico, e forse anche religioso, verso Ravenna. Dalla vicinanza della capitale dovette attingere il primo risveglio: che fu oppressione allorché, col dominio bizantino, in Ravenna si accentrò ogni iniziativa tra il sec. VI e il sec. VII. Riafflutti i Longobardi oltre la linea del Panaro, per opera di Liutprando, che conquistò l'Esarcato, B. fu saccheggiata nel 727 o 728. La discesa dei Franchi e la protezione della Chiesa assunta dai Carolingi strappavano però la città ai Longobardi e la concedevano, con l'Esarcato, alla Chiesa: incerta soggezione nei primi tempi, che si potrebbe piuttosto parlare di doppia soggezione, a Ravenna ed a Roma, e sotto il controllo carolingio. B. divenne allora sede dei conti. Ma la scarsità delle fonti non lascia intravedere che un variar di rapporti tra i poteri e un restringimento della città nelle sue mura (il confine quadrato delle cosiddette « quattro croci »); v'è motivo tuttavia di vedere nella B. pre-comunale uno svolgimento indipendente di vita. Esso rimane tuttavia sempre una dipendenza spirituale e politica da Ravenna: da cui B. si sciolse nello stesso tempo, dalla prima col Concilio di Guastalla del 1106, dall'altra con la lotta serrata contro l'impero di Enrico V, culminata nell'atterramento della rocca nel 1114. Autonomia religiosa e autonomia civile conquistate insieme posero insieme le loro basi alla formazione del comune. Ma già la chiesa di B. aveva dato saggio di un proprio orientamento, al tempo dello scisma di Cadalo, restando fedele ad Alessandro
II. V'è del resto un oscillare di fortune, che segue le sorti della guerra e della politica: se il Concilio di Guastalla del 1106 distaccava B
e con essa Modena, Parma, Reggio e Piacenza — dalla giurisdizione metropolitica di Ravenna, Pasquale II, proprio al termine del suo pontificato, la risottoponeva, con bolla del 7 ag. 1118, all'antico primate. La guerra che doveva dividere dieci anni più tardi le due città, non mancò d'altra parte di riflessi anche nel campo dei rapporti ecclesiastici. Allora, mentre il comune libero assoggettava terre e castelli del contado, B. risentì del rinnovato ruolo imperialista della illustre vicina: nel 1132 resistette a Lotario, che discendeva in aiuto del suo protetto Innocenzo II verso Roma, e l'obbligò a porre il campo a Medicina; ma, sotto il Barbarossa, lo scisma suscitato del card. Ottaviano recò sul seggio bolognese un intruso, il canonico Samuele, deposto nel conciliabolo di Lodi il legittimo vescovo Gerardo. Lo scisma bolognese fu di breve durata; intervenne subito dopo la pace di Venezia, del 1177.Il comune era ormai notevolmente rafforzato. Uno dei primi a svilupparsi (sin dagli albori, come sembra, del 1000), non mancò, pur con le lotte e i dissensi, d'ottenere il riconoscimento imperiale. Retto a forma consolare, con un'assemblea generale, o Parlamento, e un consiglio maggiore, passò poi, con gli altri comuni emiliano-lombardi, alla forma podestarile. Sede forse già d'una scuola di diritto in età romana, per l'opera personale d'un maestro, Irnerio, il riscopritore del diritto romano, B. era diventata dai primi del sec. XII centro di studi giuridici, fino al tempo di Onorio III, che vi stabilì la scuola di teologia; così si sviluppò l'Università bolognese, una delle più famose del medioevo. Era già così fiorente nel 1225 che Federico II, a favorire la nuova università da lui fondata a Napoli, tentò di sottrarne in massa lettori e studenti, con l'interdictio, ma senza riuscirvi.
In quegli anni, B. offrì dimora a s. Domenico e a s. Francesco: attratto l'uno dalla fama dello Studio a fondarvi una comunità del suo ordine di Predicatori (e il Comune gli concesse la chiesa di S. Nicola alle Vigne), l'altro dalla vastità e dai bisogni morali della massa studentesca, oltre che dalla popolazione, a trascorrervi un periodo di fervida predicazione. A B., durante il Capitolo del suo ordine, s. Domenico morì il 6 ag. 1221: e tanto allora, quanto l'anno dopo, per la canonizzazione decretata da Gregorio IX, il comune dispose solenni celebrazioni.
Poco dopo il terremoto del 1223 faceva crollare le volte della nuova cattedrale di S. Pietro, consacrata da Lucio III e già ricostruita sulle rovine dell'incendio del 1130. In questo tempo si organizzano a B. altre comunità: i Carmelitani, i Basiliani armeni, i Serviti. Soprattutto nota la congregazione dei « Frati gaudenti », mista di conventuali e di laici, al fine di proteggere le vedove e gli orfani e d'impedire le lotte civili. Ma queste ultime ardevano tra guelfi e ghibellini anche in B. Al finire del Duecento, il comune di B. declinava, mostrando tendenza a forme, sia pur larvate, signorili.

d'altra parte, proprio sul limitare del Trecento, B. in mano della Chiesa.

Al di sotto infatti della protezione chiesastica e sulle rovine delle istituzioni comunali la preminenza di alcuni casati gettò anche in B. le basi della signoria.
Nel 1337 Taddeo Pepoli, dopo un vano tentativo del padre suo, Romeo, si fece proclamare signore. Il Pontefice parò la mossa, obbligandolo a riconoscersi, anziché signore, vicario, ripetendo da lui stesso e per la Chiesa il potere. Anche i successori del Pepoli, contro lo spirito di autonomia dei bolognesi, furono obbligati a seguire l'esempio. Morto Taddeo nel 1347, i figli vendettero la città, pochi anni dopo, all'arcivescovo milanese, Giovanni Visconti. Morto anche questo, nel 1354, la signoria fu esercitata di fatto da un suo fedele, Giovanni di Oleggio, crudele e avaro. Nella restaurazione dei beni e dell'autorità della S. Sede perseguita dal card. Albornoz, nell'imminenza del ritorno a Roma dei Papi da Avignone, anche B. cadeva nel 1360 e veniva ripristinato il governo papale.
La quiete tuttavia durò pochi anni: nel 1376 la città si erigeva a repubblica indipendente. Attentarono alla sua libertà, ma facendo leva sui non sopiti spiriti d'autonomia, tra gli ultimi anni del '300 e i primi del '400, Giovanni Bentivoglio e Carlo Zambeccari. Il dominio, per conquista, di Gian Galeazzo Visconti, conte di Virtù, volto ad uno Stato più ampio di quello dei suoi avi, svanì con la sua morte. E la città ritornò alla Chiesa.
Proprio in quegli anni la fierezza cittadina e il desiderio di B. di non essere seconda neppure a Roma animava la superba fabbrica di S. Petronio. Il vescovo Bartolomeo Raimondi ne pose la prima pietra il 30 giugno 1390; ma l'opera non proseguì con il primitivo slancio a causa dei contrasti e delle sopraggiunte gravi difficoltà economiche.
Le rivolte ed i moti continuarono: attraverso ardimenti e soprusi, ma anche perdite e stragi, si affermò per quasi
un secolo la signoria dei Bentivoglio: dal 1446 al 1462 governò con abilità Sante, che portò B. agli accordi del '47 con Niccolò V, assegnanti una quasi indipendenza alla città, per cui giunse al suo culmine, mirabilmente, per splendore di opere, il Rinascimento bolognese. Poi, dal 1462 al 1507, col governo di Giovanni II Bentivoglio, quello splendore continuò e si compie. Ma la vita e l'azione politica del signore bolognese si concludono nella tristezza, nel sangue e nella viltà mostrata fuggendo dinanzi alle schiere di Giulio II e patteggiando con i Francesi. In questo periodo anche contro l'alta potestà della Chiesa gli spiriti bolognesi si riaccesero: come nell'episodio dell'Albergati (v.).
Sul finire del secolo, nel 1483, il card. della Rovere, il futuro Giulio II, fu cardinale legato di B. ed ebbe lungamente in commenda la sede. Nuovi
urti si produssero con l'autorità centrale, sui primi del Cinquecento, quando i Bentivoglio effettuarono, tra il 1507 e il 1511, gli ultimi due tentativi per il possesso della città, finiti con la distruzione del loro palazzo e della statua di Giulio II eretta da Michelangelo.
Mesi d'insolito fervore, dopo l'incoronazione in S. Petronio dell'imperatore Carlo V per mano di Clemente VII, furono quelli delle due sessioni del Concilio di Trento ivi trasferitosi nel 1547. Era allora vescovo Alessandro Campeggi che chiamò nella città i Gesuiti.
(fot. Alinari)
BOLOGNA - Cortile del palazzo dell'Università (sec. XVI).
Il 10 dic. 1582 Gregorio XIII, bolognese, eresse B.
divenuta la seconda città dello Stato della Chiesa, a sede arcivescovile. Cessata così la formale dipendenza da Ravenna, che aveva tanto fatto soffrire i bolognesi del medioevo, divenivano suffraganee del nuovo metropolita le diocesi di Imola, Cervia, Modena, Reggio, Parma, Piacenza e Crema.
Per tutto il Seicento si successero sulla cattedra di S. Petronio i più bei nomi dell'aristocrazia romana: Borghese, Ludovisi, Colonna, Boncompagni. Giacomo Boncompagni innalzò il grande santuario della Madonna della Guardia, che il suo successore, il card. Prospero Lambertini, completò. Il Lambertini, bolognese, cardinale dal 1726, poi vescovo d'Ancona e di là trasferito a Bologna nel 1731, è la massima figura del clero cittadino. L'impulso da lui dato agli studi, l'aver fatto rifiorire i conventi e le chiese, il suo spirito e la sua saggezza di giurista non sono stati dimenticati. Papa dal 1740 al 1758, Benedetto XIV rimase per altri quattordici anni titolare dell'arcivescovado bolognese per riversare a piene mani i benefici della sua carica sulla diletta città e in particolare sull'Università e l'Accademia delle scienze, attivissimi centri culturali della detta mater studiorum.
Il Settecento fu per B., ricco d'arte e di scienza: accanto alla notevole attività pittorica, a quella del massimo musicologo del secolo, p. G. B. Martini, ai mille dotti che illustrano l'Università e l'Accademia risorte, ancor prima dell'opera del Lambertini, per l'azione alacre e intelligente di Luigi Ferdinando Marsili, numerosi furono gli scienziati che illustrarono la città: dal sommo naturalista Ulisse Aldrovandi, al grande medico Marcello Malpighi, al crestore degli studi sull'elettricità, Luigi Galvani.
Sotto l'arcivescovo Andrea Giovanetti le armate e lo spirito della Rivoluzione invasero le Romagne: la diocesi
subi allora la soppressione dei conventi, la perdita dei beni ecclesiastici, la riduzione del numero delle parrocchie. Dopo il 1800 conventi e chiese risorsero, fino alla soppressione delle Congregazioni dopo l'unità attuata dal regno d'Italia.
Restituita da Clemente VIII Cervia a Ravenna, erette ad arcivescovati Modena, Parma e Piacenza, a sedi di governi autonomi, il potere metropolitico della chiesa bolognese non si estese più che su Faenza e Imola, oltre che, per qualche tempo, sulla diocesi di nuova erezione di Borgo S. Donnino. Il vento della rivoluzione riscosse B. Ai primi stupori e alle indignazioni per il sangue versato successero l'animazione patriottica, il risveglio politico, l'ammirazione per Napoleone, al quale B. fece straordinaria accoglienza. E fu lieta di prendere la sua parte, nella formazione degli stati democratici, che preludono al Regno d'Italia. Atteggiamenti di autonomia non mancarono nella città, quando sembrò destinata a capo di uno Stato delle Legazioni, che alla consumata abilità del card. Consalvi riuscì di smontare, ricostituendo, per un quarantennio ancora, la vecchia compagine dello stato ecclesiastico.
Nel Risorgimento B., centro sin dalla Restaurazione dei maneggi e delle cospirazioni liberali per tutte le Romagne, ebbe nella rivoluzione del 1831 dell'Italia centrale una parte importante. Accessasi in Modena, per opera di Ciro Menotti, la rivolta, B. insorse il 4 febbr., propagando il moto alle Romagne, alle Marche ed all'Umbria. Fu l'effimero governo delle Province Unite, che vide B. capitale; finché l'intervento austriaco annientò ancora una volta le speranze dei liberali. Ma contro gli Austriaci e per la libertà e l'unità, B. serbò il suo ardimento: e lo dimostrò sui campi del '48 e specialmente nel combattimento della Montagnola, contro le forti schiere del Welden.
BIBLI. Fonti: Corpus Chronicorum Bonaniensium, a cura di A. Sorbelli, 4 voll., Città di Castello-Bologna 1903-28; Statuti di Bologna dall'a. 1245 all'a. 1267, a cura di L. Frati, 3 voll., ivi 1868-77; Rotuli dei lettori, legisti e artisti dello Studio bolognese dal 1384 al 1799, a cura di U. Dallari, 4 voll., ivi 1888-1923; A. Sorbelli, Le cronache bolognesi del sec. XIV, ivi 1900.
Raccolte bibliografiche: L. Manzoni, Saggio di una bibliografia storica bolognese, Bologna 1888; L. Frati, Opere della bibliografia bolognese che si conservano nella bibl. Municipale di B., 2 voll., ivi 1888-89.
Storiografia: L. degli Alberti, Hist. di B., Bologna 1541-1591; C. Ghirardacci, Della Historia di B., I, ivi 1596; II, ivi 1657; III, a cura di A. Sorbelli, ivi 1928; S. Muzzi, Annali della città di B. dalla sua origine al 1796, 9 voll., ivi 1840-49; N. Rodolico, Dal Comune alla Signoria: Saggio sul governo di Taddeo Pepoli, ivi 1898; A. Gaudenzi, L'origine dello studio di B., ivi 1901; Studi e Mem. per la storia dell'Univer. di B., ivi 1907 sgg.; A. Hessel, Gesch. d. Stadt B. von 1116 bis 1280, Berlino 1910; Lanzoni, pp. 778-90; A. Gaudenzi, Il monastero di Nonantola, il ducato di Persiceto e la chiesa di B., Roma 1916; A. Vincinelli, Il passaggio di B. dal dominio pontificio ai re d'Italia, Bologna 1921-22; G. Zaccagnini, La vita dei maestri e degli scolari nello studio di B. durante il Rinascimento, Ginevra 1926;
P. Sella, La diocesi di B. nel 1300, in Atti e mem. dep. st. patr. Romagne, 18 (1929), pp. 97-1555; G. Zaccagnini, Storia dello studio di B. durante il Rinascimento, Ginevra 1930; P. Ducati, Storia di B., I: L'età antica, Bologna 1937; A. Sorbelli, Storia di B., II: Dalle origini del cristianesimo agli albori del Comune, ivi 1938; F. Filippini, S. Petronio vescovo di Bologna, ivi 1948 (con elenco dei titolari della sede di B.). Pier Fausto Palumbo
II. ARTE
I. Architettura. - Le chiese più antiche che oggi restano in B. testimoniano tutte della larga filtrazione del romanico lombardo: nulla rimane infatti degli edifici che la tradizione vorrebbe edificati dal vescovo Zama (sec. IV) e dai suoi primi successori; il più antico complesso architettonico è pertanto costituito dagli edifici stefaniani, il cui primi-tivo nucleo si vuole risalga al tempo di S. Petronio. Tali edifici subirono rifacimenti in periodo longobardo, finché ebbero definitiva sistemazione nell'età romanica: le chiese dei SS. Pietro e Paolo, del Crocifisso, di S. Stefano, l'oratorio della Croce, il cortile di Pilato e il contiguo chiostro presentano chiari elementi romanici-lombardi, cui va unita una ricerca nuova di eleganza nella decorazione. Al medesimo periodo appartengono le chiese dei SS. Vitale e Agri-
cola in Arena, di S. Giovanni in Monte e la cattedrale di S. Pietro, di cui restano la torre e le porte dei leoni. L'architettura romanica lasciava pertanto in B. un notevole complesso di edifici religiosi, cui era comune l'uso del cotto nella struttura e nella decorazione, l'assenza dei costoloni nelle crociere, la presenza dei campanili affiancati alle chiese, su modello di quelli ravennati.
Nel sec. XIII le nuove forme gotiche si affermano trionfalmente, conferendo tipica fisonomia alla città, in alcuni tra i più insigni monumenti italiani del tempo: tali le chiese di S. Domenico (iniziata nel 1221, rimodernata all'interno dal Dotti nel sec. XVIII); di S. Francesco (compiuta nel 1263, si ispira direttamente alle cattedrali francesi); di S. Maria dei Servi, di S. Martino, di S. Giacomo, che accentuano, nel sec. XIV, lo slancio verticale. Nelle chiese, come negli edifici civili, permane la tradizionale decorazione in cotto a stampa, di cui un elegante esempio è il campanile di S. Francesco (primi del sec. XV) di M. Antonio di Vincenzo: fu questi l'architetto di S. Petronio e ne fornì il progetto temperando il verticalismo gotico mediante l'uso della campata quadrata e di forti pilastri polistili; la costruzione a tre navi fu continuata nel secc. XV e XVI. Lo stile gotico continua anche in pieno '400 (abside dell'Annunziata, 1475; cappella Guidotti, 1460) ritardando l'affermarsi dell'architettura rinascimentale: questa penetra con le forme toscane introdotte da Pagno di Lapo (cappella Bentivoglio in S. Giacomo, 1445-86; cappella

Ben maggior importanza, per la fisionomia architettonica della città, assunsero le grandiose forme classicheggianti del '500, importate da Roma dopo che B. passò definitivamente sotto il dominio papale; al Bramante si ispira il chiostro «della Cappella» nella Certosa, al Peruzzi la facciata di S. Michele in Bosco e la cappella Ghisilardi. Per la fabbrica di S. Petronio a B. operarono il Serlio, l'Alessi, il Vignola, il Palladio, ed essi contribuirono largamente a determinare l'indirizzo architettonico locale dell'ultimo '500: così vi influirono D. e P. Tibaldi con la costruzione della cappella maggiore in S. Pietro, della facciata di S. Maria delle Laudi e della cappella Poggi in S. Giacomo Maggiore. Gli insegnamenti del Vignola, insieme con quelli del Palladio, sono riassunti sullo scorcio del secolo da un gruppo di architetti, i quali (F. Ambrosini, P. Fiorini) non giungono talvolta che ad una fredda e vacua imitazione: T. Martelli ha lasciato invece dei capolavori di classica grandiosità. La consuetudine alla severità delle forme cinquecentesche rese assai limitata l'introduzione della maniera barocca, che si affermerà solo alla fine del secolo, nell'interno delle chiese, con una pompa decorativa che tiene però sempre conto degli elementi classici, cui cerca di fondersi (interni di S. Maria della Vita, di G. B. Bergonzoni; della Madonna di Galliera, di G. A. Torri; della Santa, di G. G. Monti). I medesimi caratteri si ripetono nel sec. XVIII con C. Dotti e A. Torreggiani; mentre, dopo la metà del secolo, l'architettura bolognese, che non risentì del rococò, si volse con nuovo entusiasmo alle forme cinquecentesche con F. Tadolini e R. Compagnini. Estraneo all'ambiente rimase il neo-classico, e i partiti cinquecenteschi continuano a dominare nel sec. XIX insieme con l'interesse romantico per i monumenti medievali (restauri del Rubbiani in S. Francesco e in S. Domenico). Tipico esempio di rielaborazione di motivi romanici-orientali rimane la chiesa del Sacro Cuore (1912) di E. Collamarini.
2. Scultura
La scarsezza del marmo nella regione bolognese dovette contribuire al disinteresse degli artefici locali nei riguardi dell'arte scultoria: così si può parlare di tradizione plastica locale solo a proposito della tipica ornamentazione in cotto; le principali opere di scultura, infatti, si devono in ogni tempo ad artisti non bolognesi.Dopo i rari esempi di scultura del periodo longobardo, per lo più a carattere ornamentale (catino di Pilato; arco della tomba Folcherari, in S. Domenico; croce di S. Giovanni in Monte, sec. VIII), la produzione plastica si fa più abbondante con la penetrazione dello stile romanico-lombardo (sarcofago dei ss. Vitale e Agricola, in S. Pietro; croce stradale di «Petrus Alberici cum patre», in S. Petronio; stucchi con i simboli degli Evangelisti e Resurrezione, in S. Stefano, sec. XIII; Crocifissione lignea nella cripta di S. Pietro), ma non raggiunge generalmente un'alta
qualità. Particolare importanza assume, nel sec. XIII, l'area di S. Domenico, opera di fra' Guglielmo.
Nel sec. XIV una larga fioritura di monumenti funebri, sullo schema del sarcofago decorato di rilievi nella fronte e nei lati, documenta l'afflusso dei modi gotici (tomba di T. Pepoli, in S. Domenico; monumento di G. da Legnano e del creduto L. Pini, nel museo Civico), interpretati poi con una rara eleganza dai veneziani Jacobello e Pierpaolo dalle Masegne nel politico marmoreo in S. Francesco (1388): ne riflettono le preziosità i reliquiari di S. Domenico (1383) e di S. Petronio (1380). Il gotico veneziano si affermò sullo scorcio del secolo anche ad opera dei numerosi scultori dello zoccolo della facciata o dei riquadri laterali di S. Petronio; e confluì, insieme con elementi toscani, nella mediocre scultura di Andrea da Fiesole. Jacopo della Quercia decorò il portale maggiore di S. Petronio dal 1425 al 1438, ed impose vigorosamente i nuovi ideali plastici; seguirono numerosi scultori toscani, quali Niccolò di Pietro Lamberti, Pagno di Lapo, D. Rosselli, A. di Duccio, che tennero il campo in B. nella seconda metà del '400, determinando la definitiva affermazione della maniera toscana rinascimentale; Francesco di Simone, nel monumento Tartagni in S. Domenico (1477), sostitutiva al tradizionale motivo del sarcofago lo schema di monumento funebre a tabernacolo, ispirato alla tomba Maruppini di Desiderio. Dopo la metà del secolo venne a B. Niccolò dell'Arca, la cui scultura ebbe larghissimo influsso sugli sviluppi della plastica bolognese, poi che essa riassumeva, in originale sintesi, elementi gotico-borgognoni e la complessa cultura figurativa ferrarese-emiliana (cf. Pietà, in S. Maria della Vita, 1485). Epigoni della tradizione dei plasticatori emiliani del '400 sono a B., nel '500, Vincenzo Onofri (Pietà, in S. Petronio) e Alfonso Lombardi (Pietà, in S. Pietro) il quale tentò di raggiungere nuovi valori monumentali accostandosi ai modelli di Raffaello e di Michelangelo. Tutta l'arte della prima metà del '500 è del resto dominata dagli ideali michelangioleschi, cui si cerca di unire la nobiltà espressiva di Andrea Sansovino: a convalidare tale indirizzo contribuisce la presenza del Tribolo, che lavorò in S. Petronio (1525); e la schiera di mediocri artefici (quali il Saccadenari, P. de Rossi, A. Aspertini, G. da Treviso, L. Casario, Zaccaria da Volterra), cui si debbono le formelle delle porte minori della chiesa, ripete e deforma con estrema monotonia i modelli della grande arte del tempo. Ai medesimi presupposti si rifà anche il Montorsoli nell'altar maggiore della chiesa dei Servi (1558). Una certa originalità presentano invece gli intagliatori della famiglia dei da Formigine, di cui massimo rappresentante è Andrea: essi riassumono la tradizione dell'intaglio in legno, che aveva dato opere insigni nei cori di S. Francesco (1407), di S. Petronio (1468-77) e di S. Domenico (1528-40).
Il '600 è limitatamente rappresentato dalla Decollazione di s. Paolo (1641) nella chiesa omonima, del bolognese Algardi, il quale, più che affermarvi le conquiste barocche, dimostra i legami della sua scultura con la pittura dei conterranei Carracci: algardiano è Camillo Mazza nei rilievi di S. Pietro e della chiesa dei Cappuccini. Nel sec. XVIII G. Mazza e A. Piè dimostrano, negli interni di S. Maria di Galliera, di S. Maria della Vita e della Santa, di partecipare al gusto ricco ed elegante del tempo; ma si riallacciano poi alla tradizione naturalistica emiliana nella grazia umana delle Madonne o nel brio delle fi-
gurine per presepio. Non disdegno l'arte del figurino neppure Giacomo de Maria, allievo del Canova, con il quale il neo-classicismo penetrò per breve tempo in B.: ad esso succedeva quell'indirizzo veristico che ha lasciato larga testimonianza in numerose tombe del cimitero monumentale.
3. Pittura. - La pittura a B. fu, attraverso i secoli, essenzialmente «sacra» e non tanto per i soggetti quanto per quello spirito di religiosità di cui appaiono permeati, più o meno schiettamente, gli artisti.
Accanto ai resti, scarsi e di mediocre qualità, della produzione pittorica ducentesca (affreschi ora al museo di S. Stefano e in S. Vittore) ricchissimi sono
i documenti dell'arte miniaturale, poi che B. fu il centro più insigne della pittura miniata del '200; alla tradizionale maniera bizantina si sostituiscono presto, nella decorazione dei codici, frequenti spunti naturalistici e una vivace vena illustrativa, rendendo facile l'introduzione del nuovo linguaggio toscano e giottesco, mentre i modelli gotici rimanevano discarsa e limitata importanza. Nessuna concretezza storica presentano, a tutt'oggi, le figure di Oderisi
da Gubbio e di Franco Bolognese, nei quali si vollero identificare le diverse tendenze della miniatura della seconda metà del '200, che si riassumono invece, agli inizi del '300, in Niccolò di Giacomo, il quale forza la scioltezza narrativa e l'efficacia espressiva quasi fino alla caricatura. La tradizione miniaturistica, unita ad elementi senesi di S. Martini, confluì nella pittura di Vitale da B., la maggiore personalità artistica della prima metà del '300; mentre l'indirizzo giottesco-riminese si palesa evidente in Jacopo Avanzi, identificato da taluno con il «Cugino dei Romagnoli». Allo stile di tali pittori si ricollegano variamente Andrea da B., Simone dei Crocifissi, i pittori delle storie di Pomposa, Lippo di Dalmasio, il quale protrae la grazia di Vitale fino agli inizi del '400. Nella prima metà del sec. XV la produzione pittorica ricalca le premesse trecentesche con Pietro Lianori e Orazio di Jacopo; Michele di Matteo di Calcina e Michele di Matteo da Modena rappresentano invece il gusto internazionale di Gentile da Fabriano. Alla metà del secolo la pittura bolognese viene a contatto, mediante la pala di A. e B. Vivarini e per opera di Marco Zoppo, con le conclusioni dell'arte padovana del Mantegna e con l'ampiezza costruttiva di Piero della Francesca: tali elementi, uniti al prezioso colore e alla violenza drammatica ferrarese, saranno riconfermati da F. del Cossa (attivo a B. dal 1472 al 1478) la cui scuola fu operosa fino all'ultimo '400, e dal soggiorno di Ercole de' Roberti (1482-86). Con L. Costa motivi ferraresi si modificano a contatto con la personalità di Francesco Raibolini detto il Francia: questi fu il pit-
tore più rappresentativo del tardo '400 bolognese e la sua arte, improntata ad un religioso lirismo e ad una grazia estatica, valse a determinare una particolare fisonomia della pittura per circa due secoli: Amico Aspertini ne ripeté, nel '500, le forme aggraziate.
Per tali aspetti dell'arte bolognese, enorme fu il successo della pala di s. Cecilia (1516) in S. Giovanni in Monte, di Raffaello: il raffaellismo trionfo indiscusso per il primo trentennio del secolo, e rimase poi fondamentale nell'indirizzo eclettico del restante '500; vi si adeguano anche pittori venuti di fuori, come G. da Treviso, G. da Carpi, il Garofalo, l'Ortolano, mentre con il Bagnacavallo, con Biagio dalle Lame,
G. da Cotignola, I. da Imola esso scade nel più fiacco manierismo, di cui epigono fu Prospero Fontana. Agli ideali raffaelleschi si affiancano quelli michelangioleschi rappresentati dagli affreschi di P. Tibaldi, e la schiera dei mediocri eclettici che lavora alla fine del secolo (tali il Sabatini, il Samacchini, l'Aretusi, il Cesi) cercò di valersi anche dei valori pittorici veneti e dei modi correggeschi: questi ultimi dominano nella bottega aperta (1572) dal fiammin-

Numerosissimi furono i pittori educatisi nell'Accademia dei Desiderosi, poi degli Incamminati, fondata da Agostino nel 1585; e la scuola dei Carracci domina per tutto il sec. XVII, diffondendosi da B. a Roma e a Napoli con il Domenichino, l'Albani e il Lanfranco: tra i maggiori esponenti furono Guido Reni e il Guercino, al quale si deve l'inclusione della nuova corrente caravaggesca nel neo-cinquecentismo carraccesco. I problemi chiaroscurali interessarono anche B. Schedone, mentre il colorismo veneto preoccupò il Tiarini, il Cavedone, il Bonone.
La tradizione del Reni perdurò nel sec. XVIII con Carlo Cignani; ma il '700 fu caratterizzato dalle fantasiose decorazioni degli scenografi Bibbiena, e di V. Maria Bigari: sfondi prospettici aprono i soffitti delle chiese ad opera dei «quadraturisti» (notissimi i fratelli Haffner) e i pittori «figuristi» (il maggiore fu M. A. Franceschini) compiono la decorazione; tra i più splendidi esempi sono gli interni della chiesa della
Santa, della Madonna di Galliera, di S. Paolo. Epigono di tale corrente fu Gaetano Gandolfi, che ravviva il proprio colore su quello veneto del Tiepolo. Posizione del tutto diverse offre Giuseppe M. Crespi, detto lo Spagnolo, il quale riassume le esperienze inovezzane del '600 per innovarle con profonda schiettezza pittorica.
Nella prima metà del sec. XIX la tradizione prospettica continua a vivere con il Basoli, il Cocchi, il Ferri, il Solmi, il Fancelli, mentre pittori come il Muzzi, il Busi rielaborano le lontane premesse dei Carracci. L'indirizzo veristico veniva invece rappresentato da Luigi Serra; sullo scorcio del secolo, il Samoggia, il Casanova, il Sezanne tentarono di rinnovare romanticamente motivi medievali e quattrocenteschi nella decorazione delle cappelle di S. Francesco.
III. BADIA DI S. STEFANO. — È fra le più antiche abbazie benedettine. Gregorio VII, Pasquale II, Lucio II nei privilegi rilasciati ai vescovi di B., così come l'autore della vita di S. Petronio, ne attribuiscono a questi la fondazione. Secondo alcuni poi sarebbe dei Basiliani (ca. 440), prima che dei Benedettini. Verso il 980 era tenuta da monaci cluniacensi. Nel 1167 Federico I la prese sotto la protezione imperiale. Niccolò V nel 1448 la concesse in commenda. Nello stesso secolo (1493), il card. commendatario Giuliano della Rovere la cedette ai Celestini, che vi rimasero fino alla soppressione napoleonica. Da pochi anni l'ufficiovino gli Olivettini di S. Michele in Bosco. Attualmente le carte sono all'archivio di Stato.
Il complesso degli edifici, che conserva tuttora il nome di S. Stefano è dei più interessanti e caratteristici. Si compone di quattro chiese principali, di oratori e chiestri, eretti dal V al XVII sec. Importanti restauvi vi sono stati eseguiti nel 1880 e nel 1924. Vi si conservano tuttora alcune delle più antiche memorie della Chiesa bolognese e poiché alcuni degli edifici furono fatti per ricordare i luoghi della Passione del Salvatore fu detta anche Gerusalemme.
IV. SANTUARIO DELLA MADONNA DI S. LUCA — Sul monte detto Garda o della Guardia (m. 289), presso Bologna, nel sec. XII era un eremitaggio di pie donne alle quali, secondo la tradizione, il vescovo di B., Gerardo, avrebbe concesso, l'8 maggio 1160, una tavola con l'immagine della Vergine, proveniente da Bisanzio ed attribuita a S. Luca. Avrebbe avuto inizio così la venerazione alla taumaturga effigie, di stile bizantino, notevolmente sviluppato. In onore della Vergine una pia donna, Angelica, che si dice della famiglia Bonfanti, durante il pontificato di Celestino III (1187-91), fece costruire una chiesa in onore di S. Maria in un fondo che aveva già offerto a S. Pietro e alla Chiesa Romana, cui pagava l'annuo censo di una libbra di incenso. La custodivano alcune vergini, viventi prima sotto la regola dei Canonici lateranensi, poi sotto quella domenicana, e vi rimasero fino alla soppressione napoleonica per passare a S. Mattia. Le carte di ambedue i monasteri sono ora custodite insieme nell'archivio di Stato a B.
Il culto della Madonna ebbe incremento soprattutto per cura del cardinale, vescovo di B., b. Niccolò Al-
Albergati. Durante il suo governo la sacra immagine venne, in occasione di pubblica calamità, trasportata per la prima volta in solenne processione alla sottostante città (5 luglio 1433). L'immagine fu incoronata nel 1603 dall'arcivescovo di B., Alfonso Paleotti, e, una seconda volta, nel 1857, da Pio IX.
L'antica chiesa, più volte restaurata, fu sostituita dall'attuale, su disegno di Carlo Francesco Dotti (1723-1763), nella tipica forma dissociale con bracci trasversali a croce ed una cupola ellittica. Negli ultimi anni il pittore Giuseppe Cassiolo ne ha decorata la cupola.
Il santuario è unito a B. da un porticato monumentale lungo tre chilometri e mezzo, con 666 archi e 15 cappelle (1673-1734). Nel 1931, per maggior comodità di accesso, è stata costruita la funivia fino al santuario.
V. BERNARDO DI S. PROCOLO, DEI SS. NABORE E FELICE. — La badia di S. Procolo è antichissima. Nel sec. XIV vi si riunivano gli studenti oltramontani e nella chiesa furono le tombe dei quattro Dottori dello Studio, che Federico Barbarossa aveva chiamati alla dieta di Roncaglia (1158). Da Eugenio IV nel 1436 venne unita alla Congregazione di S. Giustina, poi Cassinese, cui appartenne fino alla soppressione napoleonica.
La chiesa fu rifatta nel sec. XVI e rimaneggiata nel 1535.
La badia dei SS. Nabore e Felice, ove nel sec. XII visse Graziano, fu per qualche tempo unita a quella di S. Procolo. Nel 1432 apparteneva già alla Congregazione di S. Giustina. Eugenio IV nel 1436 la separò da S. Procolo.
VI. UNIVERSITÀ
Condivide con Parigi il primato tra le città universali medievali. Merito il titolo di Alma mater studiorum e, nei sigilli e nelle monete della città, il motto Bononia docet.1. L'antico studio. — Le prime tracce dello Studium vanno ricercate nella seconda metà del sec. XI con l'insegnamento privato di Pepone: se ne fissa la data di fondazione ca. al 1088, perciò nel 1888 fu celebrato l'« ottavo centenario dalle origini dello Studio ». Irnerio (v.), lucerna iuris, fu l'uomo geniale che diede subito salda consistenza all'insegnamento affidatogli, provocando la decadenza di Ravenna, anche in questo. E con i suoi discepoli Bulgaro, Martino, Jacopo ed Ugo, iniziò quella gloriosa scuola di Glossatori, che doveva dare nuova vita al diritto di Roma. Graziano (v.) compilava, nel 1151, il Decretum.
Secondo lo stesso Odofredo, nel sec. XIII, lo Studium Generale di B. contava non meno di 10.000 studenti, accorsi d'ogni parte del mondo. A differenza di quella di Parigi ch'era una corporazione di professori (Universitas Magistrorum), lo Studio di B. era costituito dalla corporazione degli studenti (Universitas scholarium). E le Universitates furono due: quella degli italiani o cliramontani, e quella degli stranieri o ultramontani, suddivise in nationes. Un documento del 1265 enumera, per gli ultramontani, 13 nazioni: francese, spagnola, provenzale, inglese, piccarda, borgognona, pittavienese, guascona, turonense, cennomenese, catalana, ungherese, polacca, tedesca; ma in seguito il loro numero fu raddoppiato.
Perciò il governo dello Studio era affidato a due rettori, eletti dagli studenti medesimi. Ai rettori spettava la giurisdizione civile, e in alcuni casi, anche quella penale sugli appartenenti alla corporazione. Federico Barbarossa, che invitò i doctores dello Studio bolognese alla Dieta di Roncaglia (1158) per stabilire i diritti dell'Impero, vi promulgò l'Autentica Habita in favore degli scolari giuristi, specialmente forestieri, dalla quale si informò la legislazione scolastica medievale. Così, riconosciuta la costituzione corporativa degli alunni, lo Studio
costituì un'organizzazione autonoma, con cariche e magistrati indipendenti dall'autorità comunale, quasi un comune entro un altro comune.
Alle primitive cattedre o facoltà dei legisti (di diritto civile e canonico) si aggiunsero, a poco a poco, le altre di medicina e arti (sembra già esistenti nel 1268 come facoltà), mentre la facoltà di Teologia fu istituita da papa Innocenzo VI con la bolla Quasi lignum vitae, da Avignone il 21 giugno 1360 (Bull. Rom., IV, Torino 1859, pp. 517-19); ma, per ragioni politiche, si inaugurò solo il 2 giugno 1364. Eretta sul modello di quella parigina, questa facoltà fu alle dipendenze dirette del vescovo; e costituì una università di maestri e non di scolari, e questi fecero parte della università degli artisti (Savigny).
Con la seconda metà del sec. XIII compaiono anche i collegi dei dottori, e ne facevano parte anche dottori estranei allo Studio. Tali collegi non propri statuti e con il privilegio di conferire le lauree, durarono fino all'età napoleonica.
I primi statuti delle due università dei giuristi, perduti, furono composti dai rettori e dagli scolari nel 1252, che si obbligarono con giuramento ad osservarli, come si rileva dal breve di approvazione di Innocenzo IV (12 genn. 1253). Si conservano quelli del 1317 e del 1432, gli statuti dell'università di medicina e di arti del 1405, con le riforme del 1442, e gli statuti della facoltà di Teologia (pubblicati dal card. Ehrle), i più interessanti e più compiuti di quanti ne redigesero le altre facoltà teologiche derivate dalla parigina. Si conservano pure gli statuti del collegio dei dottori di diritto civile (1397, con addizioni dal 1438 al 1499), del collegio di diritto canonico (1460 e 1466) e del collegio di medicina e d'arti (1378, 1395, 1410). Tutti questi statuti furono più volte approvati dai Papi, ad es., da Pio IV, nel 1563.
Il diritto di ispezione e di sorveglianza fu da Onorio III, nel 1219, riservato all'arcidiacono, che come a Parigi prese il nome di cancelliere; per la teologia però la sorveglianza spettava al vescovo. Titolo di gloria per lo Studio, le varie collezioni delle Decreti (v.) furono promulgate con bolle dirette « ai maestri e scolari dello Studio di B. ».
Da principio i professori erano scelti e pagati dagli scolari, ma nel sec. XIV cominciarono ad essere stipendiati dal Comune, e nel sec. XVI si raccolsero le loro cattedre in un unico edificio, per cui, su disegno di Antonio Terribilla, fu eretto, nel 1562-63, il palazzo dell'Archiginnasio, Gregorio XV accordò loro la giubilazione dopo 40 anni di insegnamento (bolla dell'11 ag. 1621), e Benedetto XIV ne ridusse il periodo a 30 anni (breve 18 sett. 1748).
La costituzione corporativa persistette a lungo: ma poi il governo dello Studio passò dalla corporazione al Comune, e dal Comune allo Stato pontificio, che dall'inizio del sec. XVII (dopo il 1604) esercitava il suo potere per mezzo dei cardinali legati pro tempore, divenuti così rettori perpetui dell'università.
Una ventina di collegi per scolari laici poveri (gli ecclesiastici dimoravano presso case religiose) avevano qualità di opere pie, ad es. il collegio Gregoriano, istituito dal papa Gregorio XI con la bolla Res sanctissima (Avignone 18 dic. 1372) con ampio regolamento (Bull. Rom., IV, Torino 1859, pp. 542-60), e il collegio Montalto, fondato da Stato V nel 1586 per 50 giovani della Marca.
2. La moderna Università. - Con il crescere delle esigenze della cultura, dal sec. XV in poi le vecchie cattedre si suddivisero e se ne istituirono delle nuove. Nel 1711 Luigi F. Marsili eresse l'Istituto delle scienze, che si fuse più tardi con l'Accademia dei pittori, scultori ed artisti, ed all'inizio del sec. XIX fu incorporato all'Università.
Con l'invasione francese lo Studio subì una serie di trasformazioni sino all'odierna università nazionale.
3. Sua importanza per la cultura europea. - Per il suo Studio B. ebbe il titolo di dotta, di sede e madre delle leggi; faceva perciò coniare sulle sue monete le orgogliose parole: Petrus relique pater - legum Bononia mater. «Noi giureconsulti non dobbiamo mai essere tanto ingrati da obliare che la cultura giurisprudenza de' giorni nostri è figlia dello Studio di B. » (Savigny, p. 547).
Il suo ordinamento servì di modello a quasi tutte le altre università medievali, francesi, spagnole, tedesche, polacche, ungheresi, svedesi, il sorgere delle quali non diminuì mai la sua grande importanza. Papi e imperatori gareggiarono nell'insignirlo di privilegi, esenzioni e immunità. I suoi maestri acquistarono rinomanza mondiale, tra i suoi alunni si contano non pochi santi.
Le sue vicende sono narrate da Albano Sorbelli e Luigi Simeoni (Storia dell'Università di B., 2 voll., Bologna 1940-47) e il suo contributo alla storia della cultura e della civiltà universale da Carlo Calcaterra (Alma Mater Studiorum, Bologna 1948). - Vedi TAV. CVI-CVII.