DIALETTICA. - Da διαλεγόμαι, discorro. Di uso frequente in filosofia, comporta significati assai diversi. Nel senso anche oggi più comune è l'arte del ragionare, dello sviluppare i concetti e i giudizi secondo il loro legame e movimento logico.
In questo senso la d., come rileva Aristotele, risale a Zenone d'Eleia che difende la dottrina di Parmenide mediante la discussione e riduzione ad assurdo della duplice concezione pitagorica dell'unità-punto e della divisibilità all'infinito. Come arte del disputare pro e contro su un medesimo tema (antilogie) e di «fare vincente il discorso perdente», si ritrova nei sofisti. In Socrate la d. si afferma come arte del ragionare induttivo nella ricerca della definizione. La d. di Platone è in funzione della concezione centrale della conoscenza come rimestienza: è d. l'insieme dei processi logici analitici e sintetici per cui si determinano i rapporti di coordinamento e subordinazione, secondo i valori generici e specifici, delle idee risvegliate dalla conoscenza sensibile (Soph., 253, C, D; Phaedr., 265, F; 266, B, C). E poiché nel sistema platonico le idee costituiscono la più intima verità e essenza delle cose, così la d. viene ad assumere, nella struttura del sistema, un significato non puramente logico, ma anche concreto e metafisico. Questo significato si riaffermerà più tardi esplicito nel neoplatonismo di Proclo il quale intende il processo emanatistico delle cose dall'Uno come un processo del particolare dall'universale attraverso i tre momenti dialettici della persistenza, emanazione, ritorno, ossia omogeneità, alterità e riunione del particolare con l'universale. Una più lontana ripercussione del significato reale della d. platonica, se pure in forma diversa, si avrà nella posizione ultrarrealistica medievale in merito alla questione degli universali.
In Aristotele d., opposta ad analitica, è la logica della probabilità: mentre l'analitica sviluppa il processo più strettamente scientifico della dimostrazione che muove da principi veri e certi, la d. rappresenta piuttosto il tentativo di conquista della verità, partendo dalle opinioni comuni o principi generalmente ammessi, e sottoponend
doli al vaglio della critica, con il ragionamento e con la disputa: «quello che la filosofia conosce, la d. tenta» (Met., IV, 2, 1004 b 25; Top., I, 1, 100 a 27, b 21; Anal. post., I, 2, 71 b. Cf. A. Trendelenburg, Elementa logicae Arist., Berlino 1892, pp. 108-10). La d. quindi, nel senso tecnico aristotelico torna ad assumere un significato puramente logico, ben determinato, e che si presenta come limite in confronto della posizione platonica.
Con gli stoici, e poi nella Scolastica la d. si allarga a comprendere tutta la logica formale, o scienza della deduzione e del ragionamento; quella che nelle scholia medievali costituiva la seconda disciplina del trivium, accanto alla retorica. Lo sviluppo che la d., così intesa, ebbe nel medioevo, fu imponente, specialmente per il vasto interesse che s'accese intorno alla questione degli universali. Non mancarono vivi riflessi nei confronti della scienza teologica in cui, con s. Anselmo e Abelardo, si inserì decisamente, non senza qualche intemperanza, il metodo dialettico, avversato dalla scuola dei mistici e in seguito sapientemente temperato da s. Tommaso. L'equivalenza d. = logica formale è oggi ancora abbastanza comune nei trattati neoscolastici.
Nel Rinascimento, accentuandosi la svalutazione della sillogistica aristotelico-medievale, la d. assume un nuovo significato: in P. Ramo, e, dopo, più apertamente in Valla e Agricola, la d. si accosta alla retorica: «ars dialectica» è l'arte del parlare bene, «ars disserendi», sussidio all'oratoria.
Per Kant la d., come logica puramente formale, poiché non insegna nulla circa il contenuto della conoscenza, né serve quindi ad estendere il nostro effettivo sapere, è un gioco verbale sofistico, pura logica dell'illusione e dell'apparenza (Kritik der r. Vernunft, trad. II. di G. Gentile, Bari 1940, pp. 89-99). Accanto a questo senso peggiorativo, Kant chiama la seconda parte della sua logica «d. trascendentale», nel senso di critica dell'intelletto e della ragione rispetto al loro uso ultraferno-menico (ibid., p. 100): essa si risolve in una ricerca dei paralagismi e contraddizioni in cui necessariamente finisce per irretirsi il pensiero umano metafisico.
Con l'idealismo assoluto postkantiano la d. riprende un significato metafisico essenziale nella concezione della realtà. In Fichte d. è il ritmo dell'attività dell'Io esplicato nei tre momenti indissolubilmente legati e vicendevolmente condizionati della tesi, antitesi e sintesi. Ogni posizione (tesi) dell'Io genera, con il suo stesso sviluppo, un momento opposto (antitesi) che a sua volta si apre in un momento superiore (sintesi), e così senza fine nel processo dell'autocoscienza cosmica. La d. così intesa è radicata nella stessa struttura metafisica dell'autocoscienza che nel determinarsi come «io» pone insieme necessariamente il «non-io»; ed ha inoltre un'esigenza più profonda nella essenziale eticità dell'Io che esige, come strumento della sua realizzazione, la natura (il non-io). Essa costituisce poi la sostanza di ogni processo spirituale e in quanto ogni posizione concettuale, in genere ogni posizione di coscienza, se non s'apre, stimolata dall'antitesi, in momenti superiori, si esaurisce in se stessa, nell'inerzia e nella stasi spirituale.
In Hegel la d. è l'eterno moto immanente del pensiero verso la costruzione della realtà razionale attraverso il continuo superamento della sua interiore contraddizione. Questa dialetticità per cui lo spirito passa dall'affermazione per la negazione a una nuova sintesi in un concetto superiore, è la natura stessa intrinseca, l'anima propulsiva del pensiero e quindi del mondo: «nel suo carattere peculiare la d. è la vera e propria natura delle determinazioni intellettuali, delle cose del finito in genere» (Enzycl. der philos. Wissench., trad. II. di B. Croce, Bari 1923, § 81, p. 84; cf. § 11, p. 15). B. Croce, pur accettando in parte la d. hegeliana, la scorge viziata da un errore fondamentale, in quanto essa ha trattato alla stessa stregua i concetti opposti (bene-male) e i distinti (bene-vero); per questi ultimi, secondo il Croce, non vale la d. degli opposti, ma invece il nesso dei distinti: in quanto cioè i concetti semplicemente distinti stanno fra loro come un grado inferiore rispetto al superiore, cui lo spirito passa senza
annullare il precedente (cf. Saggio sullo Hegel, Bari 1913, pp. 58, 60). Anche Gentile ritiene insufficiente la d. hegeliana, in quanto conserverebbe un residuo di riferimento all'essere pensato (difetto, secondo Gentile, comune a ogni altra d., a cominciare dalla platonica e aristotelica), anziché fissarsi nell'essere del pensiero come atto. A questa rigorosa purezza concettuale intende pervenire al di là della d. del pensato che conserva nel proprio campo tutto il suo valore, la d. gentiliana, intesa come l'eterno processo immanente dell'Atto autocosciente attraverso i tre momenti della soggettività (arte), oggettività (religione, scienza) e sintesi di entrambe (filosofia): processo dialettico del pensiero che costituisce insieme la vera e essenziale dialetticità del reale, non essendo la vera e concreta realtà altro che il pensiero in atto (cf. Teoria gener. dello spirito, 5ª ed., Firenze 1938, cap. 4, pp. 39-57).
Nell'esistenzialismo, tanto da Kierkegaard che dai contemporanei, è affermata la d. come metodo della filosofia esistenziale (v. L. Lavelle, La dialectique de l'eternelle pré-sent, I, De l'être [Parigi 1928]; II, De l'acte [ivi 1937]).
Al di là di questi significati rigorosamente tecnici, la cui legittimità dipende dal valore dei rispettivi sistemi metafisici, la d. ha oggi assunto un significato e un campo di impiego assai vario e molteplici, cui ha in gran parte contribuito il valore universale che le conferì l'idealismo. Ci sono anzitutto derivazioni fondate sul significato antico, per cui si dice d. ogni svolgimento progressivo logico-concettuale del pensiero da un concetto, da un giudizio, da un fatto, verso le conclusioni di cui il concetto, il giudizio, il fatto è gravido: si parla in questo senso, ad es., di d. dell'essere, dell'esperienza, della coscienza. Da questo campo che si potrebbe chiamare logico-reale, la d. vien trasferita, quasi per un movimento inverso, al campo reale-logico, per cui dicesi d. ogni svolgimento della realtà, dei fatti, dei fenomeni, che avvenga in dipendenza e secondo lo schema di un processo logico-comunque metafisicamente concepito, sia esso immanente (idealismo) o trascendente (realismo) la realtà stessa. È in questo senso che si parla, ad es., della d. della storia, della cultura, della civiltà, della vita, ecc. La concezione della filosofia cristiana non intende affatto negare tale dialetticità concreta del mondo, della storia, della civiltà, e, in genere, dell'essere nel suo attuarsi e divenire; ma ne ripone lo schema logico determinante nell'ordine di finalità intrinseca che si attua e si svolge in ogni ente creato secondo il disegno archetipo della Razionalità trascendente; non escluse le manifestazioni straordinarie, particolarmente nell'economia delle creature ragionevoli, della sua liberale e sovrana Provvidenza. Per l'applicazione della d. al campo sociale-economico V. MATERIALISMO STORICO.