STALIN, IOSIF VISSARIONOVIĆ (Džugašvili). - Uomo di Stato russo, n. a Gori, piccolo villaggio del Caucaso, da un calzolaio georgiano, il 21 dic. 1879. Dal 1893 al 1899 studiò nel seminario ecclesiastico ortodosso - di Tiflis, dove accessò d'entusiasmo per l'idea socialista svolse segretamente attività rivoluzionaria. In seguito, la sua principale occupazione consisté nel dedicarsi all'azione politica in favore del partito socialdemocratico russo dei lavoratori, a cui apparteneva già dal 1898.
Nei lavori di genere letterario o teoretico non riusciva così bene come nell'esecuzione di audaci progetti Rivoluzionari sul tipo degli assalti alle prigioni, delle famigerate espropriazioni per provvedere il denaro necessario al partito, e simili. Tale attività gli fruttò due volte il carcere e sei volte la deportazione in Siberia, donde egli seppe fuggire per ben cinque volte, ma dove ritornarvi, per esserne poi liberato solo in occasione della Rivoluzione del febbr. 1917.
Dopo la Rivoluzione d'ott., S. cercò di salire lentamente verso posti sempre più importanti, all'ombra amica di Lenin che l'apprezzava come energico esecutore dei suoi propositi: fu infatti commissario del popolo per gli affari delle nazionalità nel 1917, nel 1919 fu commissario del popolo per il controllo dei lavoratori e dei contadini, membro del Politburo e dell'Orgburo, e finalmente, a partire dall'XI Congresso del partito, segretario generale del Comitato centrale del partito comunista. Con abilità egli si servì di questa posizione-chiave, per occupare a poco a poco l'intero apparato del partito con persone fidate: fu un lavoro sistematico e di freddo calcolo, consistente nel preporre uomini a sé devoti agli uffici di compilazione delle liste dei candidati, nel mandare in regioni lontane le persone sospette prima che avessero luogo le elezioni, nel nominare alla direzione della stampa comunisti di provata fede, ecc. Il colpo appelleto sopravvenuto a Lenin subito dopo l'XI Congresso del partito gli fu intanto assai propizio. Proprio poco prima della sua morte, Lenin aveva espresso nel suo famoso Testamento la propria indignazione per la piega presa dagli avvenimenti ed aveva violentemente biasimato S. Ma poiché anche altri capi del partito vi erano stati criticati, questo documento non fu mai pubblicato dalla direzione del partito.
Il primo avversario che S. eliminò nella lotta per il potere fu Trotskij. Alla teoria trotzkista della rivoluzione permanente egli oppose quella, che si suole attribuire a Lenin, cioè la teoria della possibilità del socialismo anche in un solo Stato, la quale teneva in maggior conto il fatto che le masse erano stanche della guerra e della rivoluzione, e quindi poteva essere facilmente messa in pratica. Nella lotta contro Trotskij, S. fece lega con Zinov'ev e con Kamenev (la Trojka) e in seguito con Kalinin, Tomskij, Rykov e Kuibyšev (la Semjorka). Silurato Trotskij, egli nel XIV Congresso del partito, tenutosi verso la fine del 1925, la ruppe con Zinov'ev e Kamenev, i quali costituirono con Trotskij il blocco dell'opposizione di sinistra. Mediante una nuova lega con Bucharin, Rykov e Tomskij, gli riuscì in due anni di vincere questa pericolosissima opposizione nell'interno del partito: nell'ott. 1927 Trotskij e Zinov'ev vennero esclusi dal Comitato centrale, inoltre per voto unanime dei partecipanti al XV Congresso del partito Trotskij ne fu espulso il 18 dic. di quell'anno ed esiliato nel Turkestan con altri dieci suoi partigiani il 19 genn. 1928. Ma quando S. non molto tempo dopo, sotto la pressione della peggiorata situazione politica
con i paesi esteri e del pericolo d'una guerra, tracciò il primo piano quinquennale dando corso all'industrializzazione e collettivizzazione e attuando perciò proprio quei piani per cui Trotskij era stato perseguitato, fu inevitabile la rottura con Bucharin, Rykov e Tomskij, e si formò la terza ed ultima opposizione, quella di destra, contraria alla collettivizzazione forzata e all'abolizione della Nep. Però la penetrazione degli elementi favorevoli a S. nell'intero apparato del partito era così avanzata, che quest'opposizione poté esser superata senza molta fatica. Il XVI Congresso del partito segna la vittoria sull'opposizione di destra e insieme il trionfo pieno del nuovo indirizzo: tutti i discorsi furono tenuti da fiancheggiatori di S., non si udì più una sola parola da parte dell'opposizione, ma solo attestati di sottomissione recitati dagli avversari vinti, dei quali i più furono giustiziati nei grandi processi spettacolari dal 1936 al 1938. Allora S. si poté dedicare senza ostacoli all'attuazione dei suoi piani. Dopo l'industrializzazione, egli aveva imposto nel quinquennio 1930-35 ai riluttanti contadini la collettivizzazione delle terre, e nel 1936, introducendo la nuova Costituzione dell'U.R.S.S., proclamò la realizzazione del socialismo, prima tappa verso il comunismo. Il patto di non aggressione, concluso con Hitler nel 1939, contribuì essenzialmente allo scoppio della seconda guerra mondiale. L'assalto proditorio sferrato da Hitler contro l'Unione Sovietica, il suo errore tattico di scendere in campo non solo contro il regime bolscevico ma anche contro il popolo russo, e finalmente l'effettivo aiuto materiale che veniva dagli Alleati, tutto seppe scaltramente utilizzare S., per trarre il maggior profitto dalla vittoria sulla Germania. Con gli accordi di

(fot. Anderson)
Sul terreno ideologico, l'importanza di S. fu dai sovietici agguagliata a quella di Marx, di Engels e di Lenin. In realtà bisogna dire che, materialismo dialettico (v.), egli si contentò di sistemare le dottrine di Engels e di Lenin. materialismo storico (v.), S. giunse invece a sconvolgere la concezione materialistica della storia sostenuta da Marx, a causa del grande rilievo dato all'influsso che le soprastrutture culturali eserciterebbero di riflesso sulla base economica. Dal momento che il partito comunista in qualità di istituzione politica fa parte anch'esso della soprastruttura, ne segue logicamente che la dittatura del partito o quella personale di S. ricevono una base teoretica. Anche in altri punti decisivi S. si scostò da Marx. Rigettò il principio marxista dell'uguaglianza come « un non-senso reazionario piccolo borghese, degno d'una setta primitiva di asceti, ma non di una società socialista organizzata marxisticamente »; all'internazionalismo marxista sostituì fin dal 1934, con accenni sempre più marcati, il patriottismo sovietico russo; mise da parte la teoria della graduale scomparsa dello Stato sottolineando la necessità di potenziarlo, finché dura il pericolo dell'accerchiamento capitalista; alla direzione collettiva dello Stato sostituì la sua dittatura personale. Se Lenin permetteva ancora opposizioni e libere discussioni all'interno del partito ed esortava a non versare sangue fraterno, S. invece eradìo ogni opposizione nell'interno del partito con sanguinose « epurazioni », legò l'operaio alla fabbrica e il contadino al kolchoz, e introdusse il passaporto per l'interno, il libretto di lavoro e punizioni gravi contro i trasgressori della disciplina del lavoro.
Si deve concedere che S. ha ottenuto parecchio con questi metodi: di un paese economicamente retrogrado egli ha fatto una grande potenza economica e militare, che occupa uno dei primi posti nel mondo. A ciò bisogna però opporre l'enorme prezzo sborsato: la collettivizzazione forzata negli anni 1932-34 provocò una carestia che costò la vita di alcuni milioni d'uomini (3 milioni, secondo le dichiarazioni del commissario del popolo Petrovskij; 5 milioni, secondo i calcoli prudenti dell'organo menscevico Socialističeskij Vestnik; 8 milioni soltanto in Ucraina, secondo le affermazioni di Bolitzkij, capo della G. P. U.). D. Dallin e B. Nišolaevskij calcolano a ca. 12 milioni i condannati ai lavori forzati (cf. Forced labor in Soviet Russia, New Haven 1947). Nei dieci anni della liquidazione dell'Opposizione (1920-39) furono fucilati ca. un milione di persone, tra cui non c'erano solo i nemici di classe. Durante la « epurazione » degli anni 1917-38 morirono fucilati o furono fatti scomparire in altri modi: 5 dei 7 presidenti dell'ultimo Comitato esecutivo centrale, 9 degli 11 ministeri centrali dell'U.R.S.S., 43 dei 53 segretari delle organizzazioni centrali del partito, il 90% dei capi comunisti stranieri che vivevano esuli a Mosca, il 54% dei generali, la maggior parte dello stato maggiore della G. P. U., la maggior parte degli incaricati di elaborare la nuova costituzione, ecc. Dei 22 membri del Comitato centrale del partito in carica nell'ott. del 1917 sopravvissero alle « epurazioni » soltanto S. e la compagna Kollontai, 17 erano stati fucilati o assassinati, solo Lenin era morto di morte naturale, mentre Dzeržinskij e Uritzkij erano morti misteriosamente.
Riguardo alla religione, né presso Marx né presso Engels né presso Lenin si possono trovare così poche dichiarazioni sfavorevoli come presso S. Inoltre nei suoi scritti si trova poco di esplicito contro la religione; la sua dichiarazione più nota è quella fatta ad una delegazione di operai americani nel 1927: « Il partito non può essere neutrale nei riguardi della religione... poiché esso si schiera per il progresso scientifico, mentre i pregiudizi religiosi sono contro la scienza ». Tuttavia, dal tempo delle antiche persecuzioni romane, non mai il cristianesimo è stato costretto ad una così dura lotta per l'esistenza, come quella impostagli nel nome di quest'uomo.