DUALISMO. - Dal latino dualis (deriv. da duo), è ogni indirizzo o sistema che, nell'interpretazione generale dell'universo, oppure in un particolare ordine di realtà, fatti o fenomeni, ammette l'esistenza di due principi eterogenei e opposti. È, ad es., dualista sistema che difende la irriducibilità radicale di Dio e del mondo, della materia e dello spirito, dell'essere e del pensiero. Il termine, oggi di uso vario e molteplico, si ritrova la prima volta applicato alla religione persiana, in Th. Hyde, Historia religionis veterum Persarum eorumque magorum (Oxford 1700), cap. 9: il mazzesimo infatti, ricomparso più tardi nel manicheismo con la dottrina fondamentale dei due supremi principi indipendenti, del bene (Ormuzd) e del male (Ahriman), presenta un d. religioso-metafisico d'ordine universale ed assoluto; per il contenuto specifico di questa forma di d. che resta sempre uno dei riferimenti principali del termine, V. MANIERISMO.
Nella storia del pensiero filosofico il d., come sistema di interpretazione della realtà e delle sue manifestazioni opposto al monismo, appare assai presto, determinandosi poi in forme molteplici, a seconda dei vari aspetti formali della realtà e del diverso ordine di fatti presi in esame dall'indagine filosofica. Una classificazione essenziale, se pure non completa fino alle più particolari e specifiche applicazioni, distingue il d. cosmologico-metafisico, antropologico (psicologico), gnoseologico (logico), etico, religioso. Dualistica è la concezione del mondo nella scuola pitagorica (sec. VI a. C.). Riposto nei numeri e nei loro rapporti il valore più intimo e essenziale della realtà, i pitagorici credettero anche di trovare in un'opposizione di ordine matematico la radice dei diversi aspetti antagonistici che presentano le cose: l'immacente antitesi di finito-indefinito, limitato-illimitato, dispari-pari che vive nei numeri, esprime la radicale opposizione dualistica della realtà cui si riduce ogni altra forma di opposizione nel campo fisico, metafisico, etico, ad es. luce-tenebre, perfetto-imperfecto, bene-male. Il d. cosmologico, in una forma che presenta analogie con la dottrina fondamentale del d. persiano, appare in Empedocle (sec. V a. C.) che riporta tutti i movimenti e fenomeni corporei a due primordiali forze o principi antitetici, l'Amor (φιλία) e l'Odio (φιλία). Poco dopo, Anassagora, elevandosi sulla indagine essenzialmente naturalistica dei primi Ionici, pone, a spiegazione del mondo, accanto alla materia passiva una razionalità ordinatrice (φιλία). D., questo, metafisico-teologico, che non sarà superato, anzi verrà espresso in forme più mature nella maggiore speculazione greca: tanto in Platone che in Aristotele, la materia eterna e passiva resterà come posizione assoluta di fronte alla suprema intelligenza arte e ordinatrice.
Ma in Platone il momento dualistico è essenziale anche per rapporto ai rimanenti motivi della sua speculazione filosofica: il mondo intelligibile separato e opposto al mondo sensibile (i precedenti di questo d. gnoseologico si trovano in Socrate e nella stessa speculazione presocratica, particolarmente in Eraclito e Parmenide), l'anima preesistente e violentemente congiunta con il corpo, costituiscono le espressioni più radicali del d. gnoseologico e antropologico del platonismo. E nonostante la correzione che vi apportò l'aristotelismo, l'indirizzo dualistico della filosofia di Platone passerà, con risonanze prevalentemente etico-religiose, allo stoicismo, alla speculazione ellenistica e al neo-platonismo che accentueranno, in forme diverse, l'opposizione radicale tra materia e spirito, anima e corpo, sensi e ragione, passioni e libertà. La particolare opposizione proclamata
dallo gnosticismo fra il Dio del Vecchio e il Dio del Nuovo Testamento, è un'analoga espressione di questa forma di d. E un riflesso del d. platonico sembra talora affiorare anche in alcune correnti dell'ascetica cristiana, ove è troppo inasprito, a detrimento dell'armonia e vivente unità psicologica della persona, il contrasto fra carne e spirito, natura e grazia.
Nel pensiero medievale un singolare d., che avrà anche a più riprese echi nella speculazione cristiana dell'Umanesimo e del Rinascimento, è offerto dalla teoria avveristica delle «due verità», di ragione e di fede, indipendenti e talora contraddittorie fra loro.
Nella filosofia moderna è ripreso con Descartes un rigido d. antropologico: affermata la radicale opposizione fra spazialità (res extensa) e coscienza (res cogitans), l'unità naturale del composto umano è nel pensiero cartesiano nuovamente spezzata, a beneficio di un eccessivo spiritualismo che riproduce in forma nuova la teoria dualistica di Platone. È noto come il d. cartesiano abbia influito sulla posizione antitetica del monismo di Spinoza in cui materia e spirito, spazialità e coscienza sono ridotte a pure espressioni o attributi di un'identità sostanza. In Kant si afferma invece un radicale d. gnoseologico con la separazione introdotta fra realtà e pensiero, dato di esperienza e forma trascendentale, fenomeno e noumeno: d. che ricompare nella teoria morale dell'autore del criticismo, con la irriducibile opposizione stabilita fra natura e moralità, valore etico e finalità.
Accanto a queste forme eccessive di d., v'è una espressione moderata di esso che si impone a una speculazione filosofica oggettiva e che la filosofia tradizionale continua a difendere contro le estreme affermazioni del monismo sia materialistico che spiritualistico. Anzitutto nel campo metafisico-teologico la dualità di finito e infinito, contingente e necessario, mondo e Dio è un risultato positivo dell'indagine razionale sui dati offerti dalla realtà e dall'esperienza: d., questo, fondamentale nella filosofia cristiana, in opposizione alle varie forme di panteismo monistico.
Nel campo psicologico la filosofia tradizionale, se rifiuta l'estremismo platonico-cartesiano, afferma tuttavia la essenziale distinzione e trascendenza dell'anima umana sulle pure forze e attività fisico-fisologiche della materia, rifiutando così tutte le soluzioni materialistiche del problema antropologico, nelle quali sono irreparabilmente compromessi i certissimi valori etico-religiosi della persona umana. Parallemente e di conseguenza, è anche affermato un temperato d. gnoseologico nel riconoscimento di un superiore valore e funzione dell'intelletto, essenzialmente distinto dalla sensibilità, se pure in intimo e costante rapporto con essa. Inoltre, all'idealismo trascendentale della filosofia moderna, il pensiero tradizionale oppone il d. di essere e pensiero, soggetto e oggetto, come risultato immediato dell'indagine critico-metafisica sul contenuto dell'esperienza. Finalmente, nel campo morale, la filosofia cristiana, se nega la opposizione kantiana fra i valori subordinati del piacevole e dell'utile e il valore etico, tuttavia ne afferma la essenziale eterogeneità, riconoscendo alla moralità, contro EUDEMONISMO (v.), una posizione assoluta e incondizionata.
V. CONOSCENZA; DIO; IDEALISMO; MONISMO; PAETESIMO.