MECCANICISMO

MECCANICISMO. — Teoria filosofica, o più in generale indirizzo di pensiero, che interpreta il mondo come una grande macchina, e cerca la spiegazione di tutti i fenomeni sensibili mediante la sola quantità, il moto locale e le nozioni da essi derivate (spazio, figura, tempo...), escludendo quindi una lunga diversificazione e mutamento sostanziale e qualitativo. Il m. estende il suo tentativo di spiegazione anche ai fenomeni vitali e psichici, e in questo senso si oppone al vitalismo, che riconosce l'esistenza irriducibilità della vita e della psiche ai soli elementi meccanici. Anche ristretto al solo mondo inorganico, il m. ha avuto nella storia del pensiero umano diverse formulazioni ed è stato connesso con altre concezioni della natura, dalle quali però deve essere accuratamente distinto. Sovente il m. è stato connesso con l'atomismo (v.), in quanto risponde alla stessa esigenza di razionalizzazione e di visualizzazione degli elementi del mondo fisico. Però non ogni forma di atomismo è meccanistica; ad es., non sono meccanistici l'atomismo di Anassagora ed Empedocle e l'atomismo chimico del sec. XIX, che riconoscono gli atomi dotati di qualità e forze irriducibili tra loro e distinte dal punto di vista locale. Così pure non ogni m. è atomistico, come il m. cartesiano, che ammette la divisibilità infinitesima della quantità. Bisogna inoltre distinguere il m. dalla meccanica, o scienza del moto, sperimentalmente e matematicamente fondata da Galileo, Newton e Lagrange, anche se i fondatori e cultori della meccanica erano spesso dominati da concezioni più o meno meccanistiche.

I. IL M. ANTICO. — La prima formulazione storica del m. si ha nell'atomismo dei greci Leucippo e Democrito (sec. V-IV a. C.), di Epicuro (sec. IV-III) e del latino Lucrezio (sec. I: De rerum natura). In contrapposizione alle dottrine di Epicuro e Lucrezio, che ripongono nel peso la causa del movimento degli atomi, Democrito, secondo le testimonianze frammentarie rimaste, riteneva che del moto eterno degli atomi non si dovesse assegnare una causa: «Democrito delle cose che sempre sono non ritiene che debba ricercarsi la causa» (Aristotele, Phys., VIII, 1, 252 a 35). Per questo il pensiero meccanistico di Democrito è stato da F. Enriques (Storia del pensiero scientifico, I. Il mondo antico, Bologna 1932, pp. 148-49) avvicinato al concetto di inerzia, che sta alla base della

mecanica di Galileo-Newton, secondo il quale, il moto rettilineo uniforme si mantiene indefinitamente senza l'intervento di una nuova forza, che sarebbe causa dell'accelerazione. Certamente la concezione democratica offre maggiori punti di contatto con le vedute della meccanica moderna che non la posteriore dottrina epicureana. Tuttavia non bisogna dimenticare la profonda diversità di struttura logica tra il m. democriteo e la meccanica moderna, come pure tra l'atomismo di quello e la moderna teoria atomica. Mentre infatti il moderno principio di inerzia è il risultato del metodo sperimentale galileiano, il moto degli atomi di Democrito è un'assunzione aprioristica e la coincidenza del m. democriteo con la teoria cinetica della materia, da Bernoulli a Maxwell, è puramente parziale ed estrinseca. Inoltre lo stesso principio di inerzia della meccanica moderna, se da molti, si è seguito di Descartes, è stato interpretato in senso meccanistico con la negazione di ogni realtà distinta dal corpo stesso e dal suo moto, tuttavia negli stessi fondatori della meccanica, come Leonardo e Galileo, e in una interpretazione filosofica non meccanistica, importa l'esistenza nel corpo in moto di una realtà distinta dal corpo stesso e dalla sua velocità, l'impulso o quantità di moto, che verifica pienamente in sé la nozione aristotelica di qualità variabile (cf. P. Hoenen, Filosofia della natura inorganica, Brescia 1950, pp. 123-31, 149). Quindi mentre il m. Democriteo, come pure tutte le seguenti forme di filosofico, è essenzialmente legato alla metafisica della idea dell'identità, la meccanica moderna ne è indipendente; per cui l'accettazione di questa non implica affatto l'affermazione di quello.

II. IL M. MODERNO. — Il m., con la sua idea fondamentale che tutti i fenomeni fisici debbono essere stati con soli elementi di figura e di moto, è stato ripreso nell'età moderna, come reazione alla filosofia aristotelica della qualità, che, specialmente nel periodo di decadenza della scolastica, aveva cercato di spiegare i nuovi dati dell'esperienza con il ricorso ad un numero sempre crescente di qualità occulte. L'elemento nuovo caratteristico del m. moderno è l'introduzione del metodo sperimentale galileiano e ancor più la descrizione matematica sempre più completa ed affidata delle leggi del moto, favorita dagli sviluppi della matematica nel sec. XVII, specialmente della geometria analitica e dell'analisi infinitesimale. Dal punto di vista filosofico merita speciale menzione il m. Descartes (v.), una delle forme più rigide e conseguenti, che si presenta come il tipo di m. non atomistico in opposizione al m. atomistico degli antichi Greci, rinnovato, contemporaneamente al Descartes, Gassendi (v.).

Mentre il m. rigido, conseguentemente alla sua concezione fondamentale, nega ogni potere attivo tra i corpi e non ammette altra causa, che possa influire sui cambiamenti di moto, se non l'urto meccanico, in seguito alla teoria newtoniana dell'attrazione universale, e poi per lo sviluppo della chimica moderna, si sono affermate tra gli scienziati forme di m. più moderate, che ammettono l'esistenza di forze centrali attrattive, di affinità e proprietà specifiche dei diversi atomi, irriducibili a soli elementi di figura e di moto. Tuttavia, nonostante queste parziali concessioni, la concezione meccanistica, almeno come tendenza ideale, ha formato ancora fino a quasi tutto il secolo scorso la premessa generalmente accolta dalla scienza. L'esigenza teorica e la conseguenza logica di tale concezione furono compendiate in celebri frasi dal Laplace (Théorie analytique des probabilités, Parigi 1850, pp. II-III).

Il sec. XIX però presenta anche il sorgere di una corrente antimeccanistica, appoggiata sul positivismo e l'energetismo (v. DINAMISMO; ENERGIA). I positivisti, Comte (v.) MARCHE (v.), muovono al m. lo stesso rimprovero che questo faceva all'aristotelismo del sec. XVII, giacché anche esso per spiegare i fenomeni ricorrenti di ipotetiche entità occulte, particelle e movimenti invisibili, che sarebbero la causa dei fenomeni visibili. La scienza positivista invece vuole fermarsi ai dati sensibili, per descrivere le concatenazioni e le costanti dei fenomeni, le leggi naturali, senza cercare un al di là, senz'altro ricorrere ad ipotesi metafisiche; la termodinamica ne offrirebbe l'esempio. L'influsso esercitato da questa filosofia è stato grande; e in spiriti che, pur accettando i principi, sentivano il bisogno di una rappresentazione concreta, ha dato origine ad una nuova teoria epistemologica media tra il positivismo e il m.: la teoria dei modelli, che ha avuto la massima voga in Inghilterra con J. K. Maxwell (Memorie, pubblicate nel Philosophical magazine, 1861-62; Treatise on electricity and magnetism, London 1873), W. Thomson (Lectures on molecular dynamics and the wave-theory of light, Baltimore 1884; Popular lectures and addresses, Londra 1889-94), O. Lodge (Modern views on electricity, 1889), ed è stata accolta anche in Germania con H. Hertz (Gesammelte Werke, Lipsia 1894-95) e in Italia con A. Garbasso e A. Pastore (Logica formale dedotta dalla considerazione dei modelli meccanici, Torino 1906). La teoria dei modelli conserva la spiegazione meccanistica, tanto da affermare con il Thomson che un fenomeno è reso intelligibile quando se ne è costruito un modello meccanico; però non attribuisce a questi modelli un valore reale ontologico e li ritiene come uno schema puramente mentale, soggettivo.

Agli inizi del sec. XX però i progressi della chimica e della teoria molecolare cinetica e specialmente le esperienze sulle emulsioni, compiute da J. Perrin (Les atomes, Parigi 1914) per la determinazione del numero di Avogadro e delle grandezze molecolari, portavano un contributo importante alla polemica tra positivisti e meccanisti. Le ipotesi molecolari cinetiche, pur non divenendo in senso stretto oggetto di esperienza, ricevevano tali conferme da mettere fuori discussione la possibilità di rappresentazioni meccaniche ontologicamente vere. L'impressione dei fisici più o meno positivi fu enorme: l'atomo e i suoi movimenti cessavano di essere comode finzioni e enti ideali, per divenire enti reali, una realtà di laboratorio (cf. Bulletin de la soc. franc. de phil., séances du 27 jan. et 3 mars, 10 [1910], pp. 81-121; H. Poincaré, Dernières pensées, Parigi 1913, pp. 196-99; L. Brunschwig, L'expérience humaine et la causalité physique, 1912, pp. 375-76). Di questo successo si avvantaggiava anche la concezione filosofica meccanistica, MEYERSON, EMILE (v.) diveniva il principale esponente e che da molti fisici e filosofi veniva identificata con la teoria fisica molecolare cinetica.

III. CRISI DEL M

Tuttavia molte delle osservazioni avanzate già dagli energetisti e ancor più gli sviluppi della fisica degli ultimi cinquant'anni hanno condotto fatalmente i fisici a rivedere i postulati fondamentali delle costruzioni scientifiche dal sec. XVII al XIX e a rinunciare forse definitivamente ad una interpretazione generale d'ordine meccanico. L'urto, con le forze elastiche che si destano in esso, le forze centrali attrattive e repulsive, le forze elettromagnetiche dipendenti insieme dalla carica, dalla distanza e dalla velocità, ed agenti perpendicolarmente alla linea congiungente i centri, l'energia raggiante e i campi gravitazionali ed elettromagnetici, si erano già manifestati come fenomeni inconciliabili con la posizione fondamentale del m., esigendo l'accettazione di elementi reali distinti dalla pura estensione e moto locale e introducendo quindi necessariamente la nozione aristotelica di qualità variabile, come s'è già osservato a proposito dell'impulso (cf. Hoenen, op. cit., pp. 149-60).

Più fondamentale è la crisi teorica permanente nell'essenza stessa del m., che è stata messa in luce dallo stesso Meyerson. Il m., cedendo all'esigenza della visualizzazione del reale, limita la razionalità all'identità e al permanente; ma una razionalizzazione del mondo intesa in questo senso, conduce fatalmente, se si vuole sfuggire al monismo eleatico, alla negazione della stessa razionalità. Come Democrito era ricorso all'affermazione della realtà del nulla, così anche il Meyerson è costretto ad ammettere

l'esistenza dell'irrazionale. C'è qualche cosa che resiste alla razionalizzazione come è intesa dal m.: il pensiero, la sensazione, l'energia; lo stesso moto locale suppone forze che agiscano causandone la variazione e la trasmissione da un corpo all'altro; perfino la semplice molteplicità numerica dell'unica materia fondamentale suppone un'eterogeneità inspiegabile di fronte all'esigenza della razionalità meccanistica. Di qui la conclusione del Meyerson, che è la conclusione logica di ogni m.: la scienza nasce dall'urto tra il razionale e l'irrazionale.

Infine le teorie della relatività e dei quanti hanno portato nuove difficoltà all'interpretazione meccanistica, con la relatività delle misure di spazio e tempo, la variabilità della massa, la conversione della massa in energia, la quantizzazione dei fenomeni elementari, il dualismo fra corpuscolo e onda, il principio di indeterminazione, le nuove statistiche di Fermi e di Bose con l'indiscernibilità dei corpuscoli, ecc. Le difficoltà anzi sono tali che molti fisici credono di dover concludere all'esclusione non solo di una rappresentazione meccanistica, ma di qualunque rappresentazione oggettiva delle realtà elementari, ritornando alla concezione positivistica della scienza. D'altra parte però i fisici nella descrizione della realtà spontaneamente fanno uso di terminologie prettamente aristoteliche, come stati energetici e potenziali, distinzione del vero atomo come totalità unitaria dal puro insieme dinamico di elettrone e protone (spettro a righe e spettro continuo), presenza virtuale di elettroni e mesoni nel nucleo, trasformazioni di protoni in neutroni e viceversa non per semplice aggregazione o disgregazione di elementi permanenti identici, generazione e distruzione di coppie di elettroni. Tutto ciò fa intravedere la possibilità che la scienza raggiunga una visione del mondo fisico e dei suoi elementi oggettiva ma non meccanicistica, in accordo quindi con l'epistemologia e la cosmologia aristotelico-tomista.

BIBL.: E. Mach, *Die Mechanik in ihrer Entwicklung historisch-kritisch dargestellt*, Lipsia 1883; P. Duhem, *La théorie physique*, Parigi 1906; A. Rey, *La théorie de la physique chez les physiciens contemporains*, 1907; E. Meyerson, *Identité et réalité*, 1908; id., *De l'explication dans les sciences*, 1912; D. Nys, *Cosmologie*, 1914; L. Meccanismes, *L'avenir de la science*, 1916; R. Puigrefagut, *El mecanicismo en la obra scientifica de Descartes*, 1918; M. Commercio, *La cosmologia*, 1919; P. Rossi, *La cosmologia*, 1920; id., *De la cosmologie*, 1921

conoscenza della patristica armena e nella confutazione degli eretici. Non rinunziò però al viaggio intrapreso se non a Cipro, causa una improvvisa malattia ivi contratta: fece ritorno alla città natale.

Nella primavera del 1696 M. fu ordinato sacerdote. Pieno di zelo e conscio delle urgenti necessità reggenti necessità reggenti necessità reggenti necessità reggenti necessità reggenti necessità reggenti necessità reggen

(per certezza del pr. Mechiitaristi)

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MECHIARISTI - Ritratto di mons. Arsenio Aidinian, arch. e abate gen. dei M. di Vienna (m. il 21 luglio 1902).

aveva conosciuti nel Levante. Quindi (1696-1700) intraprese una serie di viaggi ardimentosi tra Costantinopoli e il Caucaso, in cerca di luogo adatto e di qualche prelato o vartapet patrocinatore in appoggio del suo ideale. Fallito questo tentativo e mentre Avetik scatenava a Costantinopoli le prime persecuzioni contro i cattolici ed i loro capi, ivi compreso M., questi, l'8 sett. 1701, fondava il suo Istituto nel convento dei Cappuccini francesi di S. Luigi, suo rifugio inviolabile.

Dietro i suggerimenti dell'ambasciatore di Venezia a Costantinopoli, M. con i suoi discepoli si recò verso la Morea (Peloponneso), dominio veneto dal 1687, ove giunse all'inizio del 1703; e stabilitosi a Modone, in pochi anni costruì un magnifico monastero, e pose le fondamenta di una chiesa (1708). Con due lettere in data 16 giugno 1705, indirizzate l'una al papa Clemente XI e l'altra al card. Fabroni, prefetto di Propaganda, M. avanzò l'istanza per l'approvazione dell'Istituto, quale Ordine monastico armeno riformato di s. Antonio abate. Propaganda ne approvò le Costituzioni un po' rimaneggiate, ad experimentum (1711).

L'opera appena trapiantata a Modone venne tosto schiantata dalla guerra turco-veneta, terminata con il passaggio del Peloponneso ai Turchi (1715). M. e pochi discepoli, spogliati di tutto, furono gettati sulle rive della laguna veneta, dove chiesero asilo e protezione, e dove fu loro accordato, mediante fitto simbolico, l'isolotto di S. Lazzaro (26 ag. 1717).

Un più grande e più bel cenobio con chiesa e biblioteca, ultimati sotto la guida di M. nel 1740, offriva ora degna sede all'opera sua che, attraverso una intensa attività, missionaria, letteraria ed educativa, diventava il centro dell'irradiazione religiosa e culturale del popolo armeno. Difatti, durante il cinquantennio della sua attività, M. promosse incessantemente l'apostolato fra gli Armeni a Costantinopoli, nelle città interne dell'Armenia, in Transilvania, a Belgrado. La sua opera, inizialmente ostacolata, fu resa più spedita da un decreto di Propaganda (26 sett. 1718), da lui personalmente ottenuto, che concedeva a M. e ai suoi successori la facoltà di inviare missionari propri nel Levante. Questo decreto, insieme al quarto voto delle Missioni, prescritto dalle Costituzioni, costituisce la base canonica delle missioni mechitariste.

All'attività missionaria M. aggiungeva quella intellettuale mediante la stampa cattolica. Egli stesso ristampò libri di pietà e di religione e altri ne compose. Si contano una cinquantina di opere edite per opera sua, fra le quali per prima l'Iniziazione (Costantinopoli 1700), il Libro delle virtù e dei vizi di P. d'Aragona, il Paradiso dell'anima di Alberto Magno, gli Esercizi di perfezione di A. Rodriguez, il Compendium Theologicae Veritatis attribuito a S. Alberto Magno, e molte altre di contenuto ascetico. Compilò e pubblicò la Grammatica armena, un commentario all'Ecclesiaste, e a s. Matteo, opera voluminosa; un Dizionario armeno, il primo del genere; e molti altri commentari. M., ammirato dai connazionali e dagli stranieri (è stato chiamato un secondo «Illuminatore»), fu sepolto nella chiesa abbaziale a S. Lazzaro. Sono stati iniziati i primi processi per la causa di beatificazione.

Bibl.: P. G. Toroscan, Vita dell'abate M., Venezia 1901 (in armeno); M. Nurkhan, Il servo di Dio abate M., ivi 1914; G. Hofmann, Il servo di Dio M., nel secondo centenario della morte, in Civ. Catt., 1949, 11, pp. 409-20; M. M. P. P. M.

monaci, diede luogo ad un ramo autonomo di M., stabiliti prima a Trieste, e, dall'inizio del sec. XIX, a Vienna.

Ambedue le Congregazioni hanno spiegato intensa attività missionaria, educativa e culturale a beneficio della nazione armena. Oltre le due case madri di Venezia e di Vienna, ove risiedono i due rispettivi abati generali, e ove da secoli funzionano due efficienti tipografie, diverse stazioni missionarie, scuole e collegi dei M., dispersi nelle principali città dell'antico Impero ottomano, dell'Armenia Caucasica e della diaspora, della Siria, del Libano, dell'Egitto, ecc... ne irradiano l'opera benefica.

Nel campo intellettuale i M., benché pochi di numero, hanno in loro attivo una produzione notevole in qualità e in quantità senza pari nella nazione: più di tre mila opere; due riviste mensili, *Pazmaweb* e *Handels-Ansorya* (la prima ha superato già un secolo di vita) illustrano periodicamente il movimento culturale armenistico. Nel campo educativo sono celebri i due secolari Collegi liceali di Samuel Moorat e di Raphael di Venezia, diretti dai M. di Venezia.

BIBL.: V. Langlois, *Notice sur le couvent Arménien de l'île de St-Lazare*, 1a ed., Venezia 1869; B. Sarkissian, *Bicentenario attività letteraria dell'Ordine mechitarista di Venezia*, ivi 1905 (in armeno); id., *Bicentenario attività scolastica dell'Ordine mechitarista di Venezia*, ivi 1936 (in armeno); *Mechitar*, in *Pazmaweb*, 1901, nn. 7-9; id., G. Marinelli, *Angoli d'Oriente in Venezia*, ivi 1939; M. A. van den Oudenrijn, *Eine armenische Insel in Abendland*, Venezia 1940. Per i M. di Vienna: V. Ingli-sian, s. V. in LTHK, VII, pp. 34-35. con bibliografia.

GARABED AMADUNI