ARISTOTÈLE (ἈΡΙΣΤΟΤΈΛΗΣ)

ARISTOTÈLE (Ἀριστοτέλης). - Massimo filo-sofo greco e uno dei più grandi di tutti i tempi.

SOMMARIO: I. I. Vita. - 2. Opus. - 3. Sviluppo storico del pensiero. - 4. Partizione della filosofia. - 5. Logica. - 6. Metafisica. - 7. Fisica. - 8. Etica. - 9. Politica. - 10. Retorica. - 11. Poetica. - 12. Giudizio complessivo. - 13. La pedagogia di A.

I. -

I. VITA

A. nacque a Stagira (oggi Stavro) nella Calcidica Tracia, nel 384-383 a. C. Il padre Nicomaco, di famiglia di medici, oriunda forse di Messenia, era medico di Aminta II di Macedonia. La madre discendeva da coloni di Calcidica d’Eubea, dove A. ebbe un terreno e una casa. Perduti, ragazzo, i genitori, fu allevato da Prosseno d’Atarneo, forse suo parente, al cui figlio Nica-nore restituì più tardi il beneficio ricevuto dal padre, adottandolo e destinandogli in moglie la figlia Piziade (Test. 12). Nel 367-366 venne in Atene ed entrò nel l’Accademia, dove rimase, fino alla morte di Platone, 20 anni. Alla falsa interpretazione di un luogo del di lui discepolo Aristosseno di Taranto e alla generale tendenza al romanzo della tarda biografia si devono le notizie di gravi dissensi tra lui e il maestro. Di esse fece giustizia già nel II sec. d. C. Aristocle di Messina (Euseb., Praep. ev., XV, 2, 3). Della venerazione che A. ebbe per Platone è prova la cosiddetta elegia del-l’altare, da lui dedicata ad Eudemo (non si sa se il Cipro o il Rodio) e relativa a un altare consacrato, come egli scrive, «alla veneranda Amicizia dell’uomo (Platone), che i cattivi non han diritto neanche di lo-dare». Diversamente dovettero andare le cose con Speusippo, successo al maestro nella direzione dell’Ac-cademia, se nel medesimo anno (348-7) A. e Senocrate lasciarono Atene e si ritirarono ad Asso, nella Troade. La città era allora sotto la signoria di Ermia, un eu-nuco che da cambiavalute era diventato principe di Atarneo, ma egli ne aveva affidata l’amministrazione agli accademici Erasto e Corisco di Scepsi, dei quali, ancor vivo Platone, aveva preso a seguire i consigli e l’insegnamento. A. si guadagnò subito l’amicizia di Ermia e ne sposò la nipote e figlia adottiva Piziade, dalla quale appunto gli nacque la Piziade, che doveva poi destinare a Nicanore. Ad Asso rimase 3 anni ed ebbe tra i suoi ascoltatori Teofrasto d’Eresso nella vicina Lesbo, e il nipote Callistene. Nel 345-344, si trasferì a Mitilene, donde, accettando l’invito di Fi-lippo di Macedonia, che lo scelse precettore del tre-dicenne Alessandro, partì due anni dopo alla volta di Pella, in compagnia del nipote e forse anche di Teo-frasto. Non è improbabile che la scelta fosse suggerita da Ermia, che con Filippo intratteneva segreti quanto pericolosi rapporti politici, i quali ne determinarono la rovina. Sospettato, infatti, dalla corte persiana, fu nel

34 I preso a tradimento e condotto a Susa, dove venne torturato e crocefisso. Sul patibolo volle si annunziasse ai suoi amici ch'egli non aveva commesso nulla d'indegno della filosofia. A. ne onorò la memoria con un cenotafio a Delfi, per cui scrisse l'epigramma, e con il famoso inno alla Virtù. Alessandro fu sotto le cure di A. fino al 340, anno in cui Filippo, partendo contro Bisanzio, gli confidò la reggenza del regno. Durante il triennio era stato insieme col maestro e i compagni più fidi nel pacifico ritiro di Mieza. Che cosa A. gl'insegnasse non sappiamo, ma, oltre che alla filosofia, dovette dar larga parte alla poesia e alla politica. Per lui sembra curasse un'edizione dell'Iliaide, e a questo periodo andrà riportato il dialogo Sul regno e quello in 3 libri Sui poeti. Negli anni che seguirono, fino al 335, A. divise il suo soggiorno tra la corte e Stagira. Alla corte s'era legato di amicizia con Antipatro, futuro reggente, e n'ebbe la protezione fin oltre la morte. Le lettere che gli diresse assommano a 9 libri, e a lui A. affidò l'esecuzione delle sue ultime volontà. Nel 335-334 A. tornò ad Atene. Piziade era morta, ed egli aveva tolto con sé una donna di Stagira, Erpiliide, da cui ebbe il figlio Nicomaco. Ma della prima conservò cara la memoria, e nel testamento dispose che le sue ossa venissero trasportate nel luogo dov'egli sarebbe stato sepolto, come era anche desiderio di lei. L'Accademia era da 4 anni sotto la direzione di Senocrate, successo a Specuspio morto nel 339. Rientrarvi per A. era impossibile: aveva già fatto troppo cammino e non avrebbe potuto insegnare che in una scuola propria. L'aprì nel recinto di Apollo Liceo, dandole la forma, come già l'Accademia, di un'associazione religiosa celebrante il culto delle Muse. In seguito essa ebbe anche un fondo e locali più adatti fuori la porta di Diocare. Dall'uso delle passeggiate coperte (περὶ παντοῦ), dove gli scolari s'intrattenevano, già la scuola di Platone aveva avuto il nome di Peripato (Epicuro, Fr. 171; Filodemo, Ind. Acad. 6, 5; 7, 9). A quella di A. esso rimase per eccellenza, anche per l'appellativo di Peripatetici, con il quale i suoi frequentatori vennero designati per l'abitudine di ragionare passeggiando (cf. Epicuro, Fr. 423). Continuando l'uso accademico, gli scolari portavano tra loro il nome di «amici» e si riunivano in pasti e simposi comuni, pei quali lo stesso A. dettò le regole. Le ore del mattino erano dedicate alle discipline più difficili: nel pomeriggio A. parlava per un uditorio più ampio di retorica e di dialettica. Oltre A. insegnavano anche Teofrasto ed Eudemio di Rodi. Per quanto modellata sull'Accademia, la scuola d'A. fu cosa affatto nuova e diversa. Volta principalmente alla ricerca, essa ampliò enormemente il campo della propria attività, mettendo al posto che in quella era tenuto dalle matematiche, le scienze biologiche e storiche. Il lavoro che A., in collaborazione con i suoi scolari, fornì nei 13 anni che ancora visse, ha del prodigioso, e in molti punti ha sfidato i secoli. La protezione di Antipatro e di Alessandro gliene assicurò i mezzi, e fu solo in dipendenza dalla grande impresa d'Asia ch'egli poté conoscere esemplari della fauna e della flora di quelle lontane regioni. Quasi nulla sappiamo delle relazioni tra lui e il re durante questo periodo, a cui appartiene l'Alessandro o della Colonizzazione, ma egli non poteva certo approvare la politica di equiparazione dei Barbari con gli Elleni, da Alessandro sempre più accentuata in Asia, e assai acerba dovette riuscirgli nel 327 la notizia dell'uccisione di Callistene, che aveva seguito la spedizione come storico ufficiale. La posizione di A. in Atene era tuttavia dipendente dalla fortuna del suo discepolo. Quando

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IJst. Kunsthist. Stat. Vicenst
Abistotele - Ritratto. Copia romana di originale greco (sec. iv). Vienna, Kunsthistorisches Museum.

questi nel 323 morì, il partito antimacedonico promosse contro di lui un processo d'empietà. Il capo principale dell'accusa, presentata da Demofilo, forse figlio dello storico Eforo, era costituito dall'inno ad Ermia. A. evitò il processo con la fuga, per non dare agli Aetniesi, come ebbe a dire, l'occasione di peccare un'altra volta contro la filosofia. Ritiratosi a Calcide nella casa materna, vi morì l'anno seguente, in età di 63 anni. A capo della scuola lasciò Teofrasto.

13. OPERE

A 1000 assommano i libri delle opere di A. catalogate nel sec. I a. C. da Andronico di Rodi. Resti dei suoi πνευστες abbiamo in due fonti arabe (v. A. Op., vol. V e A. Baumstark, op. cit. in bibliografia, p. 61), da cui si ricavano ca. 100 titoli. A 200 si arriva aggiungendo un elenco pervenuto nella duplice redazione di Diogene I. e della Vita Menagiana, che risale assai probabilmente ad Ermippo (ca. 200 a. C.) e per esso alla Biblioteca d'Alessandria. Con la Costituzione d'Atene, restituitaci da 2 papiri, e comprendendovi le opere apocrife, noi possediamo 47 opere per 162 libri. I frammenti e le testimonianze si riportano a poco più di 60. Di quest'ultime alcune avevano forma dialogica e facevano parte delle opere da A. composte per la pubblicazione, che egli stesso cita sotto il nome di ἐξωτὸς πλοῖον ἐκδεδόμενου λόγου (H. Bonitz, Index, p. 104 b, 44 sgg.), e gli antichi chiamavano appunto esoteriche. Ad esse si contrapponevano quelle destinate al solo uso della Scuola, dai commentatori dette acroamatiche, nelle quali, tolta la Costituzione d'Atene, rientrano tutte quelle a noi giunte. Ciò spiega, in contrasto col «flumen aureum orationis» di cui parla Cicerone (Acad., II, 119: altri testi in Zeller, p. 111, 1), il loro stile spesso negletto, quasi sempre secco, a volte estremamente concentrato, e la rete dei rinvii interni, non tutti di prima mano (Bonitz, Index, p. 95 b sgg.). Del continuo lavoro di rimaneggiamento a cui, seguendo il progresso della riflessione e dell'insegnamento, esse erano sottoposte, testimonianze le aggiunte, le redazioni plurime, le interruzioni e lo stato fluido di certe parti. Ogni scolaro aveva almeno per quello che lo riguardava, le sue copie, che, per tal modo, venivano a circolare anche fuori della Scuola, e,

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