ARDIGÒ, ROBERTO. - Filosofo, n. a Casteldidone (Cremona) nel 1828 da modesta famiglia, m., suicida, a Mantova, nel 1920. Compi, mediante aiuti, gli studi che lo condussero, nel 1851, al sacerdozio. Canonico di Mantova nel 1863, venne sospeso a divinis nel 1869 per il suo studio filosofico su Pietro Pomponazzi. Nel 1871, dopo il suo nuovo scritto La psicologia come scienza positiva, depose l'abito, continuando l'insegnamento della filosofia nel liceo di Mantova sino a quando, nel 1881, venne nominato alla cattedra universitaria di Padova, dove rimase fino al 1909.
Di condotta morale irreprensibile, attese ai suoi studi prediletti, nè si mostrò insensibile alla fama di caposcuola del positivismo italiano e di simbolo d'avversione ad ogni autorità che sembrasse comunque costrittiva della più assoluta libertà di pensiero; al punto che il suo nome, con vero dolore di lui, fu inalberato anche come segnacolo del più vieto anticlericalismo. A. espose il suo pensiero filosofico, orientato verso le ricerche positivistiche inglesi e francesi (Spencer e Comte), delle quali subì l'influsso, e verso i successi del progresso scientifico, in numerosi volumi intorno ad ogni argomento allora in discussione, dalla psicologia alla cosmogonia e alla sociologia. Ma i capisaldi gnoscologici e metodologici del suo sistema riposano sulla affermata necessità di applicare completamente alla filosofia il metodo delle scienze naturali; sul principio della naturalità di ogni fatto; sulla riducibilità della essenza dell'io a puro fenomeno sensitivo (« tutto è sensazione e raggruppamento di sensazioni, e nulla più »), e questo ancora, come le sue manifestazioni psichiche, a solo ritmo di lunghezze d'onde energetiche, su basi solamente fisiologiche.
Dell'evoluzionismo sviluppò, più che altro, il concetto
del processo dall'indistinto al distinto; dell'etica e della sociologia mise in luce soprattutto la funzione formatrice di qualità morali da parte della società, a carattere disinteressante e per opera di suggestione, esempio, abitudine, mentre a questi elementi veniva ridotta anche la religione; in questo campo, anzi, difese parecchi errori: affermò puerile il dogma della creazione; che spirito e materia, coesistenti eternamente, derivino da un indistinto anteriore; che sia assurda la Provvidenza, assurdo l'intervento di Dio nel governo del mondo. Perciò furono messe all'indice le tre opere: Pietro Pomponazzi (decr. 1869); La psicologia come scienza positiva (decr. 1872); La formazione naturale nel fatto del sistema solare (decr. 1879). Della educazione riprese il concetto di formazione naturale, sulla cui base si costruiscono abilità e abitudini risolventisi nell'arte e nel carattere mediante esercizio condotto con metodo scientifico, dal semplice al complesso, con anticipazioni didattiche e intuizioni oggettive. Di tutto il suo sistema sopravvive il principio della metodologia sperimentale, la quale, per quanto dall'A. stesso per lo più limitata all'archetipo delle scienze naturali, pure non rimase infeconda, anche fuori dell'ambito della sua scuola, nello sviluppo del pensiero filosofico, presto quasi sommerso dall'invidente idealismo.
Studi: M. Liberatore, in La Civ. Cattolica, 7ª serie, 6 (1869, II), p. 699 segg.; F. Berardinelli, ibid., 8ª serie, 3 (1871, III), pp. 201-11. - G. Marchesini, La vita e il pensiero di R. A., Milano 1907; G. Zamboni, Il valore scientifico del positivismo di R. A. e della sua conversione, Verona 1921; G. Marchesini, R. A.: L'uomo e l'umanità, Firenze 1922; E. Troilo, A., Milano 1926; G. Gentile, Le origini della filosofia contemporanea in Italia, II: I positivisti, Messina 1927; G. Tarozzi, A., Roma 1928; F. Amerio, A., Brescia 1947. Paolo Bonatelli