MONADE. - Il termine dal greco μανάς (unità) è usato già da Pitagora e dai suoi discepoli che, con la teoria del numero come essenza delle cose, facevano della m. l'elemento ultimo della realtà (Filo: ἡ μὲν μονὰς ὡς ἂν ἀρχὴ οὐσία πάντα). Diels, Vorsokrat., 32 B 8). In séguito è stato sovente usato per indicare o la particella indivisibile delle cose, come sinonimo del termine più comune atomo, o il principio di unità, come le idee di Platone e Dio.
Tuttavia il termine va principalmente ricordato per l'uso fattore dal Leibniz (v.). Nel sistema leibniziano le m. sono sostanze inestese, semplici, spirituali, dotate di percezione e di appetizione, chiuse in sé «senza porte né finestre», collegate tra loro per l'armonia prestabilita, rappresentanti ciascuna come in uno specchio vivente l'universo intero, e disposte in gradazione continua dalle infime, costituenti i corpi, attraverso l'anima e la mente, fino a Dio, la m. primitiva.