MOTO. - M. in genere o mutazione è il passaggio da un modo di essere ad un altro: in questo senso tutto si muove, eccetto Dio, atto puro.
Negò ogni m. la scuola elastica (v. ELEATIEMO). Zenone, supponendo il m. locale composto di infiniti, lo dimostrò assurdo con la quattro aporie: dicotomia, Achille, freccia, stadio (cf. Aristotele, Phys., VI, 9). Leucippo e Democrito affermarono il m. locale degli atomi nel vuoto; esso è l'unico m. possibile (id., De gen. et corr., I, 8, 325a). Aristotele ammise il m. in genere o mutazione (μεταβολή, altrove κίνησις, Phys., III, 1,200 b 33 sgg. ecc.), che è passaggio da un modo di essere ad un altro: πάσα μεταβολή δότιν ἐκ τινος εἰς τι (ibid., V, 1, 225a 1). Lo spiega con un sostrato che assume diverse modificazioni (Met., VIII, 1, 1042 a 32 sgg.; Phys., I, 7, 190 a 13). Esistono tre specie di μεταβολή: da soggetto (ὑποκείμενον) a non-soggetto (μή ὑποκείμενον) e viceversa; oppure da soggetto a soggetto, cioè corruzione (φθορά), generazione (γένεσις); e m. in senso proprio, κίνησις, che è m. continuo tra due contrari per stati intermedi (ibid., V, 225a 8 sgg.). Tenendo presente questa continuità si intende la definizione aristotelica di κίνησις: atto dell'essere in potenza in quanto tale: ἡ τοῦ δυνάμει ἔντος ἐντελέχεια, ἡ τοῦτόν (ibid., III, 1, 201 a 10). Cioè il m. è perfezione la quale postula un ulteriore perfezionamento. Questa esigenza appunto indica il passare, che è essenziale nel m.: p. es., un corpo che si muove nel punto P né incomincia a muoversi in P, né termina il m. in P, ma viene da un punto precedente e va ad un punto seguente; quindi non è in P, ma passa per P. Aristotele rigetta le aporie xenoniane, osservando che le parti del m. non sono in atto ma in potenza: se le parti «fai in atto, non farai un m. continuo ma lo fermerai» (ibid., VIII, 8, 263a 29-30). Il m. in senso proprio è possibile nella qualità (alterazione, ἀλλοίωσις), nella quantità (aumento, αὔξησις e diminuzione φθίας), nella posizione (m. locale φόρα; cf. ibid., V, 2, 226a 24-25; H. Bonitz, Index aristotelicus, 449a 50 - b 52).
Dal m. derivano le categorie di azione e passione: «Motus, secundum quod praedicatur de subiecto in quo est, constituit praedicamentum passionis. Secundum autem quod praedicatur de eo a quo est, constituit praedicamentum actionis» (S. Tommaso, In Met., XI, lect. 9, ed. Cathala, n. 2313; cf. Aristotele, Phys., III, 3, 202-213 sgg.). Nella vita e nella conoscenza, m. ha un senso più perfetto (De An., II, 5, 417 b 2-3).
Importante è il m. locale. Aristotele lo definì essenzialmente relativo al luogo; neppure Dio quindi può produrre un m. assoluto, cioè non riferito al termine. Questa conclusione fu proscritta dall'arcivescovo di Parigi, Stefano Tempier (1277); onde alcuni filosofi e teologi posteriori ammisero un m. locale assoluto, che è un mutare intrinseco, senza relazione al termine. Così Scoto (Quodl., q. XI; ed. L. Wadding, XII, Lione 1859, p. 263); G. Buridano (Phys., III, q. 7; ed. Parigi 1509, f. 50) e le loro scuole. Guglielmo di Occam dice possibile il m. locale reale relativamente ad un termine ipotetico (Quodl. VII, q. 6). F. Suárez ammette il m. assoluto come mutazione di una presenza assoluta (Disp. Met., dist. 51, sect. 1, n. 21; ed. Parigi 1856-61, vol. XXVI, p. 978).
Secondo Aristotele il m. locale è un divenire, quindi esige un movente, distinto dal mobile; esso è la causa motrice e, quando questa non raggiunge più il mobile, il «mezzo ambiente», che ha ricevuto la forza motrice dal motore (Phys., VIII, 10, 267a 2-5). Giovanni Filopono, commentatore della scuola alessandrina, afferma che questa forza motrice, detta «impeto», è invece prodotta dal motore nel mobile stesso (Phys., IV, 8; ed. Vitelli,
Berlino 1888, p. 642). La teoria di Filopono fu ripresa da Francesco de Marchia (IV Sent., princ.) e specialmente da G. Buridano, che sostenne, in seguito a constatazione sperimentale, che l'impeto rimane immutato e quindi il m. dura indefinitamente (Phys., VIII, q. 12; ed. Parigi 1509); il che è un primo accenno alla legge d'inerzia. Questa dottrina divenne comune nella scolastica posteriore (cf. R. Masi, Intorno al movimento locale, in Divus Thomas Plac., 53 [1950], pp. 3-20, 178-208). Descartes afferma che m. locale è traslazione: «translatio unius partis materiae sive unius corporis ex vicinia eorum corporum, quae illud immediate contingunt et tanquam quiescentia spectantur, in viciniam aliorum» (Princ. Phil., II, 25, ed. C. Adam e P. Tannery, Oeuvres, VIII, Parigi 1905, p. 53). Per Descartes il m. locale è relativo e reciproco: è un attributo della materia; tutte le attività dei corpi si riducono a m. locale (meccanicismo); anche le qualità secondarie sono prodotte in noi dal m. locale. Inoltre il m. locale non è un divenire ma uno stato, come la figura di un corpo, perciò si conserva indefinitamente: così sarebbe provata la legge d'inerzia (Princ. Phil., II, 27, ed. cit., p. 55).
Caratteristica è l'affermazione di Newton di un m. locale assoluto, «translatio corporis de loco absoluto in locum absolutum» (Philosophiae naturalis principia mathematica, Amsterdam 1723, p. 6); luogo assoluto che è poi una parte dello spazio assoluto (ibid.).
E. Bergson sostiene che l'intelligenza scompone il m. in genere o cambiamento in stati immobili, come diceva Zenone. Per ristabilire la continuità del cambiamento, Aristotele ammette un sostrato di esso (L'évolution créatrice, Parigi 1912, p. 323-53). Ma l'intuizione fa vedere quello che veramente è il cambiamento, il cambiamento puro: «Il y a des changements, mais il n'y a pas, sous le changement, des choses qui changent: le changement n'a pas besoin d'un support. Il y a des mouvements, mais il n'y a pas d'objet inerte, invariable, qui se meuve: le mouvement n'implique pas un mobile»: La pensée et le mouvement, Parigi 1934, p. 185). Il cambiamento puro è la «Durata» (Durée), che è la stessa realtà.
Nella fisica il m. locale è essenzialmente relativo al termine di riferimento; le sue leggi sono studiate dalla meccanica.