MOTTETTO

MOTTETTO. - Nel suo primo significato il termine m. (moteus, noctetus) designa la parte vocale sovrapposta al tenor nella polifonia medievale. Poi denota la composizione stessa, che nel sec. XIII è a 2 o 3 voci (tenor, motetus, triplum), più raramente a 4 (sul triplum c'è allora il discantus). Il tenor esegue il cantus firmus, sottoposto, con i necessari prolungamenti e dislocazioni di note, alla teoria dei 6 modi ritmici (serie di trochei, giambi, dattili, anapesti, sponde, tribraci). Le varie voci hanno testi diversi. La concordanza delle parti stesse è, naturalmente, assai diversa da quella che fu codificata dai teorici dell'arte classica; ammette, p. es., successioni parallele di 2^e così anche di 5^e. Vi giunge a maturazione il concetto della indipendenza delle parti e del loro contrastante andamento in un insieme armonioso e ricco, da cui scaturisce quello squisito stupore che è di tutte le aurore e, nel caso specifico, di quella (già avanzata) della polifonia.

Tali qualità si approfondirono nel sec. XIV, giungendo alle figurazioni rapide, alle singhiozzanti interruzioni dell'Ocatus, alla collaborazione con gli strumenti che denuncia l'ars nova e alle particolarità tecniche emergenti in Filippo da Vitry e in Guglielmo Machault, ma giungendo anche, nel genere sacro, a quegli inconvenienti ed abusi contro i quali insorse la Chiesa (cost. Docta sanctorum di Giovanni XXII, 1324). Abbandonato poi l'uso del testo plurimo e adottato il testo unico per tutte le voci, il m. entro a far parte della migliore produzione liturgica ed extraliturgica. La sua storia, pertanto, si incorpora a quella della polifonia franco-fiammigna: ne segue i periodi attraverso i maestri della 1^a generazione (Dufay, Binchois), poi della 2^a (Bunois, Okeghem) e della 3^a (Obrecht, Iosquin, per non ricordare che alcuni fra i più noti); e con essi evolve acquistando gradatamente una più valida omogeneità ritmica delle voci e una loro maggiore coerenza stilistica, e tendendo all'equilibrio della verticalità e dell'orizzontalità, dell'omofonia e della polifiniera, della cantabilità e del tematismo, della struttura strofica e del principio espansivo della variazione contrappuntistica. Equilibri e pregi raggiunti in pieno allorché il m. si addentrò nel vivo dell'area classica. Tecnicamente il m. si basa sul sezionamento e lo sfruttamento di una melodia gregoriana, per modo che da ogni frammento di essa sia tratto un episodio polifonico. I maggiori polifonisti del Cinquecento amarono questa forma e se ne servirono. Il Palestrina, oltre i sei libri di m., a 4 e 8 voci, nei quali aveva dato ampio saggio delle possibilità-limite di tale forma nel campo puramente corale, e i due libri di madrigali spirituali, nonché gli altri due libri di madrigali profani e gli offertori, compreso il celestiale poema mottestitico a 5 voci su testi del Cantico dei cantici («ex cantici Salomonis») presi nel loro alto significato profetico. Con il Palestrina è giusto ricordare i migliori maestri della polifonia vocale, dall'Animuccia ai due Anerio, da O. di Lasso e dal Victoria al Giovanelli. Il m., sopravvivendo all'epoca aurea della polifonia sacra, fu coltivato anche nei secc. XVII e XVIII, quando cioè lo stile «a cappella» non era più un'esigenza creatrice ma era divenuto una tradizione e cadeva rapidamente nell'accademismo. Tuttavia nel Seicento, giovandosi delle tendenze imposte con l'avvento della monodia accompagnata e del melodramma e quindi anche giovandosi delle nuove funzioni assunte dagli strumenti associati e delle possibilità espressive emergenti dalla loro crescente affermazione; il m. evolveva verso la forma detta «concertante»: si appropriava il basso continuo, si adornava di descrittivissimi e si effondeva in brani solistici talora non privi di difficoltà, facendosi un interprete del mondo delle passioni umane non sempre velate di motivi sacri. Dopo T. L. Grossi da Viadana, il Monteverdi (nei Sacri concentus acclusi alla Messa a 6 voci per la B. V. M., pubbl. nel 1610), giunse ad una geniale e personalissima sintesi del vecchio e del nuovo stile: «la gravità dell'antica polifonia mista alle invenzioni dell'opera» (A. Pirro).

BIBL.: W. Meyer, Der Ursprung des Motets, Lipsia 1897; F. Ludwig, Repertorium... motetorum vetustissimi styli, 1910; K. P. Kempers, Die Motetten von Clemens von Papa, Monaco 1925; I. Neyses, Studien zur Geschichte der deutschen Motette, Bonn 1927; W. Stepton, Die burgundisch-niederländischen Motetten zur Zeit Ockeghems, Heidelberg 1931; G. Kulmann, Die 2-stimmigen französischen Motetten des Kodex Montpellier, Francoforte 1937; W. Apel, Harvard dictionary of music, Cambridge (Mass.) 1947; p. 457-62 (con bibl.). Edgardo Carducci Agustin.