GERMANIA

GERMANIA - G. di N. O. - 1) Confini di Stato; 2) Confini di circoscrizioni ecclesiastiche; 3) Ferrovie. Per la Baviera v. carta relativa.
GERMANIA - G. di N. O. - 1) Confini di Stato; 2) Confini di circoscrizioni ecclesiastiche; 3) Ferrovie. Per la Baviera v. carta relativa.

cessità di importare materie prime da trasformare e di trovare sempre nuovi mercati alla crescente produzione; onde la tendenza ad una sempre più concreta autarchia. La sconfitta subita nella seconda guerra mondiale ha aggravato assai le difficoltà dell'economia tedesca, sia per le perdite di distretti minierari (il bacino carbonifero slesiano, la Sarre, ecc.), sia per le demolizioni delle attrezzature industriali e le limitazioni poste alla produzione dagli alleati. Tuttavia nella bizona anglo-americana l'indice di questa produzione ha quasi raggiunto, ormai, il livello dell'anteguerra (1936), mentre nulla di preciso si conosce relativamente al settore sovietico.

Nella stessa bizona furono estratti nel 1948 oltre 88 milioni di tonn. di antracite e 65 milioni di tonn. di lignite. Molto minore è l'importanza dei minerali di ferro (Siegerland, Braunschweig), di rame (Harz), di argento, di bauxite, ecc., mentre per il piombo e lo zinco (Renania, Harz, Erzgebirge) e più ancora per i sali di potassio (G. centrale: 14,5 milioni di tonn. di minerale nell'anteguerra) la G. godeva quasi di un monopolio europeo.

Quasi tutte le industrie più efficienti innanzi la guerra (siderurgiche, meccaniche, chimiche, ecc.) sono state o distrutte o grandemente limitate (anche le tessili, il calzaturificio, la cartaria); fra le libere, oltre l'estrattiva, prevalgono il mobilificio, l'industria del vetro, quella del legname, le edilizie, ecc., che rappresentano una modestissima aliquota del formidabile potenziale tedesco.

A questo potenziale corrispondeva, prima della guerra, un'adeguata organizzazione commerciale, che beneficiava della privilegiata posizione geografica del paese - intermedia fiera fra l'Europa occidentale e orientale da un lato, e fra il mondo mediterraneo e quello atlantico dall'altro - mentre disponeva all'interno di ottime reti stradali (nel 1937 v'erano in G. 213 mila km. di strade pubbliche) e ferroviaria (68 mila km.), largamente completate da fiumi e canali navigabili, metteva al servizio dei traffici internazionali una flotta mercantile ch'era la quarta del mondo (4,5 milioni di tonn. nel 1939) e porti tra i meglio attrezzati e frequentati d'Europa (Amburgo, Brema, Emden). Attualmente, il naviglio disponibile è ridotto a proporzioni insignificanti (294 mila tonn.).

Va ricordato che, innanzi la prima guerra mondiale, la G. possedeva un vasto impero coloniale (soprattutto in Africa, ed in parte in Asia ed in Oceania): quasi 3 mi-

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lioni di kmq. con, allora, 13 milioni di ab. (oggi ca. 20), andato poi interamente perduto.

BIBL.: K. Kretschmer, Historische Geographie von Mittel-Europa, Berlino 1904; G. Braun, Deutschland, 2a ed., ivi 1926; P. Hesse, Die deutschen Wirtschaftsgebiete in ihrer Bedeutung für die landwirtschaftliche Erzeugung und Versorgung Deutschlands, ivi 1928; E. Banse, Deutsche Landeskunde, Monaco 1933; O. Maull, Deutschland, Lipsia 1933; K. Hassert, Das Wirtschaftsleben Deutschlands und seine geographischen Grundlagen, 2a ed., Dresda 1934; H. Schreper, Landeskunde von Deutschland, I: Der Nordwesten, Lipsia 1935; S. Passarge, Die deutsche Landschaft, Berlin 1936; L. Rüger, Die Bodenschätze Deutschlands, Monaco 1937; R. E. Dickinson, The regions of Germany, London 1945; G. Barraclough, The origins of modern Germany, Oxford 1947; R. Minder, Allemagne et Allemands, Parigi 1948; G. Stolper, German realities, Nuova York 1948.

II. STORIA CIVILE E RELIGIOSA.

SOMMARIO:

I. Nel mondo antico

II. L'Impero medievale

III. La G. e la Riforma. -

IV. Il predominio prussiano

V. L'Impero germanico

VI. La Repubblica di Weimar e il Terzo Reich.

I. NEL MONDO ANTICO

Nell'ultima età repubblica, la conquista romana della Gallia apre la via alla conoscenza delle terre oltre il Reno, il fiume alle cui sponde Cesare aveva fatto giungere i Romani. Nel 38 a. C. gli Ubi si trasferirono sulla riva sinistra del Reno e Agrippa fondava Colonia, la futura metropoli della Renania. Ma ad ogni spedizione romana seguiva l'insorgere delle tribù. Gli Uspieti, i Teneri, i Sicambri valicano il fiume e portano la guerra nella Gallia romanizzata. Augusto dovrò porsi il problema della pacificazione delle terre tra il Reno e l'Elba ad assicurare il confine gallico ed il "limes" danubiano, che poteva essere influenzato dalla poca sicurezza del primo. La realizzazione dell'impresa fu affidata a Druso (13-9 a. C.) e, alla sua morte, fu continuata da Tiberio, che ebbe il merito di far accompagnare, ed anzi precedere, l'azione militare da un'opera di penetrazione civile, che raggiunse i risultati migliori. La mancata sottomissione dei Marcomanni, l'agitazione dell'Illirico e della Pannonia, e la rivolta del 9 d. C. tra i Germani, animata da Arminio, capo dei Cherusci, pose in pericolo tutta l'opera di Roma, da Cesare a Tiberio. Se la perdita delle legioni di Quintilio Varo, nella foresta di Teutoburgo, poté restare senza conseguenze più gravi per il pronto ritorno di Tiberio e, soprattutto, per le operazioni militari condotte da Germanico, e per le dissensioni tra gli insorti, la realizzazione di una G. romana dal Reno all'Elba venne a mancare per sempre.

Sul finire del sec. I la G. occidentale e meridionale entra nel territorio dell'Impero e la sua vicenda si fa comune, per gran parte, a quella della Gallia. L'insurrezione dei Batavi nel 69-70, la successiva tentata programmazione di un impero gallico, la vittoria conseguita da Vespasiano sulla vasta insurrezione, sono tra gli episodi più drammatici. Per tre secoli la G. resta nell'orbita di Roma, e le genti che vengono a contatto con la sua opera legislativa e civile sono attraente alla civiltà. Dalla fine del III sec., progressivamente accentuando lungo il IV, la G. è percorsa dal brivido delle invazioni: Frisi, Franchi, Sassoni, Longobardi, Svevi, Alamanni, Bavari, Angli e Juti, Turingi e Burgundi, Rugi, Sciri, Turcilingi, Eruli, Gepidi, Vandali, e poi ancora Ostrogoti e Visigoti, premono, da sud, da est, dal mare. Quel che profondamente influisce sulla vicenda della G. è la formazione del Regno franco: la fine del Regno degli Alemanni, segnata a Tolbiacum dal fondatore della dinastia franca, Clodoveo, nel 496, portando all'intervento franco oltre il Reno, favoriva il formarsi di uno Stato a cavallo del fiume. Sparisce il Regno dei Turingi, i Sassoni occupano lo Harz, e il Regno goto d'Italia entra in crisi, per l'intervento bizantino: tutto ciò favorisce l'assumer, da parte dei Franchi, di una posizione predominante sulle genti germaniche e fa dei Franchi un più valido argine alle scorrerie degli Slavi. Anche contro gli Avari e i Longobardi, quello dei Franchi sarebbe stato un compito di arginamento per la difesa di una civiltà che essi credettavano da Roma e che li trae ad entrare nell'orbita della Chiesa cattolica, e ad esserne i figli osservanti e fedeli.

II. L'IMPERO MEDIEVALE

Compiuta nel sec. VI la conquista franca della Gallia, e divisa questa - e le annesse terre germaniche - nella Neustria, il paese dei Franchi occidentali, e nell'Austrasia, a cavallo della Mosella, del Meno e del Reno, la decadenza della dinastia merovingia non si ripercuote, per allora, decisamente, sulla perdita dell'influenza franca nella G. A partire da Pipino d'Hérstal, e dalle sue vittorose campagne oltre il Reno, i Carolingi riprendono la politica d'espansione dei primi re franchi: Carlo Martello (v.) batte Frisi e Sassoni e li respinge dal territorio tra il Reno e la Mosca, fino al Weser; Pipino il Breve riprende la lotta contro i Sassoni e rende tributari Bavari e Alamanni. CARLOMANNO (v.), soggiogatore, in una lotta trentennale, degli indomiti Sassoni, l'opera dei predecessori si compie e culmina in un generale assestamento della G., da cui essa trarrà lo sviluppo della propria vicenda nazionale.

Quando, in nome di un ideale di conquista e di fede, Carlomagno ebbe infranto (con una crudeltà, solo giustificata dal continuo riaccendersi delle ribellioni), la resistenza dei Sassoni e dell'eroe Viduchindo, egli poté estendere ai territori d'oltre Reno il sistema amministrativo-militare delle contee, religioso dei vescovi, giudiziario e civile delle leggi franche. Contemporaneamente allo spezzamento dell'unità sassone avveniva, per fasi, anche quello della Baviera: ne porge occasione l'orientamento filo-longobardo dei duchi Agilolfingi, stretti di parentela al re Desiderio. Carlo sottomette anche gli Avari e li disegna, liberando all'espansione e all'assestamento delle stirpi germaniche il fianco del medio Danubio. Di fronte agli Slavi si ferma l'iniziativa dell'Imperatore, che negli ultimi suoi anni trova peraltro ancora il modo di sistemare, contro i Danesi, il confine della Jutlandia.

Impero, per metà romano e per metà germanico, come mostrò la scelta stessa della capitale sul Reno, ad Aquisgrana; intimamente religioso e cattolico, come chiari la fastosa scena del Natale dell'Ottocento, con Carlomagno la G. era definitivamente conquistata alla civiltà occidentale e, per merito di s. BONIFACIO, SANTO (v.) e degli altri missionari della fede, alla Chiesa cattolica. Vi fu, nella vita delle genti germaniche, una mitigazione del costume, un progressivo accostamento al mondo romanico, opera insieme dell'Impero carolingio e della Chiesa.

La morte di Carlomagno, nell'814, segna una prima incrinatura nell'unità delle due parti dell'Impero carolingio; quegli elementi di successiva autonomia, che erano stati fin dalla creazione dell'Austrasia, dovevano farsi più sensibili sotto i successori del grande Imperatore, e prevalere durante le lotte tra i figli di Ludovico il Pio. Questi dissidi erano destinati a favorire anche le tendenze autonomistiche della nobiltà fondiaria: l'una delle due forze (l'altra, quella dei grandi possessi ecclesiastici, sarebbe sorta più tardi, quasi a equilibrare la prima) su cui si sarebbe sviluppata la potenza dell'Impero tedesco. Già nell'813 Ludovico, re dei Franchi orientali, e che sarà detto il Germanico, raccoglieva sotto il proprio scettro la maggior parte dei territori e dei popoli germanici: Franconia e Turingia, Sassonia, Alamannia e Baviera. Nell'814 Ludovico e Carlo il Calvo si trovano alleati contro Lotario I. Il Giuramento di Strasburgo del 14 febbr. 842 è insieme il primo documento di lingua tedesca e del differenziarsi delle due nazio-

nalità. Anche se restava a Lotario I la supremazia del titolo imperiale, il trattato di Verdun dell’ag. 843 sanciva l’indipendenza rispettiva dei Regni di Germania e di Francia.

Carlo il Grosso rinnovava nell’884 intorno al suo nome l’unità dell’Impero già diviso, vivente Ludovico il Germanico, in tre entità autonome: la Baviera, la Sassonia e l’Almannia; ma nell’887 la sua deposizione alla Dieta di Tribur segnava un ritorno alle autonomie già disegnate. La situazione dell’Impero, scossa dai dissidi interni e minacciata all’esterno dal dilagare degli Ungheresi, dei Normanni e dei Vendi, non composta dall’azione di Corrado I di Franconia, eletto e consacrato nel 911 a Forchheim, fu risanata dall’opera sagace, energica e attenta di Enrico I, fondatore della casa di Sassonia. Suo figlio Ottone I, designato alla successione nell’assemblea di Erfurt (936), fu il grande interprete della maturata translatio dell’Impero dalla Francia alla G. Egli ispira fin dall’inizio la sua azione ad una grandiosità non conosciuta nel passato: dalla consacrazione ad Aquisgrana al maggior distacco dai duchi chiamati al servizio personale del sovrano. Determina un nuovo sistema amministrativo, creando a lato dei duchi una categoria di funzionari, i duchi palatini, e favorendo la creazione di un’ampia feudalietà ecclesiastica meno pericolosa della laica per non essere legata alla persona, e utile soprattutto a richiamare all’ubbidienza della corona le altre gerarchie ecclesiastiche tendenti a dare la precedenza all’autorità e al richiamo del Pontefice.

Alla morte di Ottone I il suo successore è poco più di un fanciullo: aspira la situazione interna della G., si da indurre Lotario II a tentare la conquista dalla Francia. Ottone II riesce a fermare l’invasore, a far migliorare la situazione interna: avrebbe potuto rinnovare, con maggior frutto, l’espansione nelle terre orientali, da cui sempre il suo popolo spererà di ritrarre possibilità maggiori di vita e di potenza, e rafforzare ulteriormente le basi della monarchia. Aveva sposato (ricordo dell’ultima, infelice, campagna italiana di Ottone I e del tentato accordo, che era stato anche il sogno di Carlomagno, con l’Impero bizantino) la greca Teofano e, attratto dall’estremo disegno paterno, riprendeva, con la via dell’Italia, nel 982, anche la fatale marcia verso il sud, contro Greci e Saraceni: sconfitto presso Cotrone, nel luglio del 982, mentre cercava di gettare le basi per la ripresa della lotta e dal Regno tedesco gli giungeva notizia di una nuova invasione slava, moriva a Roma, non ancora trentenne, lasciando il trono al piccolo figlio Ottone affidato alla tutela della madre e dell’ava. Ottone III è attratto nel turbine delle fazioni romane e insieme nell’atmosfera pervasa di mistica attesa di una riforma religiosa per l’avvicinarsi del millennio. Viene a Roma, vi è, dal cugino, assunto alla tiara con il nome di Gregorio V, incoronato imperatore; vi ritorna nel 998 per porre fine alla potenza di Crescenzio, ch’è vinto ed ucciso. Tra le due spedizioni deve fronteggiare gli Slavi sull’Elba, arginare il crescente potere di Arduino, signore d’Ivrea, nella marca torinese, e tenere a bada i principi longobardi dell’Italia meridionale, divisi e riottosi: come, nella difesa dei confini del Regno tedesco, il duca di Polonia, così gli è d’aiuto in Italia il marchese di Tuscia, Ugo. Allievo del dotto vescovo di Reims, Gerberto, da lui creato arcivescovo di Ravenna, s’ispira alla grandezza antica di Roma e alle tradizioni della cultura classica. Frequentemente si parla di renovatio Imperii: l’Imperatore risiede sull’Aventino, riveste di forme fastose il suo mistico sogno di rinnovamento. Fa eleggere, con il nome di Silvestro II, nel 999, Gerberto; trova in lui l’altra voce di cui aveva bisogno, quella spirituale, e la colloca, nel fervore dei suoi divinamenti, allato della voce temporale, che egli interpreta. Aveva esteso, nelle terre orientali, in Polonia e in Ungheria, l’organizzazione ecclesiastica, amico già di Adalberto di Praga e di Bruno di Querfurt, periti martiri della propagazione della Fede; si era assunto un titolo significativo come quello di «servus Jesu Christi» e reso omaggio, ad Aquisgrana, a Carlomagno, curandone la ricognizione della salma, quando bastò una delle violente e perpetue sollevazioni dei Romani, scontenti della mancata distruzione di Tivoli, perché Silvestro ed Ottone venissero espulsi dalla città, base terrena del loro sogno. Anima

5. - ENCICLOPEDIA CATTOLICA. - VI.
fervorosa ed irrequieta, in cui il sangue greco prevaleva sulla soezza germanica, Ottone, pur nella solidarietà e nell’affetto con papa Silvestro, era tratto a negare validità alle donazioni imperiali alla Chiesa. E, contemporaneamente, pensa di ritrarsi dal mondo, eremita, o di slanciarsi, missionario, alla conquista di nuove genti alla Fede, colpito dalla possibilità di un conflitto che la sua coscienza religiosa gli faceva presentire. Ma poi il valore della funzione imperiale, l’attualità dei compiti del potere affondatogli, lo trassero al superamento dell’intima crisi, ed egli volgeva l’animo con maggior fiducia ad una situazione ecclesiastica ristabilita e alla possibilità di perpetuare la dinastia e il trono con nuove nozze bizantine, quando, a vent’anni, cadeva anch’egli (23 genn. 1002), come il padre, vittima di una delle epidemie frequenti nella penisola.

Di un ramo collaterale della casa di Sassonia, il successore, Enrico II, riprende la tradizionale politica di Ottone I, di sviluppo della feudalietà ecclesiastica in contrappeso alla laica. Vi era del resto portato da un sincero zelo religioso, che lo trasse a divenire tra i maggiori benefattori del clero e costruttori di chiese e di abbazie. Profondamente sensibile all’atmosfera di rinnovamento religioso che Oddone e Odilone avevano iniziato a irradiare da Cluny, se ne fa entusiasta assertore. Anche egli è attratto dalla politica italiana; tra le sue spedizioni al di qua delle Alpi, l’ultima lo pone di fronte al primo violento insorgere dell’autonomismo comunale italiano, con la distruzione del Palazzo regio e l’assalto di Pavia. Quando muore, nel 1024, lascia una G. pacificata e risorta dal disordine in cui l’avevano gettata i colpi di testa di Ottone III. L’agricoltura, contro l’atavismo dei barbari di un tempo, si è diffusa a tutto il paese: monasteri e città cooperano nel risveglio economico, di cui sono strumento i grandi fiumi. La lingua nazionale è ormai sorta: ne restano vivi i primi documenti.

Il potere regio passava, con Corrado II, alla casa locale di Franconia, la più vicina per parentela agli Ottoni. Non accetto al clero riformatore, ai grandi della Lorena e della Sassonia, Corrado II si fece fautore delle classi meno privilegiate, mirò a trasferire le basi del potere centrale piuttosto alla folla dei feudatari minori e dei cavalieri, concedendo anche loro l’ereditarietà dei feudi. Il potere centrale avrebbe così cominciato a contare, in ogni ducato, indipendentemente dall’atteggiamento dei grandi feudatari, su propri fedeli. Agitazioni e lotte ai confini, tra Polacchi e Boemi, Danesi, Slavi e Ungheresi, consentivano la ripresa dell’espansione germanica. Di particolare rilievo l’acquisto della Borgogna, alla morte di Rodolfo III. Neppur Corrado peraltro dimentica, con le sue due discese in Italia, l’orientamento verso la penisola.

Su una G. pacificata e concorde, comincia a regnare, nel 1039, il successore, Enrico III: ma sotto di lui, mentre pare che la potenza dell’Impero si presenti come enormemente accresciuta, il riacutizzarsi delle istanze autonomistiche, imperniante sulla rinnovata forza dei duchi, le continue, e non sempre fortunate, guerre ai confini, e l’assurgere, che trae seco le più vaste gelosie, di confinenti e funzionari alle più alte dignità, tutto mostra l’aprirsi di una nuova crisi. La stessa politica religiosa di Enrico, di aperto favore alla Chiesa cluniacense e riformatrice, i suoi interventi romani, avrebbero recato ad un moto intenso di reazione contro il potere tedesco e imperiale, che si sarebbe imperniato sulla questione delle investiture laiche e avrebbe minato il lungo regno del figlio ed erede.

Quando assume personalmente il governo, nel 1065, Enrico IV (v.) ha dinanzi a sé lo spettacolo di uno Stato in aperta e consapevole anarchia, in cui le ribellioni e gli endemici disordini hanno assunto carattere di opposizione feudale. Ma mentre procedeva sulla via del ripristino dell’autorità centrale, la lotta contro le investiture laiche e per il rinnovamento interno della Chiesa, Gregorio VII (v.) alla svolta decisiva, lo fermava bruscamente e lo poneva di fronte all’altro lato del problema dell’Impero: quello romano e italiano, e di fronte altresì alle sempre più vaste ripercussioni che il moto religioso e contrario all’autocrazia tedesca, ispirato da Gregorio VII, accendeva ovunque nella cristianità. La scomunica papale incideva nella situazione di latente

lotta contro il sovrano dei grandi di G. La rincrediva, si da provocare la sua deposizione alla Dieta di Tribur e alla contro-elezione del duca di Svevia, Rodolfo di Rheinfelden. I duchi riprendevano il sopravvento, nel tentativo di risolvere per sempre, come sarebbe stato loro possibile più tardi, il problema dell'elezione imperiale, mutando in elettivo il principio ereditario. Il potere centrale, la monarchia accentrata, rappresentava peraltro un orientamento più moderno, e cioè ispirato al vantaggio delle collettività, rispetto al potere, e all'anarchia feudale. Lo si vide in quello che salvò Enrico IV e, per il momento, il principio ereditario: l'insorgere delle città, delle masse rurali, della nuova aristocrazia dei ministeriali, d'una gran parte dei vescovi, a favore del Re scomunicato e deposto. E alcuni dei grandi si fanno anch'essi ad affiancarlo: tra cui il capostipite degli Hohenstaufen, Federico. A Hohenmölsen (1080) muore, in battaglia, il rivale, Rodolfo, e invano gli si dà un successore in Ermanno di Lussemburgo. I dissensi tra i nemici, la mediazione dei vescovi, la lunghezza stessa delle lotte che avevano diffuso una generale stanchezza, spengono le fiamme della rivolta, consentono la lunga dimora di Enrico IV in Italia, ove dal 1081 al 1084 argina la nascente potenza dei Comuni lombardi, la tiene a bada con concessioni e privilegi, mentre, entrato in Roma, ritiene conclusa la lotta anche personale, che l'aveva a lungo angustiato, con Gregorio VII, con la morte di questi, nell'esilio di Salerno.

Al suo ritorno dall'Italia, dove si era trattenuto dal 1081 al 1084, dovette affrontare la duplice ribellione dei suoi due figli, Corrado (1093), il primogenito, ed Enrico, che, vincitore, avrebbe assunto l'Impero col nome di Enrico V (1105-25). Si aveva, con lui, un riaffermarsi del potere dei grandi: né giovava, all'uscire dalla quasi tutela, l'atto di violenza e di frode con cui Pasquale II (v.), dopo la rinunzia ai beni ecclesiastici di pertinenza imperiale - per la libertà della Chiesa - il privilegium di reintegro nei diritti di investitura, che suonò oltraggio alla secolare lotta per la riforma. Gli oppositori si stringono intorno a Lotario, con il Supplimburgo, divenuto duca di Sassonia, e intorno all'arcivescovo di Magonza, Adalberto. Con Enrico finisce la casa di Franconia dopo aver concluso con l'accordo di Worms (23 sett. 1122) il dissidio tra l'Impero e la Chiesa grazie a un compromesso che salvava il prestigio del Pontefice ma anche quello dell'Imperatore. Venne eletto imperatore, in suo luogo, Lotario di Supplimburgo (1125-37), appartenente al partito filoecclesiastico, grazie al quale poté vincere la coalizione tra i guelfi di Baviera e gli Hohenstaufen ghibellini e compiere la fortunata spedizione contro i Normanni in Puglia. Alla sua morte (1137) sale al trono, in odio al principio dinastico, l'antico rivale dell'Imperatore, Corrado di Hohenstaufen, sotto il quale la lotta tra i due partiti avversi prosegue e rimane in grave eredità al nipote Federico Barbarossa (v.).

Sin dal principio del suo regno, la necessità di stabilire uguali basi al suo potere anche in Italia, contro la potenza ormai del tutto autonoma e crescente del pagnato e il rigoglioso fiorire delle autonomie comunali, traggono l'Imperatore ad un accentuato interessamento per le vicende della penisola. Non che la pace generale indetta potesse assicurare la stabilità della situazione interna della G.: ma ad essa l'Imperatore provvede nell'alternanza tra l'una e l'altra calata in Italia, fidando, specie durante la sua assenza, nell'aiuto dei duchi, cointeressati al suo governo. Enrico il Leone di Baviera, la maggior espressione di questo strappatore feudalesimo germanico, su questa via, realizzò tali vantaggi territoriali e politici, da venir, pur dopo una lunga difesa, abbandonato dall'Imperatore alla gelosia degli altri grandi. La sua condanna recò, con la divisione dei beni, alla scomparsa della maggiore unità ereditaria feudale e lo spezzettamento signorile riprendeva, non più a favore dell'autorità centrale, ma di un inesauribile processo di anarchia, che renderà inane lo sforzo degli imperatori tedeschi nella loro patria e li trarrà ad una conseguente supervalutazione della politica italiana, che, dagli ultimi anni del Barbarossa al regno del figlio, Enrico VI, a quello di Federico II, segnerà l'abbandono della patria tedesca e il passare in secondo ordine dei suoi problemi in

terri, di fronte a quelli universali, suscitati dall'Italia e da Roma. Quando, nel 1190, annegato nel Seel, sulla via di Terra Santa, ove intendeva condurre una nuova crociata, Federico I muore, egli aveva appena superato il tentativo d'una vasta coalizione feudale suscitata contro dall'arcivescovo di Colonia; e quando ormai, per la politica italiana, più che alla distruzione di Milano e alla sottomissione di altre città lombarde, toscane ed emiliane, il suo ricordo doveva andare alla rotta di Legnano, alle paci di Venezia e di Costanza che avevano segnato l'affermazione vittoriosa dei Comuni, alleati del papato. E, pure, tra le difficoltà della situazione interna germanica e di quella italiana, proprio sul finire della sua vita, il grande Imperatore aveva, con lungimirante valutazione politica, unito in matrimonio il figlio Enrico con l'erede del Regno normanno dell'Italia meridionale, Costanza d'Altavilla.

Enrico VI si trova, sul principio, a dover combattere su due fronti: per la ricomparsa sulla scena di Enrico il Leone, in G., e per l'opporsi d'un partito nazionale alla sua assunzione della corona di Sicilia. Ad entrambi i fronti prendono parte, e interesse, le potenze maggiori della cristianità: la Chiesa, l'Inghilterra, la Danimarca. La neutralità francese, nata dall'odio tra Riccardo Cuor di Leone e Filippo Augusto, e la straordinaria fortuna della cattura del primo, reduce dalla Crociata, salva Enrico VI. Alla morte dell'ostinato rivale Enrico il Leone, l'Imperatore può forzar la mano ai principi elettori, alla Dieta di Würzburg, per ottenere il consenso all'eredità della corona: ma le successive opposizioni lo determinano a provocare invece l'elezione, alla Dieta di Francia, delle figlie, Federico, notati nel 1194. Poi, mentre volge l'animo, sanguinosamente sedata la ribellione siciliana e pugliese, a vasti piani d'espansione in Oriente, Enrico muore in Sicilia nel 1197.

Ancora una volta è un consiglio di tutela (per brevi mesi, la madre; poi, per il testamento materno, il pontefice Innocenzo III, ma in pratica i turbolenti feudatari di corte ed il subdolo vescovo di Troia, Gualtiero di Palear), che assume il controllo della difficile situazione. Ma questo, in Italia. Per la G. si ha l'elezione a re, patrocinata dagli stessi fautori degli Hohenstaufen, di Filippo di Svevia e il riaprirsi della lotta con i guelfi ed il loro candidato, Ottone di Brunswick, figlio di Enrico il Leone, alleato dell'Inghilterra. È il momento in cui nella Lorena s'intrecciano i contrastanti interessi della Francia e dell'Inghilterra, ambedue tendenti a inserirsi, per tal via, nella vicenda interna della G. Innocenzo III, animato dalla volontà di dividere, per un equilibrio che non fosse d'ostacolo alla potenza della Chiesa, il Regno di Sicilia dall'Impero, interviene a favore del contendente guelfo: ma ciò reca al coalizzarsi, sulla base di un solidarismo ch'è nuovo alla storia tedesca, dei grandi di G., e dello stesso episcopato. Ottone IV era già posto in una difficile condizione dalla gravità della sconfitta subita a Wassenburg nel 1206, quando, a breve distanza, l'assassinio di Filippo di Svevia recò, nella universale stanchezza, al riconoscimento del primo, che nel 1209 assumeva in Roma anche la dignità imperiale. Ma questo faceva sì che il Pontefice, a pericolo vicino preferendo pericolo lontano, assumesse la difesa degli interessi del piccolo Federico, facendo risolvere le forze degli Hohenstaufen anche in G. E, sul finire del 1212, Federico II era eletto re di G. A Bouvines, due anni dopo, scontratosi con Filippo Augusto, Federico II (v.), Ottone IV era vinto e scompariva dalla scena. Più che il giovane sovrano assente, e presto affatto assorbito dalle lotte italiane, la situazione determinata in G. veniva a favorire l'innterrotto processo di disgregamento dell'autorità centrale, ad agevolare sempre meglio la formazione delle grandi signorie territoriali.

Attratto dal suo bel Regno di Sicilia, e dai miraggi orientali, ripresi dal padre e dagli avi materni, i Normanni, Federico II persegue il suo sogno immane di un impero universale, partente dall'Italia e da Roma, rinnovatore della legislazione, della cultura, dell'ordinamento stesso dello Stato, che con lui vive la sua prima ora di modernità. In G., dopo essersi sorretto sul potere dei principi laici ed ecclesiastici, nel 1229, Federico affidava il governo al figlio Enrico. Ma, alla sua volta, l'Imperatore doveva

trovarsi di fronte al ribelle atteggiamento del figlio. Sette anni furono necessari perché l'edercito troncasse il movimento sedizioso e rimediassù, anche con le nozze con Isabella, sorella del Re d'Inghilterra, alla situazione creatagli dall'imprudente giovinetto. La serie delle folgori papali, che coglie l'Imperatore, non ebbe gli effetti che aveva avuto al tempo di Enrico IV: l'alto clero rimase favorevole, i minori Regni contermini ritornarono sotto l'autorità imperiale. La minaccia mongolica si aggravava improvvisamente sulla G.; anche quando svanì, per il suo mancato intervento, Federico II usciva sminuito nella stima dei sudditi. La violenza della lotta con il papato riceve d'altra parte temibili fratture nella fedeltà dei grandi feudatari.

Sul finire della sua non lunga vita, anche la situazione in G. si aggirava per Federico: la sempre maggiore asprezza dell'urto con il papato si ripercuote sulla fedeltà dell'alto clero. Serpeggia tra esso un moto di rivolta, che si estende ben presto ai grandi feudatari laici: dichiarato deposito Federico II al Concilio di Lione, il largavio di Turingia, Enrico Raspe, uno dei favoriti dell'Imperatore, e eletto antirè. Ancora una volta, le città maggiori tengono testa tuttavia ai principi in favore della monarchia. La lotta quindi pendeva incerta allorché la morte ghermiva l'Imperatore a Castelfiorentino, al margine della sua Puglia piana, il 13 dic. 1250.

L'improvvisa fine del grande Imperatore si ripercuoteva nella lunga anarchia del cosiddetto grande interregno. Allora è peraltro che le città assumono direttamente la tutela dei comuni interessi. Prima si forma una lega tra città renane, poi un'altra tra città vestifaliche: l'appoggio viene loro dallo stattholder d'Olanda, Guglielmo. La morte di questo pone per allora fine allo sviluppo federale.

Nel 1273 Rodolfo, conte d'Asburgo, veniva scelto dai principi elettori a re di G.: energico nella politica interna ma finanziariamente debole per la sempre maggiore autonomia dei principi, neppure a lui riusciva di ottenere il passaggio ereditario del trono al figlio, Alberto. La corona passò, invece, ad Adolfo conte di Nassau, morto il quale in battaglia ed ucciso Alberto, gli veniva sostituito Enrico VII, conte di Lussemburgo, il quale, assicurata, con il matrimonio del figlio Giovanni, stabilità alla Germania e una influenza certa sulla Boemia, rivolgeva le sue cure all'Italia. Il Veltro, che Dante attendeva, chiudeva tuttavia infruttuosamente, per scarsezza di forze e contrarietà di eventi, la sua discesa nella penisola, morendo a Buonconvento nel 1313. Ludovico il Bavaro, che gli successe in contrasto con Federico d'Austria, con il suo fallito tentativo di asservire l'autorità della Chiesa, allora governata da Giovanni XXII, faceva sì, con la sua discesa in Italia e le sue lotte romane, da indurre al fine i principi tedeschi a prendere nelle loro mani il diritto esclusivo di disporre del potere regio e imperiale (1338). Diciotto anni dopo, nel 1356, un altro sovrano, Carlo IV (v.), con la emanazione della «bolla d'oro» recava all'ultima conseguenza quella volontà: ma per giungere a Carlo IV e al suo gesto risolutivo sarebbe occorso lo sviluppo di un movimento nazionale nella G., forse il primo, in cui si scontavano le conseguenze dell'impacciato e fragile tentativo italiano di Ludovico il Bavaro e la sua funesta ripercussione d'oltralpi, nel malcontento dei principi. Da quel malcontento, ed a seguito della morte di Ludovico, otteneva la corona il figlio di Giovanni di Lussemburgo e nipote di Enrico IV, l'esponente cioè del ramo boemo della famiglia, Carlo IV. Il S. Romano Impero potenzialmente finiva, e gli si sostituiva un Impero esclusivamente germanico.

La potenza dei principi elettori non ha ormai alcun limite: il re, e l'imperatore designato, non è più che una emanazione, il loro rappresentante. Nasceva, dietro il livellarsi del superbo concetto imperiale alla realtà della vita, la nazione, lo Stato: era, del resto, un riconoscere, anche in G., ed abbandonando le suggestioni ormai prive di significato del nome imperiale, la situazione divenuta comune delle monarchie nazionali, affermatasi in Inghilterra, in Francia, in Spagna e nelle stesse terre orientali civilizzate dalla G.

Ora sì che Carlo IV poteva riuscire là dove i suoi predecessori avevano lungamente mirato: nella trasmissione del

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(per cortesia del Prof. V. MARONITI)
Germania - Federico II, imperatore, Miniatura del cod. Vat. Chig. L. VIII, z96, f. 36^{°} (sec. XIV) contenente le Cronache del Villani - Biblioteca Vaticana.

trono al primogenito, Venceslao. Ma il regno di questo non trascorse meno per ciò tra le aspre contese di feudatari e di città, strette a volte in leghe, con il continuo intervento dei Cantoni svizzeri e dei principi maggiori. L'autorità imperiale si era svuotata trasformandosi.

Quella che urge, in tutto il corpo dell'Impero, è una crisi ormai non soltanto costituzionale, ma generale, politica, religiosa, economica: crisi di civiltà ormai giunta a completa maturazione più ad opera dei centri cittadini che di una capacità intrinseca rappresentata dall'istituto imperiale. Si riverberano in G. antefatti e conseguenze dello scisma d'Occidente, in cui, come nel lungo processo di tentativi di riforma interna della Chiesa lungo il XV sec., è da vedersi il maggior antefatto della riforma protestante. Sarà essa, recando alla storia masse fino allora inascoltate e inesaudite, spezzando il vincolo religioso con Roma, che era stato quello su cui si era imperniata la prima diffusione della civiltà in G., e, poi, il secolare urto tra Impero e papato, dando alfine quell'avvio di nazione e di Stato nazionale, fino allora mancato, a segnare la svolta decisiva della storia tedesca. I motivi politici prevarranno sugli iniziali, religiosi; sarà come un'ultima conseguenza della acerba lotta per le investiture a determinare, nei principi, la volontà del distacco da Roma, accogliendo l'occasione della crisi morale del papato, e del suo dibattersi, nel pagano rifiorire della vita del Rinascimento, tra simonia e corruzione, problemi contingenti e morali, principi di democrazia conciliarista e tradizionale accentramento romano.

Nel 1438 Alberto II d'Absburgo, genero di Sigismondo, poteva riunire sotto di sé G., Boemia, Ungheria: i possessi ereditari degli Absburgo e dei Lussemburgo. Ma era appena salito sul trono che cadeva, sulla Raab, tentando di ostacolare l'invasione turca dell'Ungheria. Federico III gli succede, e la sua scelta contribuisce ad affermare il principio ereditario a favore degli Absburgo, mentre l'asse dell'Impero si sposta verso le regioni dell'Europa danubiana. Ma la dappocagione del nuovo sovrano, il suo rimanere estraneo ai problemi e agli interessi della G., non favorisce certo l'acquisto di una salda base

mentre l'autorità dell'Impero raggiunge il suo livello più basso, trova in un antico agostiniano, Lutero (v.), il suo massimo protagonista. Attorno a lui si forma quella lega di principi e di città, che l'Impero non aveva saputo porre su salde basi. Il diritto di decidere dei suoi destini politici e religiosi dato alla nazione nel suo complesso fermentava vantaggiosamente stringendo in fascio le energie della G. fin lì rappresentata dal discorde insorgere di sempre nuovi Stati principeschi. D'altra parte, le tendenze sociali, per il loro impulso anarchico, trovarono nello stesso Lutero, alleato dei principi, l'elemento raffrenatore, che le avrebbe brutalmente spezzate. Ne perse la genuinità e l'efficacia della nuova fede, ma ne acquistò la coscienza nazionale e lo Stato in formazione. Si va, dapprima, verso lo schieramento di principi e città in due leghe: protestante e cattolica. L'unità, irraggiunta ad Augusta (1530), esce consacrata a Smalcalda, l'anno successivo, dalla lega difensiva protestante. E il Concilio che finalmente si aprirà nel 1545 Trento (v.), nonostante ogni sforzo ad opera di Carlo V e del papato, sarà parziale: i protestanti ne saranno assenti. Già prima, Carlo V aveva reali-sticamente ammesso l'esistenza del nuovo ordine: le lotte religiose, in cui emergono le figure del lan-gravio d'Assia, Filippo, di Maurizio di Sassonia, dell'altro sassone, l'elettore Giovanni Federico, ter-minano, nella loro prima fase, con l'affermazione im-periale e cattolica: ma mentre il lungo Concilio Tridentino si svolge i principi protestanti stringono le loro file ed hanno alla lunga ragione d'ogni resi-stenza. Con la pace di Augusta (1555), i principi protestanti tedeschi realizzano le loro aspirazioni di autonomia politica e religiosa. E la fine del secolo ne vede l'ulteriore rafforzamento: anche se, d'altra parte, la Controriforma reca un consolidamento nel campo cattolico. Il seguire gli Abburgo la parte cattolica li trae ad un sempre maggiore svuotamento della loro importanza per la G. Tra le continue oscillanze, le dissensioni, i cambiamenti di fronte, si giunge al secondo, decisivo momento per la Riforma: la Guerra dei Trent'anni e la pace di Vestfalia (1648) che doveva rappresentare la conclusione, insieme, della rivoluzione religiosa e il sistemarsi del moto di evoluzione politica entro l'alveo stesso degli Stati territoriali. La spinta parte ora dai principi protestanti contermini, come Gustavo Adolfo di Svezia. Il Baltico diviene mare protestante. Preceduta da una serie di paci separate, la pace generale di Münster e di Osnabrück del 24 ott. 1648 poneva fine alla lunga guerra, confermando l'autonomia degli Stati, la loro sovranità, nella relativa sfera territoriale, assoluta; segnava un compromesso e, alfine, la coesistenza delle due fedi, in base ad un principio di tolleranza, peraltro non ovunque e sempre rispettato. Tra i principi protestanti, uno usciva dalla guerra e dalla pace consolidato nei già ampi domini, animato a maggiori aspirazioni e conquiste: il «grande lettore», Federico Guglielmo di Brandeburgo. Da allora, la Prussia avrebbe teso ad assumere, in contrapposto alla Baviera restata cattolica, un ruolo di primaria importanza nella politica tedesca. Il S. Romano Impero, anche ormai da tempo soltanto germanico, rimarrà ancora, per un secolo e mezzo, nome vano senza soggetto: erediario dei sovrani di casa d'Austria, esso non rappresenterà più se non un ricordo del passato per i principi ed i popoli nuovi della G.

IV. IL PREDOMINIO PRUSSIANO

Già nei primi decenni del Settecento, è evidente l'aprirsi la via

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(per cortesia del dott. B. Degenhart)
Germania - Monumento di Federico Guglielmo (1620-88), elettore di Brandeburgo, di A. Schlüter (1698) - Berlino.

verso il predominio, in G., degli Hohenzollern, della Prussia. Quello che non era riuscito agli Asburg, e già prima alla casa di Baviera, riesce invece a quest'altro casato, ugualmente eccentrico, rispetto ai paesi che erano stati la prima culla dell'Impero germanico medievale. Quello che consacra l'assumer nuovo ruolo della Prussia è la Guerra dei Sette anni, già prima, il suo immediato antefatto: la guerra per la successione austriaca. Con Federico Guglielmo I, nell'organizzazione di un esercito permanente e con il costituirsi di autorità provinciali, dipendenti dal sovrano, erano state gettate le basi della potenza prussiana. Il figlio, Federico II, guerriero e sagace politico, darà spicco e volo alla politica dell'ancor piccola Prussia, la porterà, dopo averla tratta ad una parità con l'Austria, che sarebbe stata fino a poco prima inseparabile, ad un ruolo di potenza europea. La guerra di successione polacca consacrerà questo ruolo.

La Rivoluzione Francese ha dapprima un'influenza assai relativa sui paesi tedeschi: essi si trovano a far parte delle coalizioni europee contro la Francia, ma la parte che prendono non è certo vigorosa. Intanto, per il prevalere dell'orientamento liberale-romantico, le idee nuove sono più forti delle armi: ma il fermento rivoluzionario opera in G. in un secondo momento soprattutto in funzione patriottica e nazionale, diversamente che in Italia, conducendo alla lotta contro il predominio napoleonico. Di fronte alla aggressività massa di problemi che la G. si trova a dover sostenere e risolvere tra la Rivoluzione Francese e l'Impero napoleonico, la mancanza di un assetto nazionale unitario si fa più sentita e più grave che mai. Gli stessi pensatori ed araldi della libertà, dal Fichte allo Hegel, riflettono nella loro opera l'aspirazione unitaria: a questo movimento di spiriti sarà dovuta l'ultima evoluzione del problema interno tedesco: dalla G., espressione storica e geografica, alla G., Stato nazionale ed Impero, attraverso il predominio della Prussia e il suo partecipare alla Confederazione germanica.

Napoleone, con il suo deciso intervento nella struttura della G., facilitò il consolidarsi di questa in grandi complessi territoriali. La campagna napoleonica, che culmina nelle giornate di Jena, Eylau, Friedland, del 1806-1807, sarà per intanto tutto un seguito di sconfitte: ma servirà a rassodare nella casta militare prussiana il senso fiero della rappresentanza assunta di tutta la G., che manterrà poi nei decenni successivi, e costituirà già allora il massimo impulso a contribuire di forza alla caduta di Napoleone. Può dirsi difatti che la nuova G. esca dalla battaglia delle nazioni (Lipsia, 8 ott. 1813) e da Waterloo, dallo sforzo militare del Blücher, con cui la tradizione militare di Federico il Grande continuava, per collegarsi poi al Moltke e al Bismarck, i creatori del nuovo Impero germanico. La Prussia esce dalla guerra di coalizione e si presenta al Congresso di Vienna come la vincitrice morale, non solo di Napoleone, ma degli stessi paesi della Confederazione renana, che erano stati lungamente, contro di lei, i beneficiari dell'Imperatore. Gli Stati tedeschi, che ragioni di equilibrio europeo lasciano in vita anche dopo il Congresso, sono, oltre la Prussia, la Baviera, accresciuta del Palatinato, l'Hannover, la Sassonia, l'Assia, granducati di Oldenburg, Weimar, Mecklenburgo, Lussemburgo, Würtenberg, Baden. Dell'antica lega anseatica, i centri maggiori (Amburgo, Brema, Lubecca) sono rimasti città libere, e così Francoforte sul Meno. Immediata conseguenza della situazione determinata dal tracollo napoleonico e dai risultati di Vienna, si giunge, l'8 giugno 1815, al costituirsi d'un Bund, o Confederazione, in cui sono rappresentati tutti gli Stati tedeschi, e gli Stati altresi da cui dipendono territori tedeschi: v'entrano a far parte con la Prussia, e con gli altri minori Stati tedeschi, l'Austria, l'Inghilterra (per l'unirsi delle due corone di Gran Bretagna e Irlanda e d'Hannover), la Danimarca per i ducati d'Holstein e Lauenburg, l'Olanda per il Lussemburgo. Per allora, una certa priorità è assunta dall'Austria, che pure ha rinunciato al titolo del Sacro

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GERRMANIA - Ritratto di Federico Guglielmo III di Prussia (1770-1840) - Roma, Museo del Risorgimento.

Romano Impero. Il loro esempio non è seguito dalla Sassonia, ancora feudale, e dalla Prussia, per l'assoluto-simo del suo re, Federico Guglielmo III. Peraltro l'esercito prussiano, la politica economica e l'unità doganale prussiana costituiscono le basi più concrete per l'attuazione, non democratica, ma di forza, dell'unità germanica grazie allo Zollverein del 1834, alla rivoluzione del 1848, alla costituzione dell'Impero. Le due tendenze: assolutista, rappresentata da Federico Guglielmo IV, e riformista, si scontrano e dall'urto nasce l'Assemblea costituente di Francoforte, con il compito di creare costituzionalmente l'unità germanica. Ma non per questo cessano i contrasti tra Prussia e Austria, tra principi nordici e meridionali, tra Berlino e Francoforte, sicché a un certo momento la Prussia oppone alla Costituente germanica una Costituente prussiana autonoma, concepita abilmente come un primo passo verso una costituzione imperiale, ma che incontra l'opposizione decisa dell'Austria.

L'avvio unitario della G. ha ancora bisogno di una esperienza negativa; mentre la posizione conservatrice-reazionaria, assunta dal principe reggente, Guglielmo, lascia la Prussia scontenta ed amareggiata. L'amarezza e lo scontento, diffusi a tutta la G., determinano il rinnovato tentativo unitario del Deutsches Nazionalverein. Si vuole un governo centrale della G.: l'orientamento verso la Prussia diventa generale; l'attesa che il maggior Stato compia il miracolo dell'unificazione diventa assillante, come in Italia dal 1848. Il principe Guglielmo ritorna sui suoi passi, un'era liberale sembra aprirsi, con un gabinetto costituzionale e una Camera rappresentativa. Tra la Prussia e l'Austria sono ora gli Stati minori a interferire, per la volontà di rappresentare un potere a sé, una terza forza. Ma tra governo e Parlamento si apre un aspro dissidio, a proposito della formazione di un esercito nazionale. Nel 1861 Guglielmo I succede alfine a Federico Guglielmo, dopo la sua lunga malattia, e i partiti politici prendono rapida consistenza. La vicenda parlamentare, ed il riflesso della politica generale europea, recano al rafforzamento del partito e delle correnti progressiste. Gli anni immediatamente successivi vedono l'attenuarsi dei principali ostacoli frapposti all'ulteriore moto di evoluzione: il legittimismo e il conservatorismo del Re, rispettoso delle altrui prerogative sovrane, è superato, per merito del cancelliere, Ottone di Bismarck, da una vi-

sione nazionale ed unitaria; la resistenza tenace degli altri principi ha il suo limite nel loro progressivo indebolimento; la lunga opposizione dell'Austria, rivelatasi nella sua vera luce di freddo e calcolato egoismo, confusa contro di sé il sentimento nazionale germanico. La politica del Bismarck convince, scardina le posizioni altrui, è conservatrice, ma si avvale delle forze rivoluzionarie in atto, per quello che è lo scopo della sua vita. Piega per questo tutte le forze interne che si oppongono al suo vasto disegno; nella politica estera, egli mira a fare il vuoto intorno all'Austria; sfrutta ai due fini, interno ed esterno, l'occasione che gli è porta dal riaprirsi della questione dello Schleswig-Holstein (1863-64). Contro l'incorporazione dei due ducati nella Danimarca, alla morte del re Federico VII, il Bismarck, assunta la difesa delle ragioni germaniche, ha la sua prima vittoria, obbligando le potenze al non-intervento e costringendo il nuovo re danese, Cristiano IX, in una rapidissima campagna, a riconoscere l'autonomia e la pertinenza tedesca dei ducati; e consegue ciò, vittoria diplomatica non meno notevole, con il pieno appoggio dell'Austria. La rivalità scoppia, come era da prevedersi, al termine della guerra e l'agitazione si estende ai ducati, vogliono di trovare una sistemazione nel quadro di una G. quanto alieni dall'ingresso, sic et imo pliciter, nello Stato prussiano. È in questo momento che, nell'invietabilità ormai d'un diretto scontro con l'Austria, il Bismarck pensa, ed attua, quell'alleanza con l'Italia, che gliene consente l'attuazione a non lunga scadenza. Se anche la volontà di Napoleone III di volgere ai suoi fini l'attrito decide il Bismarck, soprattutto assertore di un principio di solidarietà pangermanica, come l'atteggiamento successivo alla sconfitta austriaca avrebbe ancora meglio chiarito, all'accordo di Gastein (14 ag. 1865), la guerra è soltanto rinviata, a meglio prepararla. Già al principio del nuovo anno, i rapporti si rifanno tesi: l'alleanza con l'Italia è stretta, la macchina militare posta a punto. Ed è ad essa che spetta il merito della rivoluzione, risolto negativamente le intese per un congresso europeo avviato da Napoleone III, nella estate del 1866 conduce alla grande battaglia di Sadowa, sotto la guida del von Moltke. Alle rinnovate ingerenze francesi il Bismarck affretta la conclusione, con i premiari di Nikolbourg, di una pace intesa ad assicurare il predominio prussiano in G., ma a lasciare in piedi la potenza absburgica, per l'equilibrio dell'Europa centrorientale. Le pretese francesi sulla G. meridionale e sulla Renania costituiscono, intanto, nelle abili mani del Bismarck, la carta decisiva per l'adesione degli Stati tedeschi alla sua politica di unità, e per tendere, appunto, in armonia con quegli Stati, all'ulteriore passo decisivo verso i rinnovarsi, ai danni della Francia, di un Impero tedesco. Per questo, è anche necessario il colpo di scena, fornito dalle elezioni del 1867, dello spostarsi della maggioranza parlamentare dei progressisti ai conservatori, fautori di una politica di potenza. Nell'anno stesso, lo stabilirsi di un nuovo Zollverein raggruppa alfine tutti gli Stati tedeschi.

V. L'IMPERO GERMANICO

Chiara nella mente del Bismarck e del suo Re all'atto stesso dell'armistizio, e forse della guerra, con l'Austria, la necessità di una nuova guerra, intesa come saldatrice dell'unità nazionale, contro la Francia di Napoleone III (impossibile la coesistenza di quattro Imperi nell'Europa continentale, anche dopo l'umiliazione austriaca e tra il sempre maggiore isolamento europeo e interesse asiatico della Russia). L'occasione non si fa aspettare: è la candidatura del principe di Hohenzollern, Leopoldo, al trono spagnolo, cui Napoleone III, sparenzoso di più favorevole soluzione, ovviamente ripugna. Condotte con estrema risolutezza (si è detto: cinismo) dal Bismarck, le soluzioni diplomatiche si urtano contro una volontà determinata e palese, cui corrisponde, da parte opposta, un'altrettanto palese inabilità (rinuncia prussiana, irrigidimento francese richiedente l'impegno «anche per il futuro», dispaccio d'Emis). La divulgazione del rifiuto di re Guglielmo di ricevere ulteriormente l'ambasciatore francese, Benedetti, accertamente disposta dal Bismarck, suonando offesa per la Francia, rende impossibile ormai ogni ripresa di trattative. È la guerra. Ed essa si rivela, dal principio, disastrosa per la Francia (battaglia di Sédan, prigionia di Napoleone III, resa di Metz). Tentata invano una crociera resistenza sotto le mura di Parigi, la Repubblica, succeduta al secondo Impero, è costretta alla pace (armistizio del 28 genn. 1871; pace di Francoforte, del 10 maggio). Alsazia e Lorena passano alla G., che, composta finalmente a unità dalla vittoria e consacrata questa, nel Salone degli Specchi di Versailles, dall'assunzione, da parte del kaiser Guglielmo I, della corona imperiale, può dalla formula transitoria dell'annessione degli Stati meridionali nella Confederazione del nord, passare ora ad una salda costituzione imperiale. Era peraltro, ancor più palese che non per il Piemonte e l'Italia, come un ampliamento dello Stato prussiano: per la G. avrebbe lasciato una ricca eredità di problemi costituzionali, economici, religiosi, mentre l'annessione di terre anche etnicamente diverse (e di gruppi nazionali polacchi, boemi, danesi) sarebbe riuscita fomite di situazioni difficili per il futuro.

Dalla metà del secolo, intanto, la G. si era portata assai avanti nello sviluppo economico: la trasformazione industriale vi aveva operato su un terreno particolarmente agevole, come in Inghilterra. L'unità raggiunta agirà come un ulteriore elemento proponibile, anche nel campo coloniale, in cui pure con tanto ritardo, rispetto alle nazioni occidentali, la G. si affacerebbe. Ma la posizione del Bismarck si fa più difficile nel consolidamento proprio dell'unità: anche ridotti gli Stati preesistenti a un'intelaiatura per il predominio prussiano, i partiti si agitano e il pugno di ferro del Cancelliere, che continua a basarsi sull'elemento conservatore, con un'abile utilizzazione delle forze liberali, si scontra nella resistenza soprattutto del clero. Dietro ad esso si forma, dal 1870, il partito del Centro, che assume rapida consistenza.

A rendere autonomi i cattolici tedeschi da Roma e a creare una Chiesa cattolica nazionale, Bismarck scatena la campagna, spesso violenta, del Kulturkampf, risolto negativamente, e, in ultima analisi, a vantaggio del Centro. Solo apparentemente raggiunge maggior effetto l'azione repressiva contro le nuove tendenze socializzanti, manifestatei visi-sime nella patria di Marx e di Engels: in realtà, il Bismarck vi riesce solo concedendo quelle leggi di difesa sociale, che l'opinione pubblica richiedeva e che pongono la Germania in primo piano in tale settore. Nella politica estera, allo scopo di garantire gli ingrandimenti territoriali raggiunti, e di parare ogni possibile rinnovata minaccia sul Reno, il Cancelliere determina l'accostamento alla Russia e il ritorno alla collaborazione con l'Impero austro-ungarico, si fa perno al continuo profilarsi d'uno scontro armato tra queste due potenze motivato dal pan-slavismo nelle regioni slave della monarchia danubiana (questione della Bosnia-Erzegovina, ecc.). È il blocco degli Stati conservatori che il Bismarck si sforza di mantenere contro l'Occidente voglioso di novità e perturbante. In questo quadro, e nel tentativo di creare un diverso agli attriti austro-russi, è da vedersi l'attività spesa dal Bismarck per la costituzione della Tríplice Alleanza, con Austria ed Italia. Son le basi di un trentennio di politica internazionale, utili, ben più che ad aspirazioni ideali, al

progresso economico e tecnico. Era fin troppo evidente che la Triplice aveva il suo limite nell'assumer rilievo delle aspirazioni irredentistiche degli italiani ancor avulsi dalla madre patria e nel porre fine agli attriti coloniali italo-francesi, che il Bismarck aveva, dal Congresso di Berlino, sapientemente acuiti; nel prender consistenza del panslavismo e delle altre forze croise dell'Impero absburgico; nella ripresa del nazionalismo francese, esacerbato dalla perdita dell'Alsazia e Lorena. E ancora v'è, al di fuori, un elemento che non si rassegna a un'esclusione dalla politica continentale: l'Inghilterra, con la sua grande potenza transmarina. Tutto ciò passa dinanzi agli occhi dei negoziatori, ad ogni rinnovazione della Triplice. E la mancata garanzia di un patto bilaterale russo-germano, nel 1896, suona come un ulteriore campanello d'allarme per la politica del Cancelliere. Che è, poco dopo l'assunzione del trono da parte di Guglielmo II, già dunque dal 1889, posto dinanzi a un generale mutarsi degli orientamenti politici. L'urto personale con Guglielmo, incapace di adattamento e di prudenza, insofferente di controlli, ma tendente a una sua politica d'intemperanza e di colpi di testa, costringe il vecchio ministro al ritiro (1893).

Contro la politica delle alleanze e delle contro-assicurazioni comincia ora una politica d'isolamento, che sarà nefasta per l'Impero. Bismarck è appena fuori della vita pubblica che l'ostilità russa verso l'Austria si riflette sulla sua alleata, la G.: essa si viene a trovare tra due fronti, per la sempre maggiore inimicizia francese. La questione del Levante (la ferrovia di Bagdad) accorrisce, d'altra parte, un già potenziale dissidio anglo-germanico, tra due potenze entrambe tendenti alla talassocrazia, ma in cui l'una, assai più intinta di spiriti liberali, è tratta su posizioni nettamente difensive della sua tanto più antica espansione coloniale e mercantile. Già gli ultimi anni del secolo vedono la corsa tedesca agli armamenti (von Tirt-pitz, grandi costruzioni navali); agli insistenti moniti britannici il cancelliere Bülow oppone una politica di cecità, che la crisi marocchina, conclusa dalla Conferenza di Algesiras, il suo riaprirsi e l'ormai accentuata diffidenza, non solo francese, ma italiana, chiaramente rivela. Si forma, tra non poche simpatie nella penisola, la Triplice Intesa (Russia, Francia, Inghilterra), che assume, non ostante il tentativo d'una distensione, da parte del nuovo cancelliere Bethmann-Hollweg, atteggiamento minaccioso verso le potenze centrali. Non vale, a fermare la fatale via della guerra, la maggioranza conquistata nel Reichstag da liberali e social-democratici. E l'ultimo atto del dramma dell'isolamento tedesco matura, con il definitivo sganciamento italiano dalla Triplice. All'attentato di Serajevo ed all'ultimatum alla Serbia segue, rapida, la conflagrazione mondiale.

VI. LA REPUBBLICA DI WEIMAR E IL TERZO REICH

Cinque anni di guerra prostrato, più che l'esercito, le resistenze interne della G. Il crollo dell'autorità personale dell'Imperatore, la sua abdicazione, l'assunzione al potere da parte del socialdemocratico Ebert, segnano le tappe estreme della disfatta. Per la firma dell'armistizio (11 nov. 1918) si forma un governo provvisorio. Per la prima volta nella storia tedesca una rivoluzione democratica, mentre si sottoscrive la pace di Versaglia, assume il potere. Dalle elezioni del 16 genn. 1919 e dall'Assemblea costituente di Weimar nasce la Repubblica che ne avrà il nome. È uno Stato debole, che ha dietro di sè il terribile retaggio della sconfitta ed è insidiato dai gruppi rivoluzionari: ma, nella sua mirabile compattezza, la G. non si disgrega e anzi il nuovo regime assume, con gli anni, maggior forza. Proprio dalle durissime condizioni del trattato di pace (ripariazioni, occupazione della Ruhr, disarmo totale) e dalla intransigenza degli alleati doveva prendere consistenza il sogno, allora, la realtà, poi, della ripresa tedesca. Per un decennio, nella gravissima crisi del dopoguerra, la socialdemocrazia (animata da uomini di primo piano, come il Weber) può reggere le sorti del paese. Ma, dopo che il trattato di Losanna (7 luglio 1932) ha posto fine alla lunga questione delle riparazioni, contro la politica di stretta osservanza democratica, ma di non grande lungimiranza, legata al patto di Locarno e al nome di Gustavo Stresemann, le correnti nazionalistiche e di destra puntano decisamente alla riscossa, sotto la guida del vincitore dei laghi Masuriani, Hindenburg. Sfruttandone il sentimento juncker, l'ortodossia prussiana e il naturale militarismo, un austriaco solo all'ultimo istante naturalizzato tedesco, Adolfo Hitler, riesce a gettare le basi - sullo sgretolamento del regime di Weimar e sulla debole difesa degli istituti democratici ad opera dei gabinetti Brüning e von Papen - di uno Stato, fondato sull'assumere egli stesso le due cariche, di Presidente e Cancelliere (appena apertasi la successione all'estinto Hindenburg), sulla forza di quelle milizie ausiliarie ch'erano state il surrogato del-l'esercito disciolto e su quella, latente in tutto il paese, d'una rinnovata potenza militare e politica. Le elezioni del 1932 (in particolare le seconde, del 6 nov.) danno la maggioranza al partito degli ex-combattenti e della borghesia di destra: il nazional-socialismo. E il regime personale di Hitler comincia, con il suo culto della forza bruta, il suo neo-paganesimo, il suo retaggio ultimo-romantico e spegneriano, e, presto, con i colpi di mano contro le superstiti misure alleate di garanzia della vittoria (mililitarizzazione della Ruhr, riannessione della Sarre) e le persecuzioni contro gli ebrei ed i cattolici, lo scioglimento e le deportazioni di comunisti (accusati dell'incendio del Reichstag) e socialdemocratici. Da allora, spente nel sangue tendenze e ambizioni nell'ambito dello stesso partito (putsch di fine giugno 1934), dato il massimo rilievo alle formazioni Schutzstaffeln (S. S. = Staffette di protezione), nei confronti delle S. A. (Schutz-Abteilungen), creato il Fronte del lavoro (Arbeitsfront), unificata l'economia sotto il controllo di un abile finanziere, H. Schacht, data la massima autorità alla polizia segreta, Hitler percorre, in stretta intesa con i suoi collaboratori maggiori (Goering, Goebbels, Himmler, ecc.), tutte le tappe del più sfrenato accentramento del potere che la storia ricorda. Appena rafforzato all'interno, d'altra parte, il regime nazionalsocialista, puntando sulla scarsa energia e consistenza militare delle nazioni democratiche e sui problemi interni della Russia, iniziava la serie di aggressioni internazionali che, tra il proseguirsi della preparazione militare, dovevano porre l'Europa di fronte al fatto compiuto, ma anche di fronte al punto interrogativo della sussistenza stessa della democrazia. Concepite come necessaria integrazione del territorio della patria comune, prima l'annessione dell'Austria (marzo 1938), poi quella della Cecoslovacchia (marzo 1939), sulla linea dei precedenti attentati al regime di sicurezza collettiva della Società delle Nazioni (da cui la G. si era ritirata) e della sovranità di paesi liberi, furono compiute con premeditato cinismo e con sanguinosa ferocia. Venivano meno, fin dal tentativo di accordo di Monaco (29-30 sett. 1938), a mezzo la crisi cecoslovacca, tutte le possibilità diplomatiche, poste in opera dalle potenze occidentali, di evitare, attraverso nuove aggressioni, il rinnovarsi di una con-

flagrazione. Base ideologica, l'alleanza tra i tre regimi totalitari di destra: nazionalsocialismo, fascismo, militarismo giapponese. Non per nulla la via della guerra, aperta dai problemi stessi lasciati dalla pace di Versaglia, si era cominciata a intravedere dalle denunce tedesche delle clausole militari del trattato, dal fallimento della Conferenza di Stresa (apr. 1935) e dall'atteggiamento di stretta unità tra la G., ambiziosa di revisioni territoriali, e l'Italia, impegnata nelle imprese d'Etiopia e di Spagna. Quando, dal 4 febbr. 1938, Hitler accentuava nelle sue mani l'ato comando delle forze armate tedesche, anche la preparazione interna della Germania era, d'altra parte, definita e nessun dubbio poteva ulteriormente sussistere che, agli atti di forza sull'Austria e sulla Ccoslovacchia, non ne sarebbero seguiti altri. Pochi mesi erano sufficienti a far maturare, con la crisi determinata dalla questione di Danzica e del Corriere, dopo polacco, e con il conflitto, aperto il 1° sett. 1939, la seconda guerra mondiale.

Caratterizzata questa da un iniziale periodo di stasi, quindi da un susseguirsi di colpi d'ariete tedeschi contro l'Olanda, il Belgio, la Francia, i Paesi Baltici (tranne la Svezia), e dall'ansiosa attesa d'uno sbarco in Inghilterra, la sua terza fase creava al capovolgimento della situazione generale, con l'intervento dell'America e della Russia, e con il profilo di l'alleanza delle forze medieuropee. Quando ormai la situazione bellica precipitava, specie sul fronte russo, e l'invasione anglo-americana del continente era in atto, il crollo, prima, del regime fascista in Italia, poi il tentativo di putsch militare interno del luglio 1944, mostravano il profilarsi dell'agonia per la G. hitleriana. La capitolazione giungeva, a breve distanza di giorni dalla conquista di Berlino e dalla fine di Hitler, il 7 maggio 1945. La G. usciva dalla guerra distrutta, impoverita, e, quel ch'è peggio, divisa in quattro zone di occupazione alleata, come Berlino stessa e privata di vasta zone industrializzate (Slesia, Pomerania), a favore della Polonia. Si tornava allo spezzettamento territoriale di prima dell'unità, aggravato dall'imposizione e dall'occupazione straniera. L'influenza contrastante occidentale e russa determinava il raggrupparsi dei vari territori in due zone, occidentale e russa, corrispondenti alla Repubblica federale tedesca e ad una Repubblica popolare.

BIBL.: Raccolte di bibliografia sistematica: C. Dahlmann, G. Waitz, Quellenkunde d. deutschen Geschichte, 9a ed., Lipsia 1931; Jahresberichte für deutsche Geschichte, a cura di A. Brackmann e F. Hartung, 11a ed., Lipsia 1931; Quellenkunde d. deutschen Geschichte, 11a ed., Lipsia 1931; Jahresberichte für deutsche Geschichte, 11a ed., Lipsia 1931

helu I., Monaco-Lipsi 1879-94; E. Brandenburg, Die Reichsgründung, 2a ed., Berlino 1922; G. Cavanigac, La formation de la Prusse contemporaine (1806-13), Parigi 1891-98; G. S. Foid, Stein and the era of reform in Prussia, Princeton 1922; F. Meinecke, Das Zeitalter der deutschen Erhebung, Bielefeld 1924; d., Preussen u. Deutschland im XIX. u. XX. Jh., Monaco 1914 (trad. it., Perugia 1920); O. Lorenz, Kaser Wilhelm u. die Beerdigung der Reichs 1866-71, Jena 1902.

Sull'Impero germanico 1871-1918: L. Bergsträsser, Gesch. d. politischen Parteien in Deutschland, 5a ed., Mannheim 1928; E. Zechlin, Bismarck u. d. Grundlegung d. deutschen Grossmacht, Stoccarda 1930; H. W. Dawson, The German Empire 1867-1914, Londra 1910; G. Gorgan, L'Allemagne religieuse, 5a ed., Parigi 1905-1908; H. Brück, Gesch. d. kath. Kirche in Deutschland in XIX. Jh., 2a ed., Magonza 1902-1908; H. Fredjung, D. Zeitalter d. Imperialismus, 1884-1914, Berlino 1919-22; K. Lamprecht, Deutsche Gesch. d. jüngsten Vergangenheit u. Gegenwart, 1912-13; J. Hohlfeld, Gesch. d. deutschen Reiches 1871-1924, Lipsia 1926; A. Wahl, Deutsche Gesch. von der Reichsgründung bis 2. Ausbruch d. Weltkrieges, 1871-1914, I. Stoccarda 1926; A. Rosenberg, Die Entstehung d. deutschen Republik, Berlino 1928; E. Hartung, Die grosse Politik der europa. Kabinette 1871-1914; d., Deutsche Gesch. von Frankfurter Frieden bis zum Vertrag vom Versailles 1871-1919, Bonn 1929; F. Stieve, Deutschland u. Europa, Berlino 1927.

Sull'ultima vicenda: M. Baumont, La faillite de la paix (1918-20), 2a ed., Parigi 1945; L. Fraser, Germany between two Wars, Oxford 1945; L. Salvatorelli, Vent'anni fra de guerre, 2a ed., Roma 1946; F. Friedensburg, Die Weimauer Republik, Berlino 1946; S. W. Halperin, Germany tried democracy: A pol. hist. of the Reich from 1918 to 1933, Nuova York 1946; F. Meinecke, Die deutsche Katastrophe, Zurigo 1946, Pier Fausto Palumbo

III. CONDIZIONE GIURIDICA DELLA CHIESA.

I. CONCORDATI

I. Premesse

La condizione giuridica della Chiesa in G. è attualmente determinata dai quattro vigenti Concordati: con la Baviera, del 24 genn. 1925; con la Prussia, del 13 ag. 1929; con il Baden, dell'11 marzo 1933; con il Reich germanico, del 10 sett. 1933. Quest'ultimo, secondo il disposto dell'art. 2, ha valore per tutto il territorio della Repubblica, fatta eccezione di quello delle tre regioni suddette. Per queste province le disposizioni del Concordato con il Reich hanno valore «in quanto riguardano materie che non furono regolate (nei rispettivi Concordati particolari) o ne completano l'ordinamento già stabilito».

2. Concordato con la Baviera

Il primo Concordato che la S. Sede stipulò con uno degli Stati germanici, dopo la prima guerra mondiale, è quello con la Baviera.

Il Concordato stipulato tra Pio VII e Massimiliano Giuseppe il 5 luglio 1817 non rispondeva più alla situazione determinata dalla Costituzione di Weimar del 9 ag. 1919 e da quella particolare dello Stato della Baviera, dello stesso anno (14 ag. 1919). Nei primi mesi del 1920 cominciarono le trattative, per dare nuove norme alle relazioni tra Chiesa e Stato in Baviera. Per difficoltà di vario genere esse si protrassero fino al 1924. Il 20 marzo di quell'anno si poté procedere alla firma dei solenni patti. Fu plenipotenziario per la S. Sede il nunzio apostolico in Baviera, l'allora mons. Eugenio Pacelli. Dopo l'approvazione del Parlamento bavarese, il Concordato fu notificato il 24 genn. 1925, ed entrò in vigore lo stesso giorno.

Il Concordato bavarese è un mirabile esempio di sapiente ordinamento delle materie, concernenti l'istruzione religiosa, i benefici, gli istituti religiosi.

3. Concordato con la Prussia

In questo paese alcune questioni ecclesiastiche, come la delimitazione dei confini delle diocesi, la provvisione degli uffici e benefici ecclesiastici e la loro dotazione, avevano formato oggetto di accordi particolari, presi tra Pio VII e Federico Guglielmo III di Prussia, tra il medesimo ed i principi del Reno superiore, e tra Leone XII e Giorgio IV, re dell'Innover: le conclusioni di questi accordi erano contenute nelle bolle de salute animarum (1821), Provida solersque (1821) e Impensa Romanorum Pontificum (1824). Le nuove condizioni che tennero dietro alla guerra 1-4-18, rendevano necessarie anche qui nuove convenzioni, come in Baviera, con la differenza che qui era più forte la percentuale protestante, che abbracciava il 2/3 della po

polazione. Così i negoziati, subito iniziati, incontrarono maggiori difficoltà e solo dopo un decennio (14 giugno 1929) si venne alla firma: firmatario da parte della S. Sede fu il nunzio apostolico, l'allora mons. Eugenio Pacelli. Segui il 9 luglio l'approvazione del Landstag ed il 13 ag. la ratifica, cui tennero dietro due lettere scambiate tra le alte parti contraenti sulla questione scolastica, di cui non si faceva parola nel Concordato. Queste due lettere furono aggiunte agli atti.

4. Concordato con il Baden

Nel Baden, in cui la materia religiosa era prima regolata da due bolle, Providenza solersque e Ad Dominici gregis custodiam (1827), concordate la prima tra Pio VII ed alcuni principi germanici, la seconda tra Leone XII ed i principi della Renania superiore (la bolla di Pio IX Aeterni Pastoris del 1889 era rimasta lettera morta per la non approvazione da parte della Dieta del Baden), i negoziati per un nuovo concordato furono iniziati nel 1929. Dopo molte difficoltà il Concordato propriamente detto, assieme ad un protocollo addizionale, fu sottoscritto dai plenipotenziari il 2 ott. 1932 ed un protocollo addizionale il 7 nov. 1932: firmatari per la S. Sede il nunzio apostolico, che era ancora mons. Eugenio Pacelli, e per il Supremo consiglio della Repubblica del Baden, i ministri: Joseph Schmitt, Eugen Baumgartner e Wilhelm Mattes.

Questi tre atti, approvati di stretta misura dalla Dieta del Baden, andarono in vigore all'atto dello scambio delle ratifiche, l'11 marzo 1933.

5. Concordato con la G

La necessità di perfezionare le lacune rimaste nei tre Concordati, già conclusi con la Baviera, la Prussia ed il Baden, e più ancora di regolare i rapporti tra Chiesa cattolica e Stato negli altri paesi della Confederazione germanica, che non avevano un proprio concordato, indusse la S. Sede e il governo germanico ad addivenire ad un concordato generale per tutta la G. Veramente tentativi del genere o almeno colloqui si erano avuti, a questo proposito, fin dal 1919 ed un progetto era stato elaborato, ma la fase conclusiva si ebbe dal 9-19 apr. 1933 in poi, cioè dopo l'ascesa al potere del partito nazista, che vide in queste trattative un mezzo per consolidarsi e per svalorizzare il partito di centro, ed insieme agganciarono sempre più al carro governativo.

Le trattative ebbero così rapido corso che si poteva già il 20 luglio 1933 procedere alla firma del Concordato, ratificato il 10 sett. 1933: tra i plenipotenziari, il card. Eugenio Pacelli, allora segretario di Stato, da una parte e Franz von Papen, vice-cancelliere del Reich germanico dall'altra. I punti principali di questo Concordato che, come si è detto, è integrativo dei primi tre ed ha valore di concordato unico per gli altri territori, possono così riassumersi: a) libertà di religione e protezione legale al libero esercizio della religione cattolica in tutto il territorio del Reich (art. 1); b) piena libertà alla Chiesa nel suo regime interno (ibid.); c) particolarmente favorevole al problema scolastico è il Concordato con la G., riconoscendovi la religione cattolica come materia di insegnamento nelle scuole elementari, medie e superiori (art. 21), con garanzie nella scelta degli insegnanti, specie nelle scuole elementari (art. 22, 24), mentre il Concordato bavarese va ancora più innanzi e pone questo insegnamento sotto la piena sorveglianza e la direzione della Chiesa (art. 8, cf. ancora art. 3, 3, 9); d) più stentato è il regolamento della materia matrimoniale, mantenendosi il matrimonio civile, che in linea generale dovrebbe precedere quello religioso (Concordato con la G., art. 26). Così pure traspare nell'art. 31 la preoccupazione dello Stato di non lasciare troppo libere nelle loro attività, specialmente di ordine sociale, le organizzazioni cattoliche; e) vantaggiose condizioni sono fatte al clero per le sovvenzioni statali in Baviera (art. 10, 3, 9), meno favorevoli nel Baden (art. 6) e nella Prussia (art. 4).

Mancò però fin dall'inizio al governo nazista (di cui la Chiesa aveva sempre dubitato, ma a cui non aveva potuto rifiutare la mano, quando fingeva di volere un'intesa pacifica) la volontà di eseguire seriamente il Concordato concluso, e all'indomani della firma già si tentava violare ad uno ad uno gli articoli più vitali. Si ebbe così,

secondo un piano preordinato e manovrato dall'alto, la distruzione progressiva delle scuole cattoliche; un'opera insidiosa e sistematica di denigrazione della Chiesa, del clero, del laicato cattolico; la creazione continua di precetti per la chiusura o confusa di case religiose; l'eliminazione costante e progressiva dei giornali, periodici e stampa cattolica e della produzione libraria cattolica.

Contro questi soprusi elevava fiera la voce il Sommo Pontefice, Pio XI, con la lettera Mit brennender Sorge del 14 marzo 1937 (AAS, 29 [1937], pp. 145-67; trad. it., pp. 168-88), facendo eco alle proteste franche e coraggiose dell'episcopato germanico, tra cui rifulse l'intrepida figura del card. Michele de Faulhaber, arcivescovo di Monaco (cf. l'Allocuzione pontificia del 2 giugno 1945, in AAS, 37 [1945], pp. 159-68).

Le persecuzioni tuttavia continuarono e non furono neppure interrotte dalla grande guerra '39-45, che anzi aumentarono i campi di concentramento, le prigionie, le confische, gli insulti per membri del clero, degli Ordini religiosi e per le persone più influenti del laicato cattolico. Si ebbero altri episodi gloriosi di resistenza intrepida, come quelli del card. Adolfo Bertram, arcivescovo di Breslavia, e del vescovo di Münster, più tardi cardinale, Clemente Agostino von Galen.

6. G. occidentale ed orientale. - Disciolosi il regime nazista, sotto il peso della sconfitta (maggio 1945) e successa l'occupazione militare alleata e russa con la divisione della G. in Besatzungszonen, si discusse da parte dei vecchi e nuovi nemici della Chiesa sulla validità del Concordato o meglio dei Concordati. Le cose si sono risolte diversamente nella Bundesrepublik Deutschland (Recubblica federale tedesca o cosiddetta G. occidentale), che ebbe costituito il suo primo governo il 20 sett. 1949, e nella zona di occupazione russa.

Nella cosiddetta «legge fondamentale», Costituzione provvisoria della G. occidentale (Repubblica di Bonn), approvata l'8 maggio 1949 con 53 voti contro 12, fu inserito l'art. 123, per cui la Repubblica federale tedesca si impegna a riconoscere tutti i trattati internazionali conclusi con altre potenze. Tra questi trattati internazionali rientra anche il Concordato del 10 sett. 1933, con gli altri precedenti della Baviera, Prussia e Baden.

Su questa linea, che ha trovato pienamente consenso il governo di Bonn, vanno quindi considerati i rapporti tra Chiesa e Stato nella G. occidentale. Non essendo però finora stato riconosciuto al governo di Bonn il diritto di legazione, manca il nunzio apostolico (a Francforte sul Meno v'è solo un reggente) e manca il ministro di G. presso il Vaticano.

Al contrario, nella zona russa, la Deutsche demokratische Republik, divenuta dal 19 marzo 1949 la XXIX Repubblica dell'U.R.S.S., più che dalla Costituzione (che la detta Repubblica si è data, ed ove è sancita verbale, mentre la libertà religiosa e di coscienza), i rapporti tra Chiesa e Stato, da quel poco che è dato sapere, sono retti dall'arbitrio della Volkspolizei (polizia popolare), che impera brutalmente su una popolazione, che vive in un regime di terrore bolscevico.

Difatti, come si rileva da una lettera del vescovo di Berlino, card. Preysing, nella scuole statali i fanciulli sono educati secondo lo spirito ateistico e lo Stato ha il monopolio della scuola, per cui non è possibile rivolgersi altrove. I libri di testo in queste scuole arrivano perfino a negare l'esistenza storica di Gesù Cristo. La stampa cattolica praticamente non esiste. Gli ordinariati e commissariati episcopali non hanno un foglio ufficiale. È proibita la circolazione di periodici ecclesiastici, stampati fuori del territorio della Repubblica. Una disposizione, emanata alla fine del 1949, contempla il dovere di far conoscere alle autorità le varie attività della Chiesa.

BML: A. Mercati, Raccolta di concordati in materie ecclesiali, Roma 1919, pp. 591-96, 648-76, 689-96, 700-703; A. Perugini, Inter S. Sedem et Borousiae Rempublicam sollemnis Convenio seu Concordatum, in Apollinaris, 5 (1932), pp. 38-53; id., Inter Sanctam Sedem et Badensem Rempublicam sollemnis Convenio, ibid., 6 (1933), pp. 326-29; id., Concordata vigentia, Roma 1934, pp. 9-30, 172-260; La documentation catholique, Concordat entre le Saint-Siège et le Reich allemand, numéro speciale (672) 7 ott. 1933; E. Foehr, Das Konkordat zwischen dem Heiligen Stuhle und dem Freistaate Baden 1933, Friburgo in Br. 1933; M. Bendiscioli, La G. religiosa nel III Reich, Brescia 1936; F. Alessandrini, Il razzismo nazionalsocialista e la Chiesa, in Studium, 41 (1945), pp. 46-53; Il Nazionalsocialismo e la S. Sede, a cura di M. Maccarrone, Città del Vaticano 1947; H. Jedin, G., in Enc. Ital., Appendice II, 1, pp. 1035-42. Pietro Palazzini

Il CIRCOSCRIZIONI ECCLESIASTICHE. - Secondo l'Annuario Pontificio del 1950, la G. conta 9 sedi metropolitane a 19 sedi suffragane così distribuite: 1) Bamberga (19 nov. 1960; metropolitana 19 apr. 1818) con le suffragane: Eichstätt (745); Spira (sec. IV), Würzburg, Erbipoli (741). 2) Breslavia (sec. X); metropolitana 13 ag. 1930) con le suffragane: Berlino (13 ag. 1930); Warmia (sec. XIII) e la prelatura nullius Schneidemühl (13 ag. 1930). 3) Colonia (sec. II; metropolitana sec. VIII) con le suffragane: Aquisgrana (29 nov. 1901; soppressa il 16 luglio 1821 e ristabilita il 13 ag. 1930); Limburgo (16 ag. 1821); Münster (80); Osnabruck (772); Treviri (sec. I). 4) Friburgo in Br. (16 ag. 1821) con le suffragane: Magonza (sec. IV; metropolitana 747; suffragana 1801); Rottenburg (16 ag. 1821). 5) Monaco e Frisinga (739 in Frisinga; sedi unite e metropolitane 5 giugno 1817) con le suffragane: Augusta (sec. VI); Passavia (737); Ratisbona (739). 6) Paderborn (805; metropolitana 13 ag. 1930) con le suffragane: Fulda (1752); Hildesheim (80).

Immediatamente soggetta alla S. Sede: Meissen (2 genn. 968; soppressa nel 1581; ristabilita nel 24 giugno 1921).

Totale: 6 arcivescovati, 19 vescovati, i prelatura nullius.

III. ATTIVITÀ CATTOLICHE CULTURALI E SOCIALI

Fra i diversi gruppi religiosi, che si trovano in G., quello più compatto e organizzato, anche se soffre d'inferiorità numerica, è il gruppo cattolico, saldamente unito ai suoi pastori, che ha saputo attraversare burrascie e superare situazioni penose e difficili, senza cessare di riprendere ogni volta forza e vigore.

La teologia, al di fuori dei seminari istituiti allo scopo, veniva insegnata sia in facoltà teologiche annesse alle università dello Stato (Würzburg dal 1402; Friburgo in Br. dal 1457; Tubinga dal 1477; Breslavia dal 1702; Münster in V. dal 1771; Bonn dal 1777; Monaco dal 1826, trasportata via Ingolstadt [1459]); sia in accademia e scuole superiori filosofiche e teologiche (Augusta, Bamberga, Braunberg, Dillingen, Eichstätt, Francoforte sul Meno, Frisinga, Fulda, Magonza, Paderborn, Passau, Ratisbona, Treviri).

All'insegnamento andava congiunta da parte delle facoltà teologiche annesse alle università dello Stato, la pubblicazione di importanti periodici e collezioni, improntati all'alta cultura; vanno accennate in ordine cronologico le seguenti: Theologische Quartalschrift (1819) a Tubinga; Biblische Studien (1896), Biblische Zeitschrift (1903), Freiburger theologischen Studien (1910) a Friburgo in Br.; Theologische Revue (1902), Biblische Zeitfragen (1908), Neustadtseimliche Abhandlungen (1908), Alttestamentliche Abhandlungen (1909) a Münster; Theologie und Glaube (1909) a Paderborn; Breslauer Studien zur historischen Theologie (1922) a Breslavia; Bonner Bild (1903) a Bonn.

Tra le associazioni, oltre a quelle sulla linea dell'Azione Cattolica e dei vari suoi gruppi, vanno ricordati: il Bonifatiusverein für das katholische Deutschland (fondato a Ratisbona, nel 1849, per interessamento di I. Döllinger e organizzato da J. Stolberg-Stolberg nel 1849), per la difesa e l'approfondimento della religione, con un ramo distinto per i laureati: Akademische Bonifatiusverein; il Deutsche Caritasverband (fondato a Friburgo in Br. da L. Werthmann nel 1897), che raggruppa tutte le istituzioni di carattere assistenziale; il Volksverein für das katholische Deutschland (fondato a M. Gladbach, nel 1890, da F. Brandts e F. Hitze, con la cooperazione di L. Windthorst) per la propaganda cristiano-sociale delle masse; il Borromäusverein (fondato a Bonn, nel 1844, da A. Reichenberger, M. von Löe, H. von Wittgenstein, F. X. Dieringer, F. Walter und Aschbach), per la buona stampa; la Görresgesellschaft (fondato nel 1876 a Bonn) per l'alta cultura a vantaggio del cristianesimo.

Molte di queste istituzioni e pubblicazioni restarono sospese o danneggiate dalla II Guerra mondiale, ma a

poco a poco si va ricuperando con tenacia il tempo e lo spazio perduto.

BIBL.: Per una prima esatta conoscenza dell'argomento cf. soprattutto gli annuari: Kirchliches Handbuch, iniziato dal p. H. A. Kros, nel 1907, continuato poi da altri fino al 1935 (Friburgo in Br. 1908 sgg.).

IV. LETTERATURA.

SOMMARIO: J. Dagli albori al sec. XII. - II. Dal - Minnesang -
alla - Riforma - -

III. Da Lutero a Federico il Grande

IV. Il-
luminismo e - Sturm und Drang - -

V. Il classicismo

VI. Il romanticismo

VII. Il realismo.

I. DAGLI ALBORI AL SEC. XII. - Se è da credere
che presso i Germani antichi, fin dai tempi più re-
moti, si svolgesse, come è avvenuto per tutti gli altri
popoli, una primitiva letteratura poetica formata di
canti religiosi e guerreschi, di nenie funebri e di
canti d'amore, altrettanto è certo che sul fondamento
dei loro miti, sorse, nei secoli lontani, tutta una let-
teratura poetica estemporanea. Ma di tutta questa
poesia, che veniva tramandata oralmente, nulla o
quasi nulla è rimasto, perché mai, né al suo sorgere,
né poi, essa fu affidata ad alcuna tradizione scritta
e perché i Romani, che avrebbero potuto traman-
darla, non mostrarono d'interessarsene molto.

Tuttavia Tacito informa che i Germani avevano
dei carminia, in cui celebravano il dio Tuisto e invocavano
Donnar; Giordane, lo storiografo dei Goti, parla anche
lui di prisca carmina, mentre dallo stesso Tacito si apprende
che questi canti guerreschi erano detti barditus, nome
forse derivato dal fatto che i guerrieri tenevano gli scudi
(bardhi) innanzi alla bocca per rafforzare il suono della
voce. Pure corali dovevano essere i canti in lode dei
defunti, ed è del tutto attendibile l'opinione che proprio
tutti questi canti abbiano costituito la genesi delle saghe
o leggende eroiche che si formarono poi intorno alle
figure principali di principi e di guerrieri.

Il primo monumento della lingua germanica è la
famosa traduzione gotica della Bibbia, fatta da Ulfila
(311-81). Consacrato a trent'anni, nel 341, vescovo dei
Goti ariani, egli condusse il suo popolo, che fu il primo
tra le popolazioni germaniche ad aderirvi, ad abbracciare
il cristianesimo. La sua traduzione, della quale si sono
conservati solo notevoli frammenti, fu compiuta inte-
gralmente, ad eccezione, se è esatta la leggenda, del
Libro dei Re. Essa accompagnò i Goti nelle loro migra-
zioni in Italia e nella Spagna, poi se ne perdette la me-
moria, finché, nel sec. XVII, fu rintracciata la parte degli
Evangeli in un manoscritto (codex argenteus), opera di
amanuensi italiani, conservato a Uppsala. Altre parti
furono ritrovate successivamente, e tra i fortunati rinve-
nitori fu anche il card. Angelo Mai, il quale nel 1819
scoprì nella Biblioteca del monastero di Bobbio un mano-
scritto che conteneva la traduzione delle Epistole di s. Paolo.

A parte la straordinaria importanza letteraria di
questa traduzione, essa fu soprattutto per i popoli ger-
manici, una grandiosa opera di propaganda religiosa e di
civiltà, perché il cristianesimo si diffuse dove poté arri-
vare la Bibbia di Ulfila, la quale è, si può dire, il più
grande monumento di civiltà dei Goti.

Anche dopo la caduta dell'Impero romano d'Occi-
dente, Roma continuò a sionoreggiare sulle popolazioni
germaniche per virtù del cristianesimo. Verso la fine del
sec. VII l'irlandese s. Colombano divenne l'apostolo degli
Alemani; altri ferventi missionari procedettero all'avan-
gelizzazione della Baviera e della Turingia, finché, nel
sec. VIII, sorse, non tanto ad allargare le conquiste già
fatte dal cristianesimo, quanto a consolidarle con una
severa disciplina monastica e un'assoluta obbedienza
all'autorità ecclesiastica di Roma, la figura di s. Boni-
facio, l'apostolo della G. Egli svolge la sua opera di
apostolato soprattutto in Turingia, nell'Assia e in Sas-
sonia. A lui si devono l'istituzione di molti vescovati in
Germania e la fondazione di vari monasteri, tra i quali,
il più famoso, quello di Fulda. Ivi s. Bonifacio insediò
come abate il suo discepolo prediletto, il bavarese Sturni,
educato a Roma e a Montecassino. Durante la sua opera
di evangelizzazione della parte pagana della Frisia, egli

vi colse la palma del martirio (754); le sue spoglie riposano
nel monastero di Fulda.

Quest'opera di penetrazione cristiana in G., per
virtù di missionari ferventi e di vescovi, trovò favore e
sostegno da parte dei re franchi e specialmente di Carlo-
mago, sotto il quale fu compiuta l'evangelizzazione
della Sassonia. Per modo che, se anche essa poté osta-
colare in qualche misura l'affermarsi e il diffondersi di
una letteratura ispirata ai miti pagani e alle leggende,
d'altra parte indubbiamente favorì il fiorire di una poesia
religiosa e contribuì soprattutto a unire gran parte delle po-
polazioni germaniche in uno stesso ideale religioso e civile.

Tuttavia le fonti della poesia epica non si estinsero mai,
anche se per rintracciare qualche testimonianza originale
si deve fare un salto dal sec. IV, quando cioè apparve la
traduzione di Ulfila, al sec. VIII, alla fine del quale si trova
un frammento di un poema del ciclo di Teodorico,
conosciuto con il titolo di Hildebrandslied, in cui sono in
lotta il sentimento dell'onore e quello della consanguineità.

Pare alla fine del sec. VIII si svolge la gigantesca
opera di unificazione delle popolazioni germaniche e
Carlomagno segna uno dei vertici del rinascimento
medievale tedesco: rinascimento politico e culturale.
L'opera sua, in questo campo, specialmente dopo la
campagna in Italia che lo mise a contatto diretto con la
superiore civiltà latina, è delle più importanti. La sua
corte rappresenta infatti il più cospicuo centro di cultura
del tempo; vi si trova, tra gli altri, il filosofo, teologo
e umanista Alcunio, oriundo anglosassone, ma educato
a Roma, il longobardo Paolo Diacono, lo storico del suo
popolo, e lo storico Eginaldo. Aquisgrana doveva diven-
tare, nella intenzione di Carlomagno, il centro di questo
rinascimento culturale, come un tempo Atene e Roma.

Tuttavia tale fervore di studi umanistici non si-
gnificò affatto soffocamento della lingua e della
poesia originarie tedesche, ché, anzi, lo stesso Car-
lomagno, come pare certo, fece raccogliere e tra-
scrivere dei canti eroici, affidati sino allora solo alla
memoria dei cantori girovaghi. Resta ad ogni modo
il fatto assai importante che sotto di lui, e per tutto
il sec. IX, in virtù dell'indirizzo che egli aveva dato,
la poesia e la prosa, per quanto il contenuto preva-
lentemente religioso fosse lontano dallo spirito della
letteratura nazionale, si servirono di preferenza del
volgare, mentre l'uso del latino sarà del tutto pre-
valente nella produzione del secolo successivo. Du-
rante, infatti, i sec. VIII-IX poco si può ricordare
che interessi la letteratura volgare; solo la poesia
d'ispirazione e di contenuto religioso offre un nucleo
di opere, che sono rimaste, però, anch'esse in fram-
menti, come un Wesobrunner Gebet, d'ispirazione
cristiana, scritto al principio del sec. IX in versi
allitterati e in alto tedesco, e il frammento del cosid-
detto Muspilli, pure in versi con allitterazione e in
alto tedesco, che risale probabilmente alla metà del
sec. IX e ove è descritta, come dice il titolo, la fine
del mondo. Più importanti dal punto di vista storico
e anche artistico sono, di questo stesso secolo, due
messiadi, una in lingua sassone, di poeta ignoto,
Heiland, l'altra, Evangelienharmonie, scritta in versi
rimati in alto tedesco, dal monaco benedettino
Offried von Weissenburg. Le due messiadi esprimono
la più alta cultura teologica del tempo e rappresentano
ispettivamente un tentativo popolare e uno dotto
di volgarizzazione del cristianesimo.

Nella produzione poetica del secolo successivo,
che è invece scritta - come si è detto - in assoluta
prevalenza in latino, conviene far menzione di un
poema, composto in esametri latini dal monaco di
S. Gallo Ekkehard e dedicato alla saga germanica di
Walther d'Aquitania (Waltharius manu fortis) che è il
più notevole, se non l'unico anello di congiunzione che
rimanga dall'Hildebrandslied all'epopea nibelungica.

Ma se la letteratura poetica del sec. x è caratterizzata da una imitazione classica e dall'uso quasi esclusivo della lingua latina, ciò non impedisce che, specialmente sotto l'impulso della rinnovata potenza politica degli imperatori sassoni, risorgano motivi di ispirazione tratti dalle leggende eroiche, sempre vivi nella coscienza popolare. Sicché il gusto per gli scrittori latini-non si era ancora spento, al principio del sec. XI, quando un monaco, probabilmente bavarese, scrisse in esametri leonini, con il titolo di Ruddieb, il primo romanzo d'avventura, che fornisce un copioso materiale riguardante gli usi e costumi della società del tempo. La maggior parte dei poeti ecclesiastici non cercano notorietà e tanto meno gloria; la loro poesia è solo al servizio di Dio. Così a caso si conosce il nome di una poetessa Ava; mentre un solo vero poeta si stacca da tutti gli altri per voglia d'ingegno e perfezione artistica: Heinrich von Melk, che ha lasciato un poema didattico dal titolo Erinnerung an den Tod, in cui si prospetta un ideale di vita ascetica che prepari l'uomo alla morte.

II. DAL « MINNESANG » ALLA « RIFORMA »

Il non breve periodo di tempo, che corre dai primi albori della letteratura tedesca fino agli inizi del movimento che sfocia nella « Riforma », può essere diviso in due periodi: nel primo, fin verso il 1300, la letteratura si svolge sotto l'azione della società feudale e ne è l'espressione, con la ricca fioritura della lirica d'amore e della poesia eroica e cavalleresca; nel secondo, che comprende i secc. XIV-XV, appare la borghesia nel movimento politico e letterario.

La lirica d'amore (Minnesang), la quale affonda le sue radici nella realtà, segna la parte più importante della produzione lirica di questo tempo. Il canto d'amore comincia con un primo incerto e timido periodo di formazione ispirata alla cortesia e al culto della donna. Non forti passioni, quindi, non scatti veementi del l'animo; il Minnesota, quasi freddamente, rivolge il suo canto a una figura vaga e impersonale. La fonte della ispirazione non è nulla di concreto e reale; è la Minne, il pensiero amoroso, qualche cosa d'indeterminato e fluttuante che si agita nella sua immaginazione come nel suo sentimento e che pure gli procura ora piacere, ora dolore, come cosa reale.

Il Minnesota raggiunge il massimo splendore verso la metà del sec. XIII. Si conservano, in tutto o in parte, canti di quasi duecento Minnesota, dei quali si ricordano Federico von Hausen, Enrico von Mourgen e il più glorioso di essi, Walther von der Vogelweide (1168-1230), che scrisse canzoni in stile lapidario, senza nessun ornamento, incatenando nel giro di pochi pensieri un pathos non di rado altissimo. Fu fervente e convinto cristiano, non risparmiando però, nelle sue invettive, coloro che sono cristiani solo a parole, e fieramente combatté l'ingerenza dei Papi nelle questioni politiche, fedele al principio: « date a Cesare ciò che è di Cesare » ed esaltando l'idea del Reich.

La poesia epica tedesca può essere distinta in epopea eroica ed epopea cavalleresca; la prima è espressione impersonale del sentimento collettivo popolare e nazionale che i poeti anonimi attingono dalla materia abbozzata delle saghe germaniche; la seconda, invece, è opera individuale di poeti che attingono la materia da fonti straniere. Opere di precursori della vera e propria epica tedesca, le quali, scritte spesso da religiosi, formente risentono degli influssi cristiani, sono l'Anonide, l'Alexandrie e Herzog Ernst; interamente svolgenti nel mondo germanico pagano sono le epopee principali Nibelungenlied e Gudrun; la prima mette sulla scena tutti i popoli che furono impegnati nelle forme germaniche dei tempi eroici: la conquista di un tesoro, simbolo di rovine e di morte, la proditoria uccisione di Sigfrido e la terrifiante vendetta di Crimilde, sua sposa, rappresentato nel parto più salienti del poema. Non c'è mai raggio di pietà umana che illumini questi foschi e tragici avvenimenti.

Le fonti principali dell'epopea cavalleresca sono in vari cicli di saghe: ciclo antico, ciclo bretone di re Artù, ciclo del Graal. Tra i primi rappresentanti sono Enrico von Veldeke e Hartmann von Aue (1170?-1220?), al quale son dovuti due poemi di carattere moraleggiante e di edificazione religiosa, Der arme Heinrich e Gregorius auf dem Stein. Ben più notevoli, dal punto di vista artistico, sono Parzifal di Wolfram von Eschenbach, in cui il ciclo di re Artù s'intreccia con il ciclo del Graal e il poema, rimasto incompiuto, di Gottfried von Strassburg: Tristan und Isolde.

Il periodo che corre dai primi decenni del sec. XIV a tutto il sec. XV è dominato dall'apparizione della borghesia; tramonta il mondo eroico e cavalleresco che aveva alimentato la poesia nei secoli precedenti; la nobiltà, già decimata dalle Crociate e messa a disagio dalle nuove condizioni eroiche, non è più guidata da quel sentimento di cortesia che era stato l'anima della poesia cavalleresca e del Minnesota; nei castelli si trasforma l'ambiente che era stato tanto propizio all'ospitalità dei poeti e dei cantori. L'eredità poetica, passando dalla nobiltà alla borghesia, si trasforma e decade. Le istituzioni letterarie tipiche di questo periodo sono le associazioni dei maestri cantori (Maistersänger), tente quanto sono le città, tra le quali primeggiano Norimberga, Augusta, Ulma. L'opera dei maestri cantori esce dalla borghesia e dall'artigianato e ad essi si rivolge. Non contenuto amoroso né sentimento cavalleresco; gli argomenti riflettono feste di santi o solennità civili e del lavoro e ritornano a più riprese con monotonia non vinta dagli accorgimenti metrici e linguistici che presto si cristallizzano in rigide forme.

III. DA L'UTERO A FEDERICO IL GRANDE

Pressoché tutte le manifestazioni spirituali del sec. XVI sono dominate da due grandi fatti: l'umanesimo e la «Riforma». È subito da avvertire che il movimento umanistico in G. non è destinato a prendere un forte rilievo, in quanto i suoi aderenti, piuttosto che penetrarsi profondamente dello spirito dell'antichità, si limitarono ad una imitazione, superficiale e retorica, degli scrittori latini. Non è negli umanisti tedeschi il desiderio e tanto meno uno sforzo verso una concezione nuova della vita, di cui una più alta humanitas fosse la diretta espressione. Essi restano pur sempre uomini del medioevo, volti soprattutto alle cose celesti. C'è in essi una costante preoccupazione dell'al di là; oltre il fugace godimento, essi vedono l'abisso eterno e dappertutto il minaccioso dito di Dio. Onde un continuo bisogno di ammaestrare e moralizzare. Tra i principali umanisti vanno ricordati Erasmo da Rotterdam (1467-1536) e Giovanni Reuchlin (1455-1522), il quale concentrò la sua attività in questioni di carattere teologico e speculativo, come testimonian i suoi studi ebraici.

La «Riforma» non può essere considerata come un movimento unicamente religioso; essa è anche una grande e profonda rivoluzione nazionale che coinvolge tutte le manifestazioni della vita della G. È un duello tra due culture, due civiltà. La G. non aveva mai, durante il medioevo, apertamente accettato la corrente di civiltà che si diffondeva da Roma su tutti i popoli d'Europa; l'aveva piuttosto subita, rimanendo pur sempre attaccata al vecchio spirito della sua razza. Ora si presentava l'occasione di romperla con il mondo dal quale una notevole parte di essa si sentiva minacciata, dopo che la tradizione romana si era innestata sul trono sempre più vigoreggiante della Chiesa cattolica. È il Los von Rom. È naturale pertanto che quando apparve Lutero, per quanto egli fosse l'uomo meno rivol

zionario del suo tempo, si trovasse ad un tratto a capo di una rivoluzione. Egli poi non tardò ad imporsi soprattutto con la pertinacia della sua volontà. A lui si devono, oltre alla traduzione della Bibbia che ha avuto una grande efficacia linguistica e letteraria, i Kirchenlieder, imitati o liberamente tradotti, e molti altri scritti di carattere polemico.

L'intonazione data da Lutero alla poesia religiosa ebbe imitatori e continuatori innumerevoli, ai quali dettero impulso le nuove forme del culto protestante; ma in contrapposizione ai protestanti sorcerò numerosi poeti cattolici e anche scrittori satirici, tra i quali il francescano Tomaso Murner, il più notevole imitatore di Sebastiano Brant, che scrisse Von dem grossen luterschen Narren, in cui spesso con pathos drammatico è mostrato il carattere sovvertitore della dottrina luterana.

Quel tanto di elementi epici che ancora si irradiano lungo i secc. XV e XVI e la migliore e più caratteristica produzione drammatica culminano in una sola persona, in Hans Sachs (1494-1576), che è esempio raro di fecondità poetica ed esprime, nell'insieme, tutti i caratteri più salienti del suo tempo. Uno dei suoi meriti fu quello di rinnovarsi alle vergini sorgenti del sentimento popolare nazionale, mettendosi nello stesso tempo in condizione di interpretare ed esprimere il successivo svolgimento dominato dal moto della «Riforma».

Anche il teatro scnte l'influaso della «Riforma» e come già il canto religioso degli aderenti al protestantesimo fu stimolo a contrapporvi altri canti da parte di poeti cattolici, altrettanto avvenne nella produzione drammatica, riprendendo nuovo rigoglio le rappresentazioni di argomento biblico.

Nel campo satirico, con tendenze anche moraleggianti, va ricordato Giovanni Fischart (1550-1900), il quale prese di mira in modo particolare la Chiesa romana e gli Ordini religiosi, specie i Gesuiti, trascendendo spesso al tono sguaiato del libellista.

Le condizioni civili e politiche del sec. XVII dovevano ostacolare ogni movimento letterario. La G. doveva subire la guerra dei Trent'anni che aveva fiaccato ogni energia morale, offrendo un troppo lungo spettacolo di distruzione. Le violente dispute religiose non accennavano a placarsi, la nazione sembrava aver perduto coscienza di se stessa; lontana la gloria letteraria del passato, era fatale che essa si orientasse verso le letterature straniere, specialmente la francese. Si ebbe così una produzione incolore, senza rilievo, manierata e accademica. Ma proprio alle accademie, fondate sul tipo di quelle italiane, si ricorse, quando si volle trovare un rimedio alla generale decadenza della letteratura e specie della poesia. Nel momento stesso in cui in parecchie regioni l'unica attività letteraria era rappresentata dalle società linguistiche, si ebbe un risveglio poetico nella Slesia per opera del poeta Martin Opitz (1597-1639), il quale esercitò un'efficacia ragguardevole sul suo tempo, tanto da essere considerato un capo scuola.

Parecchi furono infatti i poeti che s'incamminarono sulle sue orme; tra essi merita menzione Paolo Fleming (1609-40), anche se non poche liriche egli improntò al gusto dei «concetti». Nel campo della poesia religiosa a Opitz si riannodano J. Hermann, il pietista Spener e Paolo Gerhardt (1607-76) che raggiunse la maggiore elevazione lirica nel canto ecclesiastico protestante. Anche il cattolicesimo non rimase estraneo al movimento opitziano. Verso la fine del sec. XVII, mentre ogni ardore di lotta andava placandosi, protestanti e cattolici, almeno nel campo della poesia, si ritrovarono a cantare le lodi dello stesso Dio e gli inni della stessa fede cristiana. Il gesuita Federico Spee (1591-1635), che dedicò la vita ad opere di carità ed esercitò un apostolato di tolleranza che rifiuse specialmente nella lotta contro le feroci esecuzioni dei processi per stregoneria, ha lasciato un libro di edificazione, Gudens Tugendbuch, e una raccolta di canti religiosi, Trutz-Nachtigall, che continua il tono di fervore e di amore della mistica. Un suo imitatore fu Giovanni Scheffler, più noto sotto lo pseudonimo di Angelus Silesius (1624-49), convertitosi dal protestan

tesimo al cattolicesimo, il quale nel suo Cherubinischer Wandersmann, raccolta di brevi componimenti poetici, rispecchia appunto il distacco del poeta dal rigorismo luterano e la sua ansia di nuove vie per raggiungere Dio. Più vicino al canto religioso di intonazione idilliaca di Spee è Silesius nella Heilige Seelenlust, in cui è esaltata in mistico ardore la vita di Cristo, l'attesa di lui, la sua venuta, la sua morte e la sua Resurrezione.

Poeta lirico di argomento sacro e profano fu Andrea Gryphius (1616-64), il cui nome però è affidato soprattutto alle tragedie, che imitano la tessitura esterna delle tragedie greche e introducono il coro, e inoltre alle commedie.

Come il canto religioso, la satira e l'epigramma sono tra le più genuine espressioni dell'anima tedesca. Per quest'ultima forma ha dato un esempio Federico von Logau, autore di oltre tre mila epigrammi (Sinngedichte), mentre per la satira sono da ricordare H. Michele Moscherosch, il quale ora attacca violentemente la fremde Thorheit, ora che la 'inoserabile rampogna contro i vizi e l'abiezione del tempo, specie nei suoi Wunderliche und wahrhaftige Geschichten Philanders V. Sittenwald, e infine il più famoso dei predicatori cattolici del tempo, Abramo a Sancta Clara.

Del cosiddetto romanzo d'avventura il rappresentante più autorevole fu G. G. Cristoforo Grimmelshausen (1625-76), il quale, più che usare la violenta satira, guardò più in alto, vagheggiando e propugnando anche una profonda ricostruzione morale. Il suo Der Abenteuerliche Simplicius Simplicissimus, l'opera letteraria più importante e significativa del sec. XVII, è un vero Bildungsroman, quale può sorgere in un'epoca tragica, nel quale egli indica la via che doveva condurre alla rinascita nazionale e umana della G.

Nel campo della lirica tra i poeti i quali, più che alle immagini lussureggianti dei continuatori della scuola opitziana, mirano alla sostanza, vanno ricordati Enrico Brockes, le cui poesie formano la maggior parte della raccolta intitolata Irideshes Vergnügen in Gott, e in particolar modo G. Cristiano Günther (1695-1723) per la sincerità del sentimento e la vivacità dell'espressione, tanto che egli pare fuori del suo tempo.

IV. ILLUMINISMO E «STURMI UND DRANG». La lunga e rovinosa guerra dei Trent'anni aveva sconvolto la G. moralmente ed economicamente; era naturale quindi che ad essa succedesse un periodo di raccoglimento in cui il popolo, privo ancora di una forza di coesione nazionale, pensasse solo a ristorare la propria economia; il pensiero restava, così, inerte, privo d'impulsi creativi e di grandi ideali. Mentre però a poco a poco la G. risorgeva e intorno alla figura del grande elettore Federico Guglielmo si veniva formando il primo nucleo di una grande nazione, unita in una stessa fede e in uno stesso ideale, l'avvento al trono di Prussia di Federico II e la vittoriosa guerra dei Sette anni furono motivo di esaltazione per il popolo tedesco e dettero impulso a una vibrante poesia patriottica. Vero è che lo stesso re rimase un ammiratore dei Francesi, negando ai Tedeschi la possibilità di creare qualcosa di veramente originale e grande nel campo della letteratura, ma è anche vero che egli, combattendo per l'emancipazione politica della G., favoriva indirettamente e affrettava la grande reazione letteraria contro la Francia. L'imitatione straniera, infatti, a poco a poco si attenua fino a scomparire e appaiono in prima linea alcuni grandi spiriti che giungono alla espressione originale dell'anima della nazione, facendo implicitamente opera di importanza universale.

L'epopea religiosa di Klopstock, esprimente uno dei più profondi sentimenti dell'anima germanica, la ricca e inquieta produzione di Wieland, le entusiastiche amorose divinazioni di Winckelmann sul mondo ellenico e l'arte greca, la sagace penetrazione

e la nitida visione artistica di Lessing, il largo sguardo storico di Herder preparano degnamente e sono ben degna cornice all'opera universale di Wolfango Goethe e a quella eclettica, ma profondamente umana, di Federico Schiller.

Ma prima di giungere alla piena affermazione di questi spiriti magni, mentre quasi tutta l'epoca di Federico il Grande è pur sempre dominata dal pensiero illuministico e conseguentemente dall'influsso francese nel campo della cultura e della poesia, sorgono gli le prime avvisaglie di una reazione a questo dominio, che presto diventano lotta aperta e decisa per opera soprattutto di G. Bodmer e G. G. Breitinger, i quali impegnano, contro l'imperante concezione estetica di G. G. Gottsched, una battaglia a fondo. Seguace della filosofia razionalistica, Gottsched era convinto che non dall'immaginazione dovesse scaturire la vera poesia, ma dall'osservanza scrupolosa di regole dettate dalla ragione; propugnò quindi l'imitazione della letteratura francese, nella quale vedeva l'esempio della perfezione, e nello stesso tempo espose il principio vago e indeterminato che la poesia dovesse essere imitazione della natura. Gli oppositori, invece, della cosiddetta scuola di Zurigo, opponevano una maggiore libertà nel campo dell'espirazione e davano grande valore all'immaginazione, ciò che necessariamente doveva orientarli verso i poeti inglesi. Questo spiega come, quando nel 1748 apparvero i primi canti del Messias di F. G. Klopstock (1724-1803), salutati con generale entusiasmo, i due capi della scuola svizzera credettero la loro opera compiuta con l'avvento di un grande poeta.

Altro è il giudizio che si dà oggi del poema di Klopstock: il tono enfatico di molti brani che solo di rado lascia luogo alla sublime elevazione mistica, la disarmonia nella tessitura generale dell'opera, l'arditezza delle immagini e dei costruttori sintattici, la stessa ricchezza scomposta della lingua ne rendono per lo meno assai faticosa la lettura. Ma il nome di Klopstock è soprattutto affiatato alle odi, ove sono riflessi i sentimenti più alti che illuminarono la sua vita: la religione, il culto della patria e della libertà, il sentimento dell'amicizia e dell'amore.

Non a torto si suole a Klopstock contrapporre G. Efraimo Lessing (1729-81), ingegno equilibrato, acutissimo, consapevole di se stesso, delle esigenze intellettuali che lo circondano e della meta che vuole raggiungere. Fu guida avveduta per la letteratura tedesca; nella Hamburgische Dramaturgie combatté la prima grande battaglia contro il dominio letterario della Francia, volgendosi ancora agli Inglesi; e mentre il culmine della sua attività di critico è segnato dal trattato di estetica Laokoon, egli raggiunse un posto assai notevole come drammaturgo, scrivendo la commedia Minna von Barnhelm, che inizia un'era nuova nel teatro tedesco, e due capolavori drammatici, Emilia Galotti e Nathan der Weise, in cui è esaltato il concetto dell'umanità, portato al di sopra e all'infuori di ogni competizione religiosa o confessionale.

Uno dei primi posti tra poeti e prostatari tedeschi per elegante freschezza di eloquio e per un fondo comico e arguto di filosofia della vita, è assegnato a C. Marino Wieland (1733-1813), autore di poemi, come quello eroico-cavalleresco intitolato Oberon, e di alcuni romanzi, come Don Silvio von Rosalva, Agathon, Die Abderiten. Egli è uno di quegli scrittori i quali hanno il dono raro di saper derivare da altri tutto ciò che è affiné al loro temperamento artistico, conservando quella originalità che non sdegna di far tesoro di atteggiamenti spirituali espressi dall'opera altrui.

La critica di Lessing non aveva fatto dimenticare il nome e l'opera di Klopstock, e un gruppo di giovani di Gottinga si propose di continuare i suoi ideali d'arte, pubblicando ogni anno una raccolta di poesie ispirate a lui. Apparve così il Muselmanach e subito dopo sorse lo Hainbund, specie di novella Arcadia, che però nulla aveva delle sdolcinate arcadiche. Subito vi emersero per valore poetico Enrico Voss, Mattia Claudius, Pietro

Hebel e, sopra tutti, G. Augusto Bürger (1747-94), considerato uno dei migliori rappresentanti della poesia popolare. Ed eccellente egli fu nella ballata, un genere di rapida e drammatica narrazione lirica, in cui seppe tesoraggiare elementi di ispirazione popolare, animandoli con semplice squisitezza di gusto. Famoso sono rimaste le ballate Lenore, Der Kaiser und der Abt e Der wilde Jäger.

Il momento culminante della letteratura tedesca ebbe una preparazione prossima nelle conquiste intellettuali di uno dei più grandi pensatori moderni: Emanuel Kant, e in un moto di agitazione al quale, all'inizio, aderì lo stesso Goethe: è il periodo tempestoso denominato Sturm und Drang. Agli spiriti di questa rivoluzione letteraria il mondo presente parve troppo angusto, soffocato da viete e ormai vecchie regole, in cui il pensiero creativo doveva necessariamente annegare. Orizzonti più ampi si volevano e un più largo respiro. Già il pensiero di Giorgio Hamann, il quale, soprattutto nell'affermazione della superiorità della fede sulla ragione, tanto influsso esercitò sullo spirito di Herder, e quello del Jacobi avevano rivendicato all'uomo questa libertà, combattendo l'illuminismo e sostenendo che tutto deve muovere dall'individuo e dal complesso delle sue forze. Il concetto di libertà, senza freni, è quello che appare più evidente nel programma dello Sturm und Drang, nella vita come nell'arte. Inoltre la rivolta letteraria, che rifiutava ogni modello e quindi ogni regola, doveva necessariamente ricondurre alla natura, subendo anch'essa l'influsso di Rousseau. Anche la corrente popolare, le cui prime manifestazioni s'erano già viste in Inghilterra con la pubblicazione dei canti ossianici, ebbe allora larga eco in G.; ma doveva essere fatale che questi elementi degenerassero in incompostezza e, specialmente il culto della libertà, in una specie di anarchia morale, come il verterismo e il ruberismo.

Non lieve influsso esercitò su questo movimento uno degli ingegni più universali e profondi del suo tempo, G. G. Herder (1744-1803), il quale propugnò il sorgere di una letteratura nazionale, rinverdi la tradizione dei canti popolari della G. (Stimmen der Völker in Liedern), mentre nell'opera Vom Geist der hebräischen Poesie dimostra che il Vecchio Testamento costituisce la poesia più antica, la più semplice e naturale, scaturita spontaneamente dall'animo di un popolo che l'ardente fede pone a contatto immediato con Dio. Quest'opera è quasi germe e introduzione dell'opera di filosofia della storia, Ideen zur Philosophie der Geschichte der Menschheit. Herder fu anche poeta, ma, soprattutto, critico dalla larga visione e dalle acute intuizioni; il suo spirito si sprofonda a indagare la natura primigenia delle cose, ad ascoltare la loro prima voce misteriosa, alle quali riesce a strappare i segreti più reconditi.

V. Il CLASSICISMO

Nella rigogliosissima fioritura di questo periodo letterario non è sempre possibile distinguere le varie tendenze e le varie forme d'arte, le quali spesso coesistono in uno stesso scrittore, e tanto meno, quindi, classificate nettamente i poeti in classici e romantici. Il Goethe, infatti, cominciò Stürmer und Dränger e fu classico per eccellenza, ma non pochi elementi romantici si trovano nell'opera sua; lo stesso può dirsi per Schiller. Nell'orbita dello Sturm und Drang nascono il romanzo Die Leiden des jungen Werther, il dramma Goetz von Berlichingen, le liriche e le rapsodie che rappresentano la rottura dell'armonia delle cose e dell'anima felice, come Prometheus, e che seguono immediatamente la serena visione panteistica (Mai-lied, Ganymed, Mahomets Gesang). Due avvenimenti contribuiscono a far raggiungere al genio di Goethe la piena manifestazione della sua maturità: il soggiorno di Weimar e il viaggio in Italia. Il primo rapporto di questo opera nella produzione lirica, mentre il poeta cercava nuove vie verso un'arte più calma e serena che doveva essere in contrasto con la febbre scomposta della prima giovinezza; il secondo rap

presenta la vera rinascita dell'uomo e dell'artista, i cui frutti furono, tra gli altri, Tasso e Iphigenie auf Tauris. Nel tono di quest'ultima opera, nell'armonia dolce del verso impeccabile e nel mirabile equilibrio delle parti sfuma e si perde il senso tragico che pure tutta la pervade; la linea e la tessitura del dramma sembrano avere la compostezza immobile di una statua greca. Opere della maturità furono il romanzo Wilhelm Meister e Die Wahlverwandtschaften, il soavissimo idillio in linee epiche Hermann und Dorothea, Die römischen Elegien, la Italienische Reise e il Faust, l'opera intorno alla quale il poeta lavorò per circa sessant'anni. Goethe trovò la leggenda di Faust viva nella tradizione popolare, ma, ripensandola nel suo spirito, ne elevò il valore a simbolo universale dell'eterna posizione della mente umana (sia Faust che indaghi, o Mefistofele che neghi, o Margherita che spasimi di dolore) di fronte alle terribili incognite del mistero della vita. A parte però gli inarrivabili splendori della forma, nel poema drammatico è evidente una morale nuova, la quale, esaltando l'azione per l'azione e la brama inappagata e inappagabile dell'uomo verso sempre nuove conquiste, senza considerare il valore dei mezzi usati per conseguir, rende possibile la salvazione di Faust, appunto perché «colui che s'affaticò sempre bramando» può essere redento. È una morale che mal si concilia con l'intervento finale della Vergine e degli angeli, in quanto essa rappresenta una contaminate dell'etica cristiana. Comunque questo è tutto quanto poteva darci, nell'ambito del pensiero e di fronte al problema generale dell'esistenza, il genio di Goethe, dal momento che egli non possedeva quella fede che è pronta ad appagare la ragione con una formola del sentimento.

All'intelletto riflesso, oggettivo, universale di Goethe fa contrasto la natura di Federico Schiller (1759-1805), dominato dal sentimento, anche quando si concesse una tregua alle opere di immaginazione e di poesia, componendo opere di filosofia e di storia. La sua produzione poetica, per fervore d'ispirazione, per ricchezza di motivi, per la unità ideale che la illumina, pare dominata dal presagio della breve vita del poeta. Egli vive intensamente tutta l'opera sua, traendola dalle radici profonde della propria fantasia e della propria anima, quasi senza indugiarsi a raccogliere l'esperienza della realtà. Schiller è quindi uno spirito soggettivo, eminentemente lirico, anche quando, scrivendo per il teatro, imbastisce l'azione su un fondo di elementi storici che egli colora e idealizza con l'ardore del sentimento e lo slancio della fantasia, dominati da un costante ed unico freno: una adattanza proibita che non si smentisce mai.

Giovanissimo ancora, si affermò nel teatro con la prima grande tragedia Die Räuber, da considerarsi un prodotto dello Sturm und Drang, per l'impeto indissoluto che la domina; seguirono subito Die Verschwörung des Fiesko, la tragedia borghese Luise Miller e l'opera drammatica più tormentata, Don Carlos. La serie dei capolavori drammatici s'inizia con la trilogia del Wallenstein, una rappresentazione umana, idealizzata da elementi storici; in Maria Stuart Schiller si preoccupa soprattutto di ritrarre caratteri umani, mentre in Die Jungfrau von Orléans l'azione drammatica si allontana ancor più dalla realtà storica, non mancandovi neppure l'elemento meraviglioso e soprannaturale. Ultimo dramma compiuto, Wilhelm Tell, il quale riassume in mirabile sintesi i due grandi amori del poeta: l'amore per la bellezza della natura e quello per la libertà.

Tutta l'opera di Schiller è dominata da un principio etico, da un'idea morale. A tutti i suoi eroi egli dà l'impeto della passione magnanima o temeraria, ma non li priva mai della fiamma della fede e del sentimento di responsabilità morale. Esso risulta chiaro anche nelle composte demolizioni dei primi drammi; i quali, come quelli della maturità, escludono un dissidio fra l'io e il mondo, tra l'uomo e Dio, tra necessità e libertà, ma sono piuttosto la rappresentazione della vita umana nelle sue lotte e nei suoi dolori idealizzata dalla coscienza del poeta e drammatizzata dalla sua passione.

Anche la ricca produzione lirica di Schiller si muove entro l'orbita di un'idealità morale. Qui ogni dissidio tra etica ed estetica sembra dissolversi: il mondo e la vita si mostrano al poeta in una luminosa chiarezza (Die Ideale, Das Ideal und das Leben, Der Spaziergang, le ballate, e il celebratissimo Lied von der Glock).

Sarebbe esagerato affermare che Lessing, Goethe e Schiller abbiano dato alla G. un vero e proprio teatro nazionale; tuttavia essi ebbero un gran numero di imitatori, i quali, benché lontani dall'eguaglianza e l'oro modelli, ebbero talvolta clamorosi successi sulla scena, come A. W. Iffland, H. J. Collin e soprattutto Augusto von Kotschube, il quale fu il vero dominatore del teatro sulla fine del sec. XVIII.

La prosa invece, specie quella umoristica, assume in questo periodo caratteri di forte originalità per opera di vari scrittori, di cui uno grande: J. Paul Richter, che si faceva chiamare letterariamente Jean Paul (1763-1825). Sono da ricordare, tra i suoi romanzi, Die unsichtbare Loge, Hesperus, Titan e Flegeljahre, oltre il delizioso racconto Maria Wus in Auenthal. Per chi voglia penetrare il sapore umoristico di questo narratore, deve soccorrere un'attenta analisi del suo stile, in cui forti scorci e le non rare bizzarrie formano un tutto intimo con il suo pensiero. Ed è appunto da questa fusione che scaturisce la sua inesauribile e originale vena umoristica.

VI. IL ROMANTICISMO

Il romanticismo nacque direttamente dalle condizioni politiche del tempo e, assai più, da un largo movimento filosofico che lo preparò e lo seguì per un lungo volgere di anni. Tra i pensatori ai quali risale il maggior merito di questa preparazione è G. G. Fichte. Egli ha fede assoluta nell'attività creatrice dell'uomo e afferma il dogma della personalità: l'uomo esiste in quanto ha coscienza di se medesimo e la conoscenza non ha confini e tende ad allargarsi illimitatamente, conquistando a grado a grado il mondo che è fuori di sé. Un discepolo di Fichte, Federico Schelling volse l'idealismo fichtiano ad un largo e profondo panteismo. Tutto il suo sistema filosofico è il frutto della immaginazione ardente di un poeta, ond'è che i romantici trovarono principalmente nelle sue affermazioni rispecchiate le loro dottrine e i loro gusti che tendevano al vago nei liberi campi della fantasia, non limitata dal controllo rigido della ragione e della critica. Completa la triade dei filosofi Giorgio W. F. Hegel, il quale ritorna ancora al panteismo spinoziano, sostituendo al principio fondamentale statico della sostanza il concetto dinamico dell'Idea, che in sé racchiude ogni impulso creativo.

Ma i germi fecondi del movimento romantico non maturano solo in seno al pensiero filosofico; essi si ritrovano già, senza voler discendere più indietro, nel misticismo panteistico del Böhme, tutto teso e anelante alla conquista della divinità diffusa nella natura, nella lotta per la liberazione dall'influsso francese, nella affermazione dei diritti della fantasia (Bodmer e Breitinger), nella concezione della poesia come effusione del sentimento (Klopstock), nella esaltazione dell'individuo fatta dallo Sturm und Drang, nello scardinamento del canone estetico oraziano un pictura poesie (Lessing), nel culto

di Shakespeare, nel riconoscimento che poesia è voce della natura (Herder). I romantici pertanto sfuggiranno tutto ciò che è presente e reale; ciò che essi si sforzeranno di esprimere non saranno pensieri concreti, né sentimenti maturi, bensì immagini fuggitive appena abbozzate, palpiti di sentimenti appena sbocciati dall'anima del poeta, pensieri sorpresi nei più reconditi misteri della vita e fuggevolmente espressi.

La determinazione, la perfezione non rispondono all'ideale romantico; la sua vita è la Selhustcht, che tende all'infinito e all'eterno e non ha, dunque, possibilità di appagamento. Ecco l'intima ragione del dramma dell'anima romantica che, in fondo, è lo stesso dramma dell'idealismo tedesco. Eppure è chiaro che l'insieme loro Streben tende a una soluzione, a una conquista di unità e di armonia; ed essa è cercata in due direzioni: la dionisiaca e la cristiana, e si vorrebbe chiamare l'una immanente, trascendente l'altra, cioè quella verso l'assoluto, nel folle tentativo di superare la vita e di disprezzarne le intangibili leggi, e quella della rinuncia; la prima è anche quella di un tattismo eroico e di un eroico tramonto; la seconda quella di un non rassegnato adagiarsi in seno a una confessione religiosa. Romantici dionisiaci possono così esser considerati Hölderlin e Kleist, cristiani Schlegel, Brentano, Tieck, Runge e Novalis. Ma come e in che cosa sostanzialmente divergono la concezione romanticista e quella trascendentale? Perché qui si pone precisamente il problema della religione presso i romantici, in quanto una religione rivelata, così suoi dogmi e le sue rigide norme, non è in inconciliabile contrasto con lo spirito romantico, aperto a tutti gli impulsi, anelante a tutte le mete? Ed infatti la religione, qualunque essa sia, è sempre più o meno in funzione della concezione romantica. Così anche il cristianesimo. Se infatti Cristo fosse sentito, nel senso ortodosso, come salvatore dell'umanità, ogni anima troverebbe in lui facile e pieno appagamento, mentre il cristianesimo non solo non reca pace né armonia a nessuno spirito romantico, ma anzi serve soltanto a illuminare, attraverso deviazioni o atteggiamenti affini, altri lati del suo insonne e inquieto aspirare. L'amore, ad es., è considerato come espressione religiosa; ma esso non è disgiunto dalla voluttà, ciò che soddisfa l'aspirazione romantica all'unità, a riavvicinare cioè il divino all'umano, il cielo alla terra, lo spirito al sensi. E questo misticismo dell'amore doveva necessariamente legare i romantici alla religione di Cristo nei suoi due fondamentali elementi, dell'amore e del peccato: il peccato, come il più forte assillo all'amore; l'amore, come la più alta aspirazione di un ritorno a Dio. Così religione, amore, voluttà si equivalgono, ma è importante notare che è l'amore nella sua pienezza che crea e alimenta e caratterizza la religione; e poiché questa religione è il cristianesimo, è ancora una volta chiaro che siamo lontani da ogni ortodossia e altresì dalla morale cristiana.

L'etica romantica, infatti, conferma un'assoluta indipendenza da tutte le norme derivanti da una religione rivelata. Oltre che per l'amore spiritualizzato e per la voluttà del peccato, i romantici erano attratti dal cristianesimo, come da una religione della morte, in quanto la morte apre a tutti i cristiani, come ai romantici, un mondo più alto e migliore, fuori del reale e del presente, in una vita ultraterrena ch'è per l'appunto la realizzazione dell'infinito e del-

e trascinato anch'esso da una impetuosa corrente nazionale, divenne patriottico e diede i canti appassionati di Arndt, di Schenkendorf, di Rückert e quelli accorati e tempestosi del più giovane lirico tedesco, Teodoro Körner.

Ma il dramma romantico, soprattutto, ci dà una idea più chiara e precisa dell'immenso favore che le dottrine romantiche incontravano dappertutto, informando la letteratura del tempo. Perché se c'è genere letterario che rifugga dall'irrealtà e dalla indeterminazione della forma, questo è appunto il dramma. Così il romanticismo operò il miracolo di fare applaudire sulle scene le Schickalastragöden, i drammi fatalistici, di Zaccaria Werner (1768-1823), come Der vierundzwanzigste Februar, mentre elementi romantici, quali il fantastico, il meraviglioso, il terribile, determinati da una analisi più intima e profonda dei personaggi, rientrano nei drammi di Enrico von Kleist (1777-1811), insieme con una spiccata tendenza all'assoluto, che impresse, almeno ai suoi primi drammi (Die Familie Schroffenstein e specialmente Penthesilea) il segno di una personalità eccessiva. La stessa terribilità, talvolta anche mostruosa, che si nota in qualche tragedia kleistiana si ritrova nell'opera drammatica di C. Grabbe, mentre essa è accuratamente evitata nei drammi di Franz Grillparzer (1791-1872), il quale non cerca di analizzare i personaggi, obbedendo a una idea preconcetta, né subordina mai l'azione a considerazioni filosofiche, facendo delle sue creature simboli o astrazioni, ma infonde in esse una vita reale e le fa muovere sulla scena come si muoverebbero nella vita. Tuttavia è facile notare che il poeta spesso interviene nel corso dell'azione per impedire che i suoi personaggi, seguendo l'impulso delle proprie passioni, si spingano troppo innanzi; è il freno che il Verstandesmeusch, della specie più equilibrata e tenace, oppone al poeta di agitata e traboccante fantasia, ciò che non avviene nei suoi drammi fatalistici come Die Ahnfrau o anche nella trilogia Das goldene Wiese.

Nella lirica, invece, gli elementi romantici vanno a poco a poco attenuandosi, segnando deviazioni e anche reazioni. Così nel culto della forma e nel proposito di introdurre nella lingua nuovi atteggiameniti mettici e nella ispirazione dei fantasmi suggestivi del mondo orientale si trovarono d'accordo Federico Rückert (1788-1866) e Augusto von Platen (1796-1835), quest'ultimo essenzialmente romantico nelle prime raccolte liriche e antiromantico in due commedie di imitazione aristofanesca, mentre la sua conversione al culto della forma classica si afferma nelle liriche posteriori, specie nei Sonette aus Venedig, di squisita fattura. I poeti svevi, tra i quali primaggia Luigi Uhland (1787-1862), autore di ballate, rapido e romanzate assai popolari per ingenuità e spontaneità d'ispirazione e per concisione di stile, costituiscono un gruppo artistico che ha una fisionomia propria, mentre tuttavia tutti ebbero comune l'intento di trarre dalla corrente romantica il miglior profitto possibile, prescindendo da ogni esagerazione. È accanto a lui merita di essere ricordato Edoardo Mörike, grande soprattutto nelle liriche di carattere intimo e armoniosissime, nelle quali si sente l'eco romantica, per quanto il poeta si sforzi di conciliare romanticismo e classicismo. Alla scuola sveva si riannoda anche la lirica di Nicola Lenau (1802-50), poeta di una originalità vibrante e seducente per l'immediatezza e sincerità dell'ispirazione, per il colorito e la dovizia delle immagini, per il senso largo e profondo di dolore umano che tutta la pervade e non di rado assume il carattere di un Weltchmerz. Egli cerca il dolore come necessario nutrimento alla sua vita e alla sua poesia, e tale dolore si acuisce, si distende in tutte le cose, finché egli sente l'anima del mondo piangere come piange l'anima sua: un simbolismo della natura, tipicamente romantico. È un romantico «sconsacrato» su definito un altro ben più grande poeta, l'ebreo Enrico Heine (1797-1856), grande nella lirica, specie del Buch der Lieder, come nella prosa dei Reisebilder, come anche nell'epos satirico Atta Troll. Heine può considerarsi veramente l'ultimo romantico; di animo irrequieto e aggressivo, personifica, con caratteri tipici e salienti, le tendenze, le contraddizioni, le scettiche ribellioni, gli entusiasmi deliranti e caduchi dell'uomo moderno, quando l'ambiente non ha ancora ritrovato l'equilibrio. Egli non ha il senso tragico del mondo, ma piuttosto coscienza tragica del suo mondo e della sua vita; così non ha la fede o il sentimento della rassegnazione del credente, ha solo la tormentosa coscienza della impotenza dell'uomo di fronte alla inaccessibile potenza che governa la vita ed è appunto tale coscienza che gli ricrea il suo Dio, il terribile antagonista nella tragedia di un uomo che ama la vita e non può goderla, che sa di dover morire e non vuol morire e che perciò si fa umile e ribelle, prega e bestemmia, supplica e schernisce. È la tragedia sua che si riflette negli ultimi canti del poeta.

VII. IL REALISMO

Il pensiero speculativo che aveva preparato e seguito il movimento può dirsi esaurito con una serie di epigoni della filosofia di Hegel, alcuni dei quali, continuatori di stretta osservanza, si limitarono a una fredda esegesi delle sue opere, altri, invece, continuatori più arditi, spinsero all'estremo limite dell'esagerazione la dottrina del maestro. Questo gruppo si raccolse sotto l'appellativo di «sinistra hegeliana» e vi primeggiarono Luigi Feuerbach e Federico Strauss, autore di una Vita di Gesù, mentre gli hegeliani trovarono un violento e sagace oppositore in Arturo Schopenhauer, il quale tornò alla filosofia di Kant, giungendo peraltro a conclusioni pessimistiche.

La scienza e la storiografia giunsero nel sec. XIX, in Germania, ai più fecondi risultati, in virtù di un rinnovamento di tutti gli studi sussidiari e di una rigorosa revisione dei problemi riguardanti il metodo. Analogamente gli studi filosofici e linguistici dei fratelli Grimm e gli studi di letteratura e di storia comparata delle lingue dei fratelli Humboldt prepararono il sorgere di una visione nuova e più profonda dei fatti storici.

Verso la metà del secolo la poesia si presenta con un carattere politico ben marcato, che, lontano da una visione totale di vita, è anch'esso aderente alla realtà particolare e contingente del momento. Già fin dai rivolgimenti politici del 1830, s'andò sempre più affermando in Germania una grande idealità che trova un riflesso anche nella letteratura politica: formare l'unità nazionale e conquistare la libertà. Essa dette vita a una associazione letteraria (Das junge Deutschland), la quale ha evidenti punti di contatto con il romanticismo per la spiccata tendenza all'individualismo, ma se ne discosta nettamente nella sua essenziale significazione: la tendenza politico-liberale. È la stessa tendenza che dà vita ad una lirica patriottica, fiorita intorno ai moti politici del '48 con Hoffmann von Fallersleben, Ferdinando Freiligrath, Giorgio Herwegh.

Estranea, invece, a qualsiasi scuola, e poetessa nel senso più genuino e nobile della parola, fu Annetta von Droste-Hülshoff (1797-1848). Tutta la sua produzione lirica (Das geistliche Jahr e Letzte Gaben) è pervasa da un sincero e profondo sentimento religioso. Ella è intimamente cattolica, ma invano si cercerebbe nei suoi versi l'eco delle lotte confessionali precedenti; in lei respira solo un alito di pace, diffuso in tutte le creature della terra e della natura, e un puro, intimo senso di umanità, addolcito da un soffio di tenerezza schiettamente femminile, si leva da ogni suo canto.

Nella letteratura narrativa, e in particolare nel romanzo, si riflette sempre più la vita moderna o almeno, nei romanzi storici, si considerano gli avvenimenti che pongono occasione al racconto con occhi di uomini consapevoli delle tendenze della vita che mirano all'analisi psicologica e alla rappresentazione realistica. Così un coscienzioso osservatore della vita è Gustavo Freitag (in Soll und Haben), mentre vastissime letture su vari periodi storici, quali la Riforma in G. e la Rinascenza in Italia, furono preziose a C. Ferdinando Meyer per creare gli sfondi di molte sue opere. Il romanzo sociale è degnamente rappresentato da Federico Spielhagen (Problematische Naturen); delicato poeta della natura che sente e descrive con fine tocco di artista il paesaggio e la vita della sua patria, la Boemia, è Adalberto Stifter; delizioso

novelliere che ama soprattutto le piccole cose (Immeree) è Teodoro Storm, e narratori anche essi assai notevoli sono pure Federigo Reuter, pieno di naturalezza e vivacità, Teodoro Fontane, il quale a una narrazione schiettamente naturalistica unisce una conoscenza profonda della vita e dell'anima tedesca, Bertoldo Auerbach, i cui racconti sono pervasì da un profondo senso di umanità, Goffredo Keller, svizzero, il quale sa innalzarsi dalla narrazione semplice e obiettiva della vita rusticana e dalla descrizione viva e colorita della natura a un concetto di umanità più largo e di pura poesia (Die Leute von Seldzeyla), e infine un vero maestro della novella, Paolo Heyse, innamorato del-l'Italia, dove dimorò a lungo e dove si svolge l'azione di molti suoi racconti; e lo stiirano Pietro Rossegger, po-polarissimo scrittore di racconti autobiografici, grandissimo nel piccolo mondo della sua terra natale (Walthei-mat, Die Schriften eines Waldschulmeisters).

Il teatro subisce anch'esso, nella seconda metà del sec. XIX, atteggiamenti analoghi a quelli della narrativa, orientandosi sempre più verso l'analisi dei sentimenti e la rappresentazione realistica della vita moderna. Di qui un maggiore e più immediato contatto dello scrittore con il pubblico: la letteratura diventa popolare. Così, mentre la prosa narrativa in uno studio accurato e parti-colare di ambienti e di caratteri crea il racconto ville-reccio, il teatro, ispirandosi anch'esso all'osservazione dei fatti della vita quotidiana, ci porterà alle rappresentazioni realistiche di Freitag e di Anzengruber. Ma già prima di quest'ultimo, Federico Hebbel (1813-63), in una serie abbastanza copiosa di tragedie (Judith, Maria Magdalena, Herodes und Marianne) e di commedie si rivela uno scrittore moderno, preoccupato di suscitare l'attenzione dello spettatore, per mezzo della originalità analitica del pensiero, anche se per eccesso non sempre riesca ad ottenere l'intento. Hebbel è il creatore di una forma drammatica nuova; considera il dramma la fedele rappresentazione della vita umana. Il tragico, per lui, è un elemento inerente alla nostra vita, scaturisce ineluttabilmente la sua essenza, perché vivere significa volere e agire, e volere e agire non può significare che soffrire e peccare. È sempre l'idea del peccato originale che pesa nei secoli sull'umanità, come una fatalità invincibile. Mentre il teatro di prosa cercava così la sua via, Riccardo Wagner (1813-1883) compiva la riforma del dramma musicale, rispetto alla quale passa in seconda linea il merito, del resto anch'esso grande, se si pensa alla concezione unitaria che egli aveva dello spettacolo teatrale, di avere egli stesso composto i poemi che poi musicava, traendoli dalla rete mota e genuina tradizione popolare (Tannhäuser, Loh-en-grin, Tristan und Isolde, Nibelungenlied, Meistersänger von Nürnberg, Parsifal).

Il naturalismo, sulla fine dell'Ottocento, domina in modo quasi esclusivo il teatro. Ciò che si richiede all'autore drammatico è che egli possa portare sulla scena un'opera che agisca sullo spettatore come un fatto della vita reale e dia ad esso l'illusione della realtà. Il soggetto e la tecnica sono subordinati alla necessità che governa questo illusionismo sulla scena. I principali rappresentanti del dramma naturalistico sono Ermanno Sudermann (1857-1928) e Gerardo Hauptmann (1862-1946): il primo ha oscillato fra diverse formole, senza riuscire a liberarsi da certo influsso francese, ma è indubbio che molti dei suoi drammi (Die Ehre, Stein unter Steinen) sono costruiti su forte ordinata e hanno avuto pieno successo; Hauptmann, più individuale, più profondo, ha lo sguardo largo e penetrante per osservare i contrasti delle reali sociali (Vor Sonnenaufgang, Einsame Menschen, Die Weber). Egli è anche poeta che non sdegna persino atteggiamenti simbolici derivati dal teatro di Ibsen; soccorrono una tecnica scenica così pronta e precisa e una efficacia tanto agile di pensiero e di sentimenti che il suo teatro mantiene una fisionomia tutta propria.

Un netto distacco dal teatro naturalistico segnano i drammi di Arturo Schnitzler il quale subisce l'influsso delle dottrine freudiane nello scrutare il fondo dell'anima umana negli aspetti più misteriosi, come nelle più forti passioni (Fräulein Else), mentre negli ultimi anni sembra diventare grave e pensoso di fronte al mistero della morte (un senso di paurosa attesa è infatti nelle ultime sue opere). Fondamentalmente scettico e pessimista, senza nessuna capacità ricostruttiva, rimane invece Frank Wedekind, il quale si compiace di trattare nei suoi drammi la materia più scabrosa e brutale, senza che mai in essi appaia un raggio di sole. Egli non può certo essere considerato un moralista, secondo opinione alcuni critici, ma piuttosto un precursore del teatro espressionistico che è immorale e dissolvente.

La corrente naturalistica, che pretendeva annullare di un tratto o per lo meno trascurare tutta la tradizione poetica posteriore allo Sturm und Drang, dal romanticismo al Junges Deutschland, declinò ben presto, senza aver dato nessun grande poeta, e, anzi, suscitando più o meno forti reazioni da parte di poeti dotati di originalità e di personalità, tra i quali Detlev von Liliencron, che tentò il romanzo e il teatro, ma riuscì solo nella lirica, e Riccardo Dehmel il quale cantò soprattutto l'amore concepito come causa e fulcro di ogni manifestazione della vita, fino ad assumere valore di simbolo. Una più accentuata reazione al naturalismo si trova nell'opera di Federico Nietzsche, più notevole come lirico che come pensatore, e in quella di Stefano George, fervente propugnatore di un rinnovamento della poesia tedesca, nelle cui raccolte liriche, oltre un profondo influsso nietzschiano, si sente, insieme con un vago cosmopolitismo, il desiderio di conciliare il mondo classico con quello germanico, che però sfocia in una chiara affermazione di germanesimo, mentre da un puro estetismo, in cui la poesia è ridotta solo a immagini e suoni, egli giunge, negli ultimi canti, alla affermazione di un'arte non priva di un suo particolare contenuto etico. Al contrario di George, Ugo von Hofmannsthal, che pure appartiene alla schiera dei neoromantici raccolti intorno al cenacolo georgiano e ai Blätter für die Kunst, si allontana da ogni contatto con la realtà presente e si volge, di preferenza, al mondo dei miti in una ebbrezza di forme immaginose e splendenti di suoni, in cui si sentono gli influssi di D'Annunzio. Anche Rainer Maria Rilke (1875-1926), incamminato sulla via artistica da George, presto se ne allontana per trasferire il proprio mondo poetico in una intima penetrazione della natura e in un mistico isolamento dello spirito. Attraverso l'anima delle cose, di cui ascolta e intende la vita, egli tende incessantemente a Dio, un Dio però immanente, il quale gli crea il desiderio di amore e di comunanza spirituale con il mondo, un Dio che egli sa di non poter mai possedere interamente, né raggiungere, ma al quale tuttavia si dona in pieno abbandono.

Se il naturalismo col suo rivoluzionarismo e riformismo sociale aveva fallito lo scopo di creare una grande poesia, il neoromanticismo col suo sforzo culturale e la sua visione interiore e trascendentale, nessuno ne aveva concretamente raggiunto; onde il graduale spezzarsi della fede nell'ordine cosmico, naturalistico e romantico, condusse al pieno favori il sorgere della rivolta caratterizzata dall'espressionismo, novello Sturm und Drang del primo trentennio del sec. XX. E senza dubbio molta parte della letteratura tedesca dell'anteguerra e quasi tutta quella che segui la prima guerra mondiale sono impre-gnate della Weltanschauung espressionistica. Al centro della quale è ancora un problema etico; perché se l'espressionismo ha dato, nel campo della poesia, assai spesso frutti caduchi, esso assume particolare rilievo come movimento spirituale che ha in sé tanta parte negatrice e dissolvente. Così quello che più colpisce in esso è l'impeto della rivolta contro il passato; questo irrompere nel corso della letteratura tradizionale di una corrente torbida, limacciosa, urlante, che tutto ignora o vuol travolgere di quanto fu oggetto di alte aspirazioni, dell'amore e della fede, e che costituiva una norma secolare di vita nell'orbita della famiglia e della società. E c'è da sbigottire dinanzi all'irruenza con cui una generazione si scaglia contro un'altra, i figli contro i genitori (si ricordi il dramma di Hasenclever Der Sohn); dinanzi alle forme più turpi del pervertimento sessuale (si ricordino certi drammi di Kaiser); dinanzi ai deliri di un linguaggio che rileva esso stesso non soltanto il distacco violento da ogni compiutezza formale, ma una vera aggressione al saldo tradizionale organismo.

linguistico. Scrittori che per certi aspetti si riattaccano alla corrente espressionistica, ma rivelano più o meno eminenti qualità di artisti, sono Döblin e Däubler, i fratelli Tomaso e Enrico Mann (del primo è il grande romanzo Die Buddenbroocks), Wassermann, von Unruh, Werfel e Stefano Zweig.

La rivolta espressionistica aveva tentato di mutare i rapporti tra le cose, ma non aveva potuto abolire le cose stesse. Era facile prevedere dunque che si sarebbe tornati a guardare attraverso il controllo della intelligenza. L’uomo si era gettato disordinatamente, si direbbe ciecamente, alla conquista dell’universo; ma presto si ripiegò su se stesso, per prepararsi di nuovo a conoscere, e per sostituire la realtà della conoscenza all’illusione dell’estasi, in modo che si sorgesse la fede nell’avvenire e la poesia riprendesse i vecchi eterni motivi dell’amore per le creature, dell’incanto della natura e della elevazione a Dio. Già nei primi anni del decennio che va dal 1920 al 1930 una nuova tendenza si era così venuta affermando con contenuto e forme più reali e più semplici e nello stesso tempo più intimi e schietti. È la Neue Sachlichkeit, cioè, approssimativamente, il neo-realismo, una corrente che non ha avuto il suo pieno e conseguente sviluppo, deviata e contaminata negli ultimi anni da una letteratura, direttamente o indirettamente legata all’ideologia del nazionalsocialismo, con i ben noti motivi d’ispirazione, quali l’idea del Reich e il divenire storico del popolo tedesco, l’esaltazione della razza e la intima relazione tra sangue e suolo e tra stirpe e paesaggio, ma che lentamente mostra già riprendere il suo corso, come testimonianza alcuni dei poeti contemporanei più dotati, tra i quali si ricordano Ernesto Wiechert e Hans Carossa.

BIBL.: Ormai sono antiquate le storie generali della letteratura tedesca di G. Gervinus, di W. Wackernagel, di H. Kurz, mentre tuttora buona è quella di W. Scherer, Geschichte der deutschen Literatur, Berlin 1883, continuata dal O. F. Walzel, 1879; tra le più recenti: F. Vogt e M. Koch, Geschichte der deutschen Literatur, 3 voll., Lipsia 1920 (trad. II. di G. Balsamo Crivelli, Bari 1924); K. Borinski, Geschichte der deutschen Literatur, 2 voll., Stoccarda 1921; A. Biese, Geschichte der deutschen Literatur, Monaco 1930; J. Nadler, Geschichte der deutschen Literatur nach Stämmen und Landschaften, 4 voll., Ratisbona 1932; Handbuch der Literaturwissenschaft, diretto dallo stesso Walzel, Potsdam 1937; G. V. Amoretti, Storia della letteratura tedesca, Milano 1946; R. Bottacchieri, Storia della letteratura tedesca, 3 voll., Roma 1947.

Archeologia. — Gli studi archeologici relativi al cristianesimo primitivo in G. possono essere presi in considerazione normalmente in quei paesi al di qua del Danubio e del Reno che vennero occupati dai Romani. In queste regioni le principali stazioni militari e commerciali diventarono anche i più immortali centri ecclesiastici e come tali nuclei della cultura paleocristiana attestata da edifici di culto, cimiteri, oggetti, arredi ed iscrizioni, che furono creati sotto l’influsso romano fino al periodo carolingico. Ecco le principali città nelle quali furono rinvenuti antichi monumenti cristiani.

AQUITANIA (v.). — Alzey: timbro paleocristiano per pane con i busti degli imperatori Valentiniano II, Valente e Graziano (F. Drexel, in Germania, 13 [1929], p. 187; 14 [1930], p. 38). — Andernach (Antunacum): iscrizione sepolcrale con l’espressione «meruit sanctorum esse consortem» (F. X. Kraus, Die altchristlichen Inschriften der Rheinlande, Friburgo in Br. 1890, p. 133, n. 275). — Augusta (v. Augusta Vindelicorum): resti di un battistero del sec. IV (L. Ohlenroth, in Forschungen und Fortschritte, 6 [1930], pp. 169-70). — Bingen (Bingium): iscrizioni sepolcrali cristiane (F. X. Kraus, op. cit., pp. 33, n. 89; G. Behrens, in Germania, 10 [1926], pp. 146-14

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(Exe. Catt.)
Germania - Località con monumenti cristiani antichi.

8). — Bonn: sotto il pavimento della cripta romanica della basilica dei SS. Cassio e Florenzio, oggi S. Martino, si scoprì nel 1928 un’area cimiteriale cristiana presso l’antico castrum romano del sec. IV e una chiesa cimiteriale del sec. IV-V (G. F. Kirsch, in Riv. di arch. crist., 9 [1932], pp. 151-158). Per le iscrizioni cristiane trovate in Bonn, V. X. Kraus, op. cit., p. 137, n. 282; p. 138, n. 284). — Boppard (Baudobrica): sono note alcune iscrizioni sepolcrali cristiane tra le quali una di un «famus deis» (F. X. Kraus, op. cit., p. 131, n. 267) e l’altra di un «Nonus presbyter» (id., op. cit., p. 133, n. 272). — Coblenza (Confluentes): iscrizione sepolcrale cristiana su lastra di calce di un «Leuradus lector» (id., op. cit., p. 130, n. 265). — Colonia (v. Colonia grippina). — Gondorf: iscrizioni sepolcrali cristiane (J. Klein, in Bonner Jahrbücher, 84 [1887], p. 241). — Göttingen (sul lago di Costanza): vi si trovò una Croce in lamina d’oro, una fibula argentata su cui è inciso un cavaliere sorreggente una Croce astile, vaso in bronzo con motivi allegorici, tra cui la scena del Battesimo, e una iscrizione greca (G. Kraft, in Badische Fundberichte, 1 [1928], p. 267; 2 [1929], p. 21; F. Garscha e F. W. Volbach, in Germania, 17 [1931], pp. 36-37; J. Sauer, Frühchristliche Funde in Deutschland aus den letzten 25 Jahren, in Atti del III Congresso internazionale di arch. crist., Città del Vaticano 1934, p. 179, fig. 6). — Hintschingen, sul Danubio: vi si rinvenne una Croce in lamina d’oro, un anello d’oro con moneta aurea di Giustino II e uno sperone con una Croce incisa (E. Wagner, in Römisch-Germanisches Korrispondenzblatt, 9 [1919], pp. 1-8; I. Sauer, op. cit., p. 177, fig. 5). — Lehmen, sulla Mosella: un’iscrizione cristiana sepolcrale (F. X. Kraus, op. cit., p. 128, n. 261). — Magonza (v. Magontiacum). — Müngersdorf: cimitero del sec. VI-VII d. C. con 149 tombe e un altro con sarcofagi in pietra; vi si raccolse suppellettile in vetro e in metallo con soggetti pagani e cristiani (F. Fremersdorf, in Bullettino del Museo dell’Impero romano, 1 [1930], pp. 171-72). Molto nota è la coppa in vetro azzurro con scene di Noè nell’arca, Mosè che batte la rupe, Giona gettato in mare e in riposo e Daniele tra i leoni; queste scene sono alternate con quattro medaglioni nei quali F. Fremersdorf riconobbe i figli di Costantino: Crispo, Costantino, Costanzo e Costante (I. Sauer, op. cit., p. 176, fig. 4). Pure a Müngersdorf si rinvennero due cucchiai d’argento dell’a. 370 con l’iscrizione: «De gratias» (G. Behrens, in Germania, 11 [1927], p. 148). — Neuss (Novaecium): quattro vetri dorati con la rappresentazione

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(da Rivista arch. cristiana, 15 [1938], p. 115)

GERMANIA - Pianta della basilica primitiva di Eginardo (sec. IX secondo la ricostruzione di O. Müller.

degli apostoli Pietro e Paolo, di Giobbe, di s. Ippolito e di s. Sisto II (F. X. Kraus, op. cit., p. 152, n. 302). - Passavia (Castra Batava): un santuario fondato da s. Severino protettore e apostolo delle province romane della Rezia e del Norico. Sotto la chiesa medievale sono apparsi resti del sec. VIII (H. Horman, St. Severin zu Passau, Die Kirche und ihre Baugeschichte nach neuen Ausgrabungen und Untersuchungen, Passau 1935). - Pflaidt, presso Andernach: un'iscrizione cristiana (F. X. Kraus, op. cit., p. 134, n. 274). - Ratisbona (v. REGINA CAELI). - Remagen (Ricomagus): un'iscrizione sepolcrale cristiana (F. X. Kraus, op. cit., p. 136, n. 279). - Saalburg: un'fischietto in corno con iscrizione: «Annius fidelis in R.», si tratta di un soldato della XXII legione (H. Leclercq, s. V. in DACL, VI, 1, col. 1209, fig. 5261). - Seligenstadt sul Meno: Eginardo (v.) in onore delle reliquie dei martiri romani Marcellino e Pietro, di cui si è riconosciuta la pianta che è del tipo di quelle di S. Prassede in Roma (A. Schuchert, in Riv. di arch. crist., 15 [1937], pp. 141-46). - Treviri (v.). - Worms (v.). - Wiesbaden (Aquae Mattiacae): sono note otto iscrizioni sepolcrali cristiane e un timbro (pastillum aeneum) con la dicitura «Fl. Paulini» (F. X. Kraus, op. cit., pp. 27-30, nn. 47-55). - Xanten (v.).

BIBL.: J. Ficker, Altechristliche Denkmäler und Anfänge des Christentums im Rheingebiet, Strasburgo 1900; W. Neuss, Die Anfänge des Christentums im Rheinlande, in Rheinische Neujahrsblätter, Bonn 1933; I. Sauer, Frühchristliche Funde in Deutschland aus den letzten 25 Jahren, in Atti del III Congresso intern. le di arch. crist., Città del Vaticano 1934, pp. 169-81; H. Friedrich, Die Anfänge des Christentums und die ersten Kirchengründungen in römischen Niederlassungen im Gebiete des Nieder- und Mittel-

sformato in basilica ad archi ove fecero allora la prima comparsa in G. volte a croce nella navata centrale collegate ad una più salda struttura delle pareti della navata e di tutta la costruzione esterna). Così nella chiesa dell'abbazia di Maria Laach (1092-1156). Nella plastica si perde quella impetuosa forza espressiva del periodo intorno al 1000 a vantaggio di una monumentalità arcaicamente severa (cf. la Madonna d'oro di Essen, della fine del sec. X, con la Madonna del vescovo Imad del 1060 [Paderborn]). Nella seconda metà del sec. XI appare nelle nicchie la prima plastica con funzione architettonica (atrio di S. Emmeram, Ratisbona, 1048-64). Nel sec. XII un forte sentimento plastico si esprime nel rilievo delle forme dei corpi (sepolcro di Rodolfo di Svevia, m. nel 1080 [Merseburg]; sepolcro di Federico von Wetin, m. nel 1152 [Magdeburg]).

Dalla metà del sec. XII il nuovo senso di appagamento e di gioia proprio del tempo degli Staufer, il tempo dell'epopea eroica e dei cavallereschi Minnesänger, si riflette in una architettura di tratti robusti e di piacevoli ornamenti (Schwarzriedorf, doppia cappella, consacrata nel 1151; Colonia, SS. Apostoli, costruzione ampliata nella parte orientale, dopo il 1192; Worms, duomo, fine sec. XII-inizio sec. XIII; Strasburgo, Münster, Ostbau, dopo il 1176; duomo di Bamberga, 1185-1237; Limburg a. d. Lahn, Collegiata, consacrata nel 1235). Piacevole naturalezza e capacità di espressione tutta interiore si notano nella pittura e nella plastica: così negli affreschi del coro a Prüfening presso Ratisbona, verso il 1170. Così nelle rappresentazioni di soggetto sacro quali a Colonia in S. Gereone, nella Cappella del Battistero. Così nelle scuole di miniature di Ratisbora (Lode della S. Croce, 1170-85 [Monaco]), in quella conventuale bavarese (Libro mattutino dell'abate Corrado di Scheyern, principio del sec. XIII [Monaco]), in quella del Reno superiore (Hortus deliciarum di Herrad di Landsberg, ca. 1170), nell'altra del medio Reno (Liber Scivias di S. Ildegarda di Bingen del principio della seconda metà del sec. XII [Wiesbaden]), in quella di Thüringen (Salterio del langravio Hermann, 1211-13 [Stoccarda]). Nel campo

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(da P. Weber, Der Bamechate zu Trier, Colonia 1885, sec. 8: GERMANIA - Particolare dell'altare portatile di S. Andrea, fatto eseguire dall'arcivescovo Egberto (975-93). Fibula d'arte merovingica con moneta d'oro di Giustiniano - Treviri, Duomo.

potenza figurativa, la sua forza d'espressione spirituale incarnarono la profonda religiosità e insieme la terrena fiducia di questo periodo. Nel campo architettonico le strutture allora divengono più chiare, mentre l'unità delle masse sottolinea l'armonia di spazi e pareti. Il sistema architettonico è legato a principi schematici, quali il doppio fondo del coro e raddoppiamento delle navate trasversali, mentre il senso unitario dell'intera fabbrica viene accentuato dai campanili (Gernrode, S. Ciriaco, costruito nel 961; Colonia, S. Pantaleone con abside monumentale, consacrato nel 980; Hildesheim, S. Michele, basilica con due cori e due navate, 1000-33; Colonia, S. Maria in Campidoglio, 1049; Limburg sull'Ardt, facciata a occidente con due campanili, tra il 1025 e il 1045).

Le varie scuole di miniatura del periodo ottoniano si differenziano per contenuto e per stile; Reichenau (Codice di Egberto, intorno al 980 [Trevi], Evangelicario di Ottone III [Monaco], Apocalisse di Bamberga, principio sec. XI); Treviri; Echternach (Codex aureus Epernacensis, intorno al 1020 [Coburgo]); Colonia (Codice di Hilda, principio sec. XI [Darmstadt]); Ratisbona (Codice di Uta, 1002-25 [Monaco]). La Gerokreuz del duomo di Colonia è uno dei primi documenti tedeschi di grande arte plastica (verso il 970). Il primo ciclo tedesco di figure plastiche si ammira invece sui due portali di bronzo del Bernward, nel duomo di Hildesheim (terminato il 1015). L'arte dell'orafo per chiarezza e finezza di figurazione si stacca dalla sfavillante varietà del periodo carolingio (altare portatile di Andrea, 975-93 [Trevi], antependium di Basilea, 1002-24 [Parigi], gli ornamenti dell'imperatrice Gisela, principio del sec. XI, legatura dei grandi manoscritti di Reichenau, conservati a Monaco).

Dalla metà del sec. XI l'arte propriamente romanica per saldezza di forma, originalità di contenuto, e forza di compagine strutturale si differenzia da quella degli Ottoni. Così nella scuola architettonica di Hirsau. Così nei duomi imperiali di Magonza e di Spira (verso il 1082 tra

S. Sepolcro, verso il 1330. Oberwesel, Collegiata: altare ad ala, verso il 1330-40 (documento dei più antichi altari di questa forma così caratteristica per la Germania), Bamberg, Duomo: sepolcro dell'arcivescovo Federico di Hohenlohe (m. nel 1352). Gruppi del Cristo e di Giovanni – i più antichi sono del 1300 – i quali, come le rappresentazioni della pietà, nacquero dal pensiero mistico. Verso la metà del secolo, in luogo di figure agili e sottili subentrarono figure più marcate e tozze, che danno talvolta, nuovamente, il senso di una greve corporeità (Gmünd, chiesa di S. Croce: Profeti e vergini prudenti e folli, nel corso, intorno al 1350. Lavori della bottega di Parler a Colonia, Praga e Norimberga. Klaus Sluter, dal 1385 al servizio di Filippo l'Ardito, attivo in Digione). La plastica di «stile morbido» al principio del sec. XV è caratterizzata dalla piccola dimensione, e da un flusso ininterrotto di linee, dalla vaghezza e leggia-dria della espressione. «Madonne belle» (p. es., quelle di Krumau a Vienna). Man-gonza, Duomo: plastico della «Porta della memoria», intorno al 1410. Limburgo, Pietà di Dernbach, verso il 1400. Münster, Pietà di Unna, intorno al 1420. Monaco, Madonna di Secon, intorno al 1430 (Hans Multscher, 1400-67, Ulma). La plastica tedesca del tardo gotico raggiunge un punto culminante nel periodo che va dal 1460 al 1520 (Nikolaus Gerhaert di Leida, 1463-73, probabilmente in Treviri, Strasburgo e Wiener-Neustadt. Jörg Syrkin, 1425-93, Ulma. Michael Pachner, intorno al 1435/40-08, Austria. Erasmo Grasser, intorno al 1450-1518, Monaco. Gregor Erhart a Ulma e Augusta. Bernt Notke, intorno al 1435/40-1509 a Lubecca. Veit Stoss, intorno al 1445-1533, Norimberga, Cracovia ecc. Tilman Riemenschneider, intorno al 1460-1531, Franco-

GERMANIA - Chiostro dell'ex-convento di St. Emmeram (see. XIII) - Ratisbona. (per cortesia della dott.ssa L. von Wilckens)

GERMANIA - Chiostro dell'ex-convento di St. Emmeram (see. XIII) - Ratisbona. (p. es., quelle di Krumau a Vienna). Man-gonza, Duomo: plastico della «Porta della memoria», intorno al 1410. Limburgo, Pietà di Dernbach, verso il 1400. Münster, Pietà di Unna, intorno al 1420. Monaco, Madonna di Secon, intorno al 1430 (Hans Multscher, 1400-67, Ulma). La plastica tedesca del tardo gotico raggiunge un punto culminante nel periodo che va dal 1460 al 1520 (Nikolaus Gerhaert di Leida, 1463-73, probabilmente in Treviri, Strasburgo e Wiener-Neustadt. Jörg Syrkin, 1425-93, Ulma. Michael Pachner, intorno al 1435/40-08, Austria. Erasmo Grasser, intorno al 1450-1518, Monaco. Gregor Erhart a Ulma e Augusta. Bernt Notke, intorno al 1435/40-1509 a Lubecca. Veit Stoss, intorno al 1445-1533, Norimberga, Cracovia ecc. Tilman Riemenschneider, intorno al 1460-1531, Franco-

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GERMANIA - Chiostro dell'ex-convento di St. Emmeram (see. XIII) - Ratisbona. (per cortesia della dott.ssa L. von Wilckens)

GERMANIA - Chiostro dell'ex-convento di St. Emmeram (see. XIII) - Ratisbona. (p. es., quelle di Krumau a Vienna). Man-gonza, Duomo: plastico della «Porta della memoria», intorno al 1410. Limburgo, Pietà di Dernbach, verso il 1400. Münster, Pietà di Unna, intorno al 1420. Monaco, Madonna di Secon, intorno al 1430 (Hans Multscher, 1400-67, Ulma). La plastica tedesca del tardo gotico raggiunge un punto culminante nel periodo che va dal 1460 al 1520 (Nikolaus Gerhaert di Leida, 1463-73, probabilmente in Treviri, Strasburgo e Wiener-Neustadt. Jörg Syrkin, 1425-93, Ulma. Michael Pachner, intorno al 1435/40-08, Austria. Erasmo Grasser, intorno al 1450-1518, Monaco. Gregor Erhart a Ulma e Augusta. Bernt Notke, intorno al 1435/40-1509 a Lubecca. Veit Stoss, intorno al 1445-1533, Norimberga, Cracovia ecc. Tilman Riemenschneider, intorno al 1460-1531, Franco-

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GERMANIA - Chiostro dell'ex-convento di St. Emmeram (see. XIII) - Ratisbona. (p. es., quelle di Krumau a Vienna). Man-gonza, Duomo: plastico della «Porta della memoria», intorno al 1410. Limburgo, Pietà di Dernbach, verso il 1400. Münster, Pietà di Unna, intorno al 1420. Monaco, Madonna di Secon, intorno al 1430 (Hans Multscher, 1400-67, Ulma). La plastica tedesca del tardo gotico raggiunge un punto culminante nel periodo che va dal 1460 al 1520 (Nikolaus Gerhaert di Leida, 1463-73, probabilmente in Treviri, Strasburgo e Wiener-Neustadt. Jörg Syrkin, 1425-93, Ulma. Michael Pachner, intorno al 1435/40-08, Austria. Erasmo Grasser, intorno al 1450-1518, Monaco. Gregor Erhart a Ulma e Augusta. Bernt Notke, intorno al 1435/40-1509 a Lubecca. Veit Stoss, intorno al 1445-1533, Norimberga, Cracovia ecc. Tilman Riemenschneider, intorno al 1460-1531, Franco-

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GERMANIA - Chiostro dell'ex-convento di St. Emmeram (see. XIII) - Ratisbona. (p. es., quelle di Krumau a Vienna). Man-gonza, Duomo: plastico della «Porta della memoria», intorno al 1410. Limburgo, Pietà di Dernbach, verso il 1400. Münster, Pietà di Unna, intorno al 1420. Monaco, Madonna di Secon, intorno al 1430 (Hans Multscher, 1400-67, Ulma). La plastica tedesca del tardo gotico raggiunge un punto culminante nel periodo che va dal 1460 al 1520 (Nikolaus Gerhaert di Leida, 1463-73, probabilmente in Treviri, Strasburgo e Wiener-Neustadt. Jörg Syrkin, 1425-93, Ulma. Michael Pachner, intorno al 1435/40-08, Austria. Erasmo Grasser, intorno al 1450-1518, Monaco. Gregor Erhart a Ulma e Augusta. Bernt Notke, intorno al 1435/40-1509 a Lubecca. Veit Stoss, intorno al 1445-1533, Norimberga, Cracovia ecc. Tilman Riemenschneider, intorno al 1460-1531, Franco-

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GERMANIA - Chiostro dell'ex-convento di St. Emmeram (see. XIII) - Ratisbona. (p. es., quelle di Krumau a Vienna). Man-gonza, Duomo: plastico della «Porta della memoria», intorno al 1410. Limburgo, Pietà di Dernbach, verso il 1400. Münster, Pietà di Unna, intorno al 1420. Monaco, Madonna di Secon, intorno al 1430 (Hans Multscher, 1400-67, Ulma). La plastica tedesca del tardo gotico raggiunge un punto culminante nel periodo che va dal 1460 al 1520 (Nikolaus Gerhaert di Leida, 1463-73, probabilmente in Treviri, Strasburgo e Wiener-Neustadt. Jörg Syrkin, 1425-93, Ulma. Michael Pachner, intorno al 1435/40-08, Austria. Erasmo Grasser, intorno al 1450-1518, Monaco. Gregor Erhart a Ulma e Augusta. Bernt Notke, intorno al 1435/40-1509 a Lubecca. Veit Stoss, intorno al 1445-1533, Norimberga, Cracovia ecc. Tilman Riemenschneider, intorno al 1460-1531, Franco-

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GERMANIA - Chiostro dell'ex-convento di St. Emmeram (see. XIII) - Ratisbona. (p. es., quelle di Krumau a Vienna). Man-gonza, Duomo: plastico della «Porta della memoria», intorno al 1410. Limburgo, Pietà di Dernbach, verso il 1400. Münster, Pietà di Unna, intorno al 1420. Monaco, Madonna di Secon, intorno al 1430 (Hans Multscher, 1400-67, Ulma). La plastica tedesca del tardo gotico raggiunge un punto culminante nel periodo che va dal 1460 al 1520 (Nikolaus Gerhaert di Leida, 1463-73, probabilmente in Treviri, Strasburgo e Wiener-Neustadt. Jörg Syrkin, 1425-93, Ulma. Michael Pachner, intorno al 1435/40-08, Austria. Erasmo Grasser, intorno al 1450-1518, Monaco. Gregor Erhart a Ulma e Augusta. Bernt Notke, intorno al 1435/40-1509 a Lubecca. Veit Stoss, intorno al 1445-1533, Norimberga, Cracovia ecc. Tilman Riemenschneider, intorno al 1460-1531, Franco-

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GERMANIA - Chiostro dell'ex-convento di St. Emmeram (see. XIII) - Ratisbona. (p. es., quelle di Krumau a Vienna). Man-gonza, Duomo: plastico della «Porta della memoria», intorno al 1410. Limburgo, Pietà di Dernbach, verso il 1400. Münster, Pietà di Unna, intorno al 1420. Monaco, Madonna di Secon, intorno al 1430 (Hans Multscher, 1400-67, Ulma). La plastica tedesca del tardo gotico raggiunge un punto culminante nel periodo che va dal 1460 al 1520 (Nikolaus Gerhaert di Leida, 1463-73, probabilmente in Treviri, Strasburgo e Wiener-Neustadt. Jörg Syrkin, 1425-93, Ulma. Michael Pachner, intorno al 1435/40-08, Austria. Erasmo Grasser, intorno al 1450-1518, Monaco. Gregor Erhart a Ulma e Augusta. Bernt Notke, intorno al 1435/40-1509 a Lubecca. Veit Stoss, intorno al 1445-1533, Norimberga, Cracovia ecc. Tilman Riemenschneider, intorno al 1460-1531, Franco-

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GERMANIA - Chiostro dell'ex-convento di St. Emmeram (see. XIII) - Ratisbona. (p. es., quelle di Krumau a Vienna). Man-gonza, Duomo: plastico della «Porta della memoria», intorno al 1410. Limburgo, Pietà di Dernbach, verso il 1400. Münster, Pietà di Unna, intorno al 1420. Monaco, Madonna di Secon, intorno al 1430 (Hans Multscher, 1400-67, Ulma). La plastica tedesca del tardo gotico raggiunge un punto culminante nel periodo che va dal 1460 al 1520 (Nikolaus Gerhaert di Leida, 1463-73, probabilmente in Treviri, Strasburgo e Wiener-Neustadt. Jörg Syrkin, 1425-93, Ulma. Michael Pachner, intorno al 1435/40-08, Austria. Erasmo Grasser, intorno al 1450-1518, Monaco. Gregor Erhart a Ulma e Augusta. Bernt Notke, intorno al 1435/40-1509 a Lubecca. Veit Stoss, intorno al 1445-1533, Norimberga, Cracovia ecc. Tilman Riemenschneider, intorno al 1460-1531, Franco-

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GERMANIA - Chiostro dell'ex-convento di St. Emmeram (see. XIII) - Ratisbona. (p. es., quelle di Krumau a Vienna). Man-gonza, Duomo: plastico della «Porta della memoria», intorno al 1410. Limburgo, Pietà di Dernbach, verso il 1400. Münster, Pietà di Unna, intorno al 1420. Monaco, Madonna di Secon, intorno al 1430 (Hans Multscher, 1400-67, Ulma). La plastica tedesca del tardo gotico raggiunge un punto culminante nel periodo che va dal 1460 al 1520 (Nikolaus Gerhaert di Leida, 1463-73, probabilmente in Treviri, Strasburgo e Wiener-Neustadt. Jörg Syrkin, 1425-93, Ulma. Michael Pachner, intorno al 1435/40-08, Austria. Erasmo Grasser, intorno al 1450-1518, Monaco. Gregor Erhart a Ulma e Augusta. Bernt Notke, intorno al 1435/40-1509 a Lubecca. Veit Stoss, intorno al 1445-1533, Norimberga, Cracovia ecc. Tilman Riemenschneider, intorno al 1460-1531, Franco-

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GERMANIA - Chiostro dell'ex-convento di St. Emmeram (see. XIII) - Ratisbona. (p. es., quelle di Krumau a Vienna). Man-gonza, Duomo: plastico della «Porta della memoria», intorno al 1410. Limburgo, Pietà di Dernbach, verso il 1400. Münster, Pietà di Unna, intorno al 1420. Monaco, Madonna di Secon, intorno al 1430 (Hans Multscher, 1400-67, Ulma). La plastica tedesca del tardo gotico raggiunge un punto culminante nel periodo che va dal 1460 al 1520 (Nikolaus Gerhaert di Leida, 1463-73, probabilmente in Treviri, Strasburgo e Wiener-Neustadt. Jörg Syrkin, 1425-93, Ulma. Michael Pachner, intorno al 1435/40-08, Austria. Erasmo Grasser, intorno al 1450-1518, Monaco. Gregor Erhart a Ulma e Augusta. Bernt Notke, intorno al 1435/40-1509 a Lubecca. Veit Stoss, intorno al 1445-1533, Norimberga, Cracovia ecc. Tilman Riemenschneider, intorno al 1460-1531, Franco-

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GERMANIA - Chiostro dell'ex-convento di St. Emmeram (see. XIII) - Ratisbona. (p. es., quelle di Krumau a Vienna). Man-gonza, Duomo: plastico della «Porta della memoria», intorno al 1410. Limburgo, Pietà di Dernbach, verso il 1400. Münster, Pietà di Unna, intorno al 1420. Monaco, Madonna di Secon, intorno al 1430 (Hans Multscher, 1400-67, Ulma). La plastica tedesca del tardo gotico raggiunge un punto culminante nel periodo che va dal 1460 al 1520 (Nikolaus Gerhaert di Leida, 1463-73, probabilmente in Treviri, Strasburgo e Wiener-Neustadt. Jörg Syrkin, 1425-93, Ulma. Michael Pachner, intorno al 1435/40-08, Austria. Erasmo Grasser, intorno al 1450-1518, Monaco. Gregor Erhart a Ulma e Augusta. Bernt Notke, intorno al 1435/40-1509 a Lubecca. Veit Stoss, intorno al 1445-1533, Norimberga, Cracovia ecc. Tilman Riemenschneider, intorno al 1460-1531, Franco-

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GERMANIA - Chiostro dell'ex-convento di St. Emmeram (see. XIII) - Ratisbona. (p. es., quelle di Krumau a Vienna). Man-gonza, Duomo: plastico della «Porta della memoria», intorno al 1410. Limburgo, Pietà di Dernbach, verso il 1400. Münster, Pietà di Unna, intorno al 1420. Monaco, Madonna di Secon, intorno al 1430 (Hans Multscher, 1400-67, Ulma). La plastica tedesca del tardo gotico raggiunge un punto culminante nel periodo che va dal 1460 al 1520 (Nikolaus Gerhaert di Leida, 1463-73, probabilmente in Treviri, Strasburgo e Wiener-Neustadt. Jörg Syrkin, 1425-93, Ulma. Michael Pachner, intorno al 1435/40-08, Austria. Erasmo Grasser, intorno al 1450-1518, Monaco. Gregor Erhart a Ulma e Augusta. Bernt Notke, intorno al 1435/40-1509 a Lubecca. Veit Stoss, intorno al 1445-1533, Norimberga, Cracovia ecc. Tilman Riemenschneider, intorno al 1460-1531, Franco-

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GERMANIA - Chiostro dell'ex-convento di St. Emmeram (see. XIII) - Ratisbona. (p. es., quelle di Krumau a Vienna). Man-gonza, Duomo: plastico della «Porta della memoria», intorno al 1410. Limburgo, Pietà di Dernbach, verso il 1400. Münster, Pietà di Unna, intorno al 1420. Monaco, Madonna di Secon, intorno al 1430 (Hans Multscher, 1400-67, Ulma). La plastica tedesca del tardo gotico raggiunge un punto culminante nel periodo che va dal 1460 al 1520 (Nikolaus Gerhaert di Leida, 1463-73, probabilmente in Treviri, Strasburgo e Wiener-Neustadt. Jörg Syrkin, 1425-93, Ulma. Michael Pachner, intorno al 1435/40-08, Austria. Erasmo Grasser, intorno al 1450-1518, Monaco. Gregor Erhart a Ulma e Augusta. Bernt Notke, intorno al 1435/40-1509 a Lubecca. Veit Stoss, intorno al 1445-1533, Norimberga, Cracovia ecc. Tilman Riemenschneider, intorno al 1460-1531, Franco-

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GERMANIA - Chiostro dell'ex-convento di St. Emmeram (see. XIII) - Ratisbona. (p. es., quelle di Krumau a Vienna). Man-gonza, Duomo: plastico della «Porta della memoria», intorno al 1410. Limburgo, Pietà di Dernbach, verso il 1400. Münster, Pietà di Unna, intorno al 1420. Monaco, Madonna di Secon, intorno al 1430 (Hans Multscher, 1400-67, Ulma). La plastica tedesca del tardo gotico raggiunge un punto culminante nel periodo che va dal 1460 al 1520 (Nikolaus Gerhaert di Leida, 1463-73, probabilmente in Treviri, Strasburgo e Wiener-Neustadt. Jörg Syrkin, 1425-93, Ulma. Michael Pachner, intorno al 1435/40-08, Austria. Erasmo Grasser, intorno al 1450-1518, Monaco. Gregor Erhart a Ulma e Augusta. Bernt Notke, intorno al 1435/40-1509 a Lubecca. Veit Stoss, intorno al 1445-1533, Norimberga, Cracovia ecc. Tilman Riemenschneider, intorno al 1460-1531, Franco-

GERMANIA - Chiostro dell'ex-convento di St. Emmeram (see. XIII) - Ratisbona. (per cortesia della dott.ssa L. von Wilckens)

GERMANIA - Chiostro dell'ex-convento di St. Emmeram (see. XIII) - Ratisbona. (p. es., quelle di Krumau a Vienna). Man-gonza, Duomo: plastico della «Porta della memoria», intorno al 1410. Limburgo, Pietà di Dernbach, verso il 1400. Münster, Pietà di Unna, intorno al 1420. Monaco, Madonna di Secon, intorno al 1430 (Hans Multscher, 1400-67, Ulma). La plastica tedesca del tardo gotico raggiunge un punto culminante nel periodo che va dal 1460 al 1520 (Nikolaus Gerhaert di Leida, 1463-73, probabilmente in Treviri, Strasburgo e Wiener-Neustadt. Jörg Syrkin, 1425-93, Ulma. Michael Pachner, intorno al 1435/40-08, Austria. Erasmo Grasser, intorno al 1450-1518, Monaco. Gregor Erhart a Ulma e Augusta. Bernt Notke, intorno al 1435/40-1509 a Lubecca. Veit Stoss, intorno al 1445-1533, Norimberga, Cracovia ecc. Tilman Riemenschneider, intorno al 1460-1531, Franco-

GERMANIA - Chiostro dell'ex-convento di St. Emmeram (see. XIII) - Ratisbona. (per cortesia della dott.ssa L. von Wilckens)

GERMANIA - Chiostro dell'ex-convento di St. Emmeram (see. XIII) - Ratisbona. (p. es., quelle di Krumau a Vienna). Man-gonza, Duomo: plastico della «Porta della memoria», intorno al 1410. Limburgo, Pietà di Dernbach, verso il 1400. Münster, Pietà di Unna, intorno al 1420. Monaco, Madonna di Secon, intorno al 1430 (Hans Multscher, 1400-67, Ulma). La plastica tedesca del tardo gotico raggiunge un punto culminante nel periodo che va dal 1460 al 1520 (Nikolaus Gerhaert di Leida, 1463-73, probabilmente in Treviri, Strasburgo e Wiener-Neustadt. Jörg Syrkin, 1425-93, Ulma. Michael Pachner, intorno al 1435/40-08, Austria. Erasmo Grasser, intorno al 1450-1518, Monaco. Gregor Erhart a Ulma e Augusta. Bernt Notke, intorno al 1435/40-1509 a Lubecca. Veit Stoss, intorno al 1445-1533, Norimberga, Cracovia ecc. Tilman Riemenschneider, intorno al 1460-1531, Franco-

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GERMANIA - Chiostro dell'ex-convento di St. Emmeram (see. XIII) - Ratisbona. (p. es., quelle di Krumau a Vienna). Man-gonza, Duomo: plastico della «Porta della memoria», intorno al 1410. Limburgo, Pietà di Dernbach, verso il 1400. Münster, Pietà di Unna, intorno al 1420. Monaco, Madonna di Secon, intorno al 1430 (Hans Multscher, 1400-67, Ulma). La plastica tedesca del tardo gotico raggiunge un punto culminante nel periodo che va dal 1460 al 1520 (Nikolaus Gerhaert di Leida, 1463-73, probabilmente in Treviri, Strasburgo e Wiener-Neustadt. Jörg Syrkin, 1425-93, Ulma. Michael Pachner, intorno al 1435/40-08, Austria. Erasmo Grasser, intorno al 1450-1518, Monaco. Gregor Erhart a Ulma e Augusta. Bernt Notke, intorno al 1435/40-1509 a Lubecca. Veit Stoss, intorno al 1445-1533, Norimberga, Cracovia ecc. Tilman Riemenschneider, intorno al 1460-1531, Franco-

GERMANIA - Chiostro dell'ex-convento di St. Emmeram (see. XIII) - Ratisbona. (per cortesia della dott.ssa L. von Wilckens)

GERMANIA - Chiostro dell'ex-convento di St. Emmeram (see. XIII) - Ratisbona. (p. es., quelle di Krumau a Vienna). Man-gonza, Duomo: plastico della «Porta della memoria», intorno al 1410. Limburgo, Pietà di Dernbach, verso il 1400. Münster, Pietà di Unna, intorno al 1420. Monaco, Madonna di Secon, intorno al 1430 (Hans Multscher, 1400-67, Ulma). La plastica tedesca del tardo gotico raggiunge un punto culminante nel periodo che va dal 1460 al 1520 (Nikolaus Gerhaert di Leida, 1463-73, probabilmente in Treviri, Strasburgo e Wiener-Neustadt. Jörg Syrkin, 1425-93, Ulma. Michael Pachner, intorno al 1435/40-08, Austria. Erasmo Grasser, intorno al 1450-1518, Monaco. Gregor Erhart a Ulma e Augusta. Bernt Notke, intorno al 1435/40-1509 a Lubecca. Veit Stoss, intorno al 1445-1533, Norimberga, Cracovia ecc. Tilman Riemenschneider, intorno al 1460-1531, Franco-

GERMANIA - Chiostro dell'ex-convento di St. Emmeram (see. XIII) - Ratisbona. (per cortesia della dott.ssa L. von Wilckens)

GERMANIA - Chiostro dell'ex-convento di St. Emmeram (see. XIII) - Ratisbona. (p. es., quelle di Krumau a Vienna). Man-gonza, Duomo: plastico della «Porta della memoria», intorno al 1410. Limburgo, Pietà di Dernbach, verso il 1400. Münster, Pietà di Unna, intorno al 1420. Monaco, Madonna di Secon, intorno al 1430 (Hans Multscher, 1400-67, Ulma). La plastica tedesca del tardo gotico raggiunge un punto culminante nel periodo che va dal 1460 al 1520 (Nikolaus Gerhaert di Leida, 1463-73, probabilmente in Treviri, Stras

GERMANIA

Article illustration
(1st. Mutei di Stato, Berlino)

GERMANIA - Ancona d'altare: Cristo inunzi a Caifa, La Crocifissione, Le Marie al Sepolcro. Arte della Westfalia (principio del 1200) - Berlino, Museo.

nia. Peter Vischer il Vecchio, intorno al 1460-1520: fonditore in bronzo, di Normberga. Hans Leinberger, intorno al 1480/85-1531, Landshut. Meister Hl: Altarmaggiore di Breisach, 1523-26).

La pittura su tavola, che nel sec. XIII appariva ancora con manifestazioni isolate, acquista molta importanza nel XIV e sono sensibili gli influssi della pittura francese (miniatura) e di quella italiana (Giotto e Senesi: tergo dell'altare di Klosterneuburg, 1324-39). Scuola di Colonia, scuola di Boemia (altari di Hohenfurth, intorno al 1340, e di Wittingau, intorno al 1380-90). Maestro Bertram di Minden, probabilmente 1367-1415. Pittori di «stile morbido» sono Konrad di Soest e Maestro Franke in Amburgo: i suoi ultimi discepoli: Lukas Moser con l'altare di Tiefenbronn (1431) e Stefano Lochner in Colonia. Konrad Witz, insieme con Hans Mutscher rappresentante del nuovo realismo dal 1430, dipinge nell'altare di Ginevra del 1444 la prima immagine di un paesaggio realmente esistente. Martin Schongauer di Colmar merita un cenno particolare per l'arte della stampa sviluppata dal 1440. Il Maestro della vita di Maria, intorno al 1470-80, Colonia. Michael Pacher. Bernard Strigel, intorno al 1460-1528, ad Ulma. Hans Holbein il Vecchio, intorno al 1465-1524, Augusta. Hans Baldung nato presso Grion, 1483/84-1545, nell'alto Reno. Lukas Cranach, 1472-1553 e Albrecht Dürer, 1471-1528, propagatore dell'arte italiana olt'Api.

Il sec. XVI e i primi decenni del XVII sono caratterizzati dalla Riforma e dalla Controriforma. Accanto all'architettura religiosa assume particolare interesse anche l'architettura profana. Così, accanto alle figurazioni religiose della plastica e della pittura si pongono ora quelle tutte terrene e mitologiche. Augusta, cappella dei Fugger, 1509-18: la prima costruzione derivata dal Rinascimento italiano in G. Monaco, chiesa dei Gesuiti, S. Michele, 1583-97: sul modello del Gesù in Roma, ma nella tradizione delle chiese tedesche a pilastri del periodo tardogotico, l'impressionante architettura delle chiese tedesche della Controriforma. Colonia, chiesa dei Gesuiti (S. Maria l'Assunta, 1618-27): esempio principale dello stile tardo-gotico curato dai Gesuiti tedeschi occidentali. Fioritura della piccola plastica in bronzo, piombo, legno da intaglio e pietra. Konrad Meit di Worms, intorno al 1480-1550. Peter Floetner, intorno al 1490-1546, Norimberga. Hans Schwarz, medagliere, Augusta. Hans Krumper, intorno al 1570-1634: sculture in bronzo presso la corte di Monaco. Jörg Zuern: «Tare maggiore di Überlingen, 1613-19 (ampliamento della stretta tavolata d'altare gotico). Ludwig Münstermann, intorno al 1575-1638: rappresentante di un espressivo manierismo religioso. Nella pittura fiorisce l'arte del ritratto. Eminente maestro della prima metà del secolo è Hans Holbein il Giovane (Augusta 1497-98, Londra 1541). Il creatore tedesco di paesaggi ideali, che egli spesso ravviva con piccole figure religiose ornamentali, è Adam Elsheimer di Francoforte (1578-1610).

L'età del barocco e specialmente del rococo abbraccia ancora una volta in G. tutte le forze creative in un grandioso spiegamento. Nel sec. XVIII si giunge nuovamente alla fusione di tutte le arti come nella fucina medievale, giacché pittura del soffitto, altari e plastici, lavori d'intaglio e stuccature servono solo a completare l'opera dell'architetto. Johann Bernhard Fischer von Erlach (1656-1723), Lukas von Hildebrandt (Vienna, 1668-1745), Christoph Dientzenhofer (Praga, 1689-1751), scuola architettonica di Vorarlberg con Caspar Mosbrugger, Franz Beer e Peter Thumb. In Baviera: Cosmas Damian (1686-1739) ed Egid Quirin Asam (1692-1750); Dominikus Zimmermann (1685-1766); Johann Michel Fischer (1691-1766), Johann Balthasar Neumann (1687-1753), Franz Baehr: Frauenkirche a Dresda (1726-38, costruzione centrale protestante con tribune). Anche per la plastica e la pittura il centro di gravità è nella G. meridionale. Johann Meinrad Guggenbichler (Salzkammergut, 1649-1723), Balthasar Permoser (1651-1733), Georg Raphael Donner (Vienna, 1693-1741), Paul Eggel (Mannheim, 1691-1752), Egid Quirin Asam, Johann Baptist Straub (Monaco, 1704-84), Ignaz Günther (Monaco 1725-1775), Joseph Anton Feuchtmayer (Bodensee, 1696-1770). La pittura religiosa del sec. XVII culmina nelle visioni patetiche dei martiri e nelle figurazioni sacre dello slessiano Michael Willmann (1630-1706). Nel sec. XVIII trionfa la pittura del soffitto: Cosmas Damian Asam, Franz Anton Maulbertsch (1724-96, Austria).

Il romanticismo tenta di esprimere con entusiasmo sentimentale la sua ansia di rinnovamento e di purezza nello stile orientandosi verso gli antichi maestri. Karl Friedrich Schinkel costruisce, nel 1824-28, la Werdersche Kirche a Berlino in forme gotiche. I Nazareni (Karl Friedrich Overbeck, Peter von Cornelius, Julius Schnorr von Carolsfeld) vogliono rinnovare la pittura religiosa ispirandosi a Raffaello. Ma solo Caspar David Friedrich (1774-1840) riesce a fare qualche cosa di nuovo con i suoi paesaggi: allegorie piene di sentimento religioso. Il sec. XIX sul terreno dell'arte cristiana non ha apportato reali contributi. Nell'età contemporanea architetti come Hans Bartning e Dominikus Boehm si occupano della nuova architettura cristiana. Gli scultori Ernst Barlach e Gerhard Marcks, il pittore Emil Nolde hanno raffigurato gli antichi motivi cristiani nello spirito del XX sec.

Bild.: A. Goldschmidt, Die Elfenbeinskulpturen aus der Zeit der Karolinger und der sächsischen Kaiser, 4 voll., Berlino

GERMANIA - Maria S.ma e S. Elisabetta in atto di filare. Ai piedi Gesù e s. Giovanni. Scuola di Norimberga (ca. 1400). Norimberga, Museo nazionale.

1914: A. Feulner, Bayerisches Rokoko, Monaco 1920; M. Hautmann, Geschichte der kirchlichen Baukunst in Bayern, Frauen und Schrauben 1559-1780, ivi 1921; J. Braun, Meisterwerke der deutschen Goldschmiedekunst der vogotischen Zeit, 2 voll., ivi 1922; A. Haupt, Die Baukunst der Renaissance in Deutschland, Berlino-Neubabelsberg 1923; H. Beenken, Romanische Skulptur in Deutschland, Lipsia 1924; W. Pinder, Die deutsche Plastik vom Ausgang des Mittelalters bis zum Ende der Renaissance, 2 voll., Wildpark-Potsdam 1924-29; C. Glaser, Die altdeutsche Malerei, Monaco 1924; H. Hildebrandt, Die Kunst des 19. und 20. Jahrhunderts, Wildpark-Potsdam 1924; P. Frankl, Die Frähmittelalterliche und romanische Baukunst, ivi 1926; A. Feulner, Deutsche Plastik des 17. Jahrhunderts, Monaco 1926; S. Meller, Die deutschen Bronzezeitstätten der Renaissance, ivi 1926; M. Sauerland, Die deutsche Plastik des 18. Jahrhunderts, ivi 1926; E. F. Bange, Die Kleinplastik der deutschen Renaissance in Holz und Stein, ivi 1928; C. Einstein, Die Kunst des 20. Jahrhunderts, 3. ed., Berlino 1929; G. Dehio, Geschichte der deutschen Kunst, 8 voll., 4. ed., ivi 1930-34; E. Gall, Karolingische und ottonische Kirchen, Burg bei Magdeburg 1930; A. Boeckler, Abendländische Miniaturen bis zum Ausgang der romanischen Zeit, Berlino-Lipsia 1930; J. Braun, Malerei und Plastik des Mittelalters in Deutschland, Frankreich und Italien, Wildpark-Potsdam 1930; C. H. Clasen, Die gotische Baukunst, ivi 1930; A. Stange, Deutsche Malerei der Gotik, 3 voll., Berlino-Lipsia 1934-38; W. Pinder, Deutscher Barock. Die grossen Baumeister des 18. Jahrhunderts, Königstein i. T. 1938; R. Benz-A. V. Schneider, Die Kunst der deutschen Romantik, Monaco 1939; H. Jantzen, Deutsche Plastik des 13. Jahrhunderts, ivi 1941; O. Fischer, Geschichte der deutschen Malerei, ivi 1942; H. Jantzen, Ottonische Kunst, ivi 1947. Leonie V. Wilckens.

VII. ORDINAMENTO SCOLASTICO.

Sconfitto il razional-socialismo hitleriano è caduta anche la riforma scolastica di Ernst Krieck, Alfred Baemler e di Rosenberg che era basata sulla Gleichhaltung e sulla Gleichschaltung. Da quel giorno la scuola tedesca cerca di orientarsi verso la democrazia e cerca di consolidarsi. La strada è difficile perché mancano i pedagogisti tedeschi pronti ad affrontare da soli una nuova riforma della vita scolastica tedesca. Qualsiasi consiglio od imposizione nel campo educativo incontra sin dal 1945 la diffidenza non solo degli intellettuali ma anche degli stessi genitori degli scolari. La retorica politica scredita nei singoli «Länder» anche i migliori progetti di riforma proposti dalle autorità non tedesche. I progetti di riforme dei governi dei singoli «Länder» sono invece ispirati alle riforme scolastiche tedesche che si sono susseguite dall'anno 1871 all'avvento di Hitler. Ogni «Land» è una entità a sé e la aspirazione unitaria del popolo tedesco resta così insoddisfatta. Anche le idee sulla funzione della Chiesa, della religione e della famiglia nell'educazione non sono chiare nonostante il rispetto che hanno oggi in G. occidentale per gli artt. 4-9 del Concordato concluso fra la Chiesa e lo Stato nell'anno 1925. Lo spirito della Repubblica di Weimar (1918-33) è invece vivo negli uomini politici della G. di oggi. Come allora così anche oggi, la corrente conservatrice si batte per l'individualismo nazionalista militarmente disciplinato e trova le proprie roccaforti sia nelle università che nei circoli ex-militari. Le altre correnti politiche e fra di esse una parte degli uomini del Partito cattolico cercano invece vie nuove e non si soddisfano di un semplice rinnovamento della riforma scolastica weimariana legata ai nomi di Wilhelm Dilthey, Eduard Spranger, Theodor Litt, C. H. Becker e Hans Richert. La riforma a cui essi aspirano deve essere basata sul maestro democratico che non ha mai appartenuto al nazismo. I corsi democratici istituiti per i maestri nazisti non hanno soddisfatto le loro aspettative; perciò è stato istituito un nuovo tipo di scuole superiori di pedagogia. In queste il futuro maestro deve apprendere l'arte educativa per saper sviluppare organicamente le forze intellettuali negli scolari, per sapere condurre la gioventù nel timore di Dio, alla maturità spirituale, morale e politica.

L'istruzione religiosa viene regolata dal Concordato 1925, artt. 4-9, ed è obbligatoria in tutte le scuole inferiori e libera nelle scuole superiori. I docenti di teologia e tutti coloro che hanno cura della vita spirituale degli scolari vengono nominati d'accordo con la Chiesa in base alla legge del 1949, § 12. L'istruzione scolastica (legge 1948) è obbligatoria dai 6 ai 18 anni d'età ed è gratuita.

I tipi di scuola sono i seguenti: i giardini d'infanzia, scuole elementari inferiori e superiori, scuole postelementari, scuole medie, licei-ginnasi, scuole tecniche,

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