GÉRASA. - Città greco-romana nella Transgiodania, oggi Geras, sulle rive del fiume Chrysorrhoas (Wadi Geras), donde il nome di Antiochia ad Chrysorrhoas attestato nell'epigrafia e numismatica, in onore del fondatore Antioco IV (198 a. C.).
Occupata da Alessandro Iannco nel 78, fu nel 63 liberata da Pompeo e fece parte della Decapoli (Fl. Giuseppe, Bell. Ind., 80, 86-87, 104). Dalla provincia della Siria passò nel 106 d. C. alla provincia d'Arabia e nel periodo degli Antonini (117-80) acquistò nuovo splendore nella estensione e nella creazione di monumenti. A ricordo della visita di Adriano fu eretto nel 129-30 l'arco trionfale, poi i templi di Artemide (150) e di Zeus (163), il ninfeo (191), gli stadi, i teatri e le terme, che lavori di scavo hanno negli ultimi tempi ridato all'ammirazione degli studiosi. Fu una delle più importanti fortezze della regione ed era presidiata dalla III Legio Cyrenaica.
Non si conosce l'estensione del suo territorio; la lezione «regione dei Geraseni» indicata da alcuni manoscritti evangelici all'oriente del lago di Genesareth (Mc. 5, 1; Le. 8, 25) ha in vista certamente altra località omonima (Gerseseni), ma non questa città che dista dal lago più di 50 km.
L'arrivo dei Persiani nel 611 e poi dei musulmani nel 634 segnò la fine di G. Nel sec. VIII vi era ancora una popolazione greco-araba, ma poi G. rimase deserta. Baldovino II nel 1121 distrusse la fortezza di Togtekin, emirò di Damasco. Nel 1878 vi si insediò una colonia di Circassi che fondò l'attuale villaggio di Geras.
ARCHEOLOGIA. - La prima notizia sicura di una comunità cristiana in G. è data dalla presenza di un suo vescovo al Concilio di Seleucia nel 351. Ma la predicazione evangelica doveva esservi penetrata molto prima. Altri vescovi noti sono: Placco (ca. 454), Claudio (ca. 464), Enea (ca. 495), Mariano (sec. v o inizio vi sec.), Paolo (ca. 531), Anastasio (ca. metà vi sec.), Genesio (ca. 611). Fra le Chiese riconosciute: il maggiore e più antico complesso monumentale cristiano di G. domina la grande via colonnata, e ad essa si accedeva attraverso propri lei romani, con una lunga gradinata, verso la quale la Basilica volgeva la parte absidale, si che, per entrambi, bisognava percorrere due corridoi laterali. Di fronte all'ingresso era l'atrio con la fontana sacra che annualmente avrebbe versato vino invece di acqua nel giorno della Epifania, ricorrenza del miracolo di Cana. Questa chiesa, lunga m. 42,20, è l'unica di cui non sia pervenuta la data di fondazione; è noto solo un suo restauro fra il 526 e il 533. In origine l'area fu occupata da un tempio pagano, forse di Dioniso-Dusares, crollato nel vi sec., per terremoto: i cristiani vi cressero allora la loro Cattedrale, giovanodosi anche del materiale dell'edificio rovinato.
La chiesa di S. Teodoro a tre navate, della fine del sec. v, fu costruita sul luogo dove prima era stato un mercato di bestiame descritto in una pittoresca iscrizione in musica, mentre un'altra epigrafe saluta s. Teodoro quale meraviglia invincibile e indirettibile sostegno della città e dei suoi abitanti. Nel quartiere nord-ovest un'altra chiesa datata tra il 530-531 fu costruita al di sopra di una sinagoga inversamente orientata, adorna con scene del Vecchio Testamento, tra cui meglio conservate quelle del diluvio, del candelabro epitalico, oggetti di culto ecc. La chiesa della diaconia, inaugurata nel maggio 565, al di sopra di un edificio pubblico del 150 d. C. (v. Oreste)
Gerardo Matella, santo - Finale della lettera autografa di s. G. M., Napoli, 4 ott. 1754, conservata nella sala delle reliquie in Materdomini (Avellino).
CONIA). La chiesa dei Profeti, Apostoli e Martiri è cruciforme, ispirata a quella degli Apostoli creta da Giustiniano a Costantinopoli; la chiesa di Procopio (526). Tre chiese una accanto all'altra con ingressi su un portico unico furono costruite tra il 523-29 dal paramonarius Teodoro, sua moglie Georgia e altri, tra cui il tribuno Daghisteus, ricordato da Procopio. Da nord a sud erano dedicate ai ss. Cosma e Damiano, a s. Giovanni Battista e a s. Giorgio; quest'ultima in uso fino al sec. VIII, se ha valore probativo un ripostiglio di monete degli Omniadi ivi recuperato. La chiesa di S. Giovanni Battista ripete, in proporzioni ridotte, la cattedrale di Bosra, rotonda con nicchioni radiali. Più intatto in SS. Cosma e Damiano, e parzialmente distrutto nelle figure in S. Giorgio dagli iconoclasti, il pavimento musivo è invece quasi scomparso al centro di S. Giovanni Battista, eccetto la bella iscrizione innanzi al cancellum, mentre conserva esedre adorne di fantastici candelabri di tipo ellenistico, e, nei settori interposti, rappresentazioni di città contrassegnate dai loro nomi (a nord Alessandria e il Faro, a sinistra altre due località che il Crowfoot identifica con Canopus e con il santuario dei SS. Giovanni e Ciro a Menuthis; ad ovest Menfi); tutte località sedi di santuari celebri. Una decorazione simile, con il Faro, Alessandria a Menfi, si ritrova, sempre in G., nella chiesa dei SS. Pietro e Paolo, che, secondo l'iscrizione, doveva sfoggiare anche preziosi ornamenti in argento, oltre ai musaici, di cui essa vanta la ricca decorazione. I motivi preferiti, oltre quelli già notati (e non solo in G.: V. ARAMEI) di luoghi sacri famosi, sono le figurazioni dei mesi e delle stagioni, ritratti di donatori in preghiera, e riproduzioni di animali, uccelli e pesci; i motivi geometrici si riportano tutti a tre schemi imperniati su diversi accostamenti di rombi e poligoni, i bordi sono spesso molto ricchi e variati e fanno pensare ad uno scambio di motivi con l'arte contemporanea del tappeto. Una grande quantità di lampade illuminava l'interno delle chiese; parecchie se ne rinvennero in S. Teodoro. Non mancavano gioie, stoffe e arredi sacri di pregio, di cui è ricordo un calice di vetro, che reca ad intaglio una grande croce dai bracci uguali lavorati a griglia, con due stelle sopra e, sotto, le lettere apocalittiche, fiancheggiate da due agnelli che volgono il dorso ad un albero.
Accanto alle chiese sono stati riesumati anche i resti di una casa per il clero, di uno stabilimento di bagni per i fedeli, attigui a S. Teodoro, e persino di una sala di riunione per i cantori. Secondo la data segnata nel suo museo (per la prima volta vi appare il nome di un mese nella forma latina) risalirebbe ca. al 611 l'ultima chiesa costruita in G., almeno allo stato attuale delle nostre cognizioni, mentre era vescovo Ginesio, così che da lui viene denominata; due o tre anni dopo si iniziava l'occupazione persiana della città, durante fino al 628, e con essa la sua decadenza, catastroficamente conclusasi col grave terremoto del 18 genn. 740.
Gli scavi di G., oltre ad essere stati oggetto della normale attività del Dipartimento delle antichità della Transgiordania, di cui fece parte fino alla sua morte l'architetto italiano P. A. Ricci, furono dal 1928 al 1934 ampliati da una spedizione scientifica risultante da un accordo fra l'Università di Yale e la Scuola britannica di archeologia in Gerusalemme. Allo studio dei monumenti cristiani si dedicò in particolare il direttore di quest'ultima, prof. J. W. Crowfoot, che ne fu anche il primo editore. - Vedi tav. VI.
Bnl.: J. W. Crowfoot, Churches at Jerash. A preliminary report of the joint Yale British School expedition to Jerash, 1928-1930, Londra 1930; C. H. Kraeling, Gerasa, city of the Decapolis, Nuova Haven, Connecticut 1938; J. W. Crowfoot, The Christian Basilica in Palestine, in Atti del IV Congresso internaz. di archeol. crist., I, Città del Vaticano 1940, pp. 326-33. Renato Bartocci