ARABIA. - La
più grande penisola
della terra (2,8-3
milioni di kmq.)
ampia oltre 1/4 del-
l'Europa.
I. GEOGRAFIA
L'A. è costituita da un massiccio tavo- lato di forma all'in- grosso rettangolare, che a N. si continua nella Siria, a NE. incombe sulla de- pressione iraquena (Mesopotamia), e sugli altri lati è re- cinto da un orlo sollevato quasi con- tinuo, più alto in corrispondenza del Mar Rosso e del Golfo di Aden. L'orlo, mentre de- clina lentamente verso l'interno, si abbassa ripido, a scaglioni, sopra una più o meno esile fascia di pianura (Tihāmāli), accom- pagnata ad E. e ad O. da formazione co- ralline, solo in parte saldate al tronco continentale. Tutta l'A. riceve quan- tità di piogge mi- nime ed irregolarmente distribuite, soprattutto nell'al- topiano interno, il cui paesaggio, stepposo nelle zone più elevate o nelle depressioni dove sia possibile rag- giungere le acque freatiche, è per larghissimi tratti desertico, con roccia nuda a N. (Nefūd), e sabbie a S. (Dahnā o Rub' el-Ḥālī). Le zone periferiche più elevate, beneficiando del soffio umido dei mari che le circondano, e nelle quali l'altitudine tempera gli eccessi del calore tropicale, corrispondono ai settori economicamente produttivi e meglio abitati (Hīgāz, Jemen, Ḥaḍramaut, 'Omān). La costa è invece torrida e deserta; l'interno è il regno dei nomadi (beduini) allevatori (ovini, cammelli e cavalli; questi ultimi di fama mondiale), insofferenti di giogo, dediti alle ra- pine ed alla guerra; le regioni marginali ospitano Arabi sedentari raccolti in centri abitati o dediti all'attività marinaresca. La popolazione totale è calcolata in 9 mi- lioni di ab., di cui oltre la metà sulla elevata frangia occidentale, in grande prevalenza arabi, sunniti o sciiti (Jemen), con minoranze di ebrei, indiani ed etiopici.I prodotti spontanei (piante balsamiche e gommi-
fere) o coltivati (orzo, palma da dattero, banano, se-
samo, canna da zucchero, tabacco, cotone, e caffè)
alimentano, con le pelli, un modesto commercio di
esportazione, accresciuto di recente in misura cospicua
dall'estrazione del petrolio (Isola Bahrein). Le comuni-
cazioni si svolgono su carovaniere; non è stata an-
cora riattivata la ferrovia che da Medina porta al con-
fine palestinese, destinata soprattutto ai pellegrini mu-
sulmani.
Politicamente l'A. è stata quasi totalmente unifi-
cata dai Wahhābiti
dell'interno: dal
1934 l'A. Sa'ūdita
comprende il Ne-
gūd, lo Ḥīgāz e
l'"Asir (o,3 milioni
di kmq., con oltre
5 milioni di ab.),
con capitale a Riāḍ
(30 mila ab.) e
centri più popolosi
a Mecca (130 mila
ab.), e Medina (30
mila), le città sante
dell'Islamismo; e
Gedda (40 mila), il
principale porto sul
Mar Rosso. Indi-
pendente è anche
lo Jemen (120 mila
kmq., 1 milione di
ab.), l'A. felice de-
gli antichi, notevole
per la produzione
del caffè: la sua
capitale è San'a (30
mila ab.), e Ḥodei-
dah (30 mila), il
porto più attivo.
Tutto il resto
della penisola e
delle isole che la
fronteggiano (Curia
Muria, Bahrein; di
sovranità indeter-
minata le I. Ḥānīš,
a NE. di Assab) è
sotto il controllo
della Gran Bretagna (sultanati dello Ḥaḍramaut, del
'Omān, della Costa dei Pirati, del Qatar, del Koweit,
delle I. Bahrein) che, interessata a proteggere la
via delle Indie, Aden (v.) ed
in Perim.
2. RELIGIONI DELL'A. PREISLAMICA. - La religione
nella quale nacque Maometto, e che egli aboli con
l'Islam, è un politeismo con elementi animistici (cul-
to di pietre, di fonti, di alberi, demonismo). Essa
conserva, anche per la natura di area isolata in cui
si è svolta, alcuni caratteri originari delle antiche re-
ligioni semitiche, delle quali è una delle principali ma-
nifestazioni; per questo essa offre grande interesse
agli storici della religione e agli studiosi della Bibbia.
Il pantheon arabo è numeroso ma non uniforme: le sue divinità sono di varia origine e natura; non unicamente astrali, sebbene l'adorazione dei corpi celesti sia largamente documentata. Allà «la dea» diffusa anche tra Nabatei e Palmierei è quasi sicuramente da identificarsi con il sole; al "Uzzà" la potenzissima è il pianeta Venere; mentre Manàh, la terza grande divinità femminile, è il fato. Allah (v.) «il dio» che indizi sicuri (invocazioni, giuramenti e formole usate in tutta l'A., il Corano) mostrano aver prevalso presso gli Arabi; e può chiedersi a questo proposito se non sia propria degli antichi Arabi la concezione di un Dio celeste, depositario e garante delle regole di legge e di morale. Che tale idea di Allah abbia servito da introduzione al concetto islamico di Dio sembra certo: essa tuttavia riceve la sua forza, veramente attiva nel processo religioso che ha portato alla formazione dell'Islam, dalla concezione infinitamente superiore del monoteismo ebraico e cristiano che Maometto ha saputo inserire dentro un quadro arabo ispirato alla tradizione nazionale nella quale ha anche la sua parte la figura del vecchio Allah.
Nella vita religiosa araba hanno poi un luogo notevole le credenze relative agli esseri demonici (ginn) che animano la natura e dimorano in luoghi deserti; per lo più anonimi e di indole maligna. Tale credenza sopravvive nell'Islam che però distingue ginn buoni e cattivi.
Culto. — L'idolo di pietra era in origine portato dai nomadi in una tenda di cuoio rosso e seguiva le peregrinazioni della tribù. Ma nei vari territori vi era un luogo fisso di culto: più celebre di tutti quello della Mecca (la Macoraba del geografo Tolomeo), meta di pellegrinaggio (hagg) per tutti gli arabi pagani, dove il santuario, chiuso da un recinto (haram), consisteva in una pietra nera, forse un aerolito, di cm. 30 di diametro, incastrato oggi nel lato orientale della Ka'bah, piccolo edificio di forma cubica alto m. 12. Nella Ka'bah era contenuto l'idolo di Hubal, nume principale del luogo, in forma umana. Il culto consisteva in giri e processioni intorno al santuario, nel bacio del simulacro, in corse rituali, in alte invocazioni alla divinità (Labbajka allahumma: «ai tuoi servizi, o Signore»), nel gettito di pietre su cumuli di altre pietre. Le cerimonie erano compiute in determinate condizioni di purità rituale e con l'osservanza di norme fisse per il vestito e per il taglio dei capelli e di rigorosi interdetti. Parte essenziale del rito era il sacrificio, consistente in offerte di primizie e di prodotti agricoli e specialmente pastorizi, nelle immolazioni di animali del cui sangue veniva cosparsa la pietra sacra. Al santuario erano addette persone in funzione di custodi e di indovini (sadin, plur. sadanah; kahin, plur. kuhhan, funzione ereditaria presso ragguardevoli famiglie.
Le feste religiose annuali si svolgevano presso i santuari nei mesi sacri che in origine erano in relazione con le stagioni dell'anno solare e durante le quali vigeva la tregua tra le tribù.
La circoncisione di uso generale è quasi sicuramente di origine rituale e religiosa. Moltissimi nomi sono teofori, ossia contengono il nome di una divinità. Gli usi funerari sono anche essi penetrati di spirito religioso, ma sebbene fosse ben determinata la nozione dell'anima, del soffio (nafs) distinto dal corpo, non vi è alcuna traccia concreta della credenza nella vita di oltretomba. La parte escatologica della dottrina predicata da Maometto, e cioè resurrezione e giudizio, era la meno accettabile e comprensibile per gli Arabi pagani.
La fede e la pratica idolatrica erano già prima di Maometto in decadenza: solo la figura di Allah guadagnava prestigio di fronte ai vecchi idoli mentre le missioni cristiane, i contatti con la Siria e Bisanzio ammonivano gli Arabi pagani che abitavano le città, circa le forme superiori di vita che fiorivano in tanta parte dell'Oriente. Maometto seppe interpretare queste tendenze vive specialmente presso i cosiddetti «uomini più» (hantf), ma ha immesso il nuovo fermento nella tradizione e con ciò ha assicurato successo e vitalità all'Islam.
3. L'A. PREISLAMICA. — 1. L'A. nella Bibbia. — Nel Vecchio Testamento si ha poco di particolare intorno agli Arabi. Il nome stesso ricorre solo nei libri biblici di data più recente ed è usato esclusivamente per designare gli abitanti del territorio a sud-est della Transgiordania, quindi la regione a nord della Penisola arabica. Le tavole genealogiche della *Genesi* contengono nomi che si riferiscono chiaramente alle regioni o gruppi etnici dell'A.; il che indica che gli Ebrei distinguevano tra le varie tribù quelle che ad essi erano imparentate (discendenti di Abramo).

Arabia - Provincia romana d'A. dopo Diocleziano, con i principali centri cristiani.
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**Arabia** — Provincia romana d'A. dopo Diocleziano, con i principali centri cristiani.
ARABIA - Basílica cristiana di Umm es-Surab (sec. V).
I Madianiti (v.) menzionati nella storia di Mosè (Ex. 2, 15 sg., ecc.) nell'esodo dall'Egitto (Num. 25, 14-18; 31, 2), e infine nel racconto della vittoria di Ge-deone (Judg. 6-8), erano Arabi del nord. Altri passi biblici (cf. Gen. 37, 25-27 sg., 36), specialmente nei libri profetici, presentano insistenti allusioni agli Arabi, menzionando le loro carovane, i prodotti del loro territorio, i loro costumi. Dopo l'esilio babilonese, gli Arabi furono un serio ostacolo alla restaurazione di Gerusalemme (Neh. 2, 19, ecc.). Poco a poco occu-parono i territori degli Edomiti e di altri, costituendo un vasto reame con capitale Petra. Nabatei (v.) ebbe parte importante nello sviluppo politico di questa regione. Questi Arabi avrebbero eseguito l'incursione contro Joram (II Par. 21, 16); Ozia debellò gli Arabi abitanti in Guraba (II Par. 26, 7). Nel 105 d. C. Traiano ridusse il regno a provincia romana.
2. Cristianesimo in A. prima dell'Islam. - Le origini del cristianesimo in A. sono, purtroppo, oscurissime. Essendo l'A. relegata ai confini dell'impero, attraeva poco l'attenzione degli storici. Le poche e frammentarie tradizioni rimasteci erano poco accurate, come risulta dal fatto che l'A., ad eccezione della piccola parte inclusa nell'impero, era spesso confusa, nella mente degli storici, con l'India o con l'Etiopia. Possiamo trarne quindi ben poco di certo.
Lasciamo da parte le varie leggende intorno all'A., ove s. Paolo si ritirò dopo la sua conversione (Gal. 1, 17), poiché si tratta della regione a sud di Damasco, o, se mai, della penisola del Sinai; né Saulo vi fece alcun tentativo di apostolato tra le popolazioni. L'assetto soggiorno di s. Bartolomeo tra gli abitanti dell'Jemen è principalmente basato sull'affermazione di Eusebio che il catechista Panteno, spin-tosi ad evangelizzare l'India, trovò una copia del Vangelo in ebraico, ivi portata dall'apostolo.
L'imperatore Filippo e l'arabo (244-45) era forse nato da genitori cristiani. Intorno al 244, Origine visitò la provincia di A., dietro invito del governatore del distretto. Sembra che abbia avuto contatti prolungati con alcuni vescovi delle varie Borsa (v.). Il suo aiuto fu chiesto per ricondurre all'ortodossia il vescovo di Borsa, Beryllos, chiamato da Eusebio e vescovo degli Arabi. Molti cristiani di A. furono sotto Diocle-siano martirizzati o condannati «ad metallo» nel Sinai (303-305). L'esplorazione archeologica, che ha portato alla luce molte vestigia di chiese nella regione di Ihaarán, e centinaia di iscrizioni greche e latine, conferma la tradizione che presenta Borsa come centro di una fiorente colonizzazione cristiana fin dagli inizi del sec. III, metropoli di una ventina di vescovati. Sei o sette vescovi della provincia di A. furono presenti al Concilio di Nicea (325). La Peregrinatio di Eteria (fine del sec. IV) rivela l'esistenza di monasteri eretti sul sito di famosi episodi biblici.
Nel sec. V la regione di A., all'est della Siria, era di solito assegnata come luogo d'esilio agli eretici e agli ecclesiastici sospetti. Anche Nestorio trascorse parte del suo esilio a Petra.
Questi fatti, ad eccezione della tradizione relativa a s. Bartolomeo, riguardano l'angolo nord-occidentale della penisola arabica, e particolarmente quegli Arabi che avevano adottato la vita sedentaria. Detta regione divenne nel sec. VI il centro della dinastia cristiana dei Gassanidi. Posta direttamente sotto l'influsso dell'impero bizantino, subì gradualmente, per i contatti frequenti con i cristiani di Siria, la penetrazione della fede cristiana fra le tribù pagane.
Anche fra i nomadi l'influsso del cristianesimo non mancò di farsi sentire. Gran parte ebbero in ciò monaci ed anacoreti. Benché non esistano relazioni estese della loro attività, i pochi fatti che conosciamo bastano ad indicare l'influsso che l'esempio delle loro austerità e la solennità dei riti nei loro monasteri esercitò sui beduini, dei quali molti entrarono nei monasteri della Palestina; un monaco arabo, s. Elia, fu patriarca di Gerusalemme (494-518). Tra gli altri Sozomeno ci descrive la conversione di un principe del deserto, Zokomos, che fu condotto al cristianesimo dall'intervento di un pio monaco. Di non minore importanza fu la conversione di una regina araba, Mavvia, la quale dopo aver resistito lungamente ai Romani, si sottomette infine e divenne cristiana, all'unica condizione che il monaco Mosè, che l'aveva molto impresso, la sua vita ascetica, fosse nominato vescovo. Tale richiesta suscitò grave imbarazzo all'imperatore Valente (364-78), perché il monaco rifiutò di lasciarsi consacrare dal vescovo arian di Alessandria, e lo costrinse a richiamare uno dei vescovi esiliati per compiere tale rito. Ma, purtroppo, questa stretta ortodossia non sembra aver caratterizzato il clero arabo, poiché sempre, fin dai primi secoli, l'A. fu nota come madre di eresie.
Fuori della penisola araba, troviamo, verso l'est, un altro gruppo di cristiani, che ha il suo centro a Ibrah, ai margini della Mesopotamia e sotto la sovranità dell'impero persiano. Non sappiamo come il cristianesimo sia penetrato fra gli Arabi di questa regione, che forse lo ricevettero da un nucleo di Aramei convertiti. Nel 410 vi era a Ibrah il vescovo Hôsâ, e conosciamo i nomi di sette suoi successori (nestoriani), fino all'anno 600. Fino alla conversione di Abû Qâbûs, poco dopo il 595, la regione di Ibrah fu governata da principi pagani dipendenti dai Sassanidi. Questi governatori non esitarono a seguire i loro sovrani nel perseguitare i cristiani. Nonostante queste ed altre difficoltà, quando l'Islam comparve, dopo il 632, la maggioranza della popolazione era cristiana, composta in gran parte di nestoriani con rappresentanze di giacobiti. Il cristianesimo perdurò in questa regione molto tempo dopo la conquista dell'Islam; all'inizio del sec. VIII troviamo menzione del vescovo monofisita Giorgio, che traduce in siriaco l'Organo di Aristotele.
Al sud, gli altopiani del Neqd e la regione costiera

(sec. vi).
img-18.jpeg](img-18.jpeg)
Arabia - Basilica cristiana di Umm es-Surab (sec. v).
I Madianiti (v.) menzionati nella storia di Mosè (Ex. 2, 15 sg., ecc.) nell'esodo dall'Egitto (Num. 25, 1418; 31, 2), e infine nel racconto della vittoria di Gedeone (Inde. 6-8), erano Arabi del nord. Altri passi biblici (cf. Gen. 37, 25.27 sg.
del Hiĝaz rimasero praticamente fuori dell'influsso cristiano. Soltanto verso il sec. vi troviamo tracce della sua presenza nel Hiĝaz. Alla Mecca, ad es., la fede cristiana fu introdotta da schiavi per lo più abissini, e forse da soldati della stessa razza. Numerosi cristiani si trovavano fra i Banû Tamîm e così fra Banû Kindah, Kalb e Tajji'; ma molte di queste tribù alla conquista musulmana abbandonarono l'antica fede.
L'estremità meridionale della penisola, la A. Felix, fu più fortunata. È storicamente certo che vi fu inaugurata una missione da Teofilo l'Indiano, diacono di Nicomedia e ardente fautore dell'arianesimo. Secondo Filostorgio, Teofilo fu mandato dall'imperatore Costanzo II (337-61), a capo di una ambasceria, agli abitanti di questa regione. Ottenne il diritto di costruire chiese per i mercanti bizantini che spesso vi erano di passaggio, e di lavorare per la conversione degli indigeni. È da supporsi che il successo sia stato imponente, se, come sembra, giunse a convertire il re. Qualche tempo dopo, nella stessa zona della penisola, i nestoriani intrapresero di portare la fede agli abitanti di Neġrân. Ma, dai pochi fatti che conosciamo, non sembra che vi sia stato un largo sviluppo del cristianesimo fino alla seconda invasione abissina nel 525. La lista dei martiri, tuttavia, caduti nella persecuzione del re giudicato Di Nuwâs che precedette questa invasione, sembrerebbe dimostrare che il numero dei cristiani non era trascurabile. Il periodo che precedette l'Islam, particolarmente l'ultimo quarto del sec. VI, può essere considerato l'età aurea di questa Chiesa. Col sopraggiungere dell'Islam, i cristiani che rimasero fedeli furono costretti ad emigrare nell'Iraq.
A causa dei suoi centri di diffusione, era naturale che questi gruppi appartenessero o alla seta nestoriana o a quella giacobita. Lo sforzo dell'ariane Teofilo fu un caso isolato; non sembra che simile iniziativa sia stata presa da parte dei cattolici.
3. Traduzioni arabe della Bibbia
La stretta unione che esisteva tra le comunità cristiane di A. e i centri della cristianità in Siria spiega l'assenza di una versione araba della Bibbia nei primi sei secoli. Durante il periodo anteriore alla conquista islamica, il siriaco rimase la lingua ufficiale delle Chiese d'A. che, in prevalenza, facevano parte dell'organizzazione ecclesistica di Bisanzio. Probabilmente qualche scritto religioso fu tradotto, ma in generale i cristiani dipendevano da tradizioni orali che si trasmettevano da una generazione all'altra. L. Caetani afferma al riguardo che Maometto non può aver derivato la sua conoscenza delle Scritture da un testo arabo perché «non esistevano a quel tempo versioni arabe della Bibbia o del Vangelo» (II, p. 704). Fu solo con l'avvento dell'Islam che l'arabo acquistò molta importanza e che i cristiani sentirono il bisogno di un testo in tale lingua.
Anabis - Musaico pavimentale di chiesa con riproduzioni di edifici cristiani (sec. vi) - El-Qurismah l'Ammāsi).

Arabia - Musaico pavimentale con riproduzione della chiesa locale (sec. vi) - M8'in.
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(prop. R. Bartocchini)
ARABIA - Musaico pavimentale di chiesa con riproduzioni di edifici cristiani (sec. VI) - El-Qaesnah ('Ammân).
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(prop. R. Bartocchini)
ARABIA - Musaico pavimentale con riproduzione della chiesa locale (sec. VI) - Mâ'in.
Il Gaôn Saadja (m. 942), dotto ebreo, tradusse il Pentateuco. Il suo lavoro, che è più una parafrasi, che una versione, servì di base per simili tentativi dei copti in Egitto. Lo storico arabo al-Mas'ûd (m. 957) afferma che Hunajn ibn Ishâq (m. 877?), famoso filosofo e traduttore nestoriano, lasciò una versione dell'intera Bibbia dai Settanta, però finora non vi è traccia di questo lavoro. Nei secc. X e XI i melkiti, specialmente in Egitto, si occuparono molto di questo problema. Il presbitero 'Alam di Alessandria, Teofilo ibn Taufil del Cairo ed 'Abdallâh ibn al-Fadl ad Antiochia, rividero e ritradussero varie parti della Bibbia, lavorando su testi siriaci e greci. Ancora nel sec. X il siriaco al-Hârit ibn Sinan tradusse il Pentateuco dagli Esapli siriaci. Il monaco nestoriano Ibn at-Tajjib (m. 1043) DIATÉSSARON (v.).
Solo nel sec. XVI i cristiani cominciarono a raccogliere le versioni parziali della Bibbia per formare una edizione completa. Il gesuita Giovanni Eliano, legato pontificio presso la nazione maronita, ebbe incarico dal papa Gregorio XIII (1572-85) di portare a Roma un testo completo della Bibbia perché fosse stampato e ordinato in conformità alla Volgata latina. La prima stampa di tutta la Bibbia in arabo ebbe luogo a Parigi nel 1629-45.
A metà del sec. XVIII un copto cattolico, Raffaele Tûki, tradusse la Bibbia sulla base della Volgata latina. Nel sec. XIX i missionari protestanti nel Libano tradussero l'intera Bibbia, basandosi sui testi originali ebraico e greco. A metà del sec. XIX uscirono due altre versioni, una dei Domenicani di Mossul e l'altra sotto la direzione dei Gesuiti di Beirut.
2. L. Caetani, Annali dell'Islam, 10 voll., Milano 1904-25 (importanti studi sulle più antiche fonti della storia araba); L. Duchesne, Eglises séparées, 2ª ed., Parigi 1905, pp. 300-52; H. Lammens, Le berceau de l'Islam, Roma 1914; R. Agron, S. V. in DHG, III, coll. 1158-1292 (con copiosa bibliografia); G. Graf, Geschichte der christlichen-arabischen Literei, I (Studi e testi, 118), Città del Vaticano 1944.
3. I. Guidi, Le traduzioni degli Evangelii in arabo e in egiptico, in Atti d. R. Accad. d. Lincei, Roma 1888, I, p. 256 Sgr.; H. Hyvernat, S. V. in DB, I, coll. 845-56; P. Kahle, Die arabischen Bibelübersetzungen, Lipsia 1904; G. Graf, Die arabische Pentateuchübersetzung im cod. Monac. arab. 234, in Bibl. Zeits., 13 (1918-21), pp. 97-115, 193-212, 291-300; d. Arabische Übersetzungen der Apocalypse, in Biblia, 10 (1929), pp. 170-174; A. Vaccari, Le versioni arabe dei Profeti, in Biblia, 2 (1921), pp. 401-23, 3 (1922), pp. 401-23; d. Una Bibbia araba per il primo gesuita venuto al Libano, in Mélanges de l'Un. de St-Joseph (Beirut), 10 (1925), pp. 79-104; A. Nallino, Raccolta di scritti, III, Roma 1901, pp. 121-56; C. Peters, Probe eines bedeutsamen arabischen Evangelientextes, in Oriens Christianus, 38 (1936), pp. 188-211.
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(prop. R. Bartocchini)
ARABIA - Musaico pavimentale di chiesa con riproduzioni di edifici cristiani (sec. VI) - El-Qaesnah ('Ammân).
4. Archeologia cristiana
Arabia, così fu denominata dai Romani la provincia costituita nel 106 d. C., per ordine di Traiano, con gran parte del territorio a sud di Damasco fino al golfo di Ela ('Aqabah), delimitato ad oriente dal deserto siriano e ad occidente dalla vallata del Giordano, territorio compreso oggi per la maggior parte nel regno di Transgiordania. Le pietre miliari della strada allora aperta attraverso il paese, da nord a sud, portano l'indicazione redacta in formam Provinciae Arabiae, e una moneta fu coriaita, per celebrare l'avvenimento, con la personificazione della Provincia, fiancheggiata a sinistra da un camello e dalla leggenda Arabia adquisita. Contemporaneamente cessava la lunga serie dei re della Nabatea, che, con la tolleranza di Roma, dalla loro capitale e sede originaria, Petra, si erano spinti a dominare la parte settentrionale della penisola arabica e poi le terre a settentrione fino a Damasco.L'amministrazione romana favorì lo sviluppo economico ed edilizio di varie città, oltre Bostra, quali Canatha, l'odierna Qanawāt, Dionysias (Suweida'), Salca (Salqad), Gerasa (v. odierna Geras), Philadelphi (Ammān) e infine la stessa Petra, oggi inabitata. Alla circostanza di aver dato i natali all'imperatore Filippo l'Arbò dove invece il suo eccezionale decoro esteriore, sproporzionato certo alla sua reale importanza, Sabha, denominata poi Philippopolis. Ma non abbiamo notizie certe di edifici religiosi cristiani anteriori al sec. IV; molti, invece, e spesso con dovizia di decorazione, specialmente musiva, ne sorsero ovunque dopo quest'epoca, anche in località di secondaria importanza, della cui esistenza e delle cui vicende costituiscono in certi casi l'unica documentazione, con lunghe e circostanze iscrizioni dedicatorie, spesso parte integrante anche dei musaici pavimentati. I riferimenti cronologici in esse contenuti sono sempre computati secondo l'ebra di Bostra o della eparchia (=provincia) che ebbe inizio nel 106 d. C. appunto con la costituzione di questa. Chiese furono pure costruite in alcune fortezze del limes arabico; ne sono state riconosciute a Odruh, ad oriente di Petra, almeno tre ad Umm er-Resās, all'altezza di Kerak, ed una se ne è scavata sull'arcopoli di 'Ammān, fortificata nel basso impero. Sono infine da rammentare taluni centri cristiani costituiti verso la metà del sec. IV proprio sui margini del deserto siriano, ricchi di edifici religiosi, che denotano una fervida vita spirituale, in profondo contrasto col silenzio che oggi incombe sulle loro rovine. In uno solo di essi, Umm Gemal, nella Transgiordania settentrionale, si sono identificate non meno di 15 chiese e un monastero. Rare invece, o per lo meno finora inesplorate, le necropoli, quando esse non sono pure in gran parte composte di sepolcri anepigrafi. Una delle poche note, molto estesa, con iscrizioni copiose, databili fra il sec. v e VII è stata riconosciuta e studiata da R. Canova TRANSIGORDANIA (v.). La lingua delle comunità cristiane era generalmente il greco; però ad el-Queisnah, poco a sud-est di 'Ammān, accanto ad una iscrizione in questa lingua e nello stesso edificio sacro, ce n'era un'altra in siriaco. Da uno dei cimiteri del Trastevere, in Roma, sembra provenire l'iscrizione cristiana in latino di un Basus, civis Arabus (museo Cristiano Lateranense, parete XIII, n. 43). Fra la ricca messe di musaici scoperti e studiati in questo paese, caratteristico è un gruppo di essi raffiguranti località e chiese della regione, sede di vescovati della Palestina e dell'A. non altrimenti noti, che vengono così ad integrare le incomplete liste episcopali della tradizione scritta relativa a tali gerarchie ecclesiastiche, fornendoci altresì i nomi dei titolari e l'epoca in cui esplicarono la loro missione, sottoposti ora al patriarca di Antiochia, ora a quello di Gerusalemme (Notitia Antiochiae ac Geroslymae Patriarchatum, ed. lat. della 2a metà del sec. XII, a cura di T. Tobler e A. Molinier, Itinera Hierosolymitana... I, Ginevra 1880, p. 342 sg.; Mgr. Efrem Rahmani, I fatti della Chiesa patriarcale antiochena, Roma 1920, parte IV-v). Notevoli a tale riguardo sono il noto museo geografico di Madaba (v.) attribuito al sec. VI, per quanto molto de
teriorato proprio nella parte che riguarda l'A., e la bordura del pavimento quasi coevo della chiesa di Ma'în, purtroppo anch'essa parzialmente perduta. Non mancavano neppure centri monastici: di speciale importanza, per l'eccezionale evento biblico collegato e per il buono stato in cui ci è pervenuto, è quello del Monte Nebo.
Abbiamo notizie in A. di martiri anteriormente ad Eusebio (Hist. eccl., VIII, 12,1), forse gli stessi per cui ci è stata tramandata la notizia che in Arabia civitate Filadelfia synodus martyrum celebratur (H. Delchaye, Les origines du culte des Martyrs, Bruxelles 1933, p. 215). Di altra grande persecuzione si parla alla fine del sec. VI (cf. Acta SS. Octobris, X, Parigi 1869, pp. 662-762). Circa un secolo dopo imperversò in tutto il paese la lotta iconoclasta; di essa sono rimaste tracce evidenti nei musaici di molte chiese, ove furono sistematicamente distrutte tutte le figure umane o di animali, non sempre però in modo da impedire di riconoscereve talvolta qualche resto. Il provvedimento si attribuisce a 'Omar II (ott. 717-febbr. 720), ma non sembra che i suoi successori vi abbiano insistito perché i danni furono ben presto riparati. In precedenza, e specialmente fra il VI e il VII sec., forse per meglio provvedere alla propria sicurezza, le comunità cristiane avevano cominciato a concentrarsi di preferenza intorno a Kerak e a nord di questa località. La Petrea era ormai divenuta una regione di confine per condannati comuni ed esiliati politici (e fra questi erano compresi quelli per motivi religiosi). Tristemente note per tale motivo furono le miniere di Phainò, sulle pendici del Gòr a 16 km. da Chobak, ove molti cristiani furono inviati ai lavori forzati, fino a raggiungere un numero tanto considerevole da consigliare l'istituzione in loco di un vescovato per la loro assistenza spirituale. Petra, considerata come località di confine, finì per essere frequentata anche da anacoreti, che lasciarono tracce della loro permanenza nelle croci incise dentro e fuori le tombe rupestri; una di queste, anzi, secondo un'iscrizione dipinta in rosso sopra una delle pareti, fu convertita in chiesa e consacrata dal vescovo Giasone nel 447. L'invasione araba tollerò il libero culto del cristianesimo contro pagamento di un'imposta. Di recente è stato identificato un centro monastico cristiano nella stessa penisola arabica, dove fin'ora non si conoscevano edifici del genere, a Kilwah, databile, secondo il suo scopritore (cf. N. Glueck, The other side of the Jordan, New Haven 1945, p. 44), circa al 1000. Si sarebbe così avuto anche un fenomeno di persistenza di nuclei cristiani isolati nel mondo islamico, quale fu già constatato nei cimiteri quasi coevi di Engila in Tripolitania, e di Kairouan in Tunisia. L'indagine archeologica non ha invece rinvenuto documenti utili a fissare le vicende successive dei cristiani del territorio dell'antica provincia di A., ormai compresa nella più vasta comune denominazione di Siria. Le stesse cronache del periodo crociato sono scarse di notizie al riguardo: soltanto nell'interno delle fortezze allora costruite oltre Giordano si sono riconosciute anche delle chiese.
5. Il Vicariato Apostolico dell'A
Retto dai Minori Cappuccini di Toscana, il vicariato apostolico comprende, oltre la penisola arabica, desertica e sterile, la stazione militare inglese di Aden, col relativo retroterra, privo di acqua, e la Somalia inglese. La popolazione è in maggioranza araba, il resto risulta di Ebrei, Berberi, Indiani e Somali; in tutto ca. 7.500.000 anime. Religione predominante la musulmana (Arabi, Somali e Berberi); il resto pagani(Indiani). Campo perciò tutt'altro che facile per l'apostolato.
In origine la missione era limitata alla piazzaforte di Aden, ed era incorporata al vicariato apostolico di Egitto e A., affidato ai Servi di Maria (1841-49). In seguito (1851-54), fece parte del vicariato dei Galla, eretto nel 1846 e affidato al Massaia, nel 1854 la missione, resa autonoma col grado di prefettura apostolica per designazione dello stesso Massaia, ebbe per perfetto il sacerdote genovese Luigi Sturla, profugo della rivoluzione anticlericale del '47: questi la resse dieci anni, cioè fino a che non tornò in patria, allorché la missione, pur rimanendo prefettura, fu annessa al vicariato di Bombay. Riacquistata la sua autonomia due anni dopo, la conservò per una quindicina d'anni, finché nel 1875 fu di nuovo aggregata al vicariato dei Galla, evangelizzato dai Cappuccini francesi, succeduti agli italiani. Finalmente nel 1888 fu eretta in missione a sé col nome di Aden e affidata ai Cappuccini liguri. Essendo però una missione di territorio troppo ridotto, l'anno dopo le si aggiunse tutta la penisola arabica con le isole di Perim e Socotra e mutandone il nome in quello di A. Ma essendo, in realtà, precluso l'apostolato in tutto questo territorio sacro a Maometto, nel 1891 fu annesso al vicariato anche il Somaliland o Somalia britannica. I Cappuccini italiani successero a quelli della provincia lionese nel 1910 e più completamente nel 1915 con mons. Vanni.
La missione è necessariamente condannata alla quasi sterilità: la stazione di Hodeidah, sulla costa araba, e le due di Berbera e di Shinbaralek, sulla costa somala, si dovettero chiudere - queste ultime, nel 1910, per ordine dell'autorità inglese - sicché effettivamente i Padri non occupano che la sola Aden, ossia la città nuova (Stemar Point) e la vecchia Aden Camp. Sulla costa della Somalia, dove oggi i Somali non parrebbero tanto ostili come per l'innanzi, il missionario non si reca che di tempo in tempo per la cura dei pochi cattolici sparsi qua e là. In Aden le due scuole della missione, maschile e femminile, discretamente frequentate, sono aperte a ragazzi di ogni stirpe e credenza. I cinque padri cappuccini sono coadiuvati da alcuni pochi fratelli maristi e da dieci suore terziarie francescane di Calais, di cui una indigena, le quali hanno cura dell'orfanotrofio femminile. I cattolici sono 1.479, dei quali 204 europei.