ARABIA. - La più grande penisola della terra (2,8-3 milioni di kmq.) ampia oltre 1/4 dell'Europa.
1. GEOGRAFIA
L'A. è costituita da un massiccio tavolato di forma all'ingrosso rettangolare, che a N. si continua nella Siria, a NE. incombe sulla depressione iragena (Mesopotamia), e sugli altri lati è recinto da un orlo sollevato quasi continuo, più alto in corrispondenza del Mar Rosso e del Golfo di Aden. L'orlo, mentre declina lentamente verso l'interno, si abbassa ripido, a scaglioni, sopra una più o meno esile fascia di pianura (Tihāmah), accompagnata ad E. e ad O. da formazioni coralline, solo in parte saldate al tronco continentale. Tutta l'A. riceve quantità di piogge mi-nime ed irregolarmente distribuite, soprattutto nell'altopiano interno, il cui paesaggio, stepposo nelle zone più elevate o nelle depressioni dove sia possibile raggiungere le acque freatiche, è per larghissimi tratti desertico, con roccia nuda a N. (Nefūd), e sabbie a S. (Dahnā o Rub' el- Īālī). Le zone periferiche più elevate, beneficiando del soffio umido dei mari che le circondano, e nelle quali l'altitudine tempera gli eccessi del calore tropicale, corrispondono ai settori economicamente produttivi e meglio abitati (Ḥiğāz, Jemen, Ḥaḍramaut, 'Omān). La costa è invece tarrida e deserta; l'interno è il regno dei nomadi (beduini) allevatori (ovini, cammelli e cavalli; questi ultimi di fama mondiale), insofferenti di giogo, dediti alle rapine ed alla guerra; le regioni marginali ospitano Arabi sedentari raccolti in centri abitati o dediti all'attività marinaresca. La popolazione totale è calcolata in 9 milioni di ab., di cui oltre la metà sulla elevata frangia occidentale, in grande prevalenza arabi, sunniti o sciiti (Jemen), con minoranze di ebrei, indiani ed etiopici.
I prodotti spontanei (piante balsamiche e gommifere) o coltivati (orzo, palma da dattero, banano, sesamo, canna da zucchero, tabacco, cotone, e caffè) alimentano, con le pelli, un modesto commercio di esportazione, accresciuto di recente in misura cospicua dall'estrazione del petrolio (Isola Bahrein). Le comunicazioni si svolgono su carovaniere; non è stata ancora riattivata la ferrovia che da Medina porta al confine palestinese, destinata soprattutto ai pellegrini musulmani.
Politicamente l'A. è stata quasi totalmente unificata dai Wahhābiti dell'interno: dal 1934 l'A. Sa'ūdita comprende il Neğd, lo Ḥiğāz e l'Asir (0,3 milioni di kmq., con oltre 5 milioni di ab.), con capitale a Rijād (30 mila ab.) e centri più popolosi a Mecca (130 mila ab.), e Medina (30 mila), le città sante dell'Islamismo; e Gedda (40 mila), il principale porto sul Mar Rosso. Indipendente è anche lo Jemen (120 mila kmq., 1 milione di ab.), l'A. felice degli antichi, notevole per la produzione del caffè: la sua capitale è Ṣan'ā (30 mila ab.), e Ḥodeidah (30 mila), il porto più attivo.
Tutto il resto della penisola e delle isole che la fronteggiano (Curia Muria, Bahrein; di sovranità indeterminata le I. Ḥānīš, a NE. di Assab) è sotto il controllo della Gran Bretagna (sultanati dello Ḥaḍramaut, del 'Omān, della Costa dei Pirati, del Qajar, del Koweit, delle I. Bahrein) che, interessata a proteggere la via delle Indie, Aden (v.) ed in Perim.
2. RELIGIONI DELL'A. PREISLAMICA. - La religione nella quale nacque Maometto, e che egli abolì con l'Islām, è un politeismo con elementi animistici (culto di pietre, di fonti, di alberi, demonismo). Essa conserva, anche per la natura di area isolata in cui si è svolta, alcuni caratteri originari delle antiche religioni semitiche, delle quali è una delle principali manifestazioni; per questo essa offre grande interesse agli storici della religione e agli studiosi della Bibbia.

Nella vita religiosa araba hanno poi un luogo notevole le credenze relative agli esseri demonici (ginn) che animano la natura e dimorano in luoghi deserti; per lo più anonimi e di indole maligna. Tale credenza sopravvive nell'Islām che però distingue ginn buoni e cattivi.
Culto. — L'idolo di pietra era in origine portato dai nomadi in una tenda di cuoio rosso e seguiva le peregrinazioni della tribù. Ma nei vari territori vi era un luogo fisso di culto: più celebre di tutti quello della Mecca (la Macoraba del geografo Tolomeo), meta di pellegrinaggio (hağğ) per tutti gli arabi pagani, dove il santuario, chiuso da un recinto (haram), consisteva in una pietra nera, forse un serolito, di cm. 30 di diametro, incastrato oggi nel lato orientale della Ka'bah, piccolo edificio di forma cubica alto m. 12. Nella Ka'bah era contenuto l'idolo di Hubal, nume principale del luogo, in forma umana. Il culto consisteva in giri e processioni intorno al santuario, nel bacio del simulacro, in corse rituali, in alte invocazioni alla divinità (Labbajha allāhumma: « ai tuoi servigi, o Signore »), nel gettito di pietre su cumuli di altre pietre. Le cerimonie erano compiute in determinate condizioni di purità rituale e con l'osservanza di norme fisse per il vestito e per il taglio dei capelli e di rigorosi interdetti. Parte essenziale del rito era il sacrificio, consistente in offerte di primizie e di prodotti agricoli e specialmente pastorizi, nelle immolazioni di animali del cui sangue veniva cosparsa la pietra sacra. Al santuario erano addette persone in funzione di custodi e di indovini (sādin, plur. sadanah; kāhin, plur. kuhhān, funzione ereditaria presso ragguardevoli famiglie.
Le feste religiose annuali si svolgevano presso i santuari nei mesi sacri che in origine erano in relazione con le stagioni dell'anno solare e durante le quali vigeva la tregua tra le tribù.
La circoncisione di uso generale è quasi sicuramente di origine rituale e religiosa. Moltissimi nomi sono teofori, ossia contengono il nome di una divinità. Gli usi funerari sono anche essi penetrati di spirito religioso, ma sebbene fosse ben determinata la nozione dell'anima, del soffio (nafs) distinto dal corpo, non vi è alcuna traccia concreta della credenza nella vita di oltretomba. La parte escatologica della dottrina predicata da Maometto, e cioè resurrezione e giudizio, era la meno accettabile e comprensibile per gli Arabi pagani.
La fede e la pratica idolatrica erano già prima di
Maometto in decadenza: solo la figura di Allāh guadagnava prestigio di fronte ai vecchi idoli mentre le missioni cristiane, i contatti con la Siria e Bisanzio ammonivano gli Arabi pagani che abitavano le città, circa le forme superiori di vita che fiorivano in tanta parte dell'Oriente. Maometto seppe interpretare queste tendenze vive specialmente presso i cosiddetti « uomini pii » (hanif), ma ha immesso il nuovo fermento nella tradizione e con ciò ha assicurato successo e vitalità all'Islām.
3. L'A. PREISLAMICA. — 1. L'A. nella Bibbia. — Nel Vecchio Testamento si ha poco di particolare intorno agli Arabi. Il nome stesso ricorre solo nei libri biblici di data più recente ed è usato esclusivamente per designare gli abitanti del territorio a sud-est della Transgiordania, quindi la regione a nord della Penisola arabica. Le tavole genealogiche della Genesi contengono nomi che si riferiscono chiaramente alle regioni o gruppi etnici dell'A.; il che indica che gli Ebrei distinguevano tra le varie tribù quelle che ad essi erano imparentate (discendenti di Abramo).


2. Cristianesimo in A. prima dell'Islām. - Le origini del cristianesimo in A. sono, purtroppo, oscurissime. Essendo l'A. relegata ai confini dell'impero, attraeva poco l'attenzione degli storici. Le poche e frammentarie tradizioni rimasteci erano poco accurate, come risulta dal fatto che l'A., ad eccezione della piccola parte inclusa nell'impero, era spesso confusa, nella mente degli storici, con l'India o con l'Etiopia. Possiamo trarne quindi ben poco di certo.
Lasciamo da parte le varie leggende intorno all'A., ove s. Paolo si ritirò dopo la sua conversione (Gal. 1, 17), poiché si tratta della regione a sud di Damasco, o, se mai, della penisola del Sinai; né Saulo vi fece alcun tentativo di apostolato tra le popolazioni. L'asserito soggiorno di s. Bartolomeo tra gli abitanti dell' Jemen è principalmente basato sull'affermazione di Eusebio che il catechista Panteno, spintosi ad evangelizzare l'« India », trovò una copia del Vangelo in ebraico, ivi portata dall'apostolo.
L'imperatore Filippo « l'arabo » (244-45) era forse nato da genitori cristiani. Intorno al 244, Origene visitò la « provincia di A. », dietro invito del governatore del distretto. Sembra che abbia avuto contatti prolungati con alcuni vescovi delle varie Bosra (v.). Il suo aiuto fu chiesto per ricondurre all'ortodossia il vescovo di Bosra, Beryllos, chiamato da Eusebio « vescovo degli Arabi ». Molti cristiani di A. furono sotto Diocleziano martirizzati o condannati « ad metalla » nel Sinai (303-305). L'esplorazione archeologica, che ha portato alla luce molte vestigia di chiese nella regione di Jaurān, e centinaia di iscrizioni greche e latine, conferma la tradizione che presenta Bosra come centro di una fiorente comunità cristiana fin dagli inizi del sec. III, metropoli di una ventina di vescovati. Sei o sette vescovi della provincia di A. furono presenti al Concilio di Nicea (325). La Peregrinatio di Eteria (fine del sec. IV) rivela l'esistenza di monasteri eretti sul sito di famosi episodi biblici.
Nel sec. v la regione di A., all'est della Siria, era di solito assegnata come luogo d'esilio agli eretici e agli ecclesiastici sospetti. Anche Nestorio trascorse parte del suo esilio a Petra.
Questi fatti, ad eccezione della tradizione relativa a s. Bartolomeo, riguardano l'angolo nord-occidentale della penisola arabica, e particolarmente quegli Arabi che avevano adottato la vita sedentaria. Detta regione divenne nel sec. VI il centro della dinastia cristiana del Gassānidi. Posta direttamente sotto l'influsso dell'impero bizantino, subì gradualmente, per i contatti frequenti con i cristiani di Siria, la penetrazione della fede cristiana fra le tribù pagane.
Anche fra i nomadi l'influsso del cristianesimo non mancò di farsi sentire. Gran parte ebbero in ciò monaci ed anacoreti. Benché non esistano relazioni estese della loro attività, i pochi fatti che conosciamo bastano ad indicare l'influsso che l'esempio delle loro austerità e la solennità dei riti nei loro monasteri esercitò sui beduini, dei quali molti entrarono nei monasteri della Palestina; un monaco arabo, s. Elia, fu patriarca di Gerusalemme (494-518). Tra gli altri Sozomeno ci descrive la conversione di un principe del deserto, Zokomos, che fu condotto al cristianesimo dall'intervento di un pio monaco. Di non minore importanza fu la conversione di una regina araba, Mavvia, la quale dopo aver resistito lungamente ai Romani, si sottomise infine e divenne cristiana, all'unica condizione che il monaco Mosè, che l'aveva molto impressionata per la sua vita ascetica, fosse nominato vescovo. Tale richiesta suscitò grave imbarazzo all'imperatore Valente (364-78), perché il monaco rifiutò di lasciarsi consacrare dal vescovo ariano di Alessandria, e lo costrinse a richiamare uno dei vescovi esiliati per compiere tale rito. Ma, purtroppo, questa stretta ortodossia non sembra aver caratterizzato il clero arabo, poiché sempre, fin dai primi secoli, l'A. fu nota come madre di eresie.
Fuori della penisola arabica, troviamo, verso l'est, un altro gruppo di cristiani, che ha il suo centro a Hīrah, ai margini della Mesopotamia e sotto la sovranità dell'impero persiano. Non sappiamo come il cristianesimo sia penetrato fra gli Arabi di questa regione, che forse lo ricevettero da un nucleo di Aramei convertiti. Nel 410 vi era a Hīrah il vescovo Hōšā', e conosciamo i nomi di sette suoi successori (nestoriani), fino all'anno 600. Fino alla conversione di Abū Qābūs, poco dopo il 595, la regione di Hīrah fu governata da principi pagani dipendenti dai Sassanidi. Questi governatori non esitarono a seguire i loro sovrani nel perseguitare i cristiani. Nonostante queste ed altre difficoltà, quando l'Islām comparve, dopo il 632, la maggioranza della popolazione era cristiana, composta in gran parte di nestoriani con rappresentanze di giacobiti. Il cristianesimo perdurò in questa regione molto tempo dopo la conquista dell'Islām; all'inizio del sec. VIII troviamo menzione del vescovo monofisita Giorgio, che traduce in siriano l'Organo di Aristotele.
Al sud, gli altopiani del Negd e la regione costiera

L'estremità meridionale della penisola, la A. Felix, fu più fortunata. È storicamente certo che vi fu inaugurata una missione da Teofilo l'Indiano, diacono di Nicomedia e ardente fautore dell'arianesimo. Secondo Filostorgio, Teofilo fu mandato dall'imperatore Costanzo II (337-61), a capo di una ambasceria, agli abitanti di questa regione. Ottenne il diritto di costruire chiese per i mercanti bizantini che spesso vi erano di passaggio, e di lavorare per la conversione degli indigeni. È da supporre che il successo sia stato imponente, se, come sembra, giunse a convertire il re. Qualche tempo dopo, nella stessa zona della penisola, i nestoriani intrapresero di portare la fede agli abitanti di Negrān. Ma, dai pochi fatti che conosciamo, non sembra che vi sia stato un largo sviluppo del cristianesimo fino alla seconda invasione abissina nel 525. La lista dei martiri, tuttavia, caduti nella persecuzione del re giudaico Jū Nuwās che precedette questa invasione, sembrerebbe dimostrare che il numero dei cristiani non era trascurabile. Il periodo che precedette l'Islām, particolarmente l'ultimo quarto del sec. vi, può essere considerato l'età aurea di questa Chiesa. Col sopraggiungere dell'Islām, i cristiani che rimasero fedeli furono costretti ad emigrare nell'Iraq.
A causa dei suoi centri di diffusione, era naturale che questi gruppi appartenessero o alla setta nestoriana o a quella giacobita. Lo sforzo dell'ariano Teofilo fu un caso isolato; non sembra che simile iniziativa sia stata presa da parte dei cattolici.
3. Traduzioni arabe della Bibbia
La stretta unione che esisteva tra le comunità cristiane di A. e i centri della cristianità in Siria spiega l'assenza di una versione araba della Bibbia nei primi sei secoli. Durante il periodo anteriore alla conquista islamica, il siriano rimase la lingua ufficiale delle Chiese d'A. che, in prevalenza, facevano parte dell'organizzazione ecclesiastica di Bisanzio. Probabilmente qualche scritto religioso fu tradotto, ma in generale i cristiani dipendevano da tradizioni orali che si trasmettevano da una generazione all'altra. L. Caetani afferma al riguardo che Maometto non può aver derivato la sua conoscenza delle Scritture da un testo arabo perché « non esistevano a quel tempo versioni arabe della Bibbia o del Vangelo » (II, p. 704). Fu solo con l'avvento dell'Islām che l'arabo acquistò molta importanza e che i cristiani sentirono il bisogno di un testo in tale lingua.
(propr. R. Bartocini)
(propr. R. Bartocini)
Solo nel sec. xvi i cristiani cominciarono a raccogliere le versioni parziali della Bibbia per formare una edizione completa. Il gesuita Giovanni Eliano, legato pontificio presso la nazione maronita, ebbe incarico dal papa Gregorio XIII (1572-85) di portare a Roma un testo completo della Bibbia perché fosse stampato e ordinato in conformità alla Volgata latina. La prima stampa di tutta la Bibbia in arabo ebbe luogo a Parigi nel 1629-45.
A metà del sec. xviii un copto cattolico, Raffaele Tūki, tradusse la Bibbia sulla base della Volgata latina. Nel sec. xix i missionari protestanti nel Libano tradussero l'intera Bibbia, basandosi sui testi originali ebraico e greco. A metà del sec. xix uscirono due altre versioni, una dei Domenicani di Mossul e l'altra sotto la direzione dei Gesuiti di Beirut.
2. L. Caetani, Annali dell'Islam, 10 voll., Milano 1904-1926 (importanti studi sulle più antiche fonti della storia araba); L. Duchesne, Eglises séparées, 2ª ed., Parigi 1905, pp. 300-52; H. Lammens, Le berceau de l'Islam, Roma 1914; R. Aigrin, s. V. in DḤḤ, III, coll. 1158-1292 (con copiosa bibliografia); G. Graf, Geschichte der christlichen-arabischen Literatur, I (Studi e testi, 118), Città del Vaticano 1944.
3. I. Guidi, Le traduzioni degli Evangelii in arabo e in etiofico, in Atti d. R. Accad. d. Lincei, Roma 1888, I, p. 256 sgg.; H. Hyvernat, s. V. in DB, I, coll. 845-56; P. Kahle, Die arabischen Bibelübersetzungen, Lipsia 1904; G. Graf, Die arabische Pentateuchübersetzung im cod. Monac. arab. 234, in Bibl. Zeits., 13 (1918-21), pp. 97-115, 193-212, 291-300; id., Arabische Übersetzungen der Apocalypse, in Biblica, 10 (1929), pp. 170-194; A. Vaccari, Le versioni arabe dei Profeti, in Biblica, 2 (1921), pp. 401-23, 3 (1922), pp. 401-23; id., Una Bibbia araba per il primo gesuita venuto al Libano, in Mélanges de l'Un. de St-Joseph (Beirut), 10 (1925), pp. 79-104; A. Nallino, Raccolta di scritti, III, Roma 1901, pp. 121-56; C. Peters, Probe eines bedeutsamen arabischen Evangelientextes, in Oriens Christianus, 38 (1936), pp. 188-211. Giacomo Finnegan
4. ARCHEOLOGIA CRISTIANA
Arabia, così fu denominata dai Romani la provincia costituita nel 106 d. C., per ordine di Traiano, con gran parte del territorio a sud di Damasco fino al golfo di Ela ('Aqabah), delimitato ad oriente dal deserto siriano e ad occidente dalla vallata del Giordano, territorio compreso oggi per la maggior parte nel regno di Transgiordania. Le pietre miliari della strada allora aperta attraverso il paese, da nord a sud, portano l'indicazione redacta in formam Provinciae Arabiae, e una moneta fu coniata, per celebrare l'avvenimento, con la personificazione della Provincia, fiancheggiata a sinistra da un cammello e dalla leggenda Arabia adquisita. Contemporaneamente cessava la lunga serie dei re della Nabatena, che, con la tolleranza di Roma, dalla loro capitale e sede originaria, Petra, si erano spinti a dominare la parte settentrionale della penisola arabica e poi le terre a settentrione fino a Damasco.L'amministrazione romana favorì lo sviluppo economico ed edilizio di varie città, oltre Bostra, quali Canatha, l'odierna Qanawāt, Dionysias (Suweidā'), Salca (Salhad), Gerasa (v. odierna Geras), Philadelphia ('Ammān) e infine la stessa Petra, oggi inabitata. Alla circostanza di aver dato i natali all'imperatore Filippo l'Arabo dove invece il suo eccezionale decoro esteriore, sproporzionato certo alla sua reale importanza, Sabha, denominata poi Philippopolis. Ma non abbiamo notizie certe di edifici religiosi cristiani anteriori al sec. IV; molti, invece, è spesso con dovizia di decorazione, specialmente musiva, ne sorsero ovunque dopo quest'epoca, anche in località di secondaria importanza, della cui esistenza e delle cui vicende costituiscono in certi casi l'unica documentazione, con lunghe e circostanziate iscrizioni dedicatorie, spesso parte integrante anche dei musaici pavimentali. I riferimenti cronologici in esse contenuti sono sempre computati secondo l'era di Bostra o della eparchia (=provincia) che ebbe inizio nel 106 d. C. appunto con la costituzione di questa. Chiese furono pure costruite in alcune fortezze del limos arabico; ne sono state riconosciute a Odruh, ad oriente di Petra, almeno tre ad Umm er-Rešā, all'altezza di Kerak, ed una se ne è scavata sull'acropoli di 'Ammān, fortificata nel basso impero. Sono infine da rammentare taluni centri cristiani costituiti verso la metà del sec. IV proprio sui margini del deserto siriano, ricchi di edifici religiosi, che denotano una fervida vita spirituale, in profondo contrasto col silenzio che oggi incombe sulle loro rovine. In uno solo di essi, Umm Gemal, nella Transgiordania settentrionale, si sono identificate non meno di 15 chiese e un monastero. Rare invece, o per lo meno finora inesplorate, le necropoli, quando esse non sono pure in gran parte composte di sepolcri anepigrafi. Una delle poche note, molto estesa, con iscrizioni copiose, databili fra il sec. V e VII è stata riconosciuta e studiata da R. Canova Transgiordania (v.). La lingua delle comunità cristiane era generalmente il greco; però ad el-Queisnah, poco a sud-est di 'Ammān, accanto ad una iscrizione in questa lingua e nello stesso edificio sacro, ce n'era un'altra in siriano. Da uno dei cimiteri del Trastevere, in Roma, sembra provenire l'iscrizione cristiana in latino di un Bassus, civis Arabus (muso Cristiano Lateranense, parete XIII, n. 43). Fra la ricca messe di musaici scoperti e studiati in questo paese, caratteristico è un gruppo di essi raffiguranti località e chiese della regione, sede di vescovati della Palestina e dell'A. non altrimenti noti, che vengono così ad integrare le incomplete liste episcopali della tradizione scritta relativa a tali gerarchie ecclesiastiche, fornendoci altresì i nomi dei titolari e l'epoca in cui esplicarono la loro missione, sottoposti ora al patriarca di Antiochia, ora a quello di Gerusalemme (Notitia Antiochiae ac Yerosolymae Patriarchatum, ed. lat. della 2ª metà del sec. XII, a cura di T. Tobler e A. Molinier, Itinera Hierosolymitana..., I, Ginevra 1880, p. 342 sg.; Mgr. Efrem Rahmani, I fasti della Chiesa patriarcale antiochena, Roma 1920, parte IV-V). Notevoli a tale riguardo sono Madaba (v.) attribuito al sec. VI, per quanto molto de-
teriorato proprio nella parte che riguarda l'A., e la bordura del pavimento quasi coevo della chiesa di Ma'in, purtroppo anch'essa parzialmente perduta. Non mancavano neppure centri monastici; di speciale importanza, per l'eccezionale evento biblico collegato e per il buono stato in cui ci è pervenuto, è quello del Monte Nebo.
Abbiamo notizie in A. di martiri anteriormente ad Eusebio (Hist. eccl., VIII, 12, 1), forse gli stessi per cui ci è stata tramandata la notizia che in Arabia civitate Filadelfia synodus martyrum celebratur (H. Delchaye, Les origines du culte des Martyrs, Bruxelles 1933, p. 215). Di altra grande persecuzione si parla alla fine del sec. VI (cf. Acta SS. Octobris, X, Parigi 1869, pp. 662-762). Circa un secolo dopo imperversò in tutto il paese la lotta iconoclasta; di essa sono rimaste tracce evidenti nei musaici di molte chiese, ove furono sistematicamente distrutte tutte le figure umane o di animali, non sempre però in modo da impedire di riconoscervene talvolta qualche resto. Il provvedimento si attribuisce a 'Omar II (ott. 717-febbr. 720), ma non sembra che i suoi successori vi abbiano insistito perché i danni furono ben presto riparati. In precedenza, e specialmente fra il VI e il VII sec., forse per meglio provvedere alla propria sicurezza, le comunità cristiane avevano cominciato a concentrarsi di preferenza intorno a Kerak e a nord di questa località. La Petrea era ormai divenuta una regione di confino per condannati comuni ed esiliati politici (e fra questi erano compresi quelli per motivi religiosi). Tristemente note per tale motivo furono le miniere di Phainō, sulle pendici del Gôr a 16 km. da Chobak, ove molti cristiani furono inviati ai lavori forzati, fino a raggiungere un numero tanto considerevole da consigliare l'istituzione in loco di un vescovato per la loro assistenza spirituale. Petra, considerata come località di confino, finì per essere frequentata anche da anacoreti, che lasciarono tracce della loro permanenza nelle croci incise dentro e fuori le tombe rupestri; una di queste, anzi, secondo un'iscrizione dipinta in rosso sopra una delle pareti, fu convertita in chiesa e consacrata dal vescovo Giasone nel 447. L'invasione araba tollerò il libero culto del cristianesimo contro pagamento di un'imposta. Di recente è stato identificato un centro monastico cristiano nella stessa penisola arabica, dove fin'ora non si conoscevano edifici del genere, a Kilwah, databile, secondo il suo scopritore (cf. N. Glueck, The other side of the Jordan, New Haven 1945, p. 44), circa al 1000. Si sarebbe così avuto anche un fenomeno di persistenza di nuclei cristiani isolati nel mondo islamico, quale fu già constatato nei cimiteri quasi coevi di Engila in Tripolitania, e di Kairouan in Tunisia. L'indagine archeologica non ha invece rinvenuto documenti utili a fissare le vicende successive dei cristiani del territorio dell'antica provincia di A., ormai compresa nella più vasta comune denominazione di Siria. Le stesse cronache del periodo crociato sono scarse di notizie al riguardo: soltanto nell'interno delle fortezze allora costruite oltre Giordano si sono riconosciute anche delle chiese.
5. IL VICARIATO APOSTOLICO DELL'A
Retto dai Minori Cappuccini di Toscana, il vicariato apostolico comprende, oltre la penisola arabica, desertica e sterile, la stazione militare inglese di Aden, col relativo retroterra, privo di acqua, e la Somalia inglese. La popolazione è in maggioranza araba, il resto risulta di Ebrei, Berberi, Indiani e Somali; in tutto ca. 7.500.000 anime. Religione predominante la musulmana (Arabi, Somali e Berberi); il resto pagani(Indiani). Campo perciò tutt'altro che facile per l'apostolato.
In origine la missione era limitata alla piazzaforte di Aden, ed era incorporata al vicariato apostolico di Egitto e A., affidato ai Servi di Maria (1841-49). In seguito (1851-54), fece parte del vicariato dei Galla, eretto nel 1846 e affidato al Massaia, nel 1854 la missione, resa autonoma col grado di prefettura apostolica per designazione dello stesso Massaia, ebbe per prefetto il sacerdote genovese Luigi Sturla, profugo della rivoluzione anticlericale del '47: questi la resse dieci anni, cioè fino a che non tornò in patria, allorché la missione, pur rimanendo prefettura, fu annessa al vicariato di Bombay. Riacquistata la sua autonomia due anni dopo, la conservò per una quindicina d'anni, finché nel 1875 fu di nuovo aggregata al vicariato dei Galla, evangelizzato dai Cappuccini francesi, succeduti agli italiani. Finalmente nel 1888 fu eretta in missione a sé col nome di Aden e affidata ai Cappuccini liguri. Essendo però una missione di territorio troppo ridotto, l'anno dopo le si aggiunse tutta la penisola arabica con le isole di Perim e Socotra e mutandone il nome in quello di A. Ma essendo, in realtà, precluso l'apostolato in tutto questo territorio sacro a Maometto, nel 1891 fu annesso al vicariato anche il Somaliland o Somalia britannica. I Cappuccini italiani successero a quelli della provincia lionese nel 1910 e più completamente nel 1915 con mons. Vanni.
La missione è necessariamente condannata alla quasi sterilità: la stazione di Hodeidah, sulla costa araba, e le due di Berbera e di Shinbaralek, sulla costa somala, si dovettero chiudere - queste ultime, nel 1910, per ordine dell'autorità inglese - sicché effettivamente i Padri non occupano che la sola Aden, ossia la città nuova (Stemar Point) e la vecchia Aden Camp. Sulla costa della Somalia, dove oggi i Somali non parrebbero tanto ostili come per l'innanzi, il missionario non si reca che di tempo in tempo per la cura dei pochi cattolici sparsi qua e là. In Aden le due scuole della missione, maschile e femminile, discretamente frequentate, sono aperte a ragazzi di ogni stirpe e credenza. I cinque padri cappuccini sono coadiuvati da alcuni pochi fratelli maristi e da dieci suore terziarie francescane di Calais, di cui una indigena, le quali hanno cura dell'orfanotrofio femminile. I cattolici sono 1.479, dei quali 204 europei.