MUSAICO. - In latino opus musivum (opere museo, in CIL, VIII, 1323), in greco μοῦσα, μουσάκιον, μουσόμα, in epoca più tarda metallica. È una pittura eseguita con piccole tessere cubiche o dadi (abaculi) di pietre, pasta vitrea, marmi, terracotta da operai che il Codice teodosiano distingue in tessellarii e musivarii (CIL, IV, 4502 e 7044). Talvolta l'artista è detto musearius (CIL, III, 1934 sg.). Nell'iscrizione di Felice IV (526-30) in S. Stefano Rotondo si leggeva musivo (G. B. De Rossi, Inscr. christ. Urbis Romae, II, 1, Roma 1888, p. 152, n. 32).
Più tardi si trova l'espressione metalla, come nei SS. Cosma e Damiano sotto Felice IV (526-30): aula Dei claris radiat speciosa metallis, o sotto Onorio I (625-38) in S. Agnese: virginis aula micat variis decorata metallis; o anche metallum, come nell'oratorio di S. Venanzio del tempo di Giovanni IV (640-42). Con l'espressione metalla, talvolta, come nel caso dell'iscrizione citata di Felice IV ai SS. Cosma
e Damiano, si comprende non solo l'oro e gli smalti del fulgente m., ma anche i lavori in opus sectile marmoreum, o tessellatum, cioè specchi di marmo con listelli, intagli e fregi di porfido, serpentino, ecc. di cui si hanno cospicui esempi, tra i superstiti nella cappella delle SS. Rufina e Seconda del Battistero Lateranense e in S. Sabina (G. B. De Rossi, I m. cristiani, Roma 1899, tavv. II, III, XI, XII, XV, XVIII, XXXIX).

superficie vitrea si applica una sottilissima foglia d'oro, che viene poi scaldata per deporvi lo smalto in fusione. A Parenzo e a S. Irene in Costantinopoli, il fondo d'oro è formato di smalti molto ravvicinati, non disposti in piano, ma inclinati in avanti, con un angolo di ca. 30° per impedire il riverbero. L'artista, o gli artisti, di S. Maria Maggiore dimostrano una grande esperienza tecnica e uno squisito senso decorativo nelle proporzioni delle figure. Nell'antica Basilica Ursiana a Ravenna lavorarono quattro artisti, cioè Eusebio e Paolo per la decorazione musiva della parete riservata alle donne, mentre Sazio e Stefano per quella della parete riservata agli uomini (Agnello, Liber pontif. excl. Rovennatis, in MGH, Script. rerum Langobard., I, p. 289).
I temi che si riscontrano nelle absidi delle basiliche romane sono: in quella dell'antica Basilica Vaticana, Gesù Cristo docente tra i principi degli Apostoli; in S. Pudentiana, Cristo in maestà tra il Collegio apostolico, la città celeste, i quattro animali dell'Apocalisse, la Chiesa « ex circumcisione » e quella « ex gentibus » (Wilpert, Mosaiken, tavv. 42-44). Ai SS. Cosma e Damiano il Signore, stante, non più assiso, accoglie i martiri presentati dai principi degli Apostoli e appare il papa fondatore Felice IV (526-30); oppure i martiri si appressano al Redentore assiso sul globo, come sul m. pelagiano di S. Lorenzo e in S. Teodoro, o tra gli angeli come nell'oratorio di S. Venanzio (G. B. De Rossi, I m. cristiani, Roma 1899, tavv. 15, 16, 17, 19). A S. Agnese, la martire occupa il posto di Gesù Cristo, tra i due Pontefici che glorificarono la sua tomba, Simmaco e Onorio I (id., ibid., tav. 18). Dalla descrizione di s. Paolino di Nola, F. Wickhoff tentò una ricostruzione del m. absidale (Das Apismosaik in der Basilika des hl. Felix zu Nola, in Röm. Quartalschr., 3 [1889], p. 169 sgg.). All'arco trionfale il trono con la croce, la corona e la porpora, cioè le insignia Christi, tra Pietro e Paolo (Wilpert, op. cit., tavv. 70-72) come in S. Maria Maggiore o il busto di Gesù Cristo, tra i quattro animali o i ventiquattro seniori dell'Apocalisse, come a S. Paolo (G. B. De Rossi, I m. cristiani, tav. 13). Più tardi, come ai SS. Cosma e Damiano, invece del busto si ha l'esaltazione dell'Agnello divino. In S. Paolo le travi del soffitto erano rivestite di m. d'oro; Prudenzio attesta che nell'interno tutta la luce è dorata come al levare del sole e le arcate sono tutte ricoperte di m. vitrei magnifici e variopinti come i fiori a primavera smaltano le praterie (Peristephanon, XII, 50-54). Basta poi ricordare, oltre i Milano (v.), Parenzo (v.), Ravenna (v.), Costantinopoli (v.), quelli in S. Matrona


(fot. Laboratorio Zineografico Terra Santa)
Nei cimiteri sotterranei cristiani venne poco usata la decorazione musiva; se ne hanno saggi a Roma nei cimiteri di Bassilla, di Callisto, di Pretestato, di Priscilla, in quello « inter duas lauros »; a Napoli in S. Gaudioso, in cubicoli e in arcosoli; talvolta su tegole, come le scene di Giona trovate in un cimitero della Via Latina, ora nel Museo cristiano lateranense, o per epigrafi, come nel cimitero di Panfilo (v. MARTIRIO E MARTIRE, col. 243). Vennero anche eseguiti in m. ritratti di defunti come quelli di Fl. Iulius Iulianus o di Maria Simplicia Rustica, rinvenuti nel cimitero di S. Lorenzo nel 1656, ora nel Museo cristiano lateranense. Assai usato fu il rivestimento in m. su sepolcri all'aperto nell'Africa sett. e in Tarragona in Spagna; un esempio si ha presso Teano (v. CALVI E TEANO), ora nel Museo di S. Martino a Napoli. La decorazione musiva fu impiegata anche per decorare mausolei cristiani come la piccola cella cristiana del sec. III nella necropoli vaticana, i mausolei di S. Costanza, di S. Elena e quello di Cencelles presso Tarragona. Fu poi assai adoperata nei pavimenti degli edifici cimiteriali, come nella basilica di S. Felice presso Nola eretta da s. Paolino, nelle basiliche cimiteriali di Africa, di Salona, di Sabaria, ecc. Il m. pavimentale (Σαββατοσπον) viene detto opus tessellatum ad Aquileia, a Brescia, a Setif, a Trieste, a Verona; viene impiegata l'espressione tessellavit. Spesso tale rivestimento policromo, a guisa di smagliante tappeto, viene offerto dai fedeli a titolo votivo, come attestano le iscrizioni di Aquileia, di Brescia, Grado, Pola, Verona, Vicenza in Italia, Setif nell'Africa sett. M. pavimentali sono stati sco-
perti in gran numero, oltre che nei luoghi ora citati, in Betlemme, nell'ottagono costantiniano e nella grotta della Natività (sec. v) Palestina (v.), Madaba (v.); a Ravenna in S. Vitale, a Parenzo, a Orsera, a Zuglio Carnico, in S. Apollinare in Classe; in tutta l'Africa proconsolare, nella Bizacena, nella Numidia, nella Mauretania, in Tripolitania, nella Cirenaica, in Siria. Enrico Josi
I m. cristiani dal sec. VII al sec. XIII.
- Con l'immissione e la preponderanza delle forme orientali, la corrente classica perde le sue ultime posizioni e il m. si avvia ad assumere nuovi aspetti. In S. Agnese e nell'oratorio di S. Venanzio al Laterano, eseguito al tempo di Giovanni IV (640-42) con la figurazione dei martiri dalmati, si ha la persistenza di una tradizione locale individuabile nella caratterizzazione dei volti, come nei m. dell'absidiola di S. Stefano Rotondo e nel S. Sebastiano di S. Pietro in Vincoli, opera della metà del sec. VII. Al principio dell'VIII sec., per merito soprattutto del greco Giovanni VII (705-707), si avverte in Roma una particolare rinascita artistica, come nel ciclo musivo neotestamentario dell'oratorio dedicato alla Vergine dallo stesso
papa, già nell'antica Basilica Vaticana, ora disperso in vari luoghi: nel S. Marco a Firenze; nella cattedrale di Orte e a Roma nelle Grotte vaticane e in S. Maria in Cosmedin: la nuova tecnica ha come caratteristica l'accentuazione dei contorni e l'uso di accordi luminosi marcati da linee brune, che staccano le figure dal fondo oro. Tale tecnica prelude a quella propria dei m. romani del IX sec. la cui prima compiuta manifestazione si ha sull'arco trionfale della chiesa dei SS. Nereo ed Achilleo. Il m. di Leone III, con le scene dell'Amministrazione, della Trasfigurazione e della Vergine con il Bambino, afferma una maniera nuova nella quale il bianco predomina sull'azzurro e le zone d'ombra solcano i volti, sia pure ancora molto attenuate. Composizioni più armoniche offrono l'arco trionfale e l'abside di S. Maria in Domnica, opera di Pasquale I (817-824). La processione dei seniori verso il Cristo in trono entro la mandorla luminosa e il candido stuolo di angeli, che si inchinano lievemente dinanzi alla Teofora, accentuano il contrasto dei chiari sui toni cupi del Cristo e della Vergine. In S. Prassede e in S. Cecilia in Trastevere il musaicista ha tenuto presente le figurazioni dell'abside dei SS. Cosma e Damiano, ma senza quella vigoria plastica e quella mirabile trama di luci. Più raccolta e armonica è la cappella che il Pontefice eresse nella stessa chiesa per

In Oriente, dal sec. IX ha inizio la seconda età d'oro dell'arte bizantina, quella dei grandi m. di S. Sofia di Salonicco e di S. Sofia a Costantinopoli. Anche se le forme sono in un primo tempo contaminate, come in S. Sofia di Salonicco, da deformazioni d'arte siriaca, già nella chiesa di Hosios Lukas nella Focide (fine x sec.) si annunciano tutti i caratteri dei m. di S. Sofia di Kiev, del Catholic di Dafni, dedicato alla Koimesis della Vergine come la chiesa omonima di Nicea, e nella Nea Mone di Chio.
Nei secc. X e XI si determinano caratteri nuovi, che sintetizzano la monumentale solennità bizantina e la visione tormentata del mondo barbarico. Così in Sicilia, a Venezia, a Parenzo e a Torcello, ove le due correnti, l'orientale e la romana, persistono con elementi propri commiati ai nuovi, fino a fondersi in quel meraviglioso crogiolo di forme che è la decorazione veneziana del S. Marco.
A Roma la corrente tradizionale si riafferma nel m. absidale di S. Clemente ai primi del XII sec., ove, accanto ai girari del classico, appare la scena del Calvario, l'Eterno, gli Apostoli, i santi, i Profeti, il Cristo cucaristico e il Cristo trionfante, le pecorelle, le città sante e i simboli degli Evangelisti.
I m. absidali di S. Maria in Trastevere e di S. Francesca Romana, quasi contemporanei e pur diversi negli artisti che li eseguirono, mostrano la persistenza di una stessa maniera. Ma la secchezza e la durezza delle forme in S. Francesca Romana non trovano riscontro nel morbido drappeggio delle figure della Basilica trasteverina. Intanto in Sicilia, con il favore dei re normanni, nel breve giro di un sessantennio, un'immensa profusione di tessere orna le pareti di S. Maria dell'Ammiragliato (o della Martorana) PERGAMO (v.), Cefalù (v.) tutti databili tra il 1140 e il 1160, CORALE (v.) della fine del sec. XIII. I m. del S. Marco di Venezia sono contesi tra l'XI e il XIII sec., pur convenendo tutti ch'essi sono opera di maestri diversi, ora bizantineggianti, ma con spiccati caratteri regionali, ora puramente ligi allo stile aulico orientale. Alla prima maniera appartengono forse le Storie della Genesi narrate nel nartece e taluni m. dell'interno (le scene della Vita della Vergine, le Virtù simboliche, nella cupola dell'Ascensione, e le Scene della Passione del vicino arco maggiore), che richiamano il magnifico Giudizio Universale del duomo di Torcello e in misura minore la Madonna in Gloria con due angeli nell'abside di S. Giusto a Trieste. Alle forme pure si ricollegano invece la cupola della Pentecoste (un po' meno l'altra laterale), il bel gruppo della lunetta interna del portale maggiore, le scene dell'arcone verso il braccio destro, ecc. Più severa e meno manierata la Vergine dell'abside di S. Maria e Donato a Murano e il Cristo in Gloria a Torcello, nell'abside della cappella del Sacramento. Nel sec. XIII, la contaminazione delle forme bizantine con i nuovi orientamenti romanici diviene sempre più frequente. Neggure la nuova ondata di bizantinismo, portata a Roma dai musaicisti veneti di Onorio III (1218), avrà serie conseguenze in questo processo evolutivo. E lo si può vedere nel medaglione musivo di Jacopo e Cosma nel portico di Civita Castellana, nella Vergine sull'altare della cappella di S. Zenone, in S. Prassede, nella bella Madonna della Clemenza in S. Maria in Trastevere (metà sec. XIII) e, infine, nel m. absidale della Basilica Liberiana (1295), ove Jacopo Turriti annuncia, nelle vesti del più classico bizantinismo, la nuova concezione del Cavallini. Il m. del Turriti, voluto da Niccolò IV, è l'opera più completa di questo maestro. Nella conca absidale, il Cristo e la Vergine troneggiano in un globo stellato: intorno stanno schiere di angeli, santi,
girari d'acanto e, in alto, un ventaglio polieromo; nella faccia inferiore: l'Annunciazione, la Natività, la Purificazione; l'Adorazione dei Magi e il Transito della Vergine. In ogni scena, in ogni zona si è servito di due qualità di tessere: splendide quelle dei cauli e delle vesti dei personaggi; smorzate, senza riflessi, quelle dei volti. Scaturisce così un plasticismo cromatico di forte effetto. Inferiore al Turriti è Filippo Rusuti, che nei m. sulla fronte di S. Maria Maggiore narra le Storie della fondazione della Basilica e compone un Cristo in trono tra un corteo di Santi. La sua maniera è comunque vicina al Cavallini, di cui fu discepolo, e in certe ombreggiature di volti si avverte già matura in lui la coscienza romanica. Al Cavallini (v.) spettano m. composti da lui nella zona inferiore dell'abside di S. Maria in Trastevere: essi sono anche, in ordine di tempo, l'ultima grande composizione musiva romana e italiana.
Durante il XIV sec. l'arte del m. viene sempre meno praticata dietro antichi temi (Napoli, S. Restituta, m. di Lello da Velletri) o usata quale elemento decorativo di partiti architettonici (Andrea Orcagna, m. poi in massima parte rifatti, nella facciata del duomo d'Orvieto). Così pure nel XV sec., allorché il Mantegna e il Gianbellino forniscono cartoni per m. destinati a completare i cicli della basilica di S. Marco a Venezia. Per questo edificio durante il Cinquecento altri musaicisti, ormai dei mestieranti, copiarono a m. tale dipinte con ben diversi intenti da quelli propri dell'arte musiva, opere del Tintoretto e del Veronese, mentre ancora nel XVIII sec. Leopoldo del Pozzo, romano, copiava a m. un dipinto di Sebastiano Ricci raffigurante l'arrivo del corpo di S. Marco, e nel sec. XIX Liborio Salandri il Giudizio Universale di Lattanzio Querena che si vede nel mezzo della facciata. Intanto, a Roma, Raffaello, nel 1516, faceva tradurre a m. una sua composizione per il lanternino della cupola della Cappella Chigi in S. Maria del Popolo e quindi Baldassarre Peruzzi le sue per la volta della cappella di S. Elena nella chiesa di S. Croce in Gerusalemme. Ma anche questi come quelli successivi non rappresentano che una accurata ma meccanica riproduzione, in una tecnica diversa da quella con cui erano nate quelle opere d'arte. Lo stesso può dirsi nella massima parte dei casi delle opere prodotte ancora durante il XIX e il XX sec. dalla scuola del m. vaticano (sacello funebre di Pio IX in S. Lorenzo fuori le mura ecc.). Tuttavia in epoca recente alcuni artisti hanno cercato di ricondurre il m. alla sua funzione originale di elemento decorativo chiaramente distinto nel carattere dalla pittura ad affresco. Così Guido Cadorin nei m. del S. Giusto di Trieste e Ferruccio Ferrari in un m. sulla facciata di una casa a Tivoli. - Vedi tavv. CII-CIV.