MARTIRIO E MARTIRE

**MARTIRIO e MARTIRE.** - Dal greco μάρτυρ, teste, nel linguaggio cristiano è la persona che ha reso testimonianza a Cristo con il sangue.

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SOMMARIO:** I. Concetto. - II. Culto dei martiri e iconografia antica. - III. Il martirio nelle cause di beatificazione e canonizzazione.

I. Concetto

Gesù nel suo grande discorso per la missione degli Apostoli (*Mt. 10*) dice: «io vi mando come pecore in mezzo ai lupi» (v. 16) e preannuncia (v. 17): «Guardatevi dagli uomini perché essi vi faranno comparire nei tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe» (v. 18) «e sarete condotti per causa mia davanti ai governatori e ai re, per rendermi testimonianza davanti a loro e davanti ai gentili». Al momento del processo non debbono preoccuparsi né del modo di parlare né di che cosa dire, perché lo Spirito del Padre parlerà in loro (v. 20). Il tempo in cui tutto questo accadrà è il tempo escatologico, in cui «il fratello metterà a morte il fratello e il padre il figlio e i figli insorgeranno contro i genitori e li faranno morire. E sarete odiati da tutti per causa del mio nome; ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvo» (v. 21).

La dissoluzione di tutti i legami familiari è un segno caratteristico per il tempo prima della fine (cf. *Mc. 13*, 8 e 12; *Henoch aeth.*, 100, 2; *IV Esd. 6*, 24; *Sanhedrin*, 97a); è caratteristico per la predicazione di Gesù, che inserisce la persecuzione dei discepoli e la possibilità del martirio nel quadro tradizionale della escatologia. Questo sfondo escatologico della passione dei discepoli distingue il martirio cristiano dalle sofferenze o dei «giusti» nella religione giudaica (profeti perseguitati e Maccabei) o dei savi greci che difendono la verità morale contro «i tiranni».

Il racconto del martirio cristiano può arricchirsi con elementi presi dalla tradizione giudaica o greca, ma ciò non cambia il fatto fondamentale, che il martirio nel tempo escatologico è intimamente legato a Gesù stesso. Per causa mia sarete condotti davanti ai governatori e ai re, per causa del mio nome sarete odiati da tutti. Tutti vogliono, secondo le chiare parole di Gesù, giudici e gentili, che avversano dall'inizio la predicazione cristiana. Questa ostilità, che termina in atti di violenza contro gli assertori della verità evangelica, è in se stessa una rivelazione di quello che è l'uomo di fronte a Gesù: essa fa scoprire i più intimi sentimenti dei giudei ed ellenii riguardo alla rivelazione di Dio stesso. D'altra parte la testimonianza resa pubblicamente dai discepoli di Gesù rivela anche la presenza dello Spirito Santo in loro. Così negli ultimi tempi saranno manifesti «gli uomini» nei giudei e gentili e lo Spirito Santo nei martiri. La testimonianza fa parte del concetto di martire e questa deve essere pubblica. Chi avrà riconosciuto Gesù davanti agli uomini, sarà riconosciuto dal Figliuol dell'uomo dinanzi agli angeli di Dio (*Lc. 12*, 8). Il martirio non si esaurisce nel fatto che il martire soffre per la causa di Cristo. Distingue la morte del martire dalla morte del soldato il fatto che quest'ultimo soffre per un uomo (o una causa umana), il martire invece per il «Figliuol dell'uomo», il quale con la sua propria morte ha iniziata la creazione di un mondo futuro, trascendente le cause umane. La testimonianza del martire presuppone la testimonianza di colui che era «nato e venuto al mondo per renderne testimonianza alla verità» (*Io. 18*, 37). Il discepolo soffre come il Maestro o meglio ancora con il Maestro, perché si trova nella stessa situazione escatologica, nella quale la parola «verità» significa la rivelazione di Dio stesso. «Battezzati nella morte di Gesù», «innestati alla somiglianza di lui» (*Rom. 6*, 3, 5) che paragona la propria morte a un Battesimo (*Lc. 12*, 50, onde il termine: Battesimo del sangue) e bevendo il calice della morte del Signore non abbiamo altra uscita che rammentare (*I Cor. 11*, 26) la morte del Signore. Non si può appartenere alla Chiesa senza aver parte anche alla Passione di Gesù. Non possono tutti diventare martiri, perché il martirio è solo uno dei carismi nella Chiesa,

per la morte di Gesù e di coloro che l'hanno seguito nella effusione del sangue. Non è arbitrario se nella Chiesa antica il nome di martire è diventato sempre di più il titolo privilegiato di coloro che sono morti per Gesù, ma questo non significa che il confessor sia rimasto senza privilegi. Confessor e martyr sono l'espressione del fatto che la Chiesa si trova sempre nella situazione escatologica che fu iniziata da Gesù e che termina con l'arrivo del «Figliuolo dell'uomo», accompagnato dai martiri, al Giudizio. La Chiesa è dunque, non soltanto nella successione dei suoi vescovi, ma anche nella sempre nuova vocazione di confessori e martiri, la Chiesa apostolica.

BIBL.: F. Kattenbusch, Der Märtyrertitel, in Zeitschr. für neutestam. Wissenschaft, 4 (1903), p. 111 sq.; J. Geffcken, Die christl. Martyrien, in Hermes, 45 (1910), p. 481 sq.; P. Corssen, Begriff und Wesen des Märtyrers in der alten Kirche, in Neue Jahrbücher für das klass. Altertum, 35 (1915), p. 481 sq.; Ad. Schlatter, Der Märtyrer in den Anfängen der Kirche, Gütersloh 1915; R. Reitzenstein, Bemerkungen zur Märtyrertitel, I. Die Bezeichnung Märtyrer, in Nachrichten d. Götting. Gesellschaft. Wissenschaft, 1916, p. 417 sq.; F. Dornsciff, Der Märtyrer. Name und Bewertung, in Archiv für Religionstwissenschaft, 22 (1923-24), p. 133 sq.; H. Delehaye, Sanctus, Bruxelles 1927, passim; E. Lohmeyer, Die Idee des Märtyrismus im Judentum und Urchristentum, in Zeitschr. für systemat. Theol., 5 (1927-28), p. 232 sq.; K. Holl, Die Vorstellung von Märtyrer und die Märtyrerakte in ihrer geschichtl. Entwicklung; id., Der ursprüngliche Sinn des Namens Märtyrer, in Gesammelte Aufsätze zur Kirchengeschichte, II. Der Osten, Tubingen 1928, p. 68 sq.; E. Hoedcz, Le concept du martyr, in Nouveau revue théol., 55 (1928), pp. 91 sq., 198 sq.; F. Dölger, Tertullian über die Bluttaufe, in Antike und Christentum, 2 (1930), p. 117 sq.; O. Michel, Prophet und Märtyrer, Gütersloh 1932; H. von Campenhausen, Die Idee des Märtyrismus in der Alten Kirche, Göttingen 1935; E. Peterson, Zeuge der Wahrheit, in Theologische Traktate, Lipsia 1937; 2ª ed., Monaco 1951, p. 167 sq.; W. Surkan, Märtyrien in jüdischer und frühchristl. Zeit, Göttingen 1938; Eth. Stauffer, Hauptelemente der altbibl. Märtyrertheol., in Die Theol. des Neuen Testamentes, Stoccarda 1941, p. 164 sq.; E. Günther, Märtyr. Die Gesch. eines Worts, Gütersloh 1941; H. Strathmann, in Theolog. Wörterbuch zum Neuen Testament, IV. Stoccarda 1942, p. 477 sq.; H. I. Schoeps, Die jüdischen Prophetenmorde (Symbolae Biblicae Upsalienses, 2), Uppsala 1943; H. A. Fischel, Märtyr and Prophet, in Zeitschrift für Theologie, 37 (1946-1947), pp. 265 sq., 363 sq.; Iohs Munck, Petrus und Paulus in der Offenbarung Johannis, Copenaghen 1950.

11. CULTO DEI M. E ICONOGRAFIA ANTICA. — Della stima e venerazione che i «testimoni di Cristo» godettero in vita presso i loro contemporanei in virtù dell'altissimo concetto ch'essi avevano del martirio, si dirà nella voce PERSECUZIONE; qui si tratta soltanto della devozione di cui furono oggetto dopo la loro eroica e gloriosa morte.

1. Le origini

Per oltre un buon secolo dalla costituzione della Chiesa, epoca veramente ricca d'insigni m. (basti ricordare il protomartire Stefano [v.], gli Apostoli, i protomartiri romani, l'«ingenus multitudo» sacrificata da Nerone, Antipa m. di Pergamo [v.], s. Ignazio d'Antiochia [v.], s. Giustino il filosofo [v.]), non sembra siasi fatto altro che provvedere a dar «connotata sepoltura» e a tributarle a confessori della Fede quegli onori che si solevano dare ai defunti, il cui culto era così vivo nell'antichità sia classica come cristiana. Però, mentre i pagani per sfuggire il ricordo della morte celebravano il giorno gentileccio «vér- 9xov o dies natalis del defunto, i cristiani, per i quali la morte aveva un ben diverso significato, solennizzavano la ricorrenza anniversaria del trapasso, a ricordo della nascita del defunto al cielo, che segna la fine della prova e dei dolori e l'inizio della vera vita in Dio (cf. le osservazioni fatte in proposito dall'arianeggiante Anonymus in Job, lib. III; PG 17, 517). Il primo documento che ricordi il dies natalis di un m. nel senso anzidetto è il Martyrium Polycarpi, scritto dalla comunità di Smirne probabilmente nel 177 (cf. H. Grégoire-P. Orgels, La véritable date du martyre de St Polycarpé [23 février 177] et le «corpus Polycarpianum», in Anal. Bolland., 69 [1951], pp. 1-38). Questo documento si preoccupa di stabilire in modo inequivocabile gli onori da tributarle al Cristo e ai m.: al primo si deve l'adorazione «quale Figlio di Dio», ai suoi «testimoni» l'amore, e quindi la venerazione, «perché discepoli e imitatori del Signore» (cap. 17; ed. R. Knopf, Ausgewählte Märtyrerakten, 3ª ed., Tubinga 1929, p. 6). Questa netta distinzione toglie ogni possibilità di riallac-

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(da Wilpert, Messiken, tav. 3))
Martirio e Martire - Martire con corona in mano. Musaco del sec. Iv - Napoli, battistero di S. Giovanni.

ciare questo culto a quello degli dèi e degli eroi, come
pretesero autori protestanti o razionalisti, sul fondamento
di analogie tra miti e usanze pagani con tardo composi-
zioni agiografiche e manifestazioni di culto popolare in
onore di taluni m. taumaturgici. Del resto già s. Girolamo
(Contra Vigil.: PL 23, 357-58) e s. Agostino hanno dovuto
stigmatizzare questo errore (De Civitate Dei, XXII, 10).
Il culto dei m. non è altro che la sublimazione di quello
dei defunti: sulla tomba degli uni e degli altri (per gli
antichi essa costituiva il mezzo più diretto per entrare
in comunione con il defunto) i fedeli si recavano per
commemorarli, ma mentre pregavano per i defunti e i
riti che compivano sulla tomba conservavano il loro aspetto
lugubre, si ricorreva alla intercessione dei m. e i riti
in loro onore assumevano uno spiccato carattere di le-
tizia. Di più il ricordo dei m. serviva « di incoraggiamento
e di preparazione a quelli che si disponevano alla lotta »
(Martyrium Polycarpi, 18; cd. cit., p. 6). Le esterne ma-
nifestazioni del culto dei m. e dei defunti erano ancora
sulla fine del sec. IV e l'inizio del V tanto somiglianti da
indurre s. Agostino a premunire i suoi fedeli a non con-
fondere i semplici defunti con i m. (cf. Serm. 159, 1,
284, 5; PL 38, 868, 1291; In Ioan. Tractatus, 84, 1;
ibid. 35, 1847; De Civitate Dei, XXII, 10).

La venerazione tributata ai m. consisteva: a) nel
raccogliere con religiosa pietà, quando il tiranno non le
disperdeva ad arte, le loro sacre spoglie per seppellirle
onoratamente. Gli Simirnsi raccolsero sul rogo le ossa
di s. Polcarpo - più preziose delle gemme insigni e più
ecclele dell'oro e le collocarono in luogo conveniente »
(Martyrium, cit., 18; ed. cit., p. 6); a Cesarea il senatore
romano Astirio, presente al martirio del soldato Marino,
« si pose sopra le spalle il cadavere, lo avvolse in scintil-
lante e preziosa veste e con magnifica pompa lo collocò
in una tomba conveniente » (Eusebio, Hist. eccl., VII, 16);
a Cartagine il corpo di s. Cipriano fu dai cristiani « sot-
tratto alla curiosità dei pagani e di notte tempo fu accom-
pagnato fra ceri e fiaccole con preghiere in solenne corteo
fino al sepolcreto di Macrobio Candidiano » (Acta Cy-
priani, 6; ed. Knopf, cit., p. 64). L'onorata sepoltura avve-
niva o in privati sepolcreti oppure nei cimiteri comuni

agli

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(fei, Alinari)
Martirio e Martire - Tre sante martiri. Affresco del sec. VIII. Roma, chiesa di S. Maria Antiqua.

altri fedeli, sopra terra o in ambulacri sotterranei;
spesso la tumulazione si praticava senza alcuna distin-
zione; perfino sulle lastre che chiudevano i loculi dei
papi m. Ponziano, Fabiano e Cornelio, nel cimitero di Cal-
losto, non si leggeva che il loro nome, solo in un secondo
tempo vi fu aggiunto l'appellativo « martyr ».

b) Nel dies natalis dei m., i fedeli si radunavano nei
pressi della loro tomba o, in caso d'impossibilità, altrove
(cf. il caso del m. Pionio arrestato in casa mentre cele-
brava il natalizio di s. Policarpo: Martyrium Pionii, 2-3,
ed. Knopf, pp. 45-46), per commemorarli con la celebra-
zione eucaristica o anche con il rito del « refrigerium »,
come si usava del resto per i fedeli defunti. Nella cosiddetta
« tricilia Apostolorum » in catacumbas sull'Appia si leggono
graffiti come questi: « Petro et Paulo Tomius Coelius
refrigerium feci/ At Paulum et Petrum refrigeravi / XIII
Kal. apriles refrigeravi Parthenius in Deo et nos in Deo
omnes / Dalmatius botum is promisit refrigerium », che
ricordano il rito funebre del « refrigerium » o agape litur-
gia (cf. F. Grossi Gundi, Il rito funebre del « refrigerium »
al sepolcro apostolico dell'Appia, in Dissertazioni Pont.
accad. rom. archeol., 2ª serie, 14 [1920], pp. 261-77).
La celebrazione dell'Eucaristia e i canti sacri costituivano
la parte essenziale dell'adunanza. Si è voluto vedere nella
lettera di s. Ignazio ai Romani (II, 2), un accenno a una
insassi liturgica che i Romani avrebbero celebrato dopo
la morte di Ignazio, ma il passo non è chiaro (cf. G. Jouas-
sard, Aux origines du culte des martyrs dans le christianisme.
Si Ignace d'Antioche, Rom. II, 2, in Recherches de science
religieuse, 39 [1951], pp. 362-67). Due testi del sec. IV
permettono di immaginare come si svolgeva una sinassi
liturgica in onore dei m. : l'Oration ad Sanctorum coetum,
attribuita a Costantino (cap. 12; ed. I. A. Heikel, in CB,
VII, Berlino 1903, p. 171) e le Constitutiones Apostolorum,
VI, 30 (ed. F. X. Funk, I, Paderborn 1905, p. 381; da
tener presente anche un testo dell'abate Schenute, ci-
tato dal p. H. Delehaye, in Anal. Bolland., 40 [1922], p. 37).
È probabilmente per rendere più comode queste adunanze
dei fedeli in occasione degli anniversari dei m. o dei de-
funti che papa Fabiano « multas fabricas per cimiteria fieri
iussit » (Catalogo Liberiano: ed. L. Duchesne, Lib. Pont.,
I, p. 4). Parimenti alle adunanze di culto deve riferirsi
la proibizione fatta da Valeriano ai cristiani « ne in ali-
quibus locis conciliabula fiant, nec coemeteria ingre-
diantur » (Acta Cypriani, 1; ed. Knopf, cit., p. 62, cf. pure
Eusebio, Hist. eccl., VII, XI, 10; IX, 11, 1).

S. Cipriano voleva che si tenesse conto del giorno
della morte dei gloriosi confessori della fede « ut inter
memorias martyrum celebrare possimus » (Epist. 12; ed.
G. Hartel, in CSEL, III, 11, p. 503; cf. anche Epist. 39;
ibid., p. 583). Purtroppo tante comunità, non esclusa
quella di Roma, per il sec. I e II, non ebbero l'avvertenza
di registrare le date del dies natalis dei loro m., cosicché
della maggior parte di essi non si conosce che il solo nome
e spesso neppure questo è stato conservato, come per
protomartiri romani. Ciò non deve recar meraviglia,
poiché le prime comunità cristiane erano innanzi tutto
prese dal pensiero di rendere il culto liturgico a Cristo,
Figlio di Dio.

2. Culto dei m. dopo la pace costantiniana. - Con la
pace di Costantino, ovunque, come attesta Eusebio di
Cesarea nel I. X della sua Hist. eccl., le manifestazioni
esterne del culto cristiano presero proporzioni grandiosi,
e ovunque sorsero edifici di culto dedicati con riti so-
lenni sino allora mai visti. Ogni comunità si fece un dovere
di onorare la memoria dei suoi eroi antichi e recenti,
come ne fanno fede molteplici testimonianze letterarie,
epigrafiche e monumentali. A tale scopo si identificarono
le loro tombe che furono abbellite con transenne, marmi,
pitture e carmi oppure vennero incluse in sontuose basi-
liche o in graziosi oratori con altare posto sulla tomba o
accanto ad essa; lampade di svariate forme poste sulle
mense oleorum « o pendule e ceri di varia grandezza vi
ardevano di continuo; in occasione degli anniversari,
fiori e profumi vi erano largamente profusi. Si trascrisero
i nomi dei m. nei dittici; si cercarono le date dei loro anni-
versari per iscriverle nel calendario e, nei casi dubbi, si
procedette al riconoscimento ufficiale, da parte dell'auto-

MARTIRIO E MARTIRE - Cristo tra i martiri Lorenzo, Sebastiano, Zotico e Stefano. Affresco del catino dell'abside di S. Maria (aria in Pallara (sec. x), la parte inferiore è del sec. XI-XII. - Roma.

rità, della realtà o meno del martirio (v. VINDICATIO), come accadde specialmente in Africa all'epoca del donatismo che si vantava di avere veri e propri m. Intanto i fedeli chiedevano quale supremo favore di essere sepolti vicini alle tombe dei m. come attestano molte iscrizioni (cf. F. Grossi Gondi, Trattato di epigrafia cristiana latina e greca, Roma 1920, pp. 256-57) e s. Agostino che spiega quale valore si debba attribuire alla sepoltura presso un m. (De cura pro mortuis gerenda: PL 40, 609-10). Si invocavano i m. quali avvocati dei defunti; ecco una caratteristica iscrizione trovata nel cimitero di Panfilo: «Martires Sancti Boni Benedicti bos attivata Quirauc» (E. Josi, Il cimiti. di Panfilo, in Riv. di arch. crist., 1 [1924], p. 63).

Questo generale entusiasmo per gli eroi della fedele portò le comunità a scambiarsi gli anniversari dei più celebri m. Roma, ad es., accolse gli anniversari delle s. Perpetua e Felicita e di s. Cipriano, quest'ultimo celebre noto nel cimitero di Callisto, sulla tomba di s. Cornelio (cf. Deposito Martyrum: ed. R. Valentini-G. Zucchetti, Il codice topografico della Città di Roma, 11, Roma 1942, p. 26), e a loro volta Cartagine e le Chiese africane celebravano gli anniversari dei più noti m. romani, come si rileva dai sermoni di s. Agostino (cf. C. Lambot, Les sermons de St Augustin pour les fêtes des Martyrs, in Anal. Bolland., 67 [1949], pp. 244-66) e dal Calendario di Cartagine. Lo stesso fecero le Chiese egiziane per vari m. orientali (cf. H. Delehaye, Les Martyrs d'Egypte, ibid., 40 [1922], pp. 1-154, 207-364; anche nella cronologia l'Egitto ha manifestato il suo amore per i m.: l'èra dei m., trasformazione dell'era diocleziana, vi è rimasta in uso fino al sec. VIII). Però il fattore che più di ogni altro contribuì a diffondere il culto di determinati m. fu la traslazione e la diffusione delle loro reliquie. Tale uso incominciò in Oriente e la prima traslazione nota è quella di s. Babila di Antiochia per opera del Cesare Gallo (351-54), seguita poi da quelle più celebri del 356 e 357 che arricchirono la nuova capitale dell'Impero, Costantinopoli, delle reliquie dei s. Timoteo, Andrea e Luca. Di poi le traslazioni più e gli minuzzamenti dei corpi santi non si contano più. Alcune comunità distribuiscono con larga generosità le reliquie dei loro m. per il piacere di vederli conosciuti ed onorati in altri paesi. S. Giovanni Crisostomo attesta, ad es., che gli Egiziani distribuiscono le reliquie con la stessa generosità con cui donavano il grano che era loro superfluo (cf. Laudatio Martyrum Aegyptiorum: PG 50, 693-94). Quest'uso passò pure in Occidente, ma non fu accolto da Roma prima del sec. VII inoltrato e nell'VIII quando fu costretta per ragioni di sicurezza a trasportare nell'ambito delle mura le sacre spoglie conservate nei cimiteri suburbani. Le reliquie dei m. tolte dai loro sepolcri venivano riposte sotto gli altari e RELIQUARIO (v.).

Oltre le traslazioni di reliquie, contribuiscono a propagare il culto di determinati m. i panegirici dei grandi oratori dei secc. IV e V, le Passiones, i libelli dei miracoli, le opere poetiche di Prudenzio e di Paolino di Nola, nonché la fama taumaturgica di alcuni di essi, come di s. Lorenzo a Roma, di s. Mena nel Basso Egitto, di s. Stefano e di s. Giovanni Battista dopo l'invenzione delle loro reliquie, di s. Eufemia a Calcedonia, di s. Teodoro a Euchaita, di s. Sergio a Rusfah sul limes della Siria, di s. Demetrio a Salonicco, di s. Maurizio ad Agauno ecc. Le tombe di questi m. divennero presto note di pellegrinaggi e turbe di più devoti si accalcavano nelle grandiose basiliche erette ad corpus dalla munificenza di imperatori, di papi, di vescovi o di generosi fedeli; i pellegrini vi portavano in segno di riconoscenza ricchi doni ed ex-voto e ritornavano ai loro paesi di origine con reliquie, brandea, eulogie varie, che naturalmente contribuiscono a diffondere il culto. Però non sempre le manifestazioni popolari in onore dei m. riuscivano edificanti, come si rileva, ad es., dalle rampogne dell'abate Schenute (m. nel 466) contro l'incubatio e il modo di celebrare le feste dei m. (Delehaye, art. cit., pp. 37-39) o quelle del vescovo Pisenzio di Qef, fine sec. VI (cf. W. E. Crum, Discours de Pisenthius sur St Onophrius, in Rev. de l'Orient chrétien, 2a serie, 10 [1915-17], pp. 38-67; Anal. Bolland., 38 [1920], p. 415).

Per dirla in breve, il culto dei m. nel corso dei secc. IV e V perde ogni giorno più il suo carattere locale per rivestire quello universale che gli resterà definitivamente assicurato con l'accettazione da parte delle varie Chiese di determinati tipi di libri liturgici. In Occidente, ad es., il trionfo dei libri liturgici di tipo romano, favorito dalla azione di Carlomagno e dei suoi liturgisti, assicurerà un culto universale a tutti i m. in essi recensiti.

BIBL.: l'opera scientificamente migliore sull'argomento è quella del p. H. Delehaye, Les origines du culte des martyrs, 2a ed., Bruxelles 1933. Si vedano inoltre: H. Delehaye, Les Passions des Martyrs et les genres littéraires, Bruxelles 1921; id., Les recueils antiques de Miracles des Saints, in Anal. Bolland., 43 (1925), pp. 5-85; 305-25; F. Grossi Gondi, Principi e problemi di critica agiografica, Roma 1919; id., Trattato, cit., pp. 358-80; id., I monumenti cristiani iconografici ed architettonici dei sei primi secoli, Roma 1923, pp. 368-87; G. P. Kirsch, I santuari domestici di m., in Rend. Pont. Acc. Rom. Arch., 2 (1923-24), pp. 27-43; F. Halkin, Inscriptions grecques relatives à l'hiérographie, in Anal. Bolland., 67 (1949), pp. 87-108 (suppl. all'opera del p. Delehaye); P. Peeters, Le tréfonds oriental de l'hiérographie, Bruxelles 1950, pp. 26-70.

Vedi: ATTI DEI MARTIRI.

3. Iconografia antica

Prima della pace costantiniana non si sono potute identificare sicure rappresentazioni di m. ad eccezione dei Principi degli Apostoli; esse si fanno invece frequenti con il moltiplicarsi dei nuovi edifici sacri ornati di pitture, musei e sculture e con i lavori di abbellamento dei loro sepolcri. I m. vengono allora rappresentati con il vestiario di un personaggio di alto grado, cioè con tunica, pallio e sandali, generalmente di colore bianco, se uomo; con tunica e claune (sostituita in alcuni casi con il pallio), se militare; con stola, dalmatica e palla, se donna.

Nei secc. IV e V torna talvolta difficile distinguere il m. da un personaggio sacro o di alto grado per la mancanza di caratteristiche iconografiche; non si saprebbe, ad es., che si tratti dei m. Sisto ed Ippolito (sarcofago di Apt, V. illustrazione alla voce IPPOLITO, santo) o dei m. Nabore e Felice (cappella di S. Vittore in S. Ambrogio di Milano), non avendo altro distintivo del rotolo o del libro, tenuti in mano anche da semplici defunti, se l'artista non avesse iscritto accanto i loro rispettivi nomi. Presto però il m. avrà le sue caratteristiche iconografiche che lo distingueranno dai personaggi comuni: la corona e la palma simboli della vittoria; la corona è preferita nell'arte antica,

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(da Wilpert, Messilien, iav. Hl) Martrino e Martire - Cristo tra i martiri Lorenzo, Sebastiano, Zotico e Stefano. Affresco del catino dell'abside di S. Maria in Pallars (sec. x), la parte inferiore è del sec. xI-XII. - Roma.

rità, della realtà o meno del martirio (v. vindicatio), come accadde speci

la palma e l'istrumento del martirio saranno invece adoperati normalmente nell'arte medievale e moderna. La corona cominciò con l'essere di fronde e di fiori (v. Napoli, sec. iv) poi con la metà del sec. v si trasforma in vero diadema tempestato di gemme (nel cimitero di Ponziano Cristo pone sul capo dei ss. Abdon e Sennen una corona gemmata, sec. vi). La corona cinge piuttosto raramente la testa del m. (s. Agnese [V. UOMINI ILLUSTRI. relativa] nel catino della sua Basilica), d'ordinario è posata sulle mani ricoperte dal lembo del pallio, della clamide, o della palla, altre volte è sorretta da una sola mano ricoperta, mentre l'altra scoperta vi si accosta delicatamente. Il nimbo circolare si riscontra intorno alla testa del m. sul finire del sec. v e se ne hanno i primi esempi negli affreschi del cimitero di Ponziano (Wilpert, Pitture, tav. 255). In quanto all'atteggiamento del m. è da notare che può essere: 1) ieriatico, il m. è ritto in piedi con la corona in mano (v. , ad es., la teoria dei m. di S. Apollinare Nuovo, sec. vi, o quella della cappella di S. Venanzio accanto al Battistero Lateranense, fine sec. vii); 2) di riverente e premuroso ossequio, nelle composizioni abisidiali, a Cristo o a Maria S. ma che occupano il posto d'onore: il m. al-quanto ricurvo con la corona in mano si avvicina al personaggio centrale con passo sollecito (ad es., nella chiesa dei SS. Cosma e Damiano a Roma, 526-30, nella Basilica Eufrasiana a Parenzo, 530-60 ca.); 3) di orante: s. Mena (v. HILLÉL) è così rappresentato tra due cammelli, s. Cecilia (v. HILLÉL) nella cripta omonima in S. Callisto, s. Gennaro (v. HILLÉL) in un arcosolio del suo cimitero a Napoli, s. Apollinare (v. HILLÉL) nella chiesa omonima in Classe a Ravenna. I m. appartenenti al clero, diaconi, vescovi ecc., rivestiti di abiti sacri tengono in mano il libro dei Vangeli aperto, oppure la Croce e il libro dei Vangeli (s. Stefano, s. Lorenzo nel museico di S. Lorenzo fuori le mura: V. LORENZO, santo, ill. rel.), o anche un volume chiuso riccamente legato, la lex Christi (ss. Sisto II, Cornelio, Cipriano e Ottato in S. Callisto, sec. vi: Wilpert, Pitture, tav. 256). Rarissima la scena di m. in gloria presso Cristo quale è affrescata nel cimitero Inter duas Lavoros (v. HILLÉL) sulla Labicana.

Talvolta il m. viene rappresentato nella sua funzione di «advocatus» presso Cristo: «S. Martyres apud Deum et Christum erunt advocati» si legge in un'iscrizione dell'Argo Verano (cf. E. Josi, art. cit., p. 63). La m. Petronilla, ad es., sta accanto alla defunta Veneranda in Domitilla (dopo il 356: Wilpert, tav. 231), il m. Adautto nel cimitero di Commodilla tiene la mano sulla spalla della defunta Tortora che si avvicina al trono di Maria (v. HILLÉL).

La più antica raffigurazione di m. con l'istrumento del martirio tuttora conservata è quella di s. Lorenzo nel cosiddetto mausoleo di Galla Placidia in Ravenna (v. santo). Si sa però da s. Basilio (Homilia XVII in Barlaam martyrem: PG 31, 490), s. Gregorio Nisseno (Oratio sancti m. Theodori: PG 46, 738), s. Asterio vescovo di Amasea (Enarration in martyrium m. Euphémia: PG 40, 338), dall'iscrizione posta da Sisto III (432-40) sulla parte interna dell'ingresso di S. Maria Maggiore (G. B. De Rossi, Inscriptiones Christianae Urbis Romae, II, Roma 1888, p. 71), che vigeva l'uso di rappresentare nelle chiese scene di martirio oppure m. con i loro strumenti di morte. Interessantissime sono al riguardo le miniature del Menologio di Basilio II (976-1025, ed. Pio Franchi de Cavalieri, testo e riprodot. fototip., Torino 1907). Di utile consultazione sui predetti strumenti è tuttora A. Gallonio, Trattato degli instrumenti di martirio, Roma 1591, vers. francese, Parigi 1904.

Particolare ricordo meritano le raffigurazioni dei m. cefalofori, cioè di quei m. che avrebbero raccolto e trasportato con le loro mani la testa spiccata dal busto. L'episodio, raccontato per oltre un centinaio di m., è prettamente leggendario e il testo agiografico più antico che lo contenga è la Passio anonyma di S. Dionigi di Parigi (Acta SS. Octobris, IV, Bruxelles 1780, p. 794) che risale ai primi decenni del sec. IX, il cui autore ha manipolato una frase della sua fonte, la Passio s. Dionysii dello Pseudo Fortunato (ibid., p. 927), che dice tutt'altra cosa. Data la grande diffusione della Passio anonyma, tradotta anche

Article illustration
(da V. JALABERT, LOUIS, Les lieres d'Hoeres mm. de la matiachoque nationale, Súcen BC, tav. 26)

Martirio e Martire - Il m. cefaloforo di s. Dionigi. Miniatura del libro d'Ore appartenuto probabilmente a Carlo VIII (fine sec. xv) - Parigi, Biblioteca nazionale, ms. lat. 1370, f. 212⁷.

MARTIRIO E MARTIRE - Iscrizione sepolcrale con invocazione di martiri (sec. IV) - Roma, cimitero di Panfilo.

Mélanges offerts au R. P. F. Cavallera, Tolosa 1948, pp. 215-30; R. Loenertz, Un prétendu sanctuaire romain de St Dnys de Paris, in Anal. Bolland., 66 (1948), pp. 118-23; id., Le panégyrique de St Dnys l'Aéropagite par St Michel le Synocelle, ibid., 68 (1950), pp. 104-107; id., La légende parisienne de St Dnys l'Aéropagite. Sa genèse et son premier témoin, ibid., 69 (1951), pp. 217-37.

III. IL MARTIRIO NELLE CAUSE DI BEATIFICAZIONE E CANONIZZAZIONE

Nonostante il significato più estensivo che il termine martire aveva nell'antichità ed i successivi analoghi significati assunti nel campo ascetico, la Chiesa, con il perfezionarsi del processo di beatificazione, volle sempre più definita la figura del m. e ne restringe il concetto fino all'odierna definizione, in cui si distinguono nettamente quattro elementi storico-giuridici.

Primo elemento è, oggi, il fatto debitamente provato della morte violenta subita dall'eroe. Non basta che essa sia stata semplicemente minacciata o decretata dal persecutore ed accettata intenzionalmente dal perseguitato, se poi di fatto non si verificò per una ragione qualsiasi, si considerano del pari insufficienti anche i più crudeli patimenti incontrati per la fede se non condussero a morte. Oltre questo elemento materiale del martirio vi è l'elemento personale, non meno importante, né meno necessario giuridicamente, il quale esige che la morte sia dipesa da una causalità responsabile estrinseca e distinta dalla vittima. Questa non può cercarla sotto l'impulso di semplici soggettive ed ambientali suggestioni, ma eroicamente deve subirla in quanto è imposta da un persecutore. Terzo elemento da accertare è quello causale o finalistico, che è il più formale e discriminante, in quanto sostanzialmente specifica e distingue l'olocausto cristiano da ogni altro sacrificio, rendendone evidente il significato soprannaturale e il valore meritorio. Si chiede pertanto che il vero martire sia fatto morire per un motivo di fede o di virtù morale riferibile e riferita a Dio. Motivo della morte può esser dunque la fedeltà al dogma rivelato o alla Chiesa come maestra della verità divina; oppure la fedeltà ad un precetto morale, naturale o positivo, in quanto sancito dall'autorità di Dio. Ancorché possano coesistere altri fini ed altri motivi, sia nella vittima sia nel persecutore, essi non potranno oscurare l'essenziale significato religioso e morale del sacrificio, valendo pur sempre il detto agostiniano «martyre» non faci poena sed causa. Vi è infine un elemento morale o psicologico che integra la figura del martire e lo rivela compiuto imitatore di Cristo. La morte deve essere consapevolmente accettata per il fine anzidetto, e subita con particolari disposizioni spirituali che sono la costante fortezza e la serena mietenza, ispirate a principi d'ordine soprannaturale.

Le cause dei martiri sono dalla Chiesa considerate con particolare favore, sia perché è più facilmente disponibile la prova complementare dei miracoli quando il caso è evidentissimo (can. 2116 § 2), sia perché non esigono un giudizio sulle virtù eroiche eventualmente esercitate in vita dalla vittima. Tuttavia le prove devono essere estese a tutti i singoli elementi summenzionati e devono essere costituite da testimonianze dirette, o nelle cause cosiddette storiche, da documenti coevi autentici ed esaurienti (can. 2020). Esse vengono raccolte e discusse sotto il controllo fede (v.), esaminate in triplice sessione, sottoposte infine al supremo giudizio del pontefice. Le cause dei martiri non possono cumularsi se non nel caso che trattasi d'una medesima persecuzione che ne abbia colpiti diversi nello stesso luogo (can. 2001 § 1), ma anche in tal caso rimangono distinte le prove per i rispettivi soggetti. Per la canonizzazione non sussistono speciali esigenze; deve sempre precedere la beatificazione e devono esser preventivamente approvati i richiesti miracoli (v. MIRACOLO).

BIBL.: Benedetto XIV, De servorum Dei beatificatione et beatorum canonizatione, III, capp. 11-20; S. Indelicato, Le basi giuridiche del processo di beatificazione, Roma 1944, p. 115; id., Processo apostolico di beatificazione, 1945, pp. 101 sgg.; 302 sgg.