MORTE

MORTE. - È il termine della vita naturale o fisica e avviene per la separazione dei due principi costitutivi dell'uomo: l'anima e il corpo. Per indisposizioni, naturali o violente, sopravvenute nelle parti essenziali dell'organismo umano, il corpo diventa inadatto alla vivificazione dell'anima e allora si produce la separazione. Così l'uomo cessa di esistere, muore. Il corpo poi si dissolve ulteriormente nei suoi molteplici elementi costitutivi.

SOMMARIO: I. Teologia dogmatica. - II. Il diritto canonico e gli effetti giuridici della m. - III. Il punto di vista medico-legale e medico-morale riguardo alla m. - IV. Iconografia. - V. Biologia.

I. TEOLOGIA DOGMATICA

Nella S. Scrittura si descrive la m. come una dissoluzione (Phil. 1, 25; II Tim. 4, 6), come un deporre la propria spoglia (II Pt. 1, 14), un uscire dal corpo: il corpo ritorna alla terra, donde era venuto (Gen. 3, 19; Ps. 145, 4; Eccle. 12, 7); l'anima prima della Redenzione si riuniva a quelle precedenti uscite da questa vita nello 8e'6l, come è detto nel Vecchio Testamento (Gen. 15, 15; 25, 8; 49, 29; V. LIMBO. II. DISCESA DI CRISTO AL L.); dopo la Redenzione l'anima, se ne è degna, entra in Paradiso (v. APOCRIFI. 14, 13). La m. nella S. Scrittura si chiama anche dormitio (entrare nel sonno): ma si deve intendere che solo il corpo si addormenta, non l'anima (cf. Deut. 31, 16; Io. 11, 11-12; I Cor. 7, 39; 11, 30; 15, 18; I Thess. 4, 12 sg.; II Pt. 3, 4).

Secondo la dottrina cattolica, nella m. si incorre originariamente per il peccato dei progenitori. È questo un insegnamento tradizionale ed esplicito della Chiesa, direttamente attinto dalla Rivelazione. La m. fu minacciata ai progenitori come pena alla trasgressione di un precetto divino, e poiché la trasgressione avvenne, la minaccia ebbe il suo effetto (Gen. 2, 17; 3, 3). Così la m. entrò nel mondo per causa del peccato (Sap. 2, 23-24; Io. 8, 44; Rom. 5, 12; I Cor. 15, 21-22; Hebr. 9, 27). Non che la m. non sia naturale all'uomo, creatura complessa nel suo organismo corporeo, naturalmente soggetto a corrompersi; ma ne sarebbe stato preservato mediante un dono preternaturale di Dio. La Provvidenza avrebbe, cioè, preservato l'uomo da questo fatale sbocco verso cui tende naturalmente l'organismo umano, comunicando all'anima una indefinita miracolosa energia, capace di influire nel corpo un vigore perpetuo e preservarlo dalla m. violenta. Così l'uomo «poteva non morire», come si esprime s. Agostino.

Un tale beneficio appare conveniente alla liberalità di Dio, il quale, avendo creato un essere composto di spirito e di materia, quale è l'uomo, ed avendolo elevato per di più a partecipare della sua amicizia per mezzo della Grazia, doveva in qualche modo conferire allo spirito il dominio sulla materia, onde potesse preservarla dalle malattie, dalla vecchiaia e dai dolori e tristezze della dissoluzione, che gravano sullo spirito. Ma il beneficio era condizionato alla sottomissione della volontà dell'uomo alla volontà di Dio, e sarebbe stato un elemento prezioso dell'armonia totale dell'uomo, avente la sua radice nel retto rapporto di soggezione della creatura a Dio. Per la colpevole perdita di questo beneficio la m., pur essendo un fenomeno naturale quanto al corpo, venne a rivestire ragione di pena, divenne cioè nello stesso tempo un fatto naturale e un castigo. La punizione infatti della colpa di origine consistente nel privare l'uomo, che si era sottratto alla volontà di Dio, dei doni gratuiti preternaturali che all'anima rendevano sottomesso il corpo e tutte le altre forze naturali. Per tal castigo la vita dell'uomo sulla terra divenne precaria e dominata dal timore della m., essendo sempre sotto la sua minaccia. Per questo storico nesso tra colpa e m., la colpa stessa vien detta m. dell'anima, e l'analogia della m. richiama vivamente alla mente gli effetti della colpa. Cristo, il quale venne in terra per distruggere la colpa (e la distrugge continuamente nelle anime per mezzo dei Sacramenti), distruggerebbe anche la m., chiamando gli uomini alla Resurrezione.

Con l'istante della m. finisce lo stato di prova per l'uomo, il quale giunge così al suo termine definitivo; il tempo del merito e del demerito cessa: chi è giusto non può più peccare, né l'empio può convertirsi. È questa una dottrina costantemente insegnata dalla Chiesa, la quale ha condannato in passato Origene e i suoi seguaci che, ispirandosi a miti pagani, insegnavano il ricominciamento (ἀποκατάστασις) di tutte le cose, e quindi anche del periodo terrestre dell'uomo; quasi non si desse stato definitivo per le anime neppure dopo m.; e condanna non meno energicamente i moderni teosofi, che insegnano la trasmigrazione delle anime, secondo la fantastica legge del «Karma». Questo errore toglie alla vita terrestre tutto il suo valore, illudendo l'uomo di poter fare in altre esistenze il bene che deve compiere in questa vita, contro l'insegnamento espresso del Vangelo, che impegna in questa vita per la conquista definitiva dell'eternità (Lc. 16, 19-20; Mt. 25, 31-32; II Cor. 5, 10).

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(per cortesia di don Mario Del Viaro C.R.L.)
Mortara, Pio Edgardo - Ritratto.

BIBL.: A. Michel, Mort. in DTHC, X. coll. 2489-2500; L. Billot, Quaestiones de novissimis, 7a ed., Roma 1938, pp. 7-38; M. Daffara, De sacramentis et de novissimis, Torino 1944, pp. 680-688; R. Garrigou-Lagrange, L'altra vita e le profondità dell'anima, Brescia 1947, pp. 67-72; H. Bon, La m. e i suoi problemi, trad. it., Torino 1948; A. Piolanti, De novissimis, 3a ed., Roma 1950, pp. 2-17 (con bibl.).

II. IL DIRITTO CANONICO E GLI EFFETTI GIURIDICI DELLA M

La fine della personalità canonica del battesimo si verifica con la m., quando cioè si estinguono tutti i rapporti giuridici. Però non sempre è possibile acquistare la plena probatio della m. di una persona ed allora la Chiesa, quantunque non conosca l'istituto della presunzione legale di m., né abbia un regolamento dell'istituto della presunzione semplice o praesumptio hominis, appresta alcune norme, specialmente allo scopo di consentire nuove nozze al coniuge superstite.

Già in alcuni passi del Decreto di Graziano e delle Decretali di Gregorio IX è espressamente affermato che nessuna assenza, per quanto prolungata, può essere sufficiente ad introdurre una presunzione giuridica di m. del coniuge scomparso e, quindi, ad autorizzare lo scioglimento del matrimonio: il passaggio a nuove nozze del superstite non può permettersi finché certum nuncium recipiat de morte viri ovvero ei firma certitudine constet quod ab haec vita migraverit coniux eius (c. 1, C. XXXIV, q. 1; c. 19, X, V. 1; c. 2, X, V. 21); principio questo che è stato poi vigorosamente confermato dal Concilio di Trento (sess. XXIV, De sacram. Matrimonii, can. V).

Molto si disputò tra i canonisti se per pronunciare la declaratoria di m. di un assente bastasse la pubblica fama ovvero fosse necessario un mezzo di prova degno di maggior fede, come la deposizione di uno o più testimoni; quel che tuttavia costituì punto indiscutibile fu la necessità della moralis certitudo della m. dello scomparso. Quindi, sebbene non si ritenesse sufficiente la semplice probabilità causa credendi mortem coniugis per autorizzare lo scioglimento del matrimonio ed il passaggio a nuove nozze del coniuge superstite, non era necessario, d'altra parte, raggiungere l'assoluta certezza fisica: si considerava sufficiente un grado tale di probabilità della m. dell'assente, raggiunto mediante prove testimoniali ed indiziarie, da suscitare la certezza morale del suo effettivo decesso.

Tra le istruzioni pontificie è di particolare rilievo la Matrimonii vinculo, emanata il 13 maggio 1868, che costituisce la principale fonte canonica dell'istituto: ivi, pur riaffermandosi solam coniugis absentiam atque omnimodum ius silentium satis argumentum non esse ad mortem comprobandam, si stabilisce che in caso di assenza di un coniuge sia possibile pervenire allo scioglimento del vincolo e, di conseguenza, permettere al coniuge superstite il passaggio a nuove nozze, se si sia raggiunta una prova, almeno moralmente certa, della m. dello scomparso; in altri termini, si dichiara la sufficienza della prova indiziaria per ottenere la certezza morale.

Nel CIC (can. 1053), si parla di una possibile ... permissio transitus ad alias nuptias ob praesumptam coniugis mortem... L'interpretazione della norma va però data considerando anche un'altra disposizione contenuta nel can. 1069 § 2, in cui è fatto divieto ad un coniuge di contrarre nuovo matrimonio antequam de prioris nullitate aut solutione legitime et certo constiterit, poiché altrimenti si dovrebbe supporre che il legislatore sia caduto in netta contraddizione. Ponendo in relazione il prescritto del can. 1053 con quello del § 2 del can. 1069, si perviene alla logica conclusione che l'espressione adottata dal can. 1053 equivale a quella tradizionale omnimodo indubitata certitudo moralis della m. Perciò, in mancanza di un documento autentico, l'autorità ecclesiastica potrà dichiarare la m. fondandosi su una presunzione semplice, cioè su una convinzione determinata dal ragionamento: è ovvio che tale presunzione cadrà dinanzi ad un'eventuale prova contraria di cui rimane, se non la probabilità, l'astratta possibilità.

Naturalmente l'eventuale secondo matrimonio si ri

velerà inesistente se il presunto morto risulterà ancora in vita; se, invece, la m. effettiva di lui risulterà in una data posteriore al secondo matrimonio, convalidazione (v.), purché sia rinnovato od almeno sussista il consenso delle parti. Comunque, in forza del principio del favor matrimonii, il matrimonio che il coniuge dello scomparso avesse eventualmente contratto, malgrado lo stato di incertezza sulla sorte dell'assente, non è considerato dal diritto canonico senz'altro nullo; il can. 1014 del CIC dispone che nel dubbio si deve ritenere la validità del matrimonio e perciò occorre che la prova della invalidità sia completa, piena ed indiscutibile, perché si possa procedere alla dichiarazione di nullità del secondo matrimonio.

Peraltro, anche dopo la promulgazione del CIC, la istruzione Matrimonii vinculo del 1868 ha mantenuto il suo valore normativo, come si rileva dalla prassi della S. Congregazione dei Sacramenti, la quale, infatti, in data 1° luglio 1929, a seguito del Concordato stipulato tra la S. Sede e il Governo italiano, ha pubblicato un'istruzione in cui, al n. 48, è disposto che «ricorrendo il caso di presunta m. di uno dei coniugi, se trattasi di militari dispersi nella Grande Guerra e vi sia la sentenza del tribunale civile che dichiarò la presunta m., l'Ordinario si atterrà alla istruzione del S. Ufficio del 1868 e, permettendosi il nuovo matrimonio, questo avrà il corso ordinario e sarà con la debita avvertenza denunciato allo stato civile. Fuori di questo caso la pratica per gli effetti civili dovrà essere deferita alla Segreteria di Stato». Ora, se il matrimonio è stato sciolto ovvero debba presumersi sciolto, avendo emesso il tribunale italiano, a seguito di un esame probatorio, sentenza dichiarativa di m. presunta, il nuovo matrimonio potrà senz'altro essere trascritto; ma, se non sia stata emessa sentenza, logicamente non si potrà procedere alla trascrizione di quel matrimonio. Infatti, secondo la legislazione concordataria, per lo Stato non sono trascrivibili quei matrimoni religiosi in cui per una od ambedue le parti esista un precedente matrimonio civile ovvero sia stata pronunciata interdizione per infermità di mente; né d'altra parte v'è alcuna norma del diritto statuale che riconosca ad organi ecclesiastici il potere di emettere rescritti di presunzione di m. che abbiano l'efficacia della sentenza del tribunale civile.

BIBL.: G. Cornu, De l'absence relativement au mariage et aux effets du mariage, Parigi 1887, p. 95 sgg.; P. Gaspari, Tractatus canonicus de matrimonio, I, Città del Vaticano 1932, p. 345 sgg.; P. Cipriotti, Presunzione di m. e matrimonio, in Rivista di Diritto matrimoniale italiano, 1936, p. 201 sgg.; P. Fedele, Il matrimonio dello scomparso, in Rivista di Diritto civile, 28 (1936), p. 78 sgg.; id., Discorso generale sull'ordinamento canonico, Padova 1941, p. 90; A. C. Jemolo, Il matrimonio nel Diritto canonico, Milano 1941, p. 142 sgg.; L. Spinelli, La presunzione di m. nel Diritto della Chiesa, Roma 1943; V. GIUDICE, Nozioni di Diritto canonico, 9ª ed., Milano 1949, p. 40 sgg.

III. IL PUNTO DI VISTA MEDICO-LEGALE E MEDICO MORALE RIGUARDO ALLA M

Il fatto della cessazione della vita e delle circostanze prossime che la precedono e che l'accompagnano, fa sorgere anzitutto il problema della m. apparente.

Partendo da una definizione negativa della m., si può dire che essa è mancanza di tutte quelle note che costituiscono lo stato di vita per l'individuo in esame; e prendendo qui di mira soltanto la m. dell'uomo, si può dire che questa è avvenuta allorché non si abbia più alcun segno delle funzioni essenziali per la sua esistenza corporale.

In rapporto alla necessità che ogni vivente ha di sostanze plastiche ed energetiche, il ricambio (metabolismo) diviene la caratteristica e il mezzo della vita e l'assenza del ricambio uno dei segni distintivi della m. È da notare che nel cadavere si svolge egualmente un intenso metabolismo, mezzo di vita di una miriade di forme viventi; ma quel fervore di scambi, ossidazioni, riduzioni, idrolisi, scissioni e ricostruzioni, hanno preso un orientamento e una finalità tutta differente: non sono più a beneficio dell'organismo che le ospita, ma a suo danno e a

vantaggio di altre vite. Poste, quindi, come funzioni essenziali del ricambio, la respirazione, la circolazione e l'attività del sistema nervoso, si può prendere come segno sicuro della m. il cessare definitivo di esse. Questi tre fattori segni di vita sono a tal punto legati tra loro nell'equilibrio delle funzioni vitali, che il prolungato mancare dell'uno porta senz'altro alla rovina degli altri. Esiste, però, tra loro una scala di resistenza in diretta funzione di una loro gerarchia di dignità biologica e funzionale, per cui all'assalto della m. mostrano differente resistenza: prima vien meno la funzione e la vita del sistema nervoso, poi quella della respirazione, da ultimo, come più resistente, quella della circolazione. Perciò la m. procede a tappe nell'organismo, non è mai fenomeno univoco (tranne il caso delle subitanele distruzioni di esso per annientamento traumatico); ma, corrispondentemente alla differente resistenza dei processi vitali che caratterizzano la vita, invade e conquista con un successo di fenomeni, con una progressività più o meno rapida. Donde la difficoltà della constatazione di m. ai primi passi di questa, di poter cogliere il momento esatto in cui l'organismo cessa assolutamente di vivere.

Dal punto di vista medico-legale, e medico-pastorale nei riguardi dell'amministrazione di alcuni Sacramenti (Battesimo, Estrema Unzione), il problema più importante è più grave, collegato con lo studio della m., è quello della sua constatazione inequivocabile, tra il dubbio della sua realtà e quello della sua apparenza. È noto infatti come periodicamente venga mossa ed emozionata l'opinione pubblica dal riportare alla ribalta il problema della m. apparente e dell'eventualità dell'esser sepolti vivi; ed esiste tutta una letteratura angosciosa su tale argomento. Una tendenza, sostenuta anche da autori moderni, tra cui il Ferreres e il Geniesse, ammette che: 1) nessuno muore in quel momento ritenuto l'ultimo della vita, ma dopo un periodo più o meno lungo; 2) in questo tempo, che intercorre tra la presunta m. e quella reale (m. apparente o intermedia o relativa di d'Halluin), persiste una vitalità e una funzionalità potenziale degli elementi organici, tale da permettere di nuovo, se adeguatamente stimato, un momento di addirittura definitivo ritorno di tutto l'organismo alla piena vita anche dopo vari giorni, spontaneamente o, con più facilità, per opera di particolari mezzi di rianimazione; 3) durante tale m. apparente possono essere completamente sospese le funzioni della respirazione e della circolazione, potendo invece rimanere integra la coscienza interna ed esterna riguardo all'ambiente; 4) allo stato attuale della nostra scienza, non esiste un segno o un complesso di segni tali da dare la certezza della m. reale, eccettuata la incipiente putrefazione cadaverica, rilevabile dalla comparsa di macchie verdi sulla pelle dell'addome. Ammissioni evidentemente tali da suscitare le più gravi preoccupazioni in ognuno con la conclusione che un'alta percentuale d'individui (oscillante tra l'1% di alcuni e la spaventosa del 33% di altri, il Geniesse si contenta di un rapporto del 5 per mille!) ha la terrificante sorte d'esser sepolto vivo.

Senza dubbio, però, i punti precedentemente esposti appaiono dettati più da fantasie esasperate che da salde e sicure conoscenze biologiche. Infatti: è vero che la m. completa dell'organismo, in ogni sua parte, non corrisponde con il momento in cui l'individuo appare esaltare l'ultimo respiro; ma a noi non interessa che gruppi di cellule o anche tessuti di secondaria dignità funzionale (peli, unghie, epidermide, elementi della serie bianca del sangue) persistano in un supremo tentativo di vita, se un bene rilevato complesso di sintomi ci assicura che le funzioni basali della vita, respirazione, circolazione, vitalità del sistema nervoso, sono ormai complessivamente e definitivamente compromesse. Ripugna alla biologia ammette

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(per cartessa del dott. R. Dracakart)
(sec. xv) - Siena, Biblioteca comunale.

re che gli elementi del sistema nervoso, così avidi di ossigeno e bisognosi di una perfetta circolazione, anche allo stato di riposo funzionale, possano conservarsi in vita, non per ore ma addirittura per giorni, nel completo arresto della respirazione e a bagno in una morta pozza di sangue e l'infatti situabile completamente ristagnanti. Senza dubbio, in tali condizioni la m. degli elementi nervosi sopraggiunge rapida e irreparabile ed è assurdo pensare che l'estrema sopravvivenza di tessuti meno nobili, e quindi più resistenti, possa ridare la vita ai primi ormai in piena degenerazione. Può anche ammettersi che l'anima non abbia ancora abbandonato quel corpo su cui la m. ormai segna rapida le sue tappe (e anche su tal punto, com'è noto, l'opinione dei filosofi non è concorde, potendosi ammettere, con il Mercier, l'esistenza di principi vitali inferiori, animatori dei composti parziali e delle organizzazioni inferiori che vengono a formarsi nel cadavere); ma non può bastare questa «estremità presenza» dell'anima a far rivivere elementi ormai resi incapaci di vita.

Ciò vale per quella sezione del sistema nervoso proposto alle funzioni della vita vegetativa, ormai divenuto incapace di ogni coordinazione degli apparati respiratorio e circolatorio, condizione sine qua non per la vita; ancor più grave appare l'assurdità che il sistema nervoso superiore, assai più delicato strumento della nostra attività mentale, possa conservarsi in tali condizioni da permettere a quest'individuo, insensibile agli stimoli, immobile nei suoi muscoli, nei suoi atti respiratori, nei moti del cuore, nel ristagno dei suoi liquidi circolanti, di conservare rapporti di coscienza con l'ambiente che lo circonda, così da seguire, muto, inchiodato sul suo letto dall'innerzia dei muscoli, i terricanti preparativi del proprio incassamento.

Per quanto riguarda, da ultimo, la questione della constatazione di m., è vero che non esiste un segno unico e inequivocabile del suo avvenimento, a eccezione della putrefazione del corpo; ma è pur vero che può sempre rilevarsi, dai vari organi e dalle varie funzioni, un complesso di segni capaci, nel loro insieme, di dare la certezza della m. reale. È ben chiaro che la constatazione di questa è pur sempre un affare di grave momento e rappresenta un delicato atto di competenza medica, da non affidarsi a chiunque; la legge saggiamente e sufficientemente prescrive che la sepoltura si compia non prima di 24 ore dal momento della presunta m. (di 48 nei casi di m. improvvisa o se si abbiano dubbi di m. apparente), in ogni caso non prima che il decesso sia controllato per opera d'un medico «necroscopo». Se tutto ciò non è posto in opera, può ben avversarsi il caso del sepolto vivo o finanche di uno stuolo di sepolti vivi, allorché (guerre, cataclismi, epidemie, ecc.)

un gran numero di persone vengono colpite contemporaneamente, e l'ignoranza, la poca cura, l'impossibilità pratica d'esaminare i singoli individui, per un'errata presunzione accomuna i veramenti morti ai creduti tali. Tale «errata presunzione di m.» pare la maggiore responsabile delle incredibili statistiche di sepolti vivi.

Inoltre, non può negarsi l'esistenza di individui che presentino uno stato così simulante la m., da sembrare ormai veramente privi di vita a un esame fatto con discreta accuratezza da persona esperta. Esistono senza dubbio alcune malattie, assai meno numerose di quanto si creda, che possono condurre a uno stato simulante più o meno completamente la m. reale e da cui è possibile, a volte, richiamare l'individuo a vita, con manovre lunghe e complesse. Così la sincope, l'asfissia, l'arresto del respiro e dell'attività cardiaca per l'azione del fulmine o della corrente elettrica, l'asideramento, gli incidenti da narcosi, lo stato algido del colera, gli stati d'estrema debolezza congenita o di atrofia o d'atresia dei neonati o dei lattanti, ecc. Si tratta, però, in ogni caso, d'incidenti assai gravi, vero preludio di m., dai quali poche volte e non facilmente si può salvare l'individuo e, se pure, sempre a prezzo di una tempestiva, abile, prolungata opera del medico; per essi è escluso il caso della spontanea risoluzione, è fantastico il successivo risveglio nella tomba; il persistere dell'arresto del respiro e del cuore, l'inutilità di prolungati tentativi di rianimazione, segnano con sicurezza l'avvenuta m. assoluta. In modo particolare l'attenzione e la fantasia dei profani si ferma sui casi di m. apparente legati ad alcuni stati neuro-psicotici (catalessia, letargia, ecc.). Bisogna dire che proprio in tal campo si tratta di casi veramente assai rari; inoltre, proprio qui, l'equivoco di m. è facilmente svelato da una conveniente constatazione.

Si può quindi affermare che una constatazione di m. che dia piena sicurezza è sempre possibile, purché fatta da persona abile e utilizzando un complesso di segni rilevabili dalle differenti funzioni dell'organismo. Ecco una semplice esposizione dei vari segni più facilmente constatabili: a) dalla respirazione: arresto totale e duraturo (non visibilità o ascoltabilità dei movimenti respiratori, assenza di corrente in-espiatoria costatata con la vecchia prova della candela o dello specchio o con il piccolo fiocco di bambagia posto innanzi alle narici). b) Dalla circolazione: il silenzio dei battiti cardiaci alla prolungata ascoltazione o alla palpazione diretta attraverso la parete addominale, particolarmente nei neonati; la non formazione di filtone in rapporto a ustioni praticate sulla cute; la mancata colorazione verde delle selere dopo iniezione di fluorescina; il mancato turgore delle vene dopo legatura d'un arto; le ipostasi cadaveriche, macchie simili a livide che compaiono nelle parti più declivi dopo 3-6 ore dalla m.; il mancato arrossamento, gonfiore, lagrimazione dell'occhio dopo istillazioni di sostanze irritanti (etere, dionina 5%). c) Dall'attività del sistema nervoso: assenza dei vari riflessi accuratamente saggiati (dello starnuto, della rotula, addominale, cremasterico, plantare); in modo particolare il riflesso corneale, assai sensibile e facile a provocarsi stimolando leggermente la parte anteriore del globo oculare (la risposta consiste nella contrazione delle palpebre o ammiccamento). d) L'occhio, in particolare, diviene ricco di segni indicativi dell'avvenuta m.: la dilatazione della pupilla e la sua immobilità sotto l'azione di un raggio luminoso; la deformabilità della pupilla, la quale nel vivo è costantemente circolare, premendo sul contorno della sclera (è questo un segno di alto valore, perché precoce e sicuro); l'appannamento e il prosciugamento della cornea che diviene grinzosa e presenta macchie nere. e) Segni vari: raffreddamento del corpo (ca. un grado ogni ora); la rigidità cadaverica, che comincia a manifestarsi non prima di 3-6 ore dopo la m. (inutile quindi la comune fretta a riordinare il cadavere); la mancata risposta alla stimolazione muscolare meccanica, termica, elettrica; infine, le macchie verdi cutanee (combinazione tra l'idrogeno solforato di origine putrefattiva e l'emoglobina del sangue), che compaiono tra la 48° e la 62° ora, in primo luogo sulla regione del quadrante inferiore destro dell'addome; lo sviluppo putrefattivo d'idrogeno solforato può mettersi in evidenza anche per l'anemie e la febbre.

L'anemie e la febbre sono cause di una estrema umiliazione dell'anima al corpo in quel periodo durante il quale, esaltato l'ultimo respiro e cessati i battiti cardiaci, si va compiendo la completa «cadaverizzazione» dell'individuo, è lecito amministrare, sotto condizione, l'assoluzione e l'Estremia Unzione fino a mezz'ora dopo l'apparenza di m. avvenuta, se si tratta di m. in seguito a consunzione e ca. fino a due ore, se si tratta di m. improvvisa (v. VERMEERSCH, ARTHUR, Theologiae moralis, ecc., III, p. 536; V. Heylen, De poenitentia, Malines 1946, p. 319).

Dal punto di vista morale, non è lecito al medico, o a chiunque altro, inferire all'individuo che si ritiene morto, allo scopo di ottenere la sicurezza della m., lesioni tali che di per sé siano capaci di uccidere (gravi mutilazioni, colpi di pugnale al cuore, ecc.), anche se chi ciò opera sia convinto che la m. è realmente avvenuta; come pure non sarebbe lecito, per condiscendenza e per dare tranquillità.

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**MORTE - La m. colpisce un potente. Uffizio della B. Vergine. Biblioteca Vaticana, cod. Berghs. 183, f. 91° (fine sec. XV).**

a chi lo richiede, simulare l'esecuzione di tali atti, salvo gravissime ragioni e rimosso il pericolo di scandalo. La puntura del cuore, con iniezione intraradica di sostanze eccitanti (particolarmente adrenalina), è moralmente lecita, indicando esplicitamente lo scopo dell'eventuale rianimazione cui si tende, perché non lesiva e capace di risvegliare l'individuo nei casi di m. apparente.

BIBL.: Dr. Icard, La mort réelle et la mort apparente, Parigi, 1897; F. Strassmann, Man. di medici. legale, Torino 1901, p. 866; M. D'Hallouin, Les étapes de la mort, in Comptes rendus de la Soc. de biol., 57 (1905), p. 370; J. B. Ferrers-G. B. Genies, La mort, 1907; W. Lewis e I. Coy, Sopravvivenza delle cellule alla m. dell'organismo, in Bull. of the John Hopkins medica, 1922, pp. 12-14; J. A. Antonelli, Medicina patronalis, 5a ed., IV, Roma 1932, p. 390; S. H. Bon, Medicina e religione, trad. A. Alliney, Torino 1940, pp. 188-201; M. Carrara e altri, Medicina legale, vol. II, 11, 11, 1940, p. 349; S. V. PALMIRA, Medicina forense, 4a ed., Città di Castello 1947, p. 536; F. Domenici, La medicina legale per il medico pratico, Milano 1950, p. 353; G. G. Ninno, Questioni medico-morali, 4a ed., Roma 1951, pp. 516-520.

IV. Iconografia

Molti dei temi iconografici nell'arte cristiana, relativi alla m., hanno lontani precedenti in esempi classici, non sempre dimenticati dagli artisti medievali. Secondo Erodoto, durante i banchetti nelle ricche case, specialmente in Egitto, come invito a godere la vita, si presentavano ai convitati statuette lignee o metalliche, rappresentanti una mummia o uno scheletro. La collezione von Bissing a Berlino ne conserva un interessante esemplare, accompagnato dalla relativa recata a forma di cappuccio. L'arte romana produsse nuovamente nuove colture e bronzetti raffiguranti scheletri; alcuni di essi, all'Antiquarium di Dresda ed al Museo di Napoli, sono resi con accurati particolari anatomici. La m. si identifica con lo scheletro anche in una coppola ellenistica della collezione Schliemann di Berlino. I calici di Bosco reale, di Pella e del Louvre presentano una vera danza dei morti. I contatti fra la cultura letteraria e le arti figurative, a proposito di codeste rappresentazioni macabre, sono testimoniali dai rilievi di un cappo funerario al Museo Britannico (ca. il sec. III d. C.) illustrante una scena dei Dialoghi dei morti di Luciano. Ma il più delle volte le rappresentazioni macabre assumevano un carattere satirico. Scheletri sono anche rappresentati in interessanti frammenti di un pavimento musivo, ora nel Museo delle Terme a Roma.

Nei monumenti funebri invece la m. veniva sostituita da allegorie, quali la faccola riversa, la maschera scenica, la testa di Medusa, o, nei rilievi dei sarcofagi, da combattimenti di galli, da sfingi, da scene di vendemmia e di caccia. Tale simbolismo appunto passò all'arte cristiana delle origini, che lasciò, ad es., uno dei più solenni monumenti indirizzati in questo senso nell'antico museo del mausoleo di Costanza a Roma (sec. IV). Rarissime sono le figurazioni della m. nell'arte bizantina. Nelle miniature della Topografia cristiana di Cosma Indocleaste della Biblioteca Vaticana essa è simboleggiata da un demone di carnagione scura. In una placca d'avorio, del Museo Britannico, probabilmente dell'inizio del sec. IV, compaiono le personificazioni del sonno e della m., che accolgono l'anima di un trapassato. Entrambi sono alti, ma il sonno è reso con una figura giovanile, la m. con una vecchia barbuta di laidissimo aspetto.

I caratteri propriamente macabri si accentuano in Occidente e con l'avanzare del medioevo. In una croce d'avorio danese del 1075 (Museo di Copenhagen), è raffigurato il Contrasto della vita e della m.: la m. in aspetto muliebre precipita in una bara segnata del sonno, ai piedi della Vita di forme e vesti regali. Ma generalmente essa viene identificata con il demonio o la strega (a seconda del genere del termine che la indica nelle diverse lingue) o con il cadavere. Forme demoniache, nell'atto di divorare esseri umani, dovevano essere le sue caratteristiche in una serie di miniature del 1122, facenti parte dell'Ufficio funebre di S. Vitale, negli Archivi nazionali francesi. Come strega la presenta il celebre

affresco con il Trionfo della m. al camposanto di Pisa. Come scheletro compare forse la prima volta nelle miniature dell'Hortus deliciarum di Herrade di Landsberg; sulla facciata occidentale della cattedrale di Strasburgo, per opera di uno scultore della fine del sec. XIII, che conobbe disegni anatomici bizantini; in un rilievo del fonte battesimale di Tryde, in Germania, illustrante la leggenda di S. Stanislao, e in vari Giudizi universali, dei quali il più interessante esempio, relativo alla m., si trova nella cattedrale di Friburgo. Tale forma di rappresentazione ebbe larga diffusione in tutta l'Europa: un allievo di Giotto, nelle vele della Chiesa inferiore di Assisi, la introduzione nell'allegoria della Castità: scheletri si trovano effigiati su lastre tombali. Se ne conoscono tre esempi del sec. XIV su una tomba del 1362 a La Saraz in Svizzera, in un'altra del 1388 a Davcenescourt e in una terza a Laon (Francia) del 1393. Del sec. XV è nota una dozzina di esempi; già in essi la m., personificata da un cadavere in decomposizione, acquista caratteri realisti e rivoltanti, come nel rilievo della tomba del card. Lagrange, morto ad Avignone nel 1402, ora nel Museo locale. Questi tratti sono accentuati nelle innumeri rappresentazioni del sec. XVI. Gli scultori hanno cura di presentare tutte le fasi più ripugnanti della decomposizione del cadavere, con ventri squarciati e verminosi (tomba di Jeanne de Bourlon, contessa d'Auvergne, ora al Louvre; tomba di René de Châlons a Bar-le-Duc, opera di L. Richier, ecc.). Anche pittori svolsero siffatto tema: il Memling in 5 pannelli del politico di Strasburgo, Jacopo Bellini in un disegno. Lo si trova inoltre in innumeri miniature, illustrazioni, incisioni, xilografie. Il teschio è una ridotta figurazione della m., nei celebri pulpiti di Nicola e Giovanni Pisano, come già in crocifissi e tavole del 1200, compare ai piedi della Croce. Nel Rinascimento è diffusissimo nell'arte tedesca e fiamminga, anche in incisioni e stampe, diventando infine, con il Dürer, motivo araldico. In Italia notevoli, nel Seicento, le sculture decorative per monumenti funebri anche dovute al Bernin.

Ma lo spirito macabro e fantastico del tardo medioevo si manifestò più chiaramente in vere e proprie leggende pittoriche, ispirate alla m. e talvolta costituite da parecchi temi. Principali fra questi cicli sono la «danza dei morti» o «marcabra», l'«incontro dei tre vivi e dei tre morti» il «trionfo della m.» o «m. trionfante».

La «danza macabra» (v.) è tipicamente francese e risulta legata a precedenti letterari, che risalgono al sec. XII, ma si prolungò fino al Settecento, lasciando celebri monumenti. In Germania ebbe accentuati caratteri satirici da cui derivarono singoli temi: la «m. e il soldato», la «m. e la fanciulla», la «m. e l'amante», ecc., raccolte anche in specie di breviari e riprodotte in stampa ed in incisione, e dovute a grandi maestri: Dürer, N. M. Deutsch, Holbein, Balding, Grin e Beham. In Italia la «danza dei morti» ha poche rappresentazioni: la prima, databile verso il 1475, a S. Lazzaro, fuori di Como, subisce l'influsso francese, mentre a Clusone, a Carisolo, a Pinzolo (ultima questa e risalente al 1539) imita modelli tedeschi; l'unico esempio di codice miniato pare essere il «ballo della m.» della Riccardiana di Firenze.

Assai più diffuso in Italia risulta il tema dell'a incontro dei tre vivi e dei tre morti», l'origine del quale è assai discussa. La più antica figurazione dell'a incontro è si trova in S. Margarita, presso Melfi: tre giovani ritornati dalla caccia sembrano conversare con tre scheletri. In Abruzzo, nella cattedrale di Arti, oltre gli scheletri ed i cacciatori, compaiono un paggio e un'eremita, personaggio che sarà tipico dell'iconografia italiana, e che talvolta venne identificato con il santo monaco Macherio (ca. il 1260). Nella chiesa di S. Paolo, del Vecchio Camposanto, a Poggio Mirteto (Sabina), della seconda metà del sec. XIII, ai cavalieri si sostituisce il re, che si porta la mano alla bocca e appare sgomento di fronte al cadavere. Analogo è l'affresco più antico del chiostro di S. Maria di Vezzolano, presso Castelnuovo d'Asti, in Piemonte. Un eremita, dall'alto di una roccia, spiega un cartiglio verso tre cavalieri, atterriti dagli scheletri, in un bell'affresco di S. Flaviano di Montefiascone (inizi del sec. XIV). Questa iconografia si trova anche a Subiaco,

in un pannello dell'Università di Göttingen, di Jacopo del Casentino, in un dittico dell'Accademia di Firenze, attribuito a Bernardo Daddi, nel Breviario di Bianca di Savoia, nel secondo chiostro di S. Maria di Vezzolano, ecc. (sec. xiv), e nel xv in un affresco attribuito a Martino di Alberto di Pontepiestra in S. Fermo a Verona, in un pannello della collezione Crawford di Londra, in un affresco della sacrestia di S. Luca in Cremona, ecc., fino ai disegni di Jacopo Bellini, uno al Louvre ed uno al British Museum.

Talvolta la «danza macabra» e «l'incontro dei vivi e dei morti», si congiungono: forse diede lo spunto alle tele del Poussin (Louvre e collezione del duca di Devonshire a Chatsworth) e del Guercino (alla Galleria Corsini di Roma) rappresentanti in uno sfondo arcadico la meditazione sulla m. : «Et in Arcadia ego».

Ma più di tutte notevole, almeno per l'arte italiana, è la rappresentazione della «m. trionfante», che delle precedenti unisce e riassume gli elementi più importanti. La più antica illustrazione del tema è un piccolo pannello della pinacoteca di Siena, già appartenente al

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Morte - Trionfo della m. Scuola spagnola (scc. xv) - Palermo, palazzo Sclafani.

monastero di Monnagnese, ed attribuito non concordemente a Pietro Lorenzetti. Esso presenta anche notevoli analogie con il celebre affresco del camposanto di Pisa. Poco posteriore deve essere il Trionfo della m. affres
monastero di Monnagnese, ed attribuito non concordemente a Pietro Lorenzetti. Esso presenta anche notevoli analogie con il celebre effresco del camposanto di Pisa. Poco posteriore deve essere il Trionfo della m. affrescato nella Scala Santa del S. Speco di Subiaco. Le massime rappresentazioni di questo Trionfo sono quella frammentaria di S. Croce, in Firenze, del camposanto di Pisa, e del Palazzo Sclafani a Palermo. Il Trionfo della m. del camposanto di Pisa è legato iconograficamente a quello di Firenze, ma presenta una maggiore complessità. Ad esso si collega la rappresentazione della felice vita ermitica nella Tebaide, derivata dalle Vite dei SS. Padri di Domenico Cavalca. A metà del Quattrocento si diffonde da Firenze un'altra rappresentazione del Trionfo della m., ispirata dalle allegorie del Petrarca. Pietro de' Medici nel 1441 comandò a Matteo de' Pasti illustrazioni dei «trionfi»: ne sono rimasti cassoni, pannelli al Museo Horne, alla pinacoteca di Siena, nella collezione Gardner a Boston, in quella Landau a Firenze, nella Biblioteca Rossetti a Trieste, nell'Albert Museum, ecc. Come nei «trionfi» antichi la m., generalmente come scheletro e con la falce, domina dall'alto di un carroccio, su un corteo, inteso a presentare varie immagini, allegorie e simboli letterari. Talvolta il cocchio è tirato da scheletri, o da cavalieri apocalittici, con elementi simmetrici a quelli degli altri «trionfi» cui il più delle volte questa scena era congiunta. Il tema, soprattutto in Italia, si diffuse rapidamente in decine di codici miniati, e talvolta divenne motivo di grandi affreschi, come quello di Lorenzo Costa, nella cappella Bentivoglio in S. Giacomo Maggiore di Bologna (1490), di cui fa parte anche una teofania.

Bibl.: R. van Marle. Todesvorstellung und Totentänze (Mittelr. der K. K. Central-Komm. zur Erforschung. u. Erhalt. der Kunst- u. hist. Denkmäler, 17), Vienna 1872; G. G. Vitzthum. Die Quellen des Stils im Triumph des Todes, in Repertorium für Kunstwissenschaft, 28 (1905), p. 207 seq.; W. F. Storck. Die Legende von den drei Lebenden und von den drei Toten, Lipsia 1910; F. P. Weber. Aspects of Death and correlated aspects of Life in Art, epigram and Poetry, Nuova York 1920; R. Helm. Skelett und Todesdarstellungen bis um Auftreten der Totentänze, Strasburgo 1928; F. Warrer. The Dance of Death, Londra 1931; R. van Marle. Iconographie de l'art profane au moyen âge et à la Renaissance, 2 voll., La Haye 1932; L. P. Kurtz. The Dance of Death and the macabre spirit in european literature, Nuova York 1934; St. Kosaky. Geschichte der Totentänze, Budapest 1936; L. Guerry. Le thème du Triomphe de la Mort dans la peinture italienne, Parigi 1950.

V. Biologia

I. M. dell'individuo e perennità della specie. - La definizione della m. presenta le stesse difficoltà della definizione della vita poiché, dicendo che essa è «la cessazione del processo vitale», si introduce il quesito vita (v.). Comunque la m. è la ineluttabile conclusione di ogni processo vitale e non valgono a controbattere questo aspetto i cosiddetti casi di immortalità di certi organismi unicellulari (protozoi, protofiti) solo perché essi si riproducono divisi-dendosi successivamente in due, trasfondendo così di costituire quello dei prototipi corposi a costituire quello dei figli. Se è vero che essi si riproducono per innumerevoli generazioni senza lasciare cadaveri tra una generazione e l'altra, è pur vero che dopo un certo numero di generazioni, in un tempo relativamente breve, più nulla praticamente rimane del primitivo protoplasma che si è andato invece via via rinnovando (Naupas, Woodruff, Lumière, Varigny). Ciò senza tener conto delle ecatombi che questi animali subiscono quando le condizioni di ambiente (umidità, nutrizione, temperatura, ecc.) divengono sfavorevoli; in questi casi solo pochi individui in condizioni di cisti, in vita latente, riescono a resistere così da essere capostipiti di una nuova serie di generazioni con il ritorno delle condizioni favorevoli.

Anche la concezione della peren.ità e continuità del plasma germinativo delle forme superiori, pluricellulari, secondo le vedute del Weissmann (idioplasma), è soggetta alla stessa critica; che cioè ben poco o nulla materialmente è rimasto del plasma delle prime cellule germinali dopo le innumerevoli serie di generazioni che hanno portato alla attuale generazione dei viventi. Il meccanismo della continua riproduzione cellulare della linea germinale, se da un lato permette la trasmissione di una parte del materiale vecchio, dall'altra porta alla continua fabbricazione di materiale nuovo con le stesse caratteristiche di quello direttamente trasmesso alle cellule discendenti; il protoplasma vecchio viene così progressivamente sostituito da materiale nuovo specificamente simile. Così, con un meccanismo paradossale, la vita si perpetua e si rinnova per un lento e progressivo decesso.

Nei metazo i e metafiti, ovvero negli organismi pluricellulari, alla linea germinale si aggiunge il soma che rap

presenta la parte più cospicua del corpo. Nel soma le cellule, seguendo diverse linee, si differenziano nei vari tessuti con funzioni specifiche per poter effettuare, con la divisione del lavoro, una specifica attività. Ma con la specializzazione, le cellule perdono la possibilità di riprodursi: il differenziamento istologico condanna a me le cellule e, in quei tessuti ove si attua una grande sua funzionale e gli elementi si distruggono rapidamente, occorre che rimangano riserve di cellule indifferenziate per un continuo rinnovo del tessuto con la loro riproduzione.

In base a molte osservazioni di embriologia sperimentale (isolamento dei blastomeri), di morfologia sperimentale (fenomeni rigenerativi) e di citogenetica (valore dei nuclei delle cellule), si può considerare ogni cellula di un individuo potenzialmente capace di riprodurre un intero organismo come se fosse una cellula uovo perché in ogni cellula vi è tutto il patrimonio ereditario (esclusi quei casi, naturalmente, in cui si è avuta degradazione della cromatina nucleare o di tutto il nucleo). Le condizioni dei gemelli monoovulari (poliembrionia) e i causati numerosi di riproduzione somatica o vegetativa di molti vegetali e animali (celenterati, vermi, tunicati, ecc.) depongono in favore di questo concetto. La differenza tra linea somatica e linea germinale non sarebbe pertanto essenziale, ma consisterebbe solo nella perdita da parte delle cellule del soma delle possibilità attuali di potersi riprodurre con effetto totale a causa delle limitazioni imposte dal differenziamento. Il soma può con ciò essere considerato come una parte delle cellule di un'unica linea che si sacrifica con il differenziamento per dare la possibilità di sussistenza, con il differenziamento di una individua, di cui si sperimenta, alle relativamente poche cellule delle gonadi che conservano, con le proprietà germinative, la topogenesi, permettendo così il perpetuaris della specie con le successive generazioni. Se si considera come problema capitale dei viventi la perpetuazione della vita, poiché tale perpetuazione avviene, come si è detto, negli unicellulari come nella linea germinativa dei pluricellulari con un meccanismo di rinnovamento senza un effettivo decesso materiale ponderabile, il fenomeno, legato ai pluricellulari, della m. del soma, ovvero del cadavere, verrebbe ad essere, paradossalmente parlando, secondario. Sempre da questo punto di vista il soma mortale degli animali e delle piante non avrebbe altra funzione di essere supporto e custode degli elementi della linea germinativa, quali gli spermii e le uova, i soli elementi necessari per la conservazione della specie; la m. del soma starebbe a testimoniare della sua inutilità ai fini della immortilità della specie, una volta che sia espletata questa sua missione. Così, sempre in forma paradossale, si potrebbe dire con il Butler che «la gallina non è che il mezzo con cui un uovo fa un altro uovo»!

È evidente che un simile modo di vedere è ben lontano dall'essere accettabile, che, se è vero che fine supremo dei viventi è la conservazione della specie, il fenomeno vitale avrebbe ben poco valore se si esaurisse nel circolo vizioso di vivere per vivere. Ed è proprio legata alla linea somatica mortale, e quindi intermittente, la manifestazione di proprietà vitali che trovano nell'uomo la massima esplicazione con i fenomeni della integrazione e della psiche. Il progresso e l'evoluzione spirituali umani non sono certo presentati dalla linea germinativa, ma sono frutto della diuturna fatica del soma mortale e che è trasmessa in retaggio ai figli con l'educazione e forse (sarà compito della genetica dimostrarlo) con un processo ereditario per l'influenza del soma sulle cellule germinali.

Tralasciando quest'ultimo problema che, se di estrema importanza, non ha ancora una base sperimentale sufficiente, si vede nella m. del soma un fenomeno biologico di grandissima importanza nel meccanismo di conservazione e di evoluzione della vita sulla terra.

2. M. degli elementi germinali. — Si osserva che la natura, per premunirsi contro la possibilità di estinzione delle specie, è prodiga nella produzione delle cellule germinali: spermatozoi e uova. Per ogni specie animale e vegetale il loro numero è ben più elevato degli individui che di norma arrivano alla maturità, ben più elevato di quel numero che non può essere superato senza portare uno squilibrio sfavorevole alla vita nelle singole biocenosi e nella biosfera. Si osserva anche che tanto maggiori sono i pericoli che incombono sui piccoli di una specie, per condizioni particolari ecologiche, tanto maggiore è il numero degli elementi germinali prodotti.

Così, prendendo il caso dei vertebrati, vengono prodotti assai più uova nelle specie che le disseminano nelle acque che in quelle che le raccolgono in un nido e ne hanno cura; e ancor minore è il numero in quei vertebrati in cui le uova si sviluppano nel corpo materno.

Considerando la specie umana, che non è certo tra le più prolifiche della natura, si calcola la possibile maturazione di ca. 450 uova con una produzione, secondo Henle, nell'ovaria di ca. 72.000 oociti. Il maschio a sua volta può produrre nella sua vita molti miliardi di spermatozoi. Di tutti questi gameti, che potenzialmente sono idonei per la produzione di un individuo, solo poche unità raggiungono la meta.

3. M. dell'individuo. — Ogni pianta o animale muore, compiuto che sia il suo ciclo vitale che ha durata caratteristica per ogni specie. Le ricerche fatte per chiarire i fattori che determinano la durata della vita, e quelle rivolte alla identificazione dei mezzi per prolungarla, hanno dimostrato che, quale fenomeno generale, pur con alcune eccezioni, tanto più rapida è negli animali la maturazione degli elementi germinali, tanto più breve è la durata della vita nelle diverse specie. La m. del soma ha come preludio il fenomeno della senescenza e questo si manifesta sin dalla nascita. La graduale perdita d'acqua, l'accumulo dei cataboliti, la produzione di strutture colloidali irreversibili, la generale isteresi colloidale del protoplasma, sono alcune tra le più evidenti cause intrinseche al protoplasma stesso che ne determina l'invecchiamento. A queste cause vanno aggiunte nei pluricellulari l'invecchiamento degli apparati organici e la graduale mineralizzazione del corpo.

Ma non è solamente con il decesso degli individui che la m. esaurisce la sua finalità, mirante al mantenimento e alla evoluzione della vita con il suo continuo rinnovamento, ma gli stessi cadaveri sono il substrato per la vita di una innumerevole schiera di organismi necrofili (batteri, protozoi, vermi, insetti, ecc.). Va inoltre tenuto presente che, eccettuate le piante verdi, che possono sintetizzare con l'aiuto della clorofilla e utilizzando l'energia solare le sostanze organiche necessarie alla esistenza, e gli organismi che si nutrono dei detriti di queste, la gran maggioranza dei viventi si nutre di parti di animali e piante (senza che sia necessaria l'uccisione di questi) o degli interi organismi che vengono uccisi e divorati; così la m. prematura della vittima permette la vita delle specie predatrici.

4. M. delle cellule nello sviluppo e nella vita dell'individuo. — Ma, se fatto inevitabile è comunque la m. dell'organismo alla fine del suo ciclo vitale, non meno importante è la m. cellulare che si verifica di continuo durante la sua esistenza. La m. delle cellule non si manifesta solo nell'individuo adulto o vecchio, ma sin nell'embrione; anzi tale processo rappresenta un meccanismo morfogenetico di capitale importanza.

Si può affermare che l'embrione si sviluppa non solo con un continuo processo di moltiplicazione cellulare, ma anche con uno di distruzione cellulare che si accompagna al primo. Fenomeni di schizia (citolisi) permettono la formazione di aperture, di cavità, di canali negli organi in sviluppo. Così si vede che non tutto quello che si fabbrica con l'embrione viene conservato: molti organi

si formano con tappe successive di complicazione, utili e sufficienti per i singoli stadi di sviluppo, ma che via via vengono demoliti in tutto o in parte e sostituiti; così, per citare un esempio, tre reni si susseguono nella organogenesi dell'apparato emuntorio dei vertebrati superiori. In molti animali è una successione di stadi larvali e nei fenomeni di metamorfosi, tra uno stadio ed il successivo, molti tessuti ed organi vengono sacrificati con la costruzione di organi e apparati nuovi adatti alla condizione dello stadio larvae successivo o della condizione adulta; particolarmente note sono le condizioni degli insetti, in cui la larva, con la ninfosi, si trasforma in insetto perfetto, e quelle dei batraci. Nei pesci, rettili, uccelli e mammiferi si formano con l'embrione organi che servono alla vita embrionale, ma che alla nascita vengono abbandonati e si distruggono (annessi embrionali: corion, sacco del tuorlo, amnios, allantoidi, ecc.).

Anche nell'adulto i processi mortali a carico delle cellule di molti tessuti continuano. È stato merito di Bizzozero e della sua scuola di stabilire le proprietà di rinnovamento dei vari tessuti nei mammiferi e nell'uomo. Questo rinnovamento, che si attua mediante processi di divisione cellulare di elementi a carattere giovanile che si conservano in vari tessuti (tessuti germinativi), serve alla sostituzione di quegli elementi che via via muoiono per usura funzionale e che appunto in relazione a tale processo di usura sono dotati di un ciclo vitale breve. Vi sono tessuti in cui questo ricambio di elementi cellulari è continuo per tutta la vita (tessuti ad elementi labili), come, p. es., l'epidermide che continuamente si corneifica in superficie e si desquamano e continuamente è rinnovata ad opera dello strato germinativo profondo, ed il sangue i cui globuli rossi, costruiti senza nucleo per un perfezionamento funzionale quale trasportatori di ossigeno, sono condannati a qualche settimana di vita. In altri tessuti la moltiplicazione avviene solo durante il periodo di accrescimento dell'individuo, ma potenzialmente la possibilità riproduttiva è conservata per tutta la vita, come nel fegato e in altre ghiandole. Solo nei tessuti ad elementi perenni, dei quali è tipico esempio il tessuto nervoso, le cellule vivono quanto vive l'organismo. Tuttavia anche per questo tessuto, in animali con metamorfosi (quali gli anfibi anuri), sono cellule nervose differenziate che, cessato un ciclo funzionale, si distruggono; così in altre specie vi è una possibilità riproduttiva delle cellule nervose (nella rigenerazione della coda e del midollo spinale degli anfibi urodeli).

Per un più profondo esame della senescenza si rimanda alla monografia del Levi, e a quelle di Minot e di Lepeschkin, rispettivamente per la citomorfosi e la necrobiosi cellulare (v. BIBLICA).

Secondo i calcoli di C. Franke, nel corpo umano vi sono ca. 4.000.000.000.000 di cellule fisse e 22.000 miliardi di cellule mobili con totale di 26.500 miliardi. Secondo Moleschott e Buchner in sette anni si è attuato il completo rinnovamento chimico di tutta questa moltitudine di cellule, o con la loro sostituzione o con il rinnovamento del loro protoplasma. Secondo Ona (1924) muoiono ogni giorno 500 miliardi di soli globuli rossi (cioè quelli che possono essere contenuti in 100 cm³ di sangue) e altrettanti ne vengono giornalmente ricostruiti.

L'importanza del decesso delle cellule durante lo sviluppo non va vista solo nel continuo rinnovamento della materia vivente e nei processi della morfogenesi, ma appare anche per la diretta utilizzazione nei fenomeni vitali dei prodotti della distruzione cellulare (pigmenti, ecc.). Si consideri, p. es., come ha dimostrato Baglioni, che per il battito cardiaco (esperienze sui pesci cartilaginei) è necessaria la presenza nel sangue di piccole percentuali di urea, sostanza che è un diretto derivato della disintegrazione delle sostanze proteiche. Così i pigmenti biliari, prodotti con la distruzione dei globuli rossi, hanno importanza fondamentale nella saponificazione dei grassi e nella regolazione della flora intestinale. Le stesse cellule morte, che negli animali hanno subito una degenerazione grassa o cheratinica e che nei vegetali vengono lignificate o suborizzate, compiono importantissime funzioni per la vita dell'insieme.

Ma i fenomeni di citolisi hanno anche un'altra direttiva importanza nei fenomeni biologici: si liberano infatti con l'agonia delle cellule (necrobiosi), e quindi con la loro distruzione, delle sostanze che hanno effetto stimolante sulla riproduzione delle altre cellule vive. Haberland poté dimostrare come nei vegetali la moltiplicazione dei tessuti delle ferite fosse stimolata dalle cellule maltratate ed in via di distruzione e parlò di ormoni da ferita o necroromoni. Banner, Haagen e Smith poterono isolare una sostanza proteica dotata di tale attività (acido traumatico). Fenomeni simili sono stati osservati anche negli animali a carico di cellule in agonia. Secondo J. Brachet l'acido nucleico che si libera con la citolisi ha una grande importanza nei fenomeni di evocazione embrionale (organizzatore). Le induzioni che si ottengono negli embrioni con trapianti di pezzetti di tessuti morti o in via di citolisi, o comunque maltrattati ed in fase agonica, si possono interpretare dovuti all'acido nucleico liberato e ad altre sostanze. Così se, p. es., si trapianta nel campo degli arti un frammento di tessuto irradiato con raggi X (Perri negli anfibi) si ottengono numerose induzioni di arti soprannumerari, stimolati dalle cellule in lenta distruzione del frammento trapiantato.

Importanti sono al riguardo le esperienze di Filatov di trapianto sottocute di frammenti di tessuti maltrattati (con bassa temperatura, con l'oscurità) che producono un effetto biologico stimolante generale nell'organismo trattato. Nello stesso ordine di fenomeni va probabilmente interpretato l'effetto dell'elettrochoc di Cerletti e Bini; con questo trattamento l'organismo è portato all'estremo limite di resistenza e le cellule liberano delle acroagonine, come le chiama Cerletti, con effetto stimolante benefico generale.

A conclusione di questi fatti brevemente esposti, la m. non deve essere considerata come un accidente in antagonismo con la vita. La sua finalità, già nei fenomeni di mortalità dei gameti, la sua importanza nel meccanismo dello sviluppo embrionale, la sua necessità per lo svolgere dei fenomeni fisiologici, depongono a considerarla, con apparente paradosso, fattore essenziale della vita di un individuo. Con la m. dell'individuo si ha la continuità della vita, ma con un substrato materiale di continuo rinnovato, e così la m. viene a risultare il processo fondamentale di ogni meccanismo di miglioramento biologico e di evoluzione, comunque considerati, compreso quello della evoluzione intellettuale e dello spirito della specie umana. - Vedi tav. XCVII.

Bibl.: C. S. Minot, The problem of age, growth and death. Nuova York 1908; A. Lumière, Théorie colloïdale de la biologie et de la vie, Parigi 1922; P. Pearl, The biology of death, Filadelfia-Londra 1922; H. Varing, La mort et la biologie, Parigi 1926; N. S. Jennings, Vie et mort. Hérodité et évolution chez les organismes unicellulaires, 1927; W. W. Lepeschkin, Zell-Nekrobiose und Protoplasma-Tod, Berlino 1927; G. Levi, Accrescimento e senescenza, Firenze 1946; A. Stefanelli, Cicli vitali e citomorfosi delle cellule nervose dei Vertebrati, in Rendiconti Acc. Naz. Lincei, 5 serie, 10 (1937), pp. 19-64.

MORTE DI GESÙ CRISTO: per la storia, V. GESÙ CRISTO; per il valore soteriologico, V. MERITO DI GESÙ CRISTO; REDENZIONE; SODDISFAZIONE.