MORALITÀ

MORALITÀ. - Per m. s'intende la qualità delle azioni umane per cui esse sono moralmente buone o cattive. Presupposto fondamentale e necessario della m. di un libertà (v.). Un atto qualsiasi compiuto, ad es., sotto l'incluso irrestizibile della violenza, non solo non è atto morale, UMANESIMO (v.).

Però, se la libertà è condizione necessaria, non sembra costituire l'essenza della m., come vorrebbero alcuni (opinione attribuita a Scoto: 1266-1308). E non sembra nemmeno accettabile l'opinione del Pufendorf (1632-94), che vede l'essenza della m. nell'imputabilità stessa dell'atto, o quella del Suárez (1548-1617), che la scorge in una denominazione estrinseca all'atto.

L'essenza della m. (che costituisce come il genere che si divide, come specie, in bontà e malizia), sembra consistere nella relazione che l'atto umano ha con la sua regola; cioè con la legge eterna di Dio, che è la regola suprema o remota, e con la retta ragione, che è la regola prossima (è la sentenza dei tomisti).

Ne segue, contro ogni positivismo morale, che atto umano buono dicesi quello che è conforme alla natura razionale, la perfezione, l'aiuta a conseguire l'ultimo fine delle azioni umane, e corrisponde per

ciò all'ordine stabilito da Dio. Cattivo invece dicessi quell'atto che non è conforme alla natura razionale, ossia è contrario all'ordine della retta ragione.

Norma della m. prima e fondamentale è, come si è detto, la legge eterna, in quanto è considerata come intelletto divino (ratio divina) che concepisce l'ordine naturale da osservarsi dalle creature, ossia le relazioni essenziali delle creature sia in rapporto a Dio, sia tra di loro, non già in quanto è volontà di Dio che comanda di conservare l'ordine stabilito e proibisce di violarlo. Sotto questo secondo aspetto la legge eterna è fondamento di ogni obbligazione morale, che consegue la m., ma non è da confondersi con essa. Ciò spiega come vi siano azioni, per loro stessa natura, buone o cattive, indipendentemente da qualsiasi precetto estrinseco, da qualsiasi volontà umana e divina. La ratio divina, nel concepire l'ordine naturale, non può non tener conto della creatura razionale così com'è. Ciò spiega ancora come sia da rigettare l'opinione di coloro (Occam, Gerson, Descartes, ecc.) i quali asseriscono che la volontà libera di Dio avrebbe potuto stabilire una m. diversa da quella che ora esiste. Considerata nell'uomo, non nell'individuo, ma in tutti gli uomini (così da essere regola comune a tutti e da avere carattere universale), la norma oggettiva ed ultima, nell'ordine creato, della m. è la legge semplicemente.

Qualche diversità nell'esposizione di questi concetti esiste tra gli autori cattolici. Alcuni danno come norma di m. l'ordinamento delle cose alloro ultimo fine (Th. Bouquillon, J. Mausbach, J. Donat, J. Gredt); altri la natura umana razionale, considerata nel suo insieme (Wittmann, O. Lottin, E. Elter); altri la retta ragione (L. Lehu, e molti tomisti); altri infine l'ordine essenziale delle cose (M. Liberatore). Se si prescinde dall'ultima sentenza, oggi abbandonata, le diverse posizioni non sono così contrastanti da essere inconciliabili. In fondo la natura umana non è altro che l'essenza data da Dio all'uomo in quanto è principio di operazione in ordine al fine ultimo. Perciò ogni atto che conviene alla natura umana, per ciò stesso dice ordine al fine, e viceversa ogni atto conforme al fine è rispondente all'umana natura (cf. I. E. Van Roey, De virtute charitatis, Malines 1929, pp. 16-17). Il bene e il male sono quindi determinati dalla conformità o difformità sia alla natura razionale, sia alla ragione, sia al fine ultimo; tutti questi concetti in ultima analisi vengono a riassumersi nella stessa cosa. Norma soggettiva della m. è la coscienza, la quale consiste nell'ultimo giudizio pratico, che dice in particolare se l'atto è lecito o illecito.

Quanto alla estensione della m., sorgono due questioni specifiche: 1) se, oltre gli atti buoni e cattivi, ne esistano anche degli indifferenti, cioè né buoni né cattivi; 2) se nell'atto umano, in cui si può distinguere l'atto interno della volontà imperante e l'atto esterno (in rapporto alla volontà) della facoltà interna od esterna che esegue l'impero della volontà, la m. sia da riporre tutta nell'atto interno o se qualche elemento di m. sia dato anche dall'atto esterno.

Sembra più logico escludere in concreto l'esistenza di atti indifferenti, e limitare la m. formale al solo atto interno, cui l'atto esterno, perfezionandolo, aggiunge nello stesso ordine l'elemento materiale. La conformità o difformità dell'atto alla norma della m. è il principio o criterio oggettivo della m. in genere. Nel caso specifico questa conformità o difformità viene rilevata attraverso il nesso che hanno con la norma della m. gli elementi in cui l'atto umano si attua. L'atto umano desume quindi primariamente dall'oggetto la sua m. la quale perciò dicesi m. oggettiva. Infatti l'atto della volontà è un certo qual movimento della volontà stessa tendente verso l'oggetto. Ma quale è il termine del movimento, tale è pure il movimento stesso. Dunque tale è l'azione della volontà (buona o cattiva), quale è l'oggetto o termine di essa (buono o cattivo).

L'atto umano desume la sua m. anche dalle circostanze di persona, di cosa, di luogo, di mezzi, di fine, di modo, di tempo. Principalissima circostanza è il fine, ossia ciò per cui la volontà è mossa a fare qualche cosa (v. FONTI DEL DIRITTO).

Accanto alla m. oggettiva vi è pure una m. soggettiva, quella cioè personale di chi, pur non avendo fine cattivo, si induce ad agire mosso da falsa persuasione di agire bene o almeno di non agire male in ciò che oggettivamente è cattivo. Se l'agente è in perfetta buona fede, benché materialmente compia azione cattiva, tuttavia formalmente non pecca finché persevera, senza un grave dubbio contrario, nella sua buona fede. Può avvenire che per un complesso di cause questa falsa persuasione si diffonda largamente e informi i costumi di interi strati sociali, presso i quali perciò certe azioni, di loro natura riprovevoli, siano reputate oneste o per lo meno non cattive, p. es., certe esibizioni di stampa immorale.

La m. può essere ancora intrinseca, quando sgorga dall'essenza stessa dell'oggetto morale (p. es., l'amore di Dio è atto intrinsecamente buono; l'odio di Dio, la bestemmia sono atti intrinsecamente cattivi), o estrinseca, quando la bontà o la malizia dell'atto proviene solamente dalla legge positiva (p. es., mangiar carne il venerdì è azione cattiva, in quanto esiste una legge ecclesiastica che lo vieta). Esistono quindi azioni che sono buone o cattive, perché vengono comandate o proibite (m. estrinseca), ma ne esistono altre che vengono comandate o proibite, perché sono buone o cattive (m. intrinseca).

BIBL.: oltre i testi di teologia morale fondamentale (trattato de actibus humanis) e di etica naturale, cf. : Sum. Theol., 1°-2°, qq. 18-19; I. S. Auer, De moralitate actuum humanorum, Ratisbona 1914; V. CATHREIN, VIKTOR, Quo sensu secundum s. Thomam ratio sit regula actuum humanorum, in Gregorianum, 5 (1924), pp. 584-94; O. Lottin, L'intellectualisme de la morale thomiste, in Ciencia thomista, I. Roma 1925, pp. 414-27; L. Lehu, Si la «recta ratio» de st Thomas signifie la conscience, in Rev. thomiste, nuova serie, 8 (1925), pp. 159-66; E. Elter, Norma honestatis ad mentem Divi Thomae, in Gregorianum, 8 (1927), pp. 337-357; C. Mindorff, De conceptu moralitatis, in Antonianum, 2 (1927), pp. 351-68, 460-82; L. Lehu, La raison règle de la moralité d'après st Thomas, Parigi 1930; V. CATHREIN, VIKTOR, Quo sensu secundum s. Thomam ratio sit regula bonitatis voluntatis?, in Gregorianum, 12 (1931), pp. 447-65; L. N. Hamel, Controversia Lehn-Elter-Lottin circa regulam moralitatis secundum s. Thomam, in Antonianum, 7 (1932), pp. 377-84; Et. I. Carton de Wiart, De normis moralitatis in actibus humanis, in Coll. Mechlin., 8 (1934), pp. 553-557; O. Lottin, L'indifférence des actes humains chez st Thomas d'Aquin et ses prédécesseurs, in Misc. Verneresch, I. Roma 1935, pp. 17-35; E. Ranwez, Moralitas actus externi, in Coll. Naumur., 30 (1936), pp. 108-16; O. Lottin, Principes de morale, I. Lovanio 1947, pp. 109-32, 161-99; II, ivi 1947, pp. 115-41; H. Widart, Considerations psychol. sur le problème de la moralité des actes humains, in Collect. Mechlin., 23 (1948), pp. 409-21; L. Van Peteghem, Indicationes evangelicae de moralitate interiori, in Collec. Gand., 33 (1950), pp. 31-37.