MORALITÀ DELL'ARTE. - La questione della m. dell'a. si dibatte fra le opposte tesi di coloro che tendono a inserire la moralità nella stessa funzione artistica, e di quelli che considerano l'arte autonoma dalla morale, così da legittimare la contravvenzione a ogni norma etica.
Della prima tendenza sono i «metafisici» (G. Flores D'Arcais, p. 141 sgg.) i quali, insistendo sul
l'aspetto teologico del bello, ritengono che l'arte abbia l'intrinseca attitudine di elevare a Dio, da cui deriva come da suo primo principio; e i «catartici», (B. Croce, Ultimi saggi, Bari, 1935, pp. 9-10 e 62 sgg.; La Poesia, ivi 1936, pp. 167-68, 203); che riconoscono un'intima virtù purificatrice (χάδχαρχά) all'attività artistica, la quale pertanto escluderebbe quanto può riuscire repellente alla coscienza morale.
Della seconda tendenza sono, da una parte, gli «moralisti» (B. Croce, Estetica, 7a ed. ivi 1947, p. 57 sgg.), che ritengono l'arte al di qua o, comunque, indifferente alla morale; dall'altra i «separatisti» (C. Fidler, Aforismi sull'arte, Milano 1945, p. 76), che considerano arte e morale come due attività o funzioni autonomie, e l'artista indipendente in quanto tale dalla morale.
Tali posizioni sono riflesso di una considerazione più o meno unilaterale dell'arte e della morale. In particolare contro i «metafisici» si può osservare che l'arte è bensì riflesso del divino, ma anche e soprattutto affermazione dell'umano; e contro i «catartici» che l'arte non è sempre la Beatrice «gentile» e «onesta» che suggestiona a sensi elevati. E pertanto solo per amor di tesi può affermarsi (B. Croce, Nuovi saggi di estetica, Bari 1920, p. 130) che sarà l'arte a consigliare al poeta di tralasciare una parola, sorvolare una scena inonesta, purificare il sentimento di basso odio, ecc. Fu il senso morale di Dante che fece troncare nel verso «Quel giorno più non vi leggemmo avante» la rievocazione di Francesca, non davvero la sollecitazione estetica dell'arte, che invece avrebbe persuaso ben altro indugio sui particolari passionali. E così pure fu il ritengo morale (come del resto dichiarò esplicitamente l'autore) che indusse il Manzoni a ridurre nei limiti dell'accento «La sventurata rispose» la torbida vicenda della monaca di Monza. A conferma si può osservare che non fu l'arte, bensì la morale, rinnovata a più alti sensi dal cristianesimo, quella che nel medioevo diede alla poesia dell'amore il tono cortese e quasi mistico che la staccò dall'erotismo classico-pagano. Del resto, a smentire incontestabilmente la funzione catartica dell'attività estetica si ha fatto storico, che offre realizzazioni più o meno aberranti dalle esigenze etiche, e tuttavia accolte e vissute dalla coscienza dei lettori nello stesso senso delle altre, cioè come vere esperienze estetiche e come autentiche opere d'arte.
Contro gli «moralisti», i quali cadono nell'equivoco di considerare l'attività artistica in astratto, va osservato che l'arte, in concreto, è sempre funzione di personalità, vale a dire è sempre atto di un ostoicamente determinato e moralmente orientato. Pertanto la posizione neutra o amorale non si dà né nell'artista né nell'opera d'arte, ma sia la concezione dell'uno quanto la realizzazione dell'altra sarà o morale o immorale. L'arte prima che fatto è atto: atto cosciente, perché compiuto nella riflessione della elaborazione artistica; atto consentito, perché compiuto nell'adesione della dilettazione estetica. L'atto artistico pertanto è una presa di posizione della propria interiorità, è pronunciamento deliberato del proprio io; quindi atto pienamente imputabile, che rende l'artista moralmente responsabile e giuridicamente censurabile.
E questo è anche l'argomento che infirma la posizione dei «separatisti»; vano è infatti il tentativo di rescindere le attività umane le une dalle altre, perché è impossibile staccarle dal centro dell'io in cui tutte si unificano. La moralità è un modo dell'agire umano, non un agire a sé e per sé, così che possa darsi un'attività morale che sia solo attività morale. Né d'altra parte può pensarsi un agire umano che non sia moralmente qualificato, cioè che non sia morale o immorale.
Il problema della m. dell'a. è il problema dell'accordo fra le esigenze della morale e le esigenze dell'arte. Se l'arte deve esprimere la realtà umana, che è necessariamente un misto di bene e di male, non sembrerebbe possibile accordare la libertà dell'esprimere artistico con la restrittività della norma etica. Il problema è stato complicato e oscurato da un falso concetto di moralità, quasi che moralità significasse non vedere e non esprimere il male.
La moralità o l'immoralità non è nelle cose, ma nel modo di vedere e di esprimere le cose; pertanto m. in a. non significa non esprimere il male, ma esprimerlo moralmente, cioè esprimerlo come male, senza giustificarlo, senza esaltarlo, senza compiacersene. Esprimere il male non è male, quando ritorna a bene; e tacerlo è dovere, solo quando esprimerlo è esaltarlo. C'è una tragedia greca, l'Edipo re, la quale è impostata sul più turpe delitto, l'incesto con la propria madre, che per di più in certi punti viene richiamato assai crudamente. Eppure l'Edipo re non è arte immorale, perché tutto in essa è deplorazione e riprovazione del delitto, che culminano nella terribile vendetta che gli involontari colpevoli consumano su se stessi; cosicché il dramma della colpa si tramuta in tragedia di espiazione, e quindi in vera esaltazione morale.
Per riuscire morali in arte, basta pertanto conservare il senso umano delle cose e ritrarle nella luce che riflettono alla coscienza normale. L'artista non può esimersi dalla responsabilità e salvarsi dalla immorabilità in nome dell'arte, dicendo che la realtà umana è quella che è, e perciò va espressa tale qual'è; poiché la morale non vieta di esprimere la realtà umana quale essa è, ma di esprimerla quale essa non è, vale a dire come esaltazione quando è perdizione, come gloria quando è ignominia, come onore quando è infamia, come lecita quando è illecita, come giusta quando è ingiusta, come bene quando è male. Ciò che rende morali le rivelazioni delle Confessioni e immorali le narrazioni del Decamerone è esclusivamente l'atteggiamento dei rispettivi autori di fronte alla immorale realtà umana: nell'uno il male è compiacimento ed esaltazione, nell'altro è pentimento e detestazione.
Posto il concetto di m. dell'a. come esigenza non di esclusione della realtà immorale quanto piuttosto della sua riprovazione, l'educazione dell'artista alla moralità non dev'essere intesa a chiudergli gli occhi sul male, ma a dargli il senso del male, persuadendolo che l'espressione del male in arte è lecita solo quando non riesca a una glorificazione del male stesso, e che perciò egli nella sua espressione artistica deve in qualche modo redimere la realtà immorale, prospettandola nella sua negatività quanto più vivamente possibile: vedere il male moralmente ed esprimerlo moralmente. Va peraltro osservato che l'espressione morale del male non esclude la suggestione pericolosa, poiché o per esuberanza dell'età o per squilibrio morboso è possibile fermarsi con certa esclusività sull'aspetto immorale dell'opera, trascurandone la totalità in cui, per così dire, si redime. Pertanto va mantenuta in arte la distinzione fra morale e pericoloso, regolando in base ad essa l'accesso dei giovani alle opere d'arte. Altro punto da precisare è la considerazione unilaterale dell'immorale, che viene talora ridotto all'abuso sessuale; mentre sono certamente immorali anche la violenza e la frode, l'oppressione e la soppressione dell'innocente, il ladrocinio e il delitto di sangue; anche la loro esaltazione nell'arte, perciò, è esclusa dalla morale.
Infine è da notare che la norma etica si sente come limite, solo quando non è vissuta come costume; per chi l'ha fatta norma interiore di vita la norma etica è affermazione di sé e atto di libertà. E pertanto l'adeguamento morale in arte deve intendersi dall'interno, non dall'esterno; quindi più che a moralizzare l'arte si deve tendere a moralizzare l'artista. Del resto solo quando è atteggiamento interiore dell'artista, la moralità non mortifica l'esteticità; e solo allora veramente può dirsi m. dell'a., perché solo allora la moralità si attua in certo modo come esteticità.
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