MORONE, DOMENICO

MORONE, DOMENICO. - Pittore, n. a Verona ca. il 1442, m. ivi dopo il 1517.

La sua più antica opera datata è la Madonna del Museo di Berlino (1484), alla quale devono essere anteriori le Madonna del Museo André di Parigi, della Galleria na- zionale di Washington, della Galleria Tadini a Loverc; opere tutte che, insieme a qualche accenno d'influenza ferrarese, mostrano vivi caratteri padovani. Quei caratteri appaiono attenuati dieci anni dopo, nella grande tela rap- presentante i Gonzaga che cacciano da Mantova i Bona- colsi, commessagli da Francesco Gonzaga e ora nel Palazzo Ducale di Mantova; in questa sua opera è evidente l'in- fluenza di Gentile Bellini. Tutto un gruppo di tavolette con storie di s. Tommaso, di s. Vincenzo Ferreri e di altri santi, sparse fra varie raccolte di Europa e d'America, prelude a questo periodo felice, al quale appartengono anche due frammenti di cassone con scene di tornei, ora nella Galleria nazionale di Londra. Ma quella influenza è episodica, e l'artista nelle opere successive ritorna ai modi giovanili; gli affreschi della Libreria di S. Bernardino di Verona e quelli del Paladon, ora nel Museo di Verona (1502) ripetono, infatti, le sue origini mantovane.

Il figlio FRANCESCO (n. a Verona ca. il 1471, m. ivi il 16 maggio 1529), collaborò con lui, già nel 1496, nel dipinto della chiesa di Romarzo. Dal solenne Crocifisso fra la Vergine e s. Giovanni in S. Bernardino di Verona (1498) fino alla pala della parrocchiale di Soave (1529) sono numerosi i suoi dipinti datati, senza i quali sarebbe difficile seguire l'uniforme svolgersi della sua attività. Nelle sue molte opere, eseguite tutte per Verona e per i paesi vicini (fra le principali la pala di S. Maria in Organo, del 1503; gli affreschi nella sacrestia della stessa chiesa, e quelli in S. Anastasia e in S. Fermo; la pala di Brera, del 1502, e la paletta della Galleria Carrara di Bergamo, del 1520, ecc.) egli resta sempre fedele ai modi appresi dal padre, addolcendoli secondo il suo temperamento con un senso di austera poesia; tranne alcune volte quando è più palese il consenso alle inevitabili influenze venete (Sansone e Dalila del Poldi Pezzoli di Milano).

BIBL.: G. Fiocco, s.V. ENOCH. Ital., XXIII, p. 866; B. Berenson, Metodo e attribuzioni, Firenze 1947, pp. 57-59.