VITA. -
I. FILOSOFIA
I. Nozioni. Nell'odierno linguaggio filosofico V. INDIA, in senso stretto «un insieme di fenomeni (particolarmente: nutrizione e riproduzione) propri degli esseri dotati di un certo grado di organizzazione». Per analoga questo termine viene applicato ad alcune strutture superindividuali che, nel piano umano dello «spirito oggettivo» (objektive Geist), in senso hegeliano o nel senso meno sistematico della Geisteswissenschaften, manifestano una attività di autorganizzazione, di trasformazione irreversibile: crescita e morte; così la «vita» delle forme artistiche, delle civiltà, delle società, del linguaggio. Da un punto di vista fenomenologico si distinguono tre gradi di determinazione del vivente: a) empirico-pragmatico del senso comune; b) empirico scientifico delle scienze biologiche; c) il grado propriamente filosofico (v. IMO10GIA e infr. II).Malgrado la difficoltà di ritrovare, sotto l'evoluzione culturale dei concetti, il lato originale e nonostante la confusione dei concetti empirici, i dati convergenti della investigazione etnologica e della psicologia della percezione infantile portano ad affermare che l'uomo ha la tendenza originale di considerare tutti i corpi come viventi e dotati di intenzioni (cf. Piaget, La représentation du monde chez l'enfant, Parigi 1926, p. 160). Così animismo e antropomorfismo determinerebbero le due componenti del primitivo concetto empirico di v.: spontaneità dei movimenti e loro intenzionale espressione; come pure il «luogo» primitivo dove noi le percepiremo, il mondo umano, che per alcuni sarebbe il primo ad essere colto (cf. L.-A. Feuerbach, Grundsätze der Philosophie der Zukunft, Lipsia 1846, §. 32 p. 231). Quest'affermazione è ripresa da alcuni filosofi esistenzialisti (p. es., M. Buber che in Ich und Du, tr. fr., Parigi 1938, p. 50, distingue fra una «animazione» generale del mondo e l'istinto di relazione cosmica che fa delle cose un «tu» opposto ad un «quello» della investigazione interessata e scientifica). Quindi: mondo umano, mondo animale, mondo vegetale, mondo inorganico, nel senso opposto della gerarchia ontologica ascendente che non coincide.
necessariamente con l'ordine fenomenologico (cf. H. Bergson, Essai sur les données immédiates de la conscience [Parigi 1936, p. 108], per il quale l'idea di inerzia, perché negazione della spontaneità, è geneticamente più semplice di questa).
L'origine di questa percezione della V. (questione intimamente connessa a quella della percezione della psiche altrui) si è voluta spiegare sia con una «sensibilizzazione» (Einfühlung) che proietta nelle cose la nostra propria «vita» (sulla teoria della Einfühlung, cf. Th. Lipps, Aesthetik, p. 355, in Die Kultur der Gegenwart, VI, parte 1ª, Berlino 1907); sia con una induzione che, dall'analogia dei moti espressivi, conclude con una similitudine di animazione; sia come la vuole spiegare Scheler, che sembra ammetterla tanto per l'appercezione dei «centri vitali» (Vitalisternen), come per quella dei «centri spirituali» (Geistzentren; cf. Wesen und Formen der Sympathie, 5ª ed., Francoforte s. Meno 1948, pp. 252-87, spec. p. 255 sg.), per un a priori di ordine quasi emotivo (irriducibile ad una idea innata e ad una intuizione propriamente detta) che immediatamente palesa in una tonalità organica ed espressiva, il senso vitale di questi moti. In conclusione sembra più probabile un'appercezione «immediata» del vivente, colta come «totalità significativa concreta» (s. Tommaso l'attribuisce alla «cognitiva»: cf. in De Anima [ed. A. M. Pirotta, Torino 1925, n. 396]) dove il fenomeno centrale è il movere seipsum, secondo le varie funzioni della V. Il concetto specifico di V. vegetativa è relativamente tardo. Alcuni etnologi ritengono che l'attenzione alla V. delle piante si è tutta matriarcato (v.).
2. Storia
a) La filosofia antica. - Nella filosofia antica si distinguono tre principali orientamenti: una concezione cosmica della v., una concezione antropologica, una rappresentazione più espressamente biologica. La prima, rappresentata soprattutto da Eraclito (e ripresa dallo stoicismo), prospetta un divenire «ciclico» (ἐπὶ κύκλου: H. Diels, Vorsokratiker, 6ª ed., Lipsia 1910; B. 103) animato da un «fuoco sempre vivo» (πῶς ἀεὶ ζωον: ibid., 30) dai termini suscettibili di trasformazioni reversibili secondo una legge di unità e di ritorno.Per lo stoicismo il mondo intero e la sua evoluzione forma un essere vivente; «il divenire dell'essere è analogo all'evoluzione del vivente» (cf. E. Bréhier, La théorie des incorporels dans l'ancien stoicisme, 2ª ed., Parigi 1928). L'essere è assimilato ad un «seme», che, sviluppandosi in virtù di una causalità immanente, lo configura in una struttura definita (sulla terminologia stoica relativa alla vita cf. G. Kittel, Zähe, in Theol. Wörterb., II, pp. 838-39; circa l'uso classico, pp. 833-38). La concezione antropologica si afferma con Platone per il quale il mondo è anche un «animale perfetto» (Tim. 23 d), simile al suo paradigma intelligibile (ὁμοιον τῷ παντελεῖ: ζῷον, ibid., 31 b). Ma il «logos» è qui più manifestamente assimilato ad un «νόμος» che lo informa (Phil. 30 d). Ed il mondo delle Idee immutabili sembra a lui stesso animarsi di una specie di δόναμος interna che ha potuto far pensare ad una assimilazione completa delle Idee nelle anime pensate viventi. L'essere è οὖκ ἄλλο τι πλὴν δόναμος (Sofista, 247). In senso contrario A. Diès afferma (La définition de l'être et de la nature des Idées: le Sophiste de Platon, Parigi 1932, cap. 2), che è già netta la tendenza a definire la V. mediante l'intelligenza e non soltanto nel piano umano. Ma è soprattutto in Plotino che ogni forma di vita è ενέργεια (Enn., III, 11, 16. 17. 18, ed. E. Bréhier, Parigi 1927); questa «energia» è, però, essa stessa un concetto oscuro: πᾶσα ζωή νόησις τῆς (Enn. III, VIII, 8-17). I gradi della vita sono dunque gli stessi gradi del pensiero, di un pensiero sempre più chiaro. La contemplazione è la vita per eccellenza (Enn. III, VIII, 8.26-30); e, a dire il vero, tutti gli esseri sono «contemplazioni»: θεωρία τὰ πάντα ὄντα (ibid. 26). Ma il Bene donde scaturisce la vita non è vivente (Enn., VI, VII, 15.

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**VITA** - L'Albero della V., secondo la leggenda buddistica contenuta IOSAPHAT (v.). Rilievi di B. Antelami nella lunetta della porta meridionale (ca. il 1200) - Parma, Battistero.
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**VITA** - L'Albero della V., secondo la leggenda buddistica conten
c) La filosofia del Rinascimento ritorna alla concezione stoica che considera il mondo come un grande animale; l'energia vitale, secondo una mistica naturalista (rappresentata dai nomi di Paracelso e di Bruno [v.]), si dispiega in tutte le manifestazioni del cosmo.
d) La filosofia moderna reagisce contro questo pantalasso con il meccanismo, che ha struttura sistematica in Cartesio: egli sostituisce la mente all'anima degli antichi (Oeuvres, ed. A. Tannery, VII, Parigi 1905, p. 356) e presenta la paradossale teoria degli animali-macchine e applicata allo stesso corpo umano (ibid., XI, 223 sgg.; Traité de l'homme, ibid., p. 120 sgg.; Traité des Passions, ibid., pp. 330-331), teoria ripresa da Malebranche (Recherche de la vérité, V, cap. 3, cf. anche H. Bousson, La religion des classiques, Parigi 1948, cap. 7) e che trovò la sua radicale espressione nella teoria dell'uomo macchina a cui si medici e ai filosofi materialisti del sec. XVIII (La Mettrie). Leibniz tenta un compromesso tra Aristotele e Cartesio. Il mondo senza avere un'anima (cf. Leibniz, Textes inédits, ed. J. Grua, Parigi 1910, p. 558) è pieno, nelle sue minime parti, dei principi vitali o enteliche (Considérations sur le principe vital, in Opere varie, tr. it., Bari 1912, pp. 75-83), immortali perché indivisibili, dotate di percezione confusa e appetizione, senza influenza sul mondo dei corpi: quindi un nuovo dualismo nel dubbio del regno delle cause finali (mondo della v.) e delle cause efficienti (mondo dei corpi e del meccanismo), che l'armonia prestabilita fa accordare estrinsecamente. Questa spontaneità psichica la cui libertà è un caso particolare (cf. Textes inédits, ed. J. Grua, p. 287 sgg.) si riallaccia strettamente alla tesi sulla sostanza-forza, sul 'conatus' (cf. L. Jabbert, La théorie leibnizienne de la substance, Parigi 1947, cap. 1-3). Per Kant la finalità immanente al vivente, in opposizione alla finalità estetica e a quella edonista, è oggettiva, cioè riferita alle cose (Kritik der Urteilskraft, Lp. 1948, p. 161); è materiale o reale e non semplicemente formale come quella della figure geometriche (§ 62); è intrinseca in opposizione alla finalità estrinseca di un mezzo al servizio dell'uomo: poiché gli esseri organizzati sono per se stessi 'fini della natura' (Naturzwecke, § 65), causa, ed effetto di se stessi (sich bildende Kraft) causa sui.
e) La filosofia moderna. Hegel tende a conciliare i due aspetti del finalismo e del meccanismo come i due aspetti di necessità e di libertà (cf. Logik, ed. G. Lasson, II, Lipsia 1945, p. 387). Nella concezione hegeliana la V. presenta tre aspetti: a) teologico religioso (nei Theologische Jugendschriften): la V. implica interiorità in opposizione all'estetico-riorità della legge e al dualismo padrone-servo, che sono la caratteristica dell'Antico Testamento (ibid., pp. 4-16); interiorità che esprime la legge d'amore e la relazione del Padre al Figlio, propria del cristianesimo, mediante la libertà. b) logico-dialettico: la V. è la forma immediata sotto la quale appare l'Idea (Logik, ed. cit., t. II, p. 412), in quanto soggettività dinamica: fine e causa di sé. La V. presenta tre momenti: individuo vivente come soggettività costituente e autodeterminazione organizzatrice della sua materia; individuo costituito le cui proprietà sono insensibilità, l'irritabilità, la riproduzione, processo vitali che esplica una relazione nell'ambiente esteriore che il vivente distrugge assimilandola, bisogno ed impulso (Bedeutungslehre, p. 27). c) Kant: che si completano nell'appropriazione, genere (Gattung) che inserisce l'individuo in una serie cronologica e lo fa membro di una specie alla quale partecipa (ibid., 426 sgg. ed Encykl., § 369-70). d) Hegel: logico: la V. SOGGETTO e riflessione: su se stessa e costituisce la prima tappa verso il Selbstbewusstsein sotto la forma del desiderio di sé, negativo perché distrutto dal suo oggetto (Phänomenologie des Geistes, ed. W. Hoffmeister, Lipsia 1948, p. 135 sgg.). La concezione romantica della V. ha per principali rappresentanti Schelling, Schopenhauer e Nietzsche, che non concepisce il vivente come fondamento di se stesso, causa sui, a motivo della necessaria relazione delle parti nel tutto e del tutto nelle parti e quindi si presenta come un concetto immanente (inwohnender Begriff) in cui materia e forma sono inseparabili (Ideen zu einer Philosophie der Natur, in Schellings Werke, I, Lipsia 1907, p. 134 sgg.).
unità di natura e di libertà, di necessità e di contingenza, di meccanismo e di finalismo. L'anima, principio della v., non può essere né una forza né una giustapposizione di forze poiché deve far armonizzare queste forze, ma uno spirito (Geist als Prinzip des Lebens gedacht heisst Seele, ibid., p. 147). Questo principio, comune a tutti gli individui viventi, non è proprio di nessuno di essi, come lo stesso spirito è infinito e assoluto e si limita, mediante la forza di un principio negativo di individuazione, nella varietà delle specie e degli individui (Von der Weltseele, ibid., p. 599). Di conseguenza si chiama: «Gemeinschaftliche Seele der Natur» (ibid., p. 665) e la stessa nel suo insieme è un 'allgemeiner Organismus', un tutto dove i corpi innanzi sono «vite spente» (erloscheus Leben). L'essenza di tutte le cose è dunque la V. (ibid., p. 596). E la V. stessa non è che la manifestazione di questo genio creatore, immanente (Ideen, p. 322) alla sua opera nell'universo e che noi possiamo riconoscere mediante una «intuizione» (Anschauung). Schopenhauer respinge la Weltseele perché implicante una coscienza ed una conoscenza che non convengono a tutti gli esseri (Die Welt als Wille und Vorstellung, in Schopenhauers sämtliche Werke, ed. J. Frauenstädt, III, Lipsia 1873, p. 398), la V. è insieme l'oggetto immediato e fondamentale della volontà del noumeno (Wille zum Leben, Drang und Trieb zum Dasein) e il nocciolo della realtà: da qui ha origine il mondo ed una delle oggettivazioni di questa volontà del noumeno il cui primo grado è il mondo inorganico (ibid., II, 1873, capp. 17-29). Il vivente si differenzia dall'intero per il fatto che questo esaurisce in un colpo la legge che esprime (così la pietra che cade spiega adeguatamente la gravità; ibid., II, cap. 28, p. 185); invece la pianta o l'animale è insufficiente all'idea specifica che tende a spiegare e mentre la prima è sottomessa all'eguaglianza di azione e reazione che governa la causalità, il vivente manifesta una reazione assolutamente sproporzionata agli «stimuli» che la provocano (ibid., II, cap. 23, pp. 137-38; riguardo alla distinzione fra Ursache, Reiz e Motivation cf. anche Über die Freiheit des Willens, Sämtl. Werke, cit., IV, 1874, p. 29 sgg.). Donde nel vivente una plasticità, una individualità, una spontaneità (Über den Willen in der Natur: Sämtl. Werke, IV, pp. 60-64) che si presta con più difficoltà alla rigidità delle leggi meccaniche e matematiche benché, nondimeno, ne sia presente la necessità. Ed. von Hartmann congiunge la volontà inconsciente di Schopenhauer con l'idea inconsciente in un unico principio che si chiama l'Inconscio (Philosophie des Unbewussten, tr. franc., I, Parigi 1877, p. 5) idea senza la quale questa volontà sarebbe vuota e senza oggetto (ibid., p. 33). Questo inconscio si manifesta nella V. del corpo come nello spirito umano: ma è soprattutto chiara nell'organismo sotto la forma di finalismo organico. Nietzsche nel suo saggio sulla «trasmissione di tutti i valori» dà alla V. un senso assiologico del valore supremo. Lungi dal negarsi, come in Schopenhauer, la V. deve, sotto la forma di «volontà di potenza» (Wille zur Macht) affermarsi contro tutte le tendenze degeneratrici che egli attribuisce alla civiltà e al cristianesimo. Tale volontà di potenza si afferma già nel mondo inorganico sotto forma di conflitto di forze (Wille zur Macht, I, Parigi 1909, pp. 206-98); più nettamente nel mondo organico come lotta degli individui e delle specie; nel mondo umano sotto forma di scienza (ibid., pp. 274-275) e di potere, e sotto un aspetto più larvato nella morale stessa (ibid., pp. 339-50); V. e volontà di potenza sono sinonimi di energia intensa. Idealizzata come valore supremo, la volontà di potenza, ch'è la v., trova in Zarathustra il simbolo del «vivente perfetto», il «superuomo» (Übermensch, cf. Also sprach Zarathustra, lib. III, Parigi 1946, p. 227 sgg.). Nel positivismo, A. Comte intende liberare i fenomeni biologici dalle interpretazioni teologiche (mediante volontà arbitraria) e metafisiche (mediante una psiche individuale o cosmica) per sottometterli all'esigenza positiva della spiegazione mediante leggi. Così spiegato il fenomeno biologico si riassume nella correlazione di due elementi (Discours de philos. posit., III, Parigi 1908, p. 141 sgg.). H. Spencer, preoccupato dai problemi della genesi e dominato dall'idea di evoluzione,
parte dal concetto di « forza » (come sostrato inconsci-
bile di tutti i fenomeni cosmici). Piante ed animali sono
trasformazioni della forza per integrazione di materia e
dispersione concomitante di movimento. L'evoluzione non
è altro che « il cambiamento da una omogeneità incoe-
rente in una eterogeneità coerente in seguito a tale in-
tegrazione e dispersione ». La dissoluzione segue il cam-
mino inverso (cf. First Principles, tr. franc., J. Cazelles,
Parigi 1871, c. 6).
Secondo Bergson l'essenza della V. è la « durata crea-
trice » che si può cogliere mediante una intuizione; la
V. si presenta come un « tutto » irriducibile tanto a un
finalismo estrinseco quanto a un finalismo intrinseco,
limitato a un solo organismo (visto che in natura non
c'è un individualismo assolutamente netto). Ma se il
tutto è originale e non si riduce ad una integrazione
di parti, come ha creduto Spencer, ciò che ci rimanda
dal meccanismo al finalismo costruttore è uno slancio
vitale (élan vital) originale, un movimento semplice la
cui evoluzione non si compie nei gradi successivi di
una medesima tendenza (vita vegetativa, instintiva, ra-
gionevole), ma in tre divergenti direzioni. La pianta,
l'animale e l'uomo sono le tre direzioni divergenti di
una attività che si è scissa sviluppandosi (Evolution
creatrice, Parigi 1946, pp. 1-7).
3. Discussione critica
Si constata, particolarmente nelle filosofie contemporanee, uno spostamento d'accento dall'ontologico all'assoligico, in quanto la v., intesa come principio, tende sempre di più ad essere interpretata come valore. Di qui le risonanze affettivo-assiologiche del ter- mine. Tali divergenze possono far dubitare dell'unità del concetto di V. : tuttavia, riportato alla sua caratteristica originaria, la V. ha suggerito alla speculazione filosofica i seguenti aspetti: a) anzitutto l'immanenza dell'agire (piut- tosto che la spontaneità valida per ogni azione naturale, cf. le osservazioni di C. Fabro sull'opera di F. De Sarlo, Vita e Psiche, in Bollettino filosofico, 3 [1937], pp. 65-77), così ben messa in rilievo da S. Tommaso; b) poi, o di conseguenza, la causalità, il cui « schema » è l'organismo nella fase embrionale (sugli schemi biologici in Aristo- tele, cf. H. Donovan-Hantz, The biological Motivation in Ari- stotle, Nuova York 1937); c) la fecondità (mirabilmente sviluppata da S. Tommaso in Contra Gent., IV, 11); tale struttura del concetto di V. ricondotta al suo grado in- telligibile non esclude affatto, anzi implica, i caratteri af- fettivo-assiologici chiariti dalle filosofie romantiche e dalle Lebensphilosophien contemporanee.II. ORIGINE DELLA VITA
I. Caratteristiche del vivente. – È unanime l'accordo nel riconoscere che esistono delle differenze tra i corpi inanimati e i viventi. Queste tuttavia non riguardano gli elementi materiali degli uni e degli altri, essendo ormai dimostrato che gli organismi sono costituiti dalle stesse sostanze elementari che formano gran partedel mondo inorganico: carbonio, idrogeno, ossigeno,
azoto, zolfo, fosforo, cloro, calcio, sodio, potassio, ma-
gnesio, con tracce (a funzione spesso importantissima)
di ferro, iodio, zinco, rame, manganese, cobalto, ru-
bido, ecc. Nemmeno le singole aggregazioni molecolari
che questi atomi assumono nel vivente, quantunque
siano molto più complesse di quanto non si abbia nella
natura inorganica, sembrano segnare di per se stesse,
come in altri tempi si credeva, una caratteristica del vi-
vente, poiché tali composti si possono, almeno teor-
icamente, produrre in laboratorio, come già è avvenuto
per alcuni. Così il Wöhler (1828) riscaldando acido cianico
ed ammoniaca, ottenne dell'urea identica a quella che
50 anni prima il Rouelle aveva trovato nell'oria dei
mammiferi; così, qualche decennio dopo, il Kolbe fece
la sintesi dell'acido acetico, il Berthelot quella dei grassi;
così, al principio del secolo, il Fischer ottenne la for-
mazione sintetica di polipeptidi, e recentemente il Betti
riuscì a fabbricare per sintesi quei composti otticamente
attivi che la natura ci presenta tali, ma che le nostre sin-
tesi producevano sinora soltanto come prodotti race-
mici, come miscela cioè dei due composti destro e le-
vogiro. Si è naturalmente lontanissimi dall'aver rag-
giunto, con mezzi artificiali, la complessità delle mole-
cole organiche; ma, teoricamente, nulla vieta che ci
si possa arrivare.
Le differenze radicali derivano dal fatto che gli orga-
nismi anche più elementari, si nutrono, s'accrescono, si
riproducono, sono irritabili, invecchiano, muoiono, mentre
nulla di uguale si riscontra nel mondo inorganico. L'or-
ganismo si nutre per intussuessione, attirando a sé
particelle materiali eterogenee, trasformandole, con un
lungo lavorio di composizione e ricomposizione mole-
colare, ed imprimendo loro la propria struttura specifica.
Per questa via accresce il suo volume, se ancora non ha
raggiunto lo stadio adulto, fino ad un limite caratteri-
stico per le varie specie; insieme differenzia le singole
sue parti con formazioni citologiche e anatomiche di
struttura diversissima, e stabilisce un incessante ricam-
bio materiale ed energetico col mondo circostante. Di-
venuto adulto, e talvolta anche in stadi giovanili, l'orga-
nismo unicellulare come il pluricellulare è sempre in
grado di dare origine ad altri individui della medesima
specie, dividendo se stesso in due o più frammenti pres-
soche uguali, o devolvendo questa funzione a cellule parti-
colari il cui unico compito è quello di trasmettere la V.
Si obietta talvolta che i cristalli presentano alcune
manifestazioni analoghe. Come il vivente, anche il cri-
stallo nasce dall'acqua madre, cresce attirando a sé altre
particelle della sostanza cristallizzabile disciolta; in tale
crescita, le particelle non assumono la posizione indif-
ferente e caotica delle sostanze vetrose, ma, come le
cellule derivanti dall'ovo fecondato prendono nell'em-
brione posizioni ben fisse per ogni specie, così nel cri-
stallo atomi e molecole si dispongono con ordine mi-
rabile, dando luogo a figure geometriche caratteristiche
per i vari corpi. E altre analogie. In realtà non vi è
nessuna reale somiglianza fra le due serie di fenomeni.
La nascita, se si vuole così chiamarla, di un cristallo
di calcite, p. es., avviene quando, in una soluzione di
carbonato di calcio, alcune molecole assumono per prime
la disposizione spaziale romboedrica. Non avviene nes-
suna reazione chimica: era carbonato di calcio nella solu-
zione, resta carbonato di calcio nel cristallino: di nuovo
si ha soltanto la forma, in quanto disposizione spaziale
delle molecole. E si è già, fin da questo momento,
in presenza di un cristallo di calcite perfetto, il quale
accresce il suo volume, senza limiti, attraendo lungo
i suoi spigoli e le sue faccie altri identici cristallini ele-
mentari di carbonato di calcio, non derivati né trasfor-
mati da esso, ma formatisi nella soluzione madre. Ed
accrescendosi, anziché acquistare eterogeneità o nuova
forma, rende soltanto visibile la forma submicrosco-
pica del reticolo primitivo. Non dunque un individuo
che cresce e si costruisce, come nel vivente, ma nuovi
identici elementi che, senza perdere la propria natura
né la propria individualità e senza nulla acquistare dal-
l'unione, si sovrappongono l'uno sull'altro secondo leggi
ben definite, facendo così aumentare il volume dell’insieme.
Ogni organismo dopo un certo periodo di esistenza, caratteristico per le varie specie, invecchia e muore mentre nulla di simile avviene nemmeno nei cristalli che pur rappresentano la più alta manifestazione nell’attività della materia inorganica. Né fanno eccezione a questa legge gli esseri microscopici e le cellule germinali dei viventi superiori, poiché anche in questi casi l’individuo originario non è meno col tempo, sebbene una parte della sua materia riviva nei figli.
Altra caratteristica del vivente è la irritabilità, definita da Cl. Bernard la proprietà dell’elemento vivente di agire secondo la sua natura sotto una provvidenza esterna (Leçons sur les phénomènes de la vie commune aux animaux et aux végétaux, Parigi 1878, p. 248). Essa comprende tutti i fenomeni con i quali gli esseri viventi reagiscono alle eccitazioni provenienti da fattori esterni, come luce, gravità, elettricità, contatto con un corpo meccanico, aria, acqua, umidità, sostanze chimiche, ecc., e differisce dall’attività della materia inorganica, in quanto la reazione con cui il vivente risponde ad un’eccitazione esterna, è, a volta a volta, elaborata dal vivente stesso, è quindi variabile da organismo ad organismo, da momento fisologico a momento fisiologico; e se, affinché uno stimolo agisca, si richiede un minimo d’intensità, oltrepassato un certo limite l’organismo o non reagisce più o reagisce in senso opposto allo stimolo.
4. Origine della V
Se, nel riconoscere che le operazioni sopracitate sono caratteristiche del vivente, l’accordo è universale, grandi sono invece le divergenze fra i dotti nel modo di interpretare e, conseguentemente, nel problema dell’origine prima della V. Alcuni ritengono ancora plausibile l’ipotesi dei cosmozoi o della panspermia interstella, affacciata dal Richter (1865) e poi condivisa da eminenti scienziati come W. Thompson, Helmholtz, Van Tieghem, Bonnier, Arrhenius ed altri, i quali cercarono anche di risolvere le gravi difficoltà d’ordine fisico e biologico che vi sono connesse. In breve, l’ipotesi sostiene che la V. si sia stabilita sulla terra per mezzo di germi provenienti da altri astri, già abitati. È superfluo esaminare se quelle difficoltà siano realmente sciolte con le spiegazioni testate dai vari autori; sta di fatto che il problema dell’origine prima della V. non è risolto, ma semplicemente spostato dalla terra a quello o a quegli astri da cui è supposta derivare.I materialisti affermano che la V. si è originata sulla nostra terra per generazione spontanea dalla materia inorganica, come suoi dirsi impropriamente. Già Emerson, Dewey, Dario, Aristotele ed altri filosofi, tra i greci, Lucrezio e Virgilio, fra i latini e, in qualche modo, lo stesso S. Tommaso e la scolastica antica sostenevano la medesima dottrina e, tutti sanno che, fino al 1600, essa era pacificamente accettata, ritenendosi che tale autoctonia continuasse ad avverarsi, almeno per gli organismi inferiori. L’affermazione dei materialisti sembrava dunque provata. Se non che, Fr. Redi (Esperienz intorno alla generazione degli insetti, Firenze 1668) incominciò a dimostrare che i vermi sviluppati dalle carni putrefatte non si originano spontaneamente, bensì da uova ivi deposte dalle mosche; A. Vallisneri (Storia della generazione dell’uomo e degli animali, Venezia 1715), insieme con Malpighi, dimostrò che derivano da uova di insetti anche le larve presenti nelle galle e nella popola dei frutti; lo Spallanzani (Osservazioni e sperimenti intorno agli animaletti delle infusioni, Modena 1765) estese la stessa dimostrazione agli infusori, scoperti un secolo prima dal Leeuwenhoek; e finalmente il Pasteur provò (1860), contro il Pouchet, che anche i microscopici batteri non derivano dalla materia inorganica ma da batteri preesistenti.
Con queste osservazioni, la prova dimostrativa della generazione spontanea veniva dunque a mancare, ed i materialisti, a sostegno della loro tesi, ricorsero e ricorrono tuttora ai tentativi di fabbricare la V. in laboratorio, ai virus (v.) filtrabili e ad altri presunti organismi ancora più semplici che, all’inizio della v., si sarebbero
originati dalla materia inorganica. Ma i tentativi di fabbricare la V. hanno sempre e solo portato alla costruzione di giocattoli inanimati; l’esistenza primordiale di organismi più semplici dei virus è una pura presunzione non suffragata da nessun dato di fatto, ed escogitata all’unico scopo di salvare la tesi; sui virus ancora si discute se siano viventi, se siano autentici organismi o frammenti di organismi, non si ha nessuna prova della loro origine spontanea, mentre il loro parassitismo, rigorosamente obbligato, esclude in ogni modo che abbiano potuto essere i primi viventi. In conclusione, la cosiddetta generazione spontanea, fondamento dell’ipotesi materialista, non dispone di nessuna prova sperimentale, e tutte quelle che si hanno le sono contrarie.
C. E. Guye (L’évolution physico-chimique, Parigi 1922) e Lecomte du Noüy (L’homme devant la science, ivi 1939) hanno anche calcolato matematicamente la probabilità della formazione causale di una sola molecola proteica, molto più semplice di quelle che realmente si riscontrano nei viventi, giungendo alla conclusione che essa è teoricamente tanto improbabile da essere praticamente impossibile, come è, p. es., praticamente impossibile la formazione spontanea di un orologio, che pure è ben lungi dall’avere la complessità di un vivente.
Tra i meccanicisti, per i quali gli organismi sono da assimilare a macchine costruite dalla natura, alcuni sono materialisti e valgono per essi le osservazioni fatte più sopra e quelle che si faranno in seguito; altri sono più o meno apertamente testi e, pur negando che nel vivente si abbiano principi diversi dalle forze chimico-fisiche dei loro costituenti materiali, ammettono, col Descartes, che a formare queste macchine perfettissime sia intervenuta la potenza di Dio, attuando quelle combinazioni chimiche e aggregazioni fisiche che il caso dei materialisti non può produrre. Tutte le difficoltà sollevate dalla generazione spontanea, scompaiono in questa sentenza. Ma se essa sfugge alle difficoltà riguardanti l’origine della v., non riesce poi a spiegare adeguatamente l’unità intrinseca propria ad ogni organismo, quale si manifesta attraverso le sue operazioni.
I vitalisti ammettono pure che, all’origine della v., vi sia stato un intervento diretto di Dio, ma non ristretto soltanto a formare alcune combinazioni chimiche altamente improbabili, bensì esteso a dotare il primo o i primi organismi di principi diversi e superiori alle forze fisico-chimiche che, sole, operano nel mondo inorganico. Dottrina già sostenuta da naturalisti antichi, come Aristotele, ripresa dalla scolastica e riesumata nei tempi moderni, per opera soprattutto del Driesch; dottrina che, sia nell’origine della v., sia nelle operazioni dei viventi, non nega l’importanza della materia; nega che la materia da sola sia sufficiente a produrre la V. o a spiegare le attività caratteristiche.
Grande è la ripugnanza degli scienziati ad accettare che esistano nel vivente principi e forze diverse dalle fisico-chimiche che si possono misurare con appositi strumenti; eppure, se si vuole cogliere l’elemento fondamentale che caratterizza la v., vi si è costretti in nome di quella logica da cui non può prescindere nemmeno lo scienziato sperimentale.
5. Essenza della V
Chi infatti considera con assoluta obiettività lo sviluppo ed il modo d’operare di una qualsiasi organismo, deve ammettere una coordinazione, subordinazione e convergenza delle sue più svariate attività al bene del tutto. Ogni organismo, nonostante il numero senza numero delle cellule che forse lo compongono, si presenta come un’unità naturale, in cui le singole parti, macro o microscopiche, perdono la loro autonomia, fondendosi nella grande armonia del tutto. Per fissare meglio i concetti, è opportuno rilevare qualche fatto in un organismo pluricellulare, dove i fenomeni si svolgono con maggiore evidenza.Nella fecondazione, che segna l’inizio di una nuova v., si costituisce questa nuova unità naturale. Mentre nel processo divisionale di una cellula i cromosomi si scindono longitudinalmente, emigrano in doppia schiera ai poli opposti del nucleo, e la membrana, strozzandosi, divide citoplasma e nucleo in due metà gros
solamente uguali; nella fecondazione, al contrario, le cellule germinali paterna e materna mescolano in modo inseparabile i loro citoplasmi, appaiano a due a due i rispettivi cromosoni che, quasi in vista di questa fusione, avevano dimezzato il loro numero, si rivestono di un'unica membrana cellulare e nucleare, dando subito l'impressione che da due elementi derivati da organismi diversi si costituisce una sola cellula. Ben più, essa racchiude già, in potenza, tutto l'organismo futuro e quel determinato organismo. Per attuarlo, dovrà moltiplicare innumerevoli volte se stessa e differenziare gradualmente le parti che si andranno formando; ma nulla normalmente avverrà che non sia già, in qualche modo, contenuto in essa, nulla che non risenta del suo influsso. All'ambiente esterno domanderà il nutrimento e l'ossigeno per accrescere e produrre le reazioni chimiche necessarie, ma soprattutto di non ostacolare il cammino né rallentare lo slancio evolutivo. Questo slancio ereditato i primi blastomeri derivati dall'oro fecondato. Essi pure si ingrandiscono e, raggiunta una determinata mole, si dividono a loro volta, ma sempre trasmettendo alle cellule figlie il medesimo assillo di attuare il futuro organismo completo. Morula, blastula, gastrula, sono stati successivi di questo incessante cammino in cui le cellule, sempre più numerose, continuano a cooperare per il raggiungimento dell'unico fine. E come prima ciascuna di esse, così ora ogni gruppo ha una funzione ben precisa da compiere, e se uno ne diviene incapace, il suo compito è assunto da cellule di un altro settore, tanto grande è l'ansia comune di assolvere la missione loro affidata, quasi in solidum, dalla natura.
Ogni cellula si nutre, e l'assunzione dei materiali avviene attraverso la membrana. Ora, la permeabilità della membrana è certo condizionata ad ogni istante dal suo stato fisico e dagli equilibri chimici esistenti sulle sue facce. Ma è noto che quelle condizioni variano incessantemente, e non a caso, per cui varia di continuo qualitativamente e quantitativamente la permeabilità della membrana, la quale ora permette l'ingresso di sostanze che prima non ha lasciato penetrare, e lo permette nella misura in cui sono necessarie o utili, non ad essa soltanto, ma alla cellula intera. Anzi, questo intrinseco potere selettore va oltre i bisogni della cellula, mirando anche ai bisogni delle cellule vicine e lontane, ed estendendosi perfino a quelli futuri dell'organismo in formazione.
Il vivente si attua così a grado a grado, con una autocostruzione dall'interno e un dominio estendente nello spazio e nel tempo su una materia ogni giorno più vasta, la quale assume le proprietà viventi e coopera a produrre quelle sostanze organo-formative che non creano la v., ma sono dalla V. prodotte ed usate come mezzi per nuove costruzioni. In questo intenso lavoro, di cui ogni biologo è consapevole, si ravvisano, con gli strumenti, la materia impiegata, il succedersi delle diverse strutture; non si riesce ad individuare l'elemento che coordina ed orienta fenomeni così disparati e numerosi, ora esaltando ora deprimendo l'attività delle singole parti affinché il tutto sia costruito progressivamente, armonicamente. Eppure questa causa direttrice deve esistere, poiché ne esiste l'effetto, e dev'essere intrinseca all'organismo stesso, se non si vuol? ricorrere ad un inutile occasionalismo con tutte le difficoltà che gli sono connesse.
Questa unità, nei vari suoi aspetti di coordinazione, subordinazione di parti, e convergenza di attività al bene dell'insieme, si riscontra ancora nell'adulto, nonostante che le sue cellule non formino una vera continuità materiale. Per accennare appena a qualche fatto, si ricorda come le diverse reazioni componenti un determinato ciclo metabolico non si svolgano di regola nella stessa sede, ma, iniziate in un organo, sono poi completate da altri a cui giungono col sangue i prodotti intermedi fabbricati dal primo e ancora inutilizzabili dall'organismo. Si ricorda come le alterazioni che pur interessano forse una regione limitatissima, si facciano risentire nel tutto, e come sia ancora l'intero organismo che interviene, con l'attività di numerose sue parti, per ri-stabilire l'equilibrio.
Vi è poi un fenomeno che, mentre da una parte conferma l'unità del vivente, apre dall'altra uno spiraglio sull'intima natura di questa proprietà, facendola chiaramente intravedere come dovuta a qualche cosa che non è riducibile alla sola materia: il conservarsi l'individuo uguale a se stesso, in quanto è sempre lo stesso organismo, nonostante le incessanti modificazioni dello stato fisico-chimico delle sue parti, e la continua sostituzione materiale dei loro costituenti. Tutta la materia in esso presente ad un determinato momento si trasforma e viene sostituita da altra materia: eppure l'individuabilità dell'organismo rimane costante fino alla sua morte, e l'uomo ha piena coscienza di questo fatto.
Infine, l'unità di un organismo vivente diviene, per contrasto, più chiara nella coordinazione e subordinazione delle sue parti, considerando i fenomeni che avvengono nelle colture «in vitro» con cui si riesce a mantenere in vita un frammento di tessuto asportato dal medesimo organismo. Queste cellule, prima così solidali nelle loro operazioni, così sensibili alle alterazioni che ne colpivano una, divengono ora del tutto indipendenti e si trasformano in altrettanti individui, in cui non si trova più nessuna aspirazione al raggiungimento di un unico fine, nessuna mutua collaborazione. Se con un ago se ne punge una, essa sola reagisce nella totale impassibilità delle vicine. Venuto meno lo scopo della loro funzione e della loro differenziazione, esse perdono l'una e l'altra, trasformandosi spesso in cellule strutturalmente indifferenti. E quasi a rendere più manifesta l'indipendenza acquisita con la separazione dal tutto, si allontanano anche spazialmente fra loro, emigrando ciascuna per proprio conto verso i margini del vetrino, dove, senza più freno né scopo preciso, riprendono a proliferare in maniera autonoma, esattamente come farebbe un individuo monocellulare.
Tale è la realtà biologica che si presenta a chiunque affronta il problema della V. Il ricercatore si trova dinanzi ad esseri formati da una o da miliardi di cellule, costituite a loro volta da un numero astronomico di atomi e molecole quali si ritrovano anche nel mondo inorganico, ma qui operanti come parti di un tutto che, per mezzo loro, ordinatamente e finalisticamente si autocostruisce, come ordinatamente e finalisticamente esplica, adulto, le varie sue funzioni. Di qui l'esigenza di un principio reale, diverso dalle forze fisico-chimiche dei singoli corpi inorganici di cui è formato l'organismo, e di ordine a quelle superiore, poiché è capace di regolare l'attività, di unificarne l'azione, facendo dell'organismo un tutto da cui derivano ed al cui benessere si svolgono le molteplici funzioni. Proprio a tale elemento si riferisce la definizione di s. Tommaso quando dice che la V. è il principio intrinseco dell'azione immanente.
È compito della filosofia, e non della scienza, indagare la natura di questo principio e come avvenga la sua unione con la materia; ma è dovere del biologo ammettere l'esistenza, poiché esso è parte integrante e principale di quella realtà biologica (gli organismi viventi) che formano l'oggetto proprio dei suoi studi.
III. La