Enciclopedia Cattolica vol. XII, 1954 Diritto canonico e civile Questioni particolari

VITA COMUNE

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VITA COMUNE. - Nel linguaggio canonistico ha un duplice significato. Può indicare: 1) la convivenza sotto lo stesso tetto con mutue relazioni; 2) il modo speciale di osservare la povertà religiosa, quale è oggi voluto dalla Chiesa.

I. V. C. E CLERO SECOLARE

Nel primo senso si ha la v. c. in ogni istituto o convivenza; ma interessa la legislazione canonica in quanto il CIC (can. 134) ne fa viva raccomandazione al clero secolare. Nei primi secoli, il clero (p. es., a Gerusalemme: Act. 2, 44; 4, 32) viveva con il vescovo, sostentato dalle oblazioni dei fedeli, amministrate alla dipendenza del vescovo (v. CANONICI REGOLARI DI S. AGOSTINO). Dal sec. v, l'assistenza religiosa a popolazioni sparse, le invasioni dei popoli germanici, il crearsi dello ins Ecclesiae propriae decentrarono il clero inferiore, con una conseguente divisione di beni, che non si arrestò più. Ciò occasionò molti mali (cf. i cann. pseudoisidoriani: 2, 9, C. XII, § 1, ecc.), portando alla cessazione della v. c. fra il clero. Un tentativo di ripresa si ebbe con Alessandro II, che dietro ispirazione di s. Pier Damiani (v.) apostolo della rinnovata v. c. tra il clero, specie canonico, cercò di ripristinare la disciplina antica (c. 6, D. 32). Ma già Gregorio VIII (1187) constatava l'impossibilità di un ripristino generale della v. c. e dava solo facoltà ai vescovi di introdurre la v. c. là dove le circostanze lo permettessero (c. 9, X, III, 1). Questi tentativi di rinnovare la v. c. fra il clero dettero largo impulso ai canonici regolari, così chiamati in contrapposizione ai canonici secolari. I tentativi moderni più noti per restaurare la v. c. tra il clero sono quelli di s. Filippo Neri (v.) con l'Istituto dell'Oratorio (v.), di s. Carlo Borromeo (v.) con gli Oblati (v.), di J.-J. Olier (v.) con l'istituzione dei Sulpiziani (v.), di B. Holzhauser (v.) con i Bartolomiti (v.), di Francesco Pallu (v.) e di Pietro Lambert de la Motte (v.) con il Seminario per le Missioni Estere, ecc. Nel secolo scorso gravi difficoltà (clero scarso, bisogno di coordinare le attività, risorse economiche ridotte, bisogno di potenziare la vita spirituale e di dare esempio di disinteresse e di cautelare l'osservanza della castità) fecero sorgere nuove istituzioni tendenti a favorire la v. c., anche nel campo delle missioni, come i Missionari d'Africa (v.). Anche nel Tonchino i missionari adottarono la v. c. e l'esempio fu segnalato dalla S. Congr. di Prop. Fide ai vicari apostolici cinesi (Collectanea, t. II,

Roma 1907, p. 181). Recentemente la v. c. tra il clero ha avuto attuazione nelle grandi città, tra i sacerdoti addetti alla vita pastorale. È stata raccomandata dal CIC e vivamente da Pio XII (encicl. Menti nostrae, 23 sett. 1950: AAS, 42 [1950], p. 692 sgg.). L'attuazione della v. c. fra il clero importa la coabitazione, mensa comune, una disciplina esterna conveniente; non include necessariamente la povertà e l'obbedienza come voto. È questo il tipo di v. c. che si osserva ancora nelle Società di v. c. senza voti.

II. V. C. NELLA VITA RELIGIOSA

Nelle religioni la v. c. è conseguenza del voto di povertà (v.), sua applicazione e difesa, mezzo sicuro per conservare e ristabilire la disciplina. In forza dell'incorporazione all'istituto con i voti, tutti i beni, con le cautele sancite dai cann. 569, 580, vanno conferiti e amministrati in comune; quanto ciascuno riceve entra nella massa comune senza che l'individuo, sia pur superiore, possa vantare qualche diritto; dalla massa ciascuno ha lo stesso vitto, vestito e altre cose necessarie. Inoltre il religioso deve applicare tutte le sue energie per utilità dell'istituto nei modi fissati dal superiore; quanto realizza con la propria attività (industria sua) e riceve come religioso, appartiene di diritto alla comunità. Contrario alla v. c. è il peculio (v.) vero e proprio. La Chiesa esige la piena osservanza della v. c., colpendone con gravi pene la violazione (cann. 587 § 2, 2389). La v. c. in concreto è relativa alla povertà professata da ciascun Istituto (can. 594), né ammette consuetudine contraria.

Bibliografia9 opere
BIBL.: i commenti ai cann. cit.; inoltre: L. Ferraris, Prompta bibl., VII, Venezia 1767, p. 694 sg.; C. Sguanin, Tract. beneficarius, Napoli 1772, p. 35 sgg.; P. Benoit, La vie des clercs dans les siècles passés, Parigi 1914; H. De Giben, Sacredice et vie comm., in La vie spirite, 37 (1933), pp. 290-310; id., La vie com. dans le clergé séc., in Collect. committ. synod., 11 (1938), pp. 349-363; I. Deroux, La vie commune du clergé regulier et le droit ecclésiast., Nîmes 1938; G. Bardy, Si Grégoire VII et la réforme canoniale au XIe siècle, in G. B. Borino, Studi Gregoriani, I, Roma 1947, pp. 47-64; T. Schaefer, De religiosis, 4e ed., ivi 1947, nn. 1135-41.

Sisinio da Romallo

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Testo originale: Enciclopedia Cattolica, vol. XII (1954), coll. 1515–1516.

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Sisinio da Romallo. “Vita Comune.” In Enciclopedia Cattolica, vol. XII, coll. 1515–1516. Città del Vaticano: Ente per l’Enciclopedia Cattolica e per il Libro Cattolico, 1954. https://azioneromana.com/it/article/vita-comune.

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Sisinio da Romallo. “Vita Comune.” Enciclopedia Cattolica, vol. XII, Ente per l’Enciclopedia Cattolica e per il Libro Cattolico, 1954, coll. 1515–1516. Azione Romana, https://azioneromana.com/it/article/vita-comune.

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