VITA COMUNE. - Nel linguaggio canonistico ha un duplice significato. Può indicare: 1) la convivenza sotto lo stesso tetto con mutue relazioni; 2) il modo speciale di osservare la povertà religiosa, quale è oggi voluto dalla Chiesa.
I. V. C. E CLERO SECOLARE. - Nel primo senso si ha la V. c. in ogni istituto o convivenza; ma interessa la legislazione canonica in quanto il CIC (can. 134) ne fa viva raccomandazione al clero secolare. Nei primi secoli, il clero (p. es., a Gerusalemme: *Act. 2*, 44; 34) viveva con il vescovo, sostenuto dalle oblazioni dei fedeli, amministrate alla dipendenza del vescovo (v. CANONICI REGOLARI DI SANT'AGOSTINO. AGOSTINO). Dal sec. V, l'assistenza religiosa a popolazioni sparse, le invasioni dei popoli germanici, il crearsi dello *ius Ecclesiae propriae* decretarono il clero inferiore, con una conseguente divisione di beni, che non si arrestò più. Ciò occasionò molti mali (cf. i can. 34) pseudosidoriani: 2, 9, C. XII, § 1, ecc.), portando alla cessazione della V. c. fra il clero. Un tentativo di ripresa si ebbe con Alessandro II, che dietro ispirazione di s. DAMIANITI (v.) apostolo della rinnovata V. c. tra il clero, specie canonica, cercò di ripristinare la disciplina antica (c. 6, D. 32). Ma già Gregorio VIII (1187) constatava l'impossibilità di un ripristino generale della V. c. e dava solo facoltà ai vescovi di introdurre la V. c. là dove le circostanze lo permettessero (c. 9, X, III, 1). Questi tentativi di rinnovare la V. canonici regolari, così chiamati in contrapposizione ai canonici secolari. I tentativi moderni più noti per restaurare la V. s. Filippo Neri (v.) FIGLIE DELL'ORATORIO (LODI) (v.), di S. BORROMEO, EDOARDO (v.) con gli Oblati (v.), di J.-J. Olier (v.) Sulpiziani (v.), di B. HOLZHAUSER, BARTHOLOMÄUS (v.) Bartolomiti (v.), PALLIO (v.) e di Pietro Lamberti de la Motte (v.) con il Seminario per le Missioni Esterre, ecc. Nel secolo scorso gravi difficoltà (clero scarso, bisogno di coordinare le attività, risorse economiche ridotte, bisogno di potenziare la vita spirituale e di dare esempio di disinteresse e di cautelare l'osservanza della castità) fecero sorgere nuove istituzioni tendenti a favorire la V. c., anche nel campo delle missioni, AFRICA (v.). Anche nel Tonchino i missionari adottarono la V. c. e l'esempio fu segnalato dalla S. Congr. di Prop. Fide ai vicari apostolici cinesi (Collectanea, t. II, Roma 1907, p. 181). Recentemente la V. c. tra il clero ha avuto attuazione nelle grandi città, tra i sacerdoti addetti alla vita pastorale. È stata raccomandata dal CIC e vivamente da Pio XII (encic. *Menti nostra*, 23 sett. 1950: AAS, 42 [1950], p. 692 sgg.). L'attuazione della V. coabitazione, mensa comune, una disciplina esterna conveniente; non include necessariamente la povertà e l'obbedienza come voto. È questo il tipo di V. c. che si osserva ancora nelle Società di V. c. senza voti.
II. V. C. NELLA VITA RELIGIOSA. - Nelle religioni la V. c. povertà (v.), sua applicazione e difesa, mezzo sicuro per conservare e ristabilire la disciplina. In forza dell'incorporazione all'istituto con i voti, tutti i beni, con le cautele sancite dai can. 569, 580, vanno conferiti e amministrati in comune; quanto ciascuno riceve entrata nella massa comune senza che l'individuo, sia pur superiore, possa vantare qualche diritto; dalla massa ciascuno ha lo stesso vitto, vestito e altre cose necessarie. Inoltre il religioso deve applicare tutte le sue energie per utilità dell'istituto nei modi fissati dal superiore; quanto realizza con la propria attività (industria sua) o riceve come religioso, appartiene di diritto alla comunità. Contrario alla V. c. peculio (v.) vero e proprio. La Chiesa esige la piena osservanza della V. c., colpendone con gravi pene la violazione (cann. 587 § 2, 2380). La V. c. in concreto è relativa alla povertà professata da ciascun Istituto (can. 594), né ammette consuetudine contraria.