INDIA

INDIA. - Con questo nome s'intende tanto la regione storica dell'Asia meridionale corrispondente alla penisola triangolare, compresa fra il Mar Arabico ed il Golfo del Bengala, con la bassa platea di terre che la congiungono al suo margine montuoso settentrionale (M. Sulejmän, Himalaya), quanto l'unità po-

politica che vi si costituì con la conquista inglese (Impero indiano), e, dopo la seconda guerra mondiale, il maggiore dei due Stati indipendenti che vi si stanno consolidando (Unione Indiana e Pakistan).

SOMMARIO: I. Geografia. - II. Storia politica. - III. Le religioni non cristiane dell'I. - IV. Storia del cristianesimo. - V. Antichità cristiane. - VI. Arte. - VII. Ordinamento scolastico.

#### I. GEOGRAFIA.

Il territorio indiano, esteso in latitudine oltre 20°, risulta in sostanza di tre grandi unità naturali: l'arco di maestosi rilievi che lo delimita verso settentrione (e nel quale, nonostante gli rimangano estranei i settori più elevati, diverse cime oltrepassano i 7000 m.); la vera e propria penisola, ch'è anch'essa un'alta terra, ma con forme ormai appiattite e consunte, sebbene sollevata sui margini (Ghata, o «colline»: 2670 m. ad O.), che a lor volta incombono precipiti sulle coste; e la fascia alluvionale distesa tra l'una e l'altra regione dall'Indo (Panjab) e del Gange (Indostan propriamente detto), umidissima ad E., via via più asciutta ad O., dove finisce in un deserto sabbioso (Tharr). Vario, naturalmente, il clima da zona a zona, ma, nel complesso, con caratteri tropicali e subtropicali (temperature elevate e costanti) e piogge stagionali (apr.-nov.) connesse con il regime dei monsoni. La quantità e la regolarità di queste precipitazioni sono tuttavia in rapporto soprattutto con la disposizione dei rilievi rispetto alla direzione dei venti; e così, da settori che figurano tra i più piovosi del mondo (Cerrapungi, nell'Assam, conta in media 12.000 mm. annui), si passa a distretti aridi (Panjab, Sind), dove i quantitativi annui variano di tanto, da determinare talora gravi carestie (ca. una metà del territorio dell'I. rimane tuttora sotto questa minaccia). In ogni modo, i raccolti e l'esistenza della gran massa della popolazione dipendono strettamente dal

comportamento delle piogge e dalla possibilità di irrigare i terreni (la frequenza delle irrigazioni, che è del 10 % delle superfici coltivate ad E., sale fino al 75 % nel Sind). Analogamente, alla vegetazione tropicale rigogliosissima (giungla) dell'Indostan e del Tarai, dove anche la fauna appare esuberante (grandi felini, molti animali nocivi all'uomo), si contrappongono altrove (Indo inferiore) steppe e zone nude d'alberi, e addirittura plaghe del tutto desolate.

Il quadro razziale ed etnico della popolazione indiana appare dei più complicati, per la varietà degli incroci, i cui effetti, assommandosi con quelli della divisione in caste, spiegano il gran numero di gruppi che gli studiosi

moderni vi riconoscono. Ad una basilare distinzione fra Dravida (elemento più antico rimasto sull'altopiano) e Indo-arii (penetrati più tardi nel paese e tuttora prevalenti nell'Indostan), cara alla tradizione, non si presta più significato razziale discriminante. Meno incerto il terreno linguistico: delle più che 200 parlate diverse messe in luce dai censimenti, le indo-europee assorbono ca. il 60 % degli abitanti di tutta la regione indiana, con assoluta prevalenza dell'hindustani, divenuto con l'indipendenza politica la lingua ufficiale dello Stato. Altrettanto notevoli le divisioni religiose, alle quali è dovuta, in sostanza, la secessione del Pakistan musulmano.

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INDIA - 1) Confini di Stato; 2) confini di circoscrizione ecclesiastica; 3) ferrovie.
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INDIA - 1-2) Siro-Malabaresi; 3-4) Siro-Malankaresi; 5) confine di Stato; 6) confine di circoscrizione ecclesiastica; 7) ferrovie.
La popolazione indiana è tra le più feconde della terra, ma carestie, epidemie e morti ne riducono assai l'attivo demografico. Le densità massime si riscontrano nel bacino dell'Indo e lungo le coste orientali; le minime nelle zone nord-occidentali. Numerosi i grossi centri urbani: dei 41 che superano i 100 mila ab., due sono città milionarie (Calcutta con 4,5 milioni, Bombay con 1,5) e quattro oltrepassano il mezzo milione (Madras, Haiderabad, Ahmedabad e Delhi). Delhi, la capitale, contava 522 mila ab. nell'ultimo censimento (1941).

L'occupazione prevalente è l'agricoltura, praticata ancora, in complesso, con sistemi arretrati, ma in continuo progresso (irrigazioni, meccanizzazione), e sempre più varia nei suoi prodotti. Riso, frumento e sorgo dominano tra i cereali; cotone, juta (per questa l'I. ha quasi un monopolio mondiale) e semi oleosi (arachide, sesamo, colza, lino, ricino) fra le piante industriali; che e caffè tra le arbustive. Notevoli anche le colture della canna da zucchero e del tabacco. Cospicuo il patrimonio zootecnico (con i suoi 136 milioni di capi bovini, e 46 milioni di caprini, l'I. detiene due primati mondiali), ma l'allevamento è ben lontano dalle sue immense possibilità, il che può ripetersi per la silvicoltura, che pure dispone di larghe riserve e di legnami di gran pregio. Carbon fossile e ferro sono presenti in numerosi e ricchi giacimenti, né mancano manganese, mica, rame, oro, petrolio, pietre preziose, ecc., ma lo sviluppo delle industrie è ancora limitato, eccetto che per il ramo tessile (cotonificio e

juttificio). Tuttavia grandi progressi sono stati fatti negli ultimi trent'anni; è palese la tendenza a svincolarsi sotto questo riguardo dalle necessità di ricorrere all'importazione dei manufatti.

Le comunicazioni interne dispongono di numerose, eccellenti strade ordinarie e di una buona rete ferroviaria (65,2 mila kmq.); questa rimane tuttavia isolata dai finissimi territori asiatici. I traffici internazionali sono affidati per 9/10 ai tre grandi porti di Calcutta, Bombay e Madras.

Il nuovo Stato indiano ha raccolto in sé oltre un mezzo migliaio di distinte unità politico-amministrative del cessato Impero anglo-indiano: l'assorbimento e l'unificazione di questo musaico di governi richiederà ancora molto tempo e molti sforzi. Per intanto, l'I. indipendente continua a far parte per volontà dei suoi membri del Commonwealth britannico. La costituzione indiana evolve verso forme democratico-repubblicane su basi elettive.

BIBL.: A. Nobel, J., Berlino 1930; B. B. Mukherjee, An economic and commercial geography of J., Calcutta 1931; P. K. Wattal, The population problem in J., Bombay 1934; V. Auster, The economic development of J., Londra 1937; M. Barns, J. today and to-morrow, ivi 1937; N. A. Zada, Indian J., ivi 1940; R. Prasad, J. divided, Bombay 1946; R. Parkin, J. today, 2ª ed., Nuova York 1946; R. P. Dutt, J. today, Bombay 1947. Giuseppe Caraci

II. STORIA POLITICA.

I. DALLE ORIGINI ALLA CONQUISTA MUSULMANA

Le fonti della storia dell'I. per il periodo hindu sono soprattutto l'epigrafia, la numismatica e le relazioni dei viaggiatori stranieri, specialmente cinesi; le letterature indiane, con piccole eccezioni, non hanno testi propriamente storici. Più tardi interviene la ricca storiografia dell'I. musulmana, scritta in lingua persiana. Le basi naturali della storia della penisola sono rappresentate da un lato dalla sua inaccessibilità da ogni parte che non sia il mare ed i passi della frontiera del nord-ovest; dall'altro lato dalla sua divisione naturale in tre grandi regioni: la pianura indogangetica, il Deccan, l'estremo sud. Lo sviluppo storico di ognuna di queste zone fu in buona parte indipendente.

1. Preistoria e protostoria

L'I. comincia ad essere abitata dall'uomo nel pleistocene antico. Del periodo paleolitico rimangono una quantità di siti nel Deccan e

nell'I. meridionale; l'uso della quarzite costituisce la caratteristica principale del paleolitico indiano. Il periodo neolitico è distinto da una abbondante ma rozza ceramica; contrariamente ai periodi più tardi, i morti venivano inumati e non incinerati. Siti neolitici si trovano in quasi tutto il paese, ma specialmente nel nord. Dal neolitico si passa direttamente all'età del ferro; non vi sono in I. tracce di civiltà del bronzo.

Nel periodo di transizione tra neolitico ed età del ferro, nella prima metà del III millennio a. C. compare la prima grande civiltà indiana, la civiltà dell'Indo (v. MOHENJO-DARO).

Dopo la fine di questa civiltà, l'oscurità scende di nuovo sulla storia indiana. Si sa solo che in un'epoca posteriore (II millennio a. C.) penetrarono in I. dal nord-ovest gli Arya (o ario-europei), respingendo verso sud i Dravida e sommergendo in massima parte i Munda, i due gruppi di popolazioni che prima occupavano la penisola. La loro è una civiltà di allevatori e coltivatori, viventi in piccoli villaggi e divisi tra numerose tribù. Limitati dapprima al bacino dell'Indo, essi si estessero lentamente fino ad occupare tutto il bacino del Gange e buona parte del Deccan. Con l'andar del tempo questa amorfa popolazione aria si cristallizzò in una serie di piccoli Stati. Anche la sua struttura sociale si modificò lentamente, evolvendo tra l'altro il sistema delle quattro caste (varya), che costituirono da allora il cardine della società indiana. Si passa così dall'età dei Veda a quella dei Brāhmaṇa e quindi a quella che è dipinta nei due grandi poemi epici: il Mahābhārata (v.) ed il Rāmāyana (v. : prima metà del I millennio a. C); società aristocratica, cavalleresca e guerriera, percorsa da un grande fermento di rinnovamento religioso, che dà origine alle alte speculazioni delle Upaniṣad.

2. Periodo hindu

Alla fine del sec. VI a. C., con il sorgere dei due grandi movimenti di riforma religiosa, buddhismo (v.) jainismo (v.), l'I. del nord esce dalle tenebre della protostoria. Divisa in un certo numero di regni (tradizionalmente sedici) e di repubbliche aristocratiche, essa vede il sorgere ed il dilatarsi del Regno di Magadha (odierno Bihar). Nella prima metà del sec. V a. C. tutto il bacino del Gange è soggetto al Magadha. Contemporaneamente, attorno al 516, il bacino dell'Indo veniva conquistato dagli Achemenidi e rimaneva per quasi due secoli una satrapia dell'Impero persiano. Comincia allora quella profonda influenza iranica nella Valle dell'Indo, che, assunto più tardi un aspetto religioso con l'avvento dell'islām, condurrà nel sec. XX al distacco della regione dall'I. Il sec. IV vede la decadenza de Magadha e la passeggera incursione di Alessandro Magno, non nell'I. ma nelle province indiane della Persia. Alla fine del secolo un improvviso movimento di unificazione nazionale porta Candragupta, fondatore della dinastia Maurya (321 a. C.) a sottomettersi buona parte dell'I. e ad ottenere da Seleuco la cessione del bacino dell'Indo e dell'Afghanistan. Il greco Megastene visita la sua corte e ne lascia una brillante descrizione.

I dati statistici, elencati nella seguente tabella, sono da ritenersi approssimativi, data la recente costituzione dell'Unione Indiana.

Unità federaliSuperf. in kmq.Popol. 1949 (1000 ab.)Densità a kmq.Capoluogo e relativa popolaz. (1000 ab.)
Madras326.73249.342151,0Madras 777
Bombay197.96420.850105,3Bombay 1.490
Bengala occid.71.85921.211295,1Calcutta 2.109
Uttar Pradesh275.51555.021199,7Lucknow 387
Punjab orient.95.06912.617131,4Chandigarh
Bihar180.61936.340201,1Patna 176
Madhya Pradesh255.28016.81365,8Nagpur 302
Assam130.2527.47157,3Shillong 75
Orissa83.3838.728104,6Bhuvaneshwar
Stati (già province)1.617.573228.393141,2
Saurashtra45.9022.88562,8Rajkot
Rajasthan332.58013.08539,3Jaipur 176
Vindhya Pradesh63.7333.56955,9Rewa
Madhya Bharat120.0407.15059,5Gwalior 22
Patiala e Punjab orient.26.1533.424130,9Patiala
Travancore e Cochin23.7097.500316,3Trivandrum 128
Unioni di Stati612.11737.61361,4
Hyderabad213.16616.33876,6Hyderabad 739
Jamma e Kashmir213.0244.02118,8Srinagar 208
Mysore76.2877.32996,0Bangalore 407
Stati dinastici502.47727.68855,1
Delhi1.4862.0001345,8Delhi 522
Ajmer6.215700112,6Ajmer 147
Coorg4.12516940,6Mercara
Andamane e Nicobare8.139283,4Pt. Blair
Territori federali19.9652.897145,0
Himachal Pradesh27.45193634,0Simla
Cutch21.91250022,8Bhuj
Bilaspur11.7311109,3Bilaspur
Bhopal26.1251.33150,9Bhopal
Rampur2.315477206,0Rampur
Cooch-Behar3.413640187,5Cooch-Behar
Tripura10.6595124,8Agartala
Manipur22.32351222,9Manipur
Stati amm. del centro125.9295.01843,4
Unione Indiana2.878.061301.609105,1

I successori di Candragupta, Bindusāra (297-74) e Aśoka (274-36) dalla loro capitale Pāṭaliputra (odierna Patna) dominano tutta la penisola eccetto l'estremo sud; per la prima ed unica volta il nord ed il Deccan sono unificati sotto un re indiano. Aśoka, re pacifico, svolse attiva opera di propaganda buddhistica. I suoi editti, incisi nella pietra ai quattro canti dell'I., sono un monumento del suo zelo religioso e della sua moderazione politica. Il suo Impero, passato nella tradizione buddhista come una vera età dell'oro, non poté però sopravvivere; solo cinquant'anni dopo la morte di Aśoka, nel 184 a. C., i Maurya cedono il posto agli Śuṅga, il cui regno, limitato al medio bacino del Gange, segna una prima reazione del brahmanesimo. Poi il Magadha, indebolito dal suo sforzo imperiale, cessa per molto tempo di essere un centro politico, e subisce anzi l'influenza degli Andhra del Deccan. Nel frattempo si erano invece affacciati nel bacino dell'Indo i Greci della Batriana, i quali dopo il 180 a. C. vi costituirono un loro dominio indiano. Continuamente dilaniato dalle lotte interne e diviso tra vari re, il medio bacino dell'Indo costituì tuttavia il rifugio dei Greci quando intorno al 130 i nomadi li cacciarono dalla Batriana. I Regni indogreci del Panjab e dell'Afghanistan, durati fino ai primi anni dopo Cristo, introdussero in I. l'influenza artistica

greca, la quale darà origine più tardi all'arte indo-greca del Gandhāra; per lo stesso tramite entrava anche in I. l'astronomia greca. Taxila era una città in buona parte greca, come testimoniano tuttora le sue rovine. Ma i Greci furono inseguiti in I. dalle stesse popolazioni che li avevano cacciati dalla Battiriana. I Saci, che fondarono regni effimeri nel nord-ovest, riuscirono a mantenersi fino al sec. IV d. C., con il titolo persiano di kṣatropa, nell'I. centrale. Anche i Parti facevano la loro comparsa. Nel sec. I d. C. però Parti e Greci venivano spazzati via dai Kuṣāṇa, dinastia di origine Saca, che costituì un forte Stato a cavallo dell'Hindukush dal Syr Darya al Gange. Nel loro Regno si incrociano influenze artistiche e religiose dell'Iran, dell'Asia centrale, dell'I. dell'Impero romano e perfino della Cina. Il loro più grande sovrano Kaniska (78-103 [?]) è un grande protettore del buddhismo, e buddhismo e arte ellenistica contribuiscono a far fiorire la stupenda arte del Gandhāra. Nel sec. III l'Impero kuṣāṇa decade e scompare dal bacino dell'Indo. L'I. si ripiega di nuovo su se stessa, ed il secolo seguente vede il riaffermarsi improvviso della potenza del Magadha. La dinastia Gupta (dal 320), specialmente per opera del suo secondo sovrano Samudragupta (325-75), unifica ancora una volta il bacino del Gange e l'I. centrale fino al Gujarat, senza avere però la forza di penetrare nel bacino dell'Indo e nel Deccan. Dinastia vispuita, ma tollerante delle altre religioni, i Gupta segnano l'apogeo della civiltà indiana; fiorisce la letteratura sanscrita, culminando con il massimo poeta dell'I., Kalidāsa; l'arte scuote l'influenza straniera e trova la sua via nella più pura tradizione indiana. Ma neanche i Gupta durarono molto. Essi si logorarono nella seconda metà del sec. V nel respingere l'invasione dei cosiddetti Unni Eftaliti dal nord-ovest. Alla metà del secolo seguente gli Unni, che per un istante pareva dovessero sommergere l'I. del nord, erano definitivamente respinti. Ma dopo la loro scomparsa anche l'Impero Gupta non fu più che un ricordo del passato. Ancora una volta un sovrano, Harṣa (606-47), tenta l'unificazione del nord; alla sua corte soggiorna il più famoso dei pellegrini buddhisti cinesi, Hsian-tsang. Ma Harṣa non ha successori; e dopo la sua morte comincia nell'I. del nord l'epoca dei grandi Stati regionali, che fanno più una politica di equilibrio panindiano che una politica imperiale. Kanauj prende il posto di Pāṭaliputra come la metropoli del nord. Ivi regnano i Gurjara-Pratihāra (805-1040), provenienti dall'I. centrale, che si consumarono in una lotta continua con i nemici del sud e dell'est, ed ebbero il coplo di grazia dall'invasione musulmana di Maḥmūd di Gazmī nel 1019. Dopo decenni di confusione succedettero loro i Gāhadāvāla, la cui funzione storica fu per un certo tempo la difesa contro il pericolo musulmano ormai incombente, finché essi vennero meno alla loro missione; alla fine del sec. XII Kanauj passava in mani musulmane. La suprema resistenza contro gli invasori fu invece l'opera dei Cāhamāna, una dinastia Rajput estesa verso nord-est fino ad includere il territorio di Delhi, la cui posizione di metropoli dell'I. data da loro. L'ultimo re, l'eroico Prthivirājā III (1179-92), per molti anni tenne testa all'invasore al comando di infide coalizioni di principi indiani, finché la sua sconfitta e morte sul campo di Taraori (1192) segnò il passaggio dell'I. del nord sotto il dominio musulmano. La resistenza militare hindu, travolta nella pianura gangetica, si rifugiò tra le colline ed i deserti del Rajasthan. Ivi i vari principi Rajput mantennero per secoli la loro fiera indipendenza. Tenaci, valorosi fino alla follia, erano tuttavia privi di qualità politiche ed incapaci di tenersi uniti. Tuttavia i musulmani non riuscirono mai a domarli con le armi, e solo l'imperatore Akbar riuscì nella seconda metà del XVI sec. ad attirarli a sé con il magnetismo della sua possente personalità e con la cavalleresca fiducia dimostrata verso di essi. Per un secolo i principi Rajput furono tra i migliori generali dell'Impero Moghul.

L'altro grande Regno regionale dell'I. del nord fu il Bengala e Bihar, dove i Pāla (ca. 765-XII sec.) segnano un ultimo rifiorire dell'arte, della letteratura sanscrita e del buddhismo, prima che quest'ultimo scompaia definitivamente

vamente dall'I. Sorgono allora i grandi monasteri-università di Nālanda e Vikramasila, donde il buddhismo si irradia verso il Tibet. Ai Pāla seguono i Sena, sivaiti, che però intorno al 1200 cadono quasi senza resistenza di fronte a poche truppe musulmane.

Dopo la caduta dei Gupta, l'I. centrale ed il Gujarat vissero la loro vita sotto dinastie locali. Il Malwa, appartenuto ai Gurjara, passò poi sotto i Paramāra (IX-XII sec.), dinastia colta, alcuni dei cui re furono poeti di non piccola fama. Nel Gujarat alcune piccole dinastie (Valabhi, ecc.), che vi regnarono dal VI al X sec., cedettero nel 974 il posto ai Solanki, sivaiti, ma protettori dei jaina, la cui letteratura e la cui arte (templi di Abu) raggiunse l'apogeo appunto in quel periodo ed in quella regione. Nel 1232 i Solanki venivano detronizzati dai Vaghela, che nel 1297 sparivano alla loro volta di fronte alla conquista musulmana.

Dopo la decadenza dei Maurya, il Deccan vide sorgere nel II o I sec. a. C. la potenza degli Sāṭavāhana o Andhra, che per tre secoli fanno figura di grande potenza nel Deccan occidentale e più tardi in quello orientale, estendendo talvolta la loro influenza anche a nord dei Monti Vindhya. Sotto di loro fiorisce il commercio con l'Impero romano. Buddhismo e brahmanesimo vengono imparzialmente protetti, mentre i dialetti praciti raggiungono il loro massimo fulgore come lingue letterarie. Caduti gli Andhra, il Deccan, libero da interferenze dal nord, rimase in uno stato di impotenza e frazionamento politico, che ebbe fine solo intorno al 550 d. C. con l'ascesa dei Cālukya. Dalla loro capitale di Badami questa dinastia si assoggettò tutto il Deccan fino al golfo del Bengala e tentò perfino, ma senza successo, di interferire nel nord. Un loro ramo (Cālukya orientali), trapiantato nel 632 alle foci del Godaveri, vi durò fino al 1070, quando si fuse, mediante un matrimonio, con i Cola. I Cālukya, sivaiti e vispuiti, furono anche protettori del jainismo e si segnalarono per il loro meccanismo illuminato; sotto il loro regno furono create le parti più belle di quel ciclo di pitture delle grotte di Ajapā, che rappresentano forse l'espressione più elevata dell'arte indiana. Nel 753 i Cālukya venivano rovesciati dai Rāṣṭrakūṭa, dinastia veramente imperiale, che tentò la conquista del sud (giungendo molto vicino al successo) ed intervenne con le armi nelle lotte fra i Gurjara ed i Pāla nel nord. Fu appunto questa dispersione di sforzi che produsse nel 973 la caduta della dinastia. Ne rimangono però monumenti imperiuri i grandiosi templi scavati nelle rocce ad Ellora. Dopo di loro comincia anche nel Deccan l'epoca dei regni regionali e dell'equilibrio delle forze. Nell'ovest si ha una restaurazione Cālukya, che dura fino alla fine del XII sec. Nell'odierno Mysore i Hoysala-Ballāla si affermano lottando contro Cālukya e Pāṇḍya. La conquista musulmana si affaccia al Deccan con un secolo di ritardo rispetto all'I. del nord. Gli Yādava, succeduti ai Cālukya, non riescono ad arginaria, e nel 1312 il Deccan passava sotto il dominio musulmano. Questo durò a lungo; ma durante e dopo la conquista Moghul dei Regni musulmani del Deccan (1686-87), dalle regioni occidentali del paese partì la riscossa hindu. Per opera dell'eroe nazionale Sivaji (m. nel 1680) sorse il Regno, ben presto divenuto confederazione, dei Maratha. E la confederazione Maratha per quasi tutto il sec. XVIII fu il fattore più importante della storia indiana, e non fu distrutta se non nel 1805 e 1818 dagli eserciti inglesi, tecnicamente troppo superiori.

Il sud della penisola, rimasto puramente dravidico di razza e di lingua, era da tempi immemorabili diviso in tre regni: i Cera al sud-ovest, i Pāṇḍya all'estremo sud, i Cola al sud-est. I primi ebbero solo importanza locale; non così i secondi, che ebbero esistenza lunga e travagliata (intorno al 1300 erano padroni di quasi tutta l'I. meridionale) e si estinsero del tutto solo nel sec. XVII. I Cola furono la dinastia imperiale del sud. Edisati per lungo tempo da una dinastia straniera, i Pallava, sotto i quali nacque ed ebbe il suo primo fiore l'arte dravidica, i Cola si riebbono nella seconda metà del IX sec., giungendo nell'XI sec. ad affermare la loro sovranità su tutta l'I. del sud, su Ceylon e perfino sulle coste della

Penisola di Malacca. Fiscati dall'immane sforzo, i Cola, grandi costruttori di meravigliosi templi, scomparvero nel 1279 davanti ad una ripresa dei Pāṇḍya. Poi fu il frazionamento, complicato dall'invasione musulmana del 1310. Il pericolo straniero produsse però la coagulazione di tutte le forze dravidiche attorno ad un nuovo Stato, sorto sulle rovine del Regno Hoysala-Ballāla, che prese il nome dalla nuova capitale Vijayanagar, fondata intorno al 1336. La missione storica di Vijayanagar fu la difesa del sud contro i musulmani del Deccan, compito a cui essa adempie per più di due secoli con alternative di vittorie e di sconfitte, finché fu travolta da una coalizione musulmana nel 1565 (battaglia di Talikota); ma nel frattempo l'Islam nel Deccan aveva perduto la sua forza d'espansione e la civiltà dravidica era oramai salva. L'I. del sud non conosce un periodo musulmano, ma passa direttamente dal periodo hindu a quello inglese.

BIBL.: E. J. Rapson, Cambridge history of India, I, Londra 1922; H. C. Ray, Dynastic history of northern India, 2 voll., Calcutta 1931-33; Altshar, The Rāṣṭrakāṣṭa and their times, Poona 1934; Nilakantha Shastri, The Gāsa, 3 voll., Madras 1935-37; W. W. Tarn, The Greeks in Bactria and India, Cambridge 1938; Majumdar, Raychaudhuri, Datta, An advanced history of India, 2ª ed., Londra 1949; Raychaudhuri, Political history of ancient India, 5ª ed., Calcutta 1949; Dunbar, History of India, 4ª ed., 2 voll., Londra 1950.

II. DALLA CONQUISTA MUSULMANA ALLA DINASTIA MOĞUL (711-1526)

Nel 711 Muḥammad b. Qāsim occupò il Sind ed il Panǧāb meridionale sino a Multān. La regione rimase sotto governatori arabi, che lo smembramento del califato rese praticamente autonomi. I musulmani sottoposero le popolazioni locali a tributo, riscosso come di consueto attraverso l'amministrazione indigena. A differenza degli altri paesi conquistati dagli Arabi, le conversioni furono scarse e l'islamismo rimase in I. in minoranza. Una penetrazione pacifica araba, proveniente dal mare, si effettuava frattanto sulla costa del Malabar, con lo stabilirvisi di colonie commerciali.

Una nuova fase della conquista si verifica con la dinastia afǧāna dei Gaznavidi (962-1186). Subuktigin (976-97) occupò la regione ad occidente dell'Indo, ponendo la capitale a Peśāwar. Maḥmūd (998-1030) si spinse, in una successiva serie di spedizioni, nel Kašmīr, nel Hindustān e nel Guǧārāt; occupò stabilmente il Panǧāb, trasferendo la capitale della provincia a Lahore.

Nel 1186 i Gaznavidi furono soppiantati in I. dai Gōridi (1148-1215). Con essi la conquista musulmana compì un ulteriore progresso. Muḥammad Gōrī occupò tra il 1186 e il 1206 tutto il Hindustān, trasportando la capitale a Delhi.

Alla morte di Muḥammad Gōrī, i suoi governatori, schiavi di origine turca, si divisero il regno. Lo Stato più importante fu Delhi, dove si succedettero cinque dinastie: i «re schiavi» (1106-90); i Ḥalǧī (1290-1320); i Tuǧluq (o Taǧlaq; 1320-1413); i Sajjid (1414-51); i Lōdī (1451-1526). A queste dinastie si devono aggiungere gli Afǧāni, che dal 1539 al 1544 ripresero temporaneamente il potere ai Moǧul. I sultani di Delhi esercitarono per lungo tempo una supremazia sugli altri Stati. Iltutmiš, della prima dinastia, sottomise i governatori del Sind e del Bengala; vi furono in questo periodo numerose incursioni dei Mongoli di Čingiz Ḥān, che tuttavia non si fermarono in I. I Ḥalǧī avanzarono nel Deccan, conquistando Dawlatābād; i Tuǧluq, con Muḥammad, si spinsero ancor più avanti nel sud, trasferendo a Dawlatābād la capitale. Alla morte di Muḥammad (1551) lo Stato tornò a smembrarsi; alla decadenza contribuì l'invasione di Timūr Lang negli anni 1398-99. Mentre ai sultani di Delhi rimaneva soltanto il territorio circostante a questa città, dinastie indipendenti si formavano nelle seguenti regioni: Bengala (1338-1576); Gawnpūr (1394-1476); Mālwā (1401-1530); Kašmīr (1334-1587); Guǧārāt (1396-1572); Ḥāndēš (1399-1599). Nel Deccan si formò la dinastia dei Bahmanidi (1347-1526), che nell'ultimo periodo si frazionò a sua volta in cinque Stati: Berār (ʿImād Šāhī, 1484-1572); Aḥmadnagar (Nizām Šāhī, 1490-1595); Bidar (Barīd Šāhī, 1492-1609); Biǧāpūr (ʿĀdil Šāhī, 1489-1686); Golkonda (Quṭb Šāhī, 1512-1687).

III. LA DINASTIA MOĞUL (1526-1858)

La dinastia moǧul (muǧal) fu fondata dal mongolo Bābar, discendente di Timūr Lang e sovrano di uno Stato nell'Afgānistān. Egli invase l'I. nel 1526, sconfiggendo a Pānīpat l'ultimo sovrano della dinastia Lōdī di Delhi. Alla sua morte (1530) tutta l'I. nord-ovest, con centro ad Āgra, era in suo potere. Il figlio Humājūn (1530-56) perde il regno ad opera degli Afǧāni (1539-54; V. SORA) e solo nel 1555 pervenne a recuperarne una parte. L'opera fu completata dal figlio Akbar (1556-1605): dopo una nuova vittoria a Pānīpat sulle forze indiane (1556), egli si impadronì di tutta l'I. settentrionale, spingendosi al sud fino ad Aḥmadnagar. Akbar fu sovrano mecenate e tollerante; aboli il tributo particolare degli indū (ǧīṣjah), parificandoli fiscalmente ai musulmani; protesse l'induismo, tentando anzi di instaurare una nuova religione unitaria (tanshīd ilāhī o dīn ilāhī); ospitò missioni gesuite portoghesi. Il figlio Gāhānǧār (1605-27) ebbe a fronteggiare all'esterno la guerra contro i Persiani ed all'interno numerose rivolte di figli. Sotto di lui la Compagnia inglese delle Indie ottenne le prime autorizzazioni a stabilire empori commerciali, che dovevano poi rapidamente svilupparsi. Šāh Gāhān (1627-58) continuò con sorte alterna la guerra contro la Persia e si spinse avanti nel Deccan. Qui si distinse il figlio Awrangzib, che, soppiantato sul trono (1658-1707), conquistò gli Stati di Biǧāpūr e di Golkonda: tutta l'I. era in suo potere, salvo l'estremità settentrionale, e l'Impero moǧul aveva raggiunto la massima estensione. Awrangzib esercitò una politica religiosa ortodossa, perseguitando gli Indū e riaprendo così un dissidio che doveva essere motivo importante della crisi dello Stato.

Dopo la morte di Awrangzib, l'Impero moǧul decadde rapidamente, frazionandosi in Stati autonomi, di cui i più importanti furono i Sikh nel Panǧāb e i Marāthā nel Deccan. Sotto Muḥammad Šāhī (1719-48) le province di Ḥaḍdarābād, Āgra, Awdh, Bengala, Rohilkhand divennero centro di governi autonomi. Nādir Šāhī di Persia invase l'I. nel 1739, saccheggiando Delhi ed occupando le province ad ovest dell'Indo. Una seconda invasione fu condotta dall'Afgānistān da Aḥmad Šāhī Durrānī (1756-57), che attraverso il Sind e il Panǧāb raggiunse nuovamente Delhi. Intanto la Compagnia inglese delle Indie aveva esteso i suoi centri commerciali, di cui i principali furono Madras (1640), Bombay (1662) e Calcutta (1698). La concorrenza con la Compagnia francese, la quale aveva le sue basi più importanti a Pondichéry e Chandernagor, portò la penetrazione sul piano politico e militare. Prevalsero gli Inglesi con la pace di Parigi (1763). Nel 1765 Šāhī ʿĀlam (1759-1806) riconosceva alla Compagnia l'amministrazione finanziaria delle province di Bengala, Bihār e Orissa. A questo punto il governo inglese intervenne: con l'«atto di regolarizzazione» del 1773 e l'«atto di Pitt» del 1784 esso assumeva il controllo della Compagnia e ne nominava il governatore generale. Mentre l'autorità degli imperatori moǧul (Akbar II, 1806-37; Bahādur Šāhī, 1837-57) rimaneva nominalmente, la conquista inglese si estendeva: i Marāthā furono battuti (1803, 1817); furono conquistati l'Assam (1825), il Coorg (1834), il Sind (1843), il Panǧāb (1849). Sotto il governo di lord Dalhousie, furono annessi numerosi Stati dell'interno. Ciò acui il malcontento degli indigeni. Nel 1837 le truppe del Bengala (sīpāhī) si ribellarono, assumendo a capo l'ultimo moǧul, Bahādur Šāhī. La rivolta fu sanguinosamente domata, Bahādur Šāhī fu deposto ed il 1º nov. 1858 la corona britannica assunse il diretto governo dell'I., sostituendosi definitivamente alla Compagnia delle Indie.

BIBL.: A titolo introduttivo cf. le voci dell'Encyclopédie de l'Islam sulle singole regioni, dinastie e personaggi (con bibl.) e le parti relative all'I. ISLĀM (v.).

In generale: H. M. Elliot - J. Dowson, The history of I. as told by its own historians, 8 voll., Londra 1867-77; W. A. Smith, The Oxford history of I., 2ª ed., ivi 1923; The Cambridge history of I., III. Turks and Afghans, Cambridge 1928; IV. The Mughal period, ivi 1937 (fondamentale); J. Allan - C. Wolseley Haig - H. H. Dodwell, Cambridge shorter history of I., ivi 1934; G. Dunbar, A history of I. from the earliest times to the present day, Londra 1936 (trad. ted., Monaco-Betlino 1937); V. Vacca,

L'I. musulmana, Milano [1941]; L. Suali, Storia moderna dell'I., 2 voll., Milano [1941] (con bibl. ragionata); W. H. Moreland - A. C. Chatterjee, A short history of I., 2ᵃ ed., Londra 1945; H. G. Rawlinson, A concise history of the Indian people, 3ᵃ ed., ivi 1946; R. C. Majumdar - H. C. Raychaudhuri - K. Datta, An advanced history of I., 2ᵃ ed., ivi 1948; R. Grousset, L'Inde, Parigi 1949.

Sul periodo 711-1526: I. Prasad, L'Inde du VIIᵉ au XVIᵉ siècle (E. Cavaignac, Histoire du monde, 8, 1), Parigi 1930. Sulla conquista e sulla penetrazione religiosa islamica: M. T. Titus, Indian islam, Oxford 1930. Su Mahmūd di Gaznah; M. Nāsim, The life and times of Indian Mahmud of Gazna, Cambridge 1931. Su Muhammad Tughuq; M. Husain, The rise and fall of Muhammad b. Tughuq, Londra 1938. Su Timūr Lang; H. Melzig, Timur, Nuova York 1940.

Sul periodo mogul: P. Kennedy, History of the great Moghuls, 2 voll., Calcutta 1902-11; S. M. Edward - H. L. O. Garret, Mughal rule in I., Londra 1930; Ibn Hasan, The central structure of the Mughal empire, Oxford 1936. Su Bābār; F. Grenard, Vie de Baber, conquérant de l'Inde, Parigi 1930; Memoir, ed. A. S. Beveridge, 2 voll., Londra 1931. Su Humāyūn; Gulbadan Bāgam, Humāyūn-āma, ed. e trad. A. S. Beveridge, ivi 1902. Su Akbar; V. SMITH, ADAM, Akbar, the great Mughal, 2ᵃ ed., Oxford 1919; L. Binyon, Akbar, 3ᵃ ed., Nuova York 1935. Su Gahāngir e Sāh Gahān; W. H. Moreland, From Akbar to Aurangzib, Londra 1923. Su Aurangzib; J. Sarkar, History of Aurangzib, 2ᵃ ed., 5 voll., Calcutta 1923-30. Sulla decadenza dell'impero mogul: W. Irvine - J. Sarkar, Later Moghuls, 2 voll., Calcutta 1921-22; L. Sarkar, The fall of the Mughal empire, 2 voll., ivi 1932-34. Sui Marāthā; J. Grant Duff, A history of the Mahrattas, ed. S. M. Edwardes, 2 voll., Oxford 1921. Sui Sikh; J. Clark Archer, The Sikhs, Princeton 1946. Sull'espansione inglese fino al 1838; J. R. Seeley, The expansion of England, Londra 1883 (trad. it., Bari 1838); A. Lyall, The rise and expansion of the British dominion in I., 9ᵃ ed., Londra 1926; E. Thompson - G. T. Garratt, Rise and fulfilment of British rule in I., ivi 1934; P. J. Griffiths, The British in I., ivi 1946; H. Furber, John Company at work, Cambridge 1948.

Sabatino Moscati

IV. STORIA DOPPO IL 1858

Passata la bufera dal 1858, segnarono alcuni decenni di calma esteriore assoluta, che segnarono tuttavia l'avvento di un mondo politico nuovo. La politica imperiale autonoma dei viceré cessa, sia per il più stretto controllo da parte del governo inglese, reso possibile dal telegrafo, sia perché il dominio inglese aveva raggiunto i confini naturali dell'I. Gli ultimi conati in tale senso furono la guerra afgāna del 1878-80; la conquista dell'Alta Birmania (1885) e la sua annessione all'I., grosso errore che fu eliminato solamente nel 1936; e la spedizione quasi inutile nel Tibet, voluta da Lord Curzon nel 1904. Sotto il dominio inglese, per opera soprattutto dell'educazione universitaria di tipo occidentale da esso introdotta, si veniva sviluppando intanto una nuova intelligentezia di avvocati e professionisti, mentre l'antica nobiltà, i principi degli Stati vassalli, divenuti ora fedeli sostenitori dell'Inghilterra, scadevano lentamente da ogni prestigio tra le popolazioni. Negli ultimi decenni del secolo scorso i nuovi ceti, esclusi da ogni ingerenza nella cosa pubblica dal paterno ma autocratico governo dei viceré, cominciavano timidamente a far sentire la loro voce. Organo delle loro richieste fu il Congresso nazionale indiano, fondato nel 1885, il quale per molti anni si limitò a chiedere riforme in senso liberale. Il lievito dei tempi nuovi e la progressiva pressione dal basso indussero il governo inglese a concedere una prima serie di riforme nel 1909 ed una seconda nel 1919; riforme sempre parziali, insufficienti ed in ritardo sui tempi. Durante la prima guerra mondiale il Congresso, ormai orientato verso l'autonomia (svarā) e più tardi verso la completa indipendenza (pūrṇa svarā), era caduto sotto l'influenza di un uomo di genio, M. K. Gandhi, che lo organizzò per la lotta attiva con due strumenti tipicamente indiani: la non violenza e la non cooperazione. La lotta, complicata da una crescente tensione tra la comunità hindu e quella musulmana, assunse aspetti altamente drammatici specialmente tra il 1928 e il 1934, ed ebbe come conseguenza una terza serie di riforme (1935), le quali istituivano l'autonomia provinciale, con parlamenti e ministeri locali, mentre il governo centrale rimaneva per il momento quasi autocratico. Il Congresso, dopo qualche esitazione, assunse il potere nella maggior parte delle province (1937), rinunziandovi però allo scoppio della seconda guerra mondiale (1939).

La lotta continuò durante gli anni di guerra, alternando campagne di disobbedienza civile con periodi di tregua, mentre elementi più attivi cercavano di intensificarla collaborando con il Giappone. I musulmani intanto, sempre più scontenti dell'atteggiamento del Congresso nei loro riguardi, si stringevano attorno alla Lega musulmana, reclamando un loro stato separato. Finita la guerra e constatata l'impossibilità di tenere più a lungo soggetta l'I., il nuovo governo laburista inglese cedeva all'ineluttabile, mentre a sua volta il Congresso, riuscito vano ogni tentativo di accordo, si rassegnava alla secessione delle zone abitate in prevalenza da musulmani. Nascevano così il 15 ag. 1947 due nuovi stati: Pakistan (v.). L'Unione ebbe a superare una gravissima crisi iniziale dovuta ad uno scoppio di fanatismo religioso che costrinse milioni di hindu ad emigrare dal Pakistan e milioni di musulmani a lasciar l'I., fra terribili scene di massacro e di saccheggio; vittima indiretta ne fu lo stesso Gandhi, assassinato da un fanatico hindu. Con la Costituzione del genn. 1950 l'I. ha assunto una forma di governo federale repubblicana, mantenendo una vaga connessione con il Commonwealth britannico. La questione degli Stati feudali dei principi indiani è stata risolta nel senso di una loro soppressione o di una trasformazione in poche grandi unità federali. Il problema agrario è stato affrontato in una serie di coraggiose riforme. I rapporti con il Pakistan attendono ancora la loro sistemazione, soprattutto per la questione del Kashmir, conteso fra i due Stati. In politica estera il governo di Pandit Nehru, al potere dal 1947, cerca di mantenersi in equilibrio sul piano asiatico tra il blocco sovietico e quello occidentale; qualunque possa essere l'esito del tentativo, rimane il fatto che l'I. ha subito assunto una parte di primo piano nella politica asiatica.

BIBL.: Oltre alle opere sopra citate, V. Thompson e G. T. Garratt, Rise and fulfilment of British Rule in India, Londra 1934; A. Berriedale Keith, A constitutional history of India, Londra 1937; L. Suali, Storia moderna dell'I., 2 voll., Milano 1941; P. Sitaramayya, History of the Congress, 2ᵃ ed., 2 voll., Allahabad 1948.

Luciano Petech

### III. LE RELIGIONI NON CRISTIANE DELL'I.

Sono trattate sotto le voci: BRAHMANESIMO; HUD-DHISMO; INDUSMO; JAINISMO; SIKHISMO; VEDISMO.

### IV. STORIA DEL CRISTIANESIMO.

I. EVANGELIZZAZIONE

Le leggende narrano che il cristianesimo sia stato introdotto in I. dall'apostolo s. Tommaso (v. sotto). Secondo dati più sicuri, esso vi penetrò nel sec. IV per mezzo di cristiani, che durante la persecuzione del re di Persia Sapore II (313-81) si rifugiarono nel Malabar (v. MALABARESI), dando origine alla Chiesa cristiana di rito siro-caldeo, conosciuta sotto la denominazione di «cristiani di s. Tommaso». Formavano una comunità separata, una specie di casta propria, tenendo il medesimo grado dei nairi (nobili della regione), riuscendo in tal modo a conservare la Chiesa cristiana nel corso dei secoli. Nel sec. XIV alcuni francescani, Giovanni da Monte Corvino, Odorico da Pordenone e Giovanni Marignoli, andando in Cina, vennero in contatto con i cristiani di s. Tommaso. Quattro altri francescani destinati alla Cina, a Tana, Salsette, subirono il martirio.

Le missioni cattoliche del tempo moderno cominciarono con l'arrivo dei Portoghesi (1498) a Calicut. Sacerdoti secolari, francescani e alcuni domenicani fondarono stazioni missionarie nei luoghi occupati dai Portoghesi. Il centro fu prima Cochin, poi Goa. Con l'erezione della diocesi di Goa (1534), arcidiocesi nel 1557, con le suffraganee di Cochin (1557) e Mylapore (1606), e con l'arrivo di s. Francesco Saverio e dei Gesuiti nel 1542, l'attività missionaria cominciò ad essere meglio organizzata. Si limitò, però, in primo luogo ai possedimenti portoghesi

intorno a Goa e Bassein, dove un piccolo territorio era sotto il dominio portoghese, e alle città dove i Portoghesi avevano eretto fortini e fattorie. Dai territori occupati nel sec. XVI, i maomettani e i sacerdoti indù furono espulsi e le pagode distrutte. L'opera di conversione degli indigeni era nelle mani dei Francescani, dei Domenicani e dei Gesuiti, e dal 1572 degli Agostiniani. In altri territori sotto il dominio dei principi indigeni i frutti dell'apostolato furono assai scarsi. Maggiori successi si ebbero, invece, solo sulla costa meridionale. Nella Pescheria, la casta dei Parava, 20.000 in tutto, si era posta sotto la protezione portoghese. I Parava furono battezzati dal vicario generale di Goa, Miguel Vaz, nel 1536. S. Francesco Saverio fu mandato ad istruirli e ad organizzare la missione. Nel 1546 lo stesso Saverio converti sulla costa del Travancore la casta dei Macuas (Macavan). Le due missioni furono continuate

dai Gesuiti. L'attività missionaria intrapresa dai Gesuiti nel regno del Gran Mogol non ebbe lo sperato risultato della conversione dell'imperatore Akbar, ma condusse solamente alla fondazione di alcune comunità cristiane nel nord. Il più cospicuo successo missionario del sec. XVI fu l'unione dei cristiani di s. Tommaso, ad opera dell'arcivescovo Alessio de Menezes (1594-1610), nel Sinodo di Diamper (1599). Per loro si eresse la diocesi di Angamale, trasferita nel 1605 a Cranganore, prima come suffraganea di Goa, poi nel 1608 elevata ad arcidiocesi.

Nel sec. XVII la missione dei Gesuiti nell'interno dell'I. meridionale, in territorio non portoghese, ebbe grandi successi grazie al metodo di adattamento di Roberto de Nobili e dei suoi successori, specialmente nel Madura e a Trichinopoli. Le altre missioni invece fuori dei possedimenti e della sfera d'influenza dei Portoghesi non ottennero grandi risultati. Ad onta dell'erezione del vicariato apostolico di Bidjapur (1637), cui furono aggiunti i regni di Golkonda e, più tardi, del Gran Mogol, sotto i vicari apostolici indigeni Matteo de Castro (1637-77) e Custodio de Pinho (m. nel 1697), come anche del vicariato apostolico di Canara (1671) sotto l'indigeno Tommaso de Campo (m. nel 1683), e nonostante l'arrivo dei Carmelitani Scalzi (1615), dei Cappuccini (1639) e dei Testini (1642) non si ottennero grandi successi numerici. Con questi fatti nacquero le prime difficoltà e le prime lotte tra Padroadisti, dipendenti dal Padroado portoghese, e Propagandisti, mandati dalla S. Congregazione di Propaganda Fide. L'occupazione dei castelli portoghesi dell'I. meridionale da parte degli Olandesi distrusse le missioni portoghesi, ma non quelle dei Carmelitani italiani; come pure i cristiani dell'interno, sottomessi a principi indigeni, della missione dei Gesuiti, conservarono la fede. Verso la fine del sec. XVII e nel corso del sec. XVIII essi soffrirono non poco a causa delle guerre e delle persecuzioni dei principi. I cristiani di s. Tommaso apostatarono nel 1653; gran parte di essi tornò all'unione per opera dei Car-

melitani, specialmente del vicario apostolico Giuseppe di S. Maria Sebastiani. I separati si fecero in gran parte giacobiti. Per gli uniti si creò il vicariato apostolico della Serra o del Malabar sotto il vicario indigeno Alessandro de Campo (1663-87). I vicariati apostolici di Malabar e del Gran Mogol passarono verso la fine del sec. XVII in mano dei Carmelitani. La fiorente missione dei Gesuiti si estese ampiamente, comprendendo anche il Taniore, il Mysore e il Carnate; al principio del sec. XVIII ebbe a soffrire molto per la dolorosa controversia dei riti me-

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(da M. Hartmann, L'Inde, Parigi 1918, rev. III) INDIA - Barche sulle rive del Brahamaputra.
labarici. Contro il metodo di adattamento del de Nobili si erano sollevate di nuovo opposizioni, nonostante che Gregorio XV nel 1623 avesse approvato 4 usi malabarici proposti dal de Nobili. Il visitatore apostolico Charles Maillard de Tournon, nominato nel 1701, emanò nel 1704 un decreto, condannando parecchie pratiche tollerate dai Gesuiti. Il decreto fu approvato da Roma. I Gesuiti lo impugnarono, fino alla decisione perentoria da parte di Benedetto XIV nel 1744. La questione recò danni sensibili e agitazioni continue alla mis-

sione. L'espulsione (1760) e la soppressione (1773) della Compagnia di Gesù e le gravi persecuzioni da parte dei principi indiani nella seconda metà del sec. XVIII, anzitutto quella del Tipu Sahib del Mysore nel 1784, causarono una grave decadenza nelle missioni meridionali. I missionari delle Missioni Estere di Parigi sostituirono dal 1776 i Gesuiti, almeno in una parte del territorio, non riuscendo però ad arginare il regresso. La missione del Tibet, affidata nel 1703 ai Cappuccini, riuscì all'inizio, specialmente sotto Orazio Penna di Billi (m. nel 1745), ad impiantarsi, ma nel 1745 l'espulsione dei missionari pose fine a tutto. I Cappuccini intrapresero in seguito la poco fertile missione dell'I. settentrionale, la quale nel 1784 fu staccata dal vicariato apostolico del Gran Mogol.

La ripresa delle missioni cominciò nel sec. XIX sotto Gregorio XVI. L'erezione di nuovi vicariati apostolici dal 1832 e l'eliminazione pratica, se non de iure, delle diocesi del Padroado Cranganore, Cochin e Mylapore per il breve Malta praecolare (1838), condussero al cosiddetto scisma goanese. La questione fu in parte risolta con il Concordato del 1857, introducendo la doppia giurisdizione, e meglio ancora con il Concordato del 1886, ristabilendo le diocesi di Cochin e Mylapore, creando quella di Damao, e con l'accordo del 1928, incorporando Damao all'arcidiocesi di Goa e sopprimendo la doppia giurisdizione. Le diocesi del Padroado portoghese, che per l'espulsione e l'abolizione di tutti gli Ordini religiosi (1832-34) avevano subito gravissimi danni, furono da nuovi energici arcivescovi e vescovi riorganizzate e riformate. Attualmente, sotto vescovi portoghesi, con clero per lo più indigeno, hanno prospere cristianità.

Nei vicariati apostolici si trattava innanzi tutto d'infondere nuova vita alle cristianità esistenti, di allargare il campo di attività e, gareggiando con il governo inglese e le missioni protestanti, di dare allo sviluppo delle scuole l'importanza voluta. Ai Carmelitani, Cappuccini, Missioni Estere di Parigi e Gesuiti (tornati nel 1836) si aggiunsero altri Ordini e congregazioni: i Silvestrini (1842)

e gli Oblati di Maria Immacolata (1847) in Ceylon, i Missionari di S. Francesco di Sales (1848) in Vizagapatam, la Congregazione di S. Croce (1853) in Bengala, le Missioni Estere di Milano (1855) in Hyderabad e Bengala, i Missionari di Mill Hill (1875) in Madras, i Salvatoriani (1889) in Assam; poi nel sec. XX i Salesiani di d. Bosco, i Domenicani, i Lazzaristi, i Verbiti, i Francescani e Premostratensi. Anche le Congregazioni femminili entrarono numerosissime nella missione, principalmente per le scuole, gli ospedali e i dispensari. La missione tra i pagani si sviluppò in più larga misura soltanto verso la fine del sec. XIX, penetrando in modo speciale nelle contrade abitate dagli aborigeni, e presso le caste depresse e i paria. Famosa fra tutte la missione del gesuita Costante Lievens (1856-93), con risultati straordinari presso i Khols del Chota Nagpur. Tra le caste superiori è unicamente da notarsi un modesto successo dei Gesuiti tra i bramini di Trichinopoli. Generalmente delle difficoltà pressoché insormontabili impediscono la conversione: le dure leggi della casta, che escludono i cristiani dai diritti e vantaggi familiari; l'affascinante splendore della religione indù, unito intimamente con tutta la vita culturale; l'islam nell'I. settentrionale; le idee di cui si imbevono le classi dirigenti nei loro studi in Europa; negli ultimi tempi vi si aggiunge la fierezza nazionale e il pericolo comunista.

Nel 1886 Leone XIII stabilì la gerarchia ecclesiastica con 7 province ecclesiastiche e 17 diocesi. Per l'opera della delegazione apostolica dal 1884 e dei concili provinciali tenuti in tutte le province ecclesiastiche, si ottenne una più grande uniformità nel governo delle missioni, nella disciplina ecclesiastica e nell'amministrazione dei Sacramenti. Inoltre la Chiesa cattolica da quest'epoca cresceva considerevolmente in stima nell'I. meridionale per l'influsso degli Ordini e Congregazioni, anche contemplativi, delle scuole e delle opere di beneficenza, degli studi scientifici, dei congressi cattolici, per la formazione del clero indigeno e di una élite di laici, che cerca di far sentire la sua influenza nella vita pubblica, spesso con ottimi risultati. L'ulteriore sviluppo della gerarchia negli ultimi anni ha condotto in I., Ceylon compresa, a 13 province ecclesiastiche con 48 diocesi, 5 prefetture apostoliche.

I siro-malabarici, sino alla fine del sec. XIX sotto la direzione dei Carmelitani, ebbero la loro organizzazione propria. Nel 1887 erano stati eretti 2 vicariati apostolici per i fedeli del rito siro-malabarico, ma sotto vescovi latini; nel 1896 si costituirono 3 vicariati con vescovi indigeni del loro rito, nel 1911 si aggiunse un altro vicariato, nel 1923 si eresse la provincia ecclesiastica di Ernakulam con le suffraganee Trichur, Kottayan e Changanacherry. Della Chiesa giacobita nel 1930 due vescovi, con numeroso clero e molti fedeli, si unirono a Roma; per loro si eresse nel 1933 l'arcidiocesi di Trivandrum con la suffraganea Tiruvalla.

La nuova situazione politica creata nel 1947 per la formazione dei due Stati indipendenti, India e Pakistan, pone la missione dinanzi a nuovi problemi. Nel Pakistan mesmettano la Chiesa forma una minoranza trascurabile. Nel 1950 furono erette due province ecclesiastiche,

Karachi e Dacca, e l'arcivescovo di Karachi fu nominato delegato apostolico del Pakistan. Nell'I. induista la nuova costituzione garantisce la libertà religiosa; l'erezione della internunziatura apostolica (1948) in Delhi, capitale dello Stato, ha reso possibile una cooperazione più stretta tra governo e Chiesa cattolica.

BIBL.: Streit. Bibl., IV, pp. 102-307; V, pp. 1-236; VIII: Paulinus a S. Bartholomaeo, I. Orientalis Christiana, Roma 1794; M. Mullbauer, Geschichte der katholischen Missionen in Ostindien, Friburgo 1852; D. Sa, History of the Catholic Church in I., 2 voll., Bombay 1924; A. Pascal, The latin and syrian hierarchies of Malabar, Trichur 1937. V. PATRONATO, SVERIO e la bibl. per le singole diocesi. Giovanni Rommerskirchen

II. ORGANIZZAZIONE ECCLESIASTICA

Le circoscrizioni ecclesiastiche dell'I., escluso il Pakistan, sono le seguenti e dipendono da diversi dicasteri della Curia romana.

1. Dalla S. Congregazione di Propaganda Fide:

AGRA, nel 1820 eretta a vicariato apostolico con nome di Tibet-Indostan, nel 1886 elevata ad arcidiocesi, affi-

data ai Cappuccini. - AHMEDABAD, nel 1934 missione, nel 1949 diocesi, affidata ai Gesuiti. - AJMER, nel 1892 prefettura apostolica di Rajputana, nel 1913 diocesi di Ajmer, dal 1949 affidata al clero secolare. - ALLAHABAD, nel 1845 vicariato apostolico di Patna, nel 1886 diocesi con nome di Allahabad dal 1887, dal 1946 affidata al clero secolare. - BANGALORE, eretta diocesi nel 1940, affidata dal 1942 al clero secolare. - BELLARY, eretta missione nel 1928, diocesi nel 1949, affidata ai Francescani. - BEZWADA o VIJAYAYADA, nel 1933 missione, nel 1937 diocesi, affidata all'Istituto pontificio per le Missioni Estere (Milano). - BOMBAY, dal 1720 parte del vicariato apostolico di Gran Mogol, nel 1886 arcidiocesi, affidata ai Gesuiti. - CALCUTTA, nel 1834 vicariato apostolico del Bengala, nel 1886 arcidiocesi, affidata ai Gesuiti. - CALCUT, nel 1923 diocesi, affidata ai Gesuiti. - COCHIN, nel 1558, diocesi. - COIMBATORE, nel 1845 provicariato apostolico, nel 1850 vicariato apostolico, nel 1886 diocesi, affidata dal 1940 al clero secolare. - CUTTACK, nel 1928 missione, nel 1937 diocesi affidata ai Lazzaristi. - DELHI e SIMLA, eretta nel 1910 arcidiocesi di Simla dal 1937 con il nome di Delhi e Simla, affidata ai Cappuccini. - GORAKPUR, nel 1946 prefettura apostolica, affidata ai Cappuccini. - GUNTUR, nel 1940 diocesi, affidata al clero secolare. - HYDERABAD, nel 1845 vicariato apostolico di Hyderabad, nel 1886 diocesi, affidata al Pontificio istituto per le Missioni Estere (Milano). - INDORE, nel 1935 prefettura apostolica, affidata alla Società del Verbo Divino. - JHANSI, nel 1940 prefettura apostolica, affidata ai Cappuccini. - JUBBULPORE o JABALPUR, nel 1932 prefettura apostolica, affidata ai Premostratensi. - KOTTAR, nel 1930 diocesi, affidata al clero secolare. - KRISHNAGAR, nel 1870 prefettura apostolica del Bengala Centrale, nel 1886 diocesi di Krishnagar, affidata ai Salesiani. - KUMBAKONAM, nel 1899 diocesi, affidata dal 1930 al clero secolare. - LUCKNOW, nel 1940 diocesi, affidata ai Cappuccini. - MADRAS, nel 1831 vicariato apostolico, nel 1886 arcidiocesi, affidata ai Salesiani. - MADURA, o MADHURAI, nel 1938 diocesi, affidata ai Gesuiti. - MANGALORE, nel 1845 vicariato apostolico, nel 1886 diocesi, affidata dal 1928 al clero secolare. - MYSORE,

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INDIA - Grotte buddhiste scavate intorno al sec. IV-V - Ellora.
(da M. Hartmann, L'Inde, Parigi 1923, tar. 91)
nel 1850 vicariato apostolico, nel 1886 diocesi, affidata alla Società delle Missioni Estere di Parigi. — NACPUR, nel 1887 diocesi, affidata ai Missionari di S. Francesco di Sales di Annecy. — NELLORE, nel 1928 diocesi, affidata alla Società di S. Giuseppe di Mill Hill. — PATNA, nel 1845 vicariato apostolico, nel 1886 diocesi di Patna, dal 1887 con il nome di Allahabad, nel 1919 nuova diocesi di Patna, affidata ai Gesuiti. — PONDICHERRY, nel 1836 vicariato apostolico di Costa del Coromandel, nel 1850 nome di Pondicherry, nel 1886 arcidiocesi, affidata alla Società per le Missioni Estere di Parigi. — POONA, nel 1854 vicariato apostolico, nel 1886 diocesi, affidata dal 1949 al clero secolare. — QUILON, nel 1845 vicariato apostolico, nel 1886 diocesi, affidata dal 1937 al clero secolare. — RANCHI, nel 1927 diocesi, affidata ai Gesuiti. — SALEM, nel 1930 diocesi, affidata dal 1949 al clero secolare. — S. TOMMASO DI MYLAPORE, nel 1906 diocesi. — SHILLONG, nel 1889 prefettura apostolica dell'Assam, nel 1934 diocesi con il nome di Shillong, affidata ai Salesiani. — SIRKIM, nel 1931 prefettura apostolica, affidata ai Canonici Regolari di S. Maurizio. — TRICHINOPOLY o TIRUCHIRAPALLY, nel 1836 vicariato apostolico di Madura, nel 1886 diocesi con il nome di Trichinopoly, affidata dal 1938 al clero secolare. — TRIVANDRUM DEI LATINI, nel 1937 diocesi, affidata ai Carmelitani Scalzi. — TUTICORIN, nel 1923 diocesi, affidata al clero secolare. — VERAPOLY, nel 1659 vicariato apostolico di Serra del Malabar, nel 1845 vicariato apostolico di Verapoly, nel 1886 arcidiocesi, affidata al clero secolare. — VIJAYAPURAM, nel 1920 diocesi, affidata ai Carmelitani Scalzi. — VIZAGAPATAM o VISAKHAPATNAM, nel 1850 vicariato apostolico, nel 1886 diocesi, affidata ai Missionari di S. Francesco di Sales di Annecy.

2. Dalla S. Congregazione degli Affari Ecclesiastici Straordinari:

GOA, nel 1533 diocesi, nel 1558 arcidiocesi.

3. Dalla S. Congregazione per la Chiesa orientale:

a) per i Siro-Malabarici: CHANGANACHERRY, nel 1896 vicariato apostolico, nel 1923 diocesi. — ERNARULAM, nel 1896 vicariato apostolico, nel 1923 arcidiocesi. — KOTTAYAM, nel 1911 vicariato apostolico, nel 1923 diocesi. — PALAI, nel 1950 diocesi. — TRICHUR, nel 1896 vicariato apostolico, nel 1923 diocesi. — b) per i Siro-Malabarici: TIRUVALLA, nel 1933 diocesi. — TRIVANDRUM, nel 1933 arcidiocesi.

III. CONDIZIONE GIURIDICA DELLA CHIESA CATTOLICA NELL'I

Nella sua nuova Costituzione, la novella Repubblica si dichiara Stato federale laico e, prescindendo da ogni considerazione religiosa o razziale, concede a tutti i cittadini diritti uguali. Dichiarazione e concessione, queste, di grande importanza, quando si rifletta che dei 319 milioni di ab. una grande maggioranza, cioè 260 milioni, professano l'induismo ed il resto è costituito da minoranze così divise: 35 milioni di musulmani, 100.000 Parsi, 7 milioni e mezzo di buddhisti, 3 milioni e mezzo di sikh, 1 milione e mezzo di jainisti, 4 milioni e mezzo di cattolici e 3 milioni di cristiani dissidenti (ortodossi e protestanti).

Ecco pertanto i diritti sanciti dalla Costituzione ai componenti le diverse confessioni, compresa la cattolica:

1. Libertà di culto e di proselitismo. — Nella parte intitolata Diritti fondamentali si stabilisce: « Nei limiti dell'ordine, della moralità e della sanità pubblica... tutte le persone godono di libertà di coscienza e del diritto di professare, praticare e propagare la religione » (Constitution of India, parte 3ᵃ, art. 25 [1]). E inoltre: « Lo Stato non farà differenza nei riguardi di ciascun cittadino a solo motivo della sua religione, casta, sesso, luogo di nascita o simili » (loc. cit., art. 15 [1]). « Nessun cittadino per solo motivo della sua religione, razza, casta, sesso, discendenza, luogo di nascita, residenza o simili sarà escluso o boicottato dagli impieghi od uffici statali » (loc. cit., art. 16 [2]). Quanto sopra è solennemente confermato dalle parole pronunciate il 6 luglio 1949 dal primo inviato straordinario e ministro plenipotenziario della Re-

pubblica indiana presso la S. Sede nel presentare al S. Padre le lettere credenziali: « Il governo ed il popolo dell'I. assicurano S. Santità che tutti coloro che dipendono religiosamente dal Pontefice Romano, potranno vivere sicuri nel nuovo Stato, professando apertamente, senza alcun timore, la loro fede e potranno altresì occupare nella società i posti dovuti ai propri meriti » (AAS, 41 [1949], pp. 369-70).

2. Riconoscimento della personalità giuridica. — Sempre nella parte della Costituzione dedicata alla specificazione dei diritti fondamentali viene stabilito che: « Nei limiti dell'ordine, della moralità e della sanità... ciascuna comunità religiosa o qualsiasi sezione di essa avrà il diritto di: a) stabilire e mantenere istituzioni per scopi religiosi o caritativi; b) dirigere i propri affari in materia religiosa; possedere ed acquistare proprietà mobili ed immobili; c) amministrare tali proprietà in conformità della legge » (loc. cit., art. 26). Di conseguenza ogni diocesi (vicariato, prefettura o missione) può ottenere il riconoscimento della personalità giuridica, mediante domanda di registrazione (Register of Joint Stock Companies and Cooperative Societies). Il certificato ottenuto attesterà che la comunità religiosa è stata riconosciuta entità giuridica con nazionalità indiana, indipendentemente dalla nazionalità dei componenti o amministratori.

3. Libertà d'insegnamento. — La nuova Costituzione riconosce pure alle minoranze religiose e linguistiche, quindi anche ai cattolici, la libertà di aprire le scuole, che saranno riconosciute dallo Stato, se rispondono ad un bisogno: « Tutte le minoranze, se basate sulla religione o sul linguaggio, hanno il diritto di stabilire o amministrare istituzioni educative a loro scelta » (loc. cit., art. 30 [1]). Si parla anche di aiuti finanziari da distribuirsi indiscriminatamente: « Lo Stato, nel dare aiuti alle istituzioni educative, non darà importanza al fatto ch'esse sono sotto la direzione di qualche minoranza, basata sulla religione o sulla lingua » (loc. cit., art. 30

Article illustration
INDIA - Rovine di uno dei monasteri portoghesi a Bassein, a sud di Bombay (sec. XVI).
(fot. Fides)
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INDIA - Croce scoperta ad Alengad (Malabar) con iscrizione in pehlvi.
(fot. Fides)
[2]). Quanto all'insegnamento religioso, l'art. 28 lo esclude dalle scuole dello Stato, esige che l'alunno non sia obbligato a prendervi parte nelle scuole confessionali, e chiede, se esso è minorenne, l'assenso dei genitori.

4. Matrimonio

La Costituzione esplicitamente non legifera su tale punto. Vige quanto era in uso sotto il regime inglese: i ministri dei vari culti sono autorizzati a celebrare il rito delle unioni matrimoniali; a celebrazione avvenuta, resta l'obbligo della notificazione alle competenti autorità civili.

In tutta la Costituzione traspare un largo spirito di tolleranza ed una umana comprensione nel propugnare i concetti di fraternità, giustizia e dignità della persona. Poiché la Repubblica indiana è una federazione di Stati che godono ampia autonomia, non è impossibile che nell'uno o nell'altro Stato le libertà sancite dalla Costituzione possano essere interpretate, nei casi concreti, con certa elasticità a danno delle minoranze. L'avvenire quindi della Chiesa in I. (dove si contano attualmente una sessantina di diocesi) dipende dal come o da quali uomini verrà applicata nelle singole regioni la Costituzione.

5. Condizione giuridica nella Birmania e Ceylon

Sotto la rappresentanza pontificia di Delhi sono anche la Birmania e Ceylon. L'internunzio apostolico per l'I. è insieme delegato apostolico dell'Isola di Ceylon e della Birmania. In questi due ultimi Stati però la condizione giuridica della Chiesa è alquanto diversa. Assai buona a Ceylon, dove, come negli altri dominions britannici, la Chiesa cattolica ha libertà di culto e di proselitismo, personalità giuridica e libertà di insegnamento; non altrettanto nella Birmania.

Nella Costituzione della Repubblica dell'Unione di Birmania è detto che tutte le religioni (quindi anche la cattolica), possono essere abbracciate e professate con la massima libertà, purché la religione non serva da pretesto per immischiarsi negli affari politici della Repubblica. La religione ufficiale della Repubblica è il buddhismo. La

politica del governo della Repubblica riguardo ai ministri delle religioni che vengono da terre straniere è di trattarli come tutti gli altri forestieri, cioè di non permettere loro di entrare nella Birmania se non per ragioni specialissime e solo quando sia assolutamente impossibile trovare ministri locali, che possano attendere alla cura dei seguaci di qualsiasi religione.

Questa politica, da che è andata in vigore, dal genn. 1949, ha reso praticamente impossibile l'entrata di nuovi missionari esteri in Birmania.

Il proselitismo è libero; è proibito soltanto nelle scuole che sono riconosciute dal governo. La personalità giuridica della Chiesa non è ancora bene definita; praticamente fino ad oggi la Chiesa cattolica era sempre stata considerata come ente morale che poteva avere proprietà. Ora solo i ministri nativi possono possedere, comprare o vendere beni in nome della Chiesa.

Nelle scuole governative è proibito l'insegnamento della religione cattolica durante le ore di lezioni regolari. Nelle scuole private si può fare ciò che si vuole.

Lo Stato non sovvenziona più le scuole di missione come si faceva prima della indipendenza. È intenzione del governo avere tutte le scuole sotto la sua diretta giurisdizione e sta lavorando a questo scopo, ma per ora non ha personale e locali sufficienti, quindi permette e riconosce le scuole private, pur non sovvenzionandole.

Praticamente la popolazione, anche pagana, preferisce mandare i figli alle scuole cristiane e particolarmente alle scuole cattoliche, che sono fiorentissime.

Pompeo Bargna

V. ANTICHIITÀ CRISTIANE.

Il problema dell'introduzione del cristianesimo in I. è strettamente legato con lo studio degli Atti di s. Tomaso, testo elaborato in ambiente siriano e penetrato di concetti gnostici e anche premanichei. Questo testo apocrifo riconduce, per i dati storici che esso contiene, alla metà del sec. 1 e all'I. del nord-ovest, durante la dominazione del re parto Gundophar, della casa dei Sūrēn, che regnò certo dal 19 e dopo l'a. 45. Nessun altro documento si ha di cristianesimo in quelle regioni durante e dopo lo stesso periodo, né esso vi ha lasciato una qualsiasi traccia archeologica. Un'altra tradizione, documentata solo ben più tardi, riconnette la predicazione di s. Tomaso con le comunità esistenti nell'I. del sud, nel Coromandel e nel Malabar, durante l'alto medioevo. Quando essa sia nata e su quali basi, nessuno può saperlo, in quanto, se nel sec. VI Cosma Indicopleuste parla di comunità cristiane nell'I. meridionale e Ceylon, non le ricollega punto con il nome dell'Apostolo.

Come tali comunità si siano formate si può immaginarlo pensando all'intenso traffico marittimo esistente con il Mar Rosso ed il Golfo Persico: gruppi cristiani possono essere passati nell'I. meridionale provenienti sia dall'Egitto o dalle regioni orientali dell'Impero romano, quanto da quelle sāsānidi della Mesopotamia e della Babilonide. I recenti scavi di Virapatnam (falsamente chiamato Arikamedu) documentano l'esistenza di una colonia di cultura romana fiorente già nel 20-50 era cristiana: i rapporti si precisano anche attraverso i numerosi ritrovamenti di monete imperiali dal sec. IV in avanti (mentre non se ne ritrovano se non poche nell'I. del nord) e citazioni nei testi tamul. Che elementi cristiano-orientali (nestoriani) vi avessero il sopravvento lo prova lo svolgimento successivo dei fatti, i documenti ed i resti archeologici, nell'incertezza delle più antiche fonti e nell'equivoco costante sul valore del termine «I.» durante il medioevo. Certo è che verso il 525 Cosma trova a Καλλιάνα un vescovo consacrato alla sede di Seleucia, come a Ceylon il clero proveniva esso pure dalla Persia. Nessuna traccia di cristianità egli ricorda sulla costa del Malabar. La comunità invece del Coromandel e specialmente del Kērala (Travancor) prosperò vigorosamente, probabilmente con l'appoggio del sovrano locale. Si hanno infatti due

documenti in tale senso: il primo è un atto del re Vīra-Rāghava-Chakravartin per il mercante Iravikkorran, il secondo del re Stanu-Rovi-Gupta nel quale un Marvan-Sapir-Yso (forse Maran Sabrišo = nostro signore [il vescovo Sabrišo]) trasferisce una terra nei dintorni di Quilon alla comunità della Chiesa di Tarasa. Ma la data dei documenti è incerta. Il Burnell datava il primo nel 774, mentre il Venkayya lo riporta al sec. XIV. Certo sembra che un forte gruppo cristiano proveniente dalla Persia sia arrivato in I. nel sec. VIII, contemporaneo all'immigrazione dei Parsi: era guidato da un Tomaso di Kana (Knāyi Thōmā) e l'identità del nome può aver aiutato il formarsi della leggenda di una predicazione di s. Tomaso nell'I. meridionale. È appunto dal sec. VIII che datano i più antichi documenti archeologici del cristianesimo in I.: sono delle croci tutte analoghe fra loro, il che prova la derivazione l'una dall'altra, recanti tutte la medesima iscrizione in pehlvi, il che prova la derivazione dalla Persia. Da tale iscrizione, della quale non si ha ancora un testo sicurissimo in ogni dettaglio e definitivo, risulta che l'archetipo fu intagliato da un Afras ('pr's) figlio di Śāhārbukht (?) il siriano (swry'y). Due di queste croci si trovano a Kōṭṭayam, una grande ed una piccola, e quest'ultima è la più antica di tutte; due altre sono l'una a Katamarran e l'altra a Maṭṭuchīra: sono cioè tutte sulla parte occidentale dell'I. La sola sulla parte orientale è quella al santuario di S. Tomaso a Meilapore, ora un sobborgo di Madras. La seconda croce di Kōṭṭayam oltre l'iscrizione pehlvi ne porta anche una in siriano, in caratteri estranghelo, riproducente Gal. 6, 14. Le croci sono intagliate in tavolette rettangolari terminate in alto a semicircolo: solo la più piccola di Kōṭṭayam invece di una forma a semicircolo ha quella di un arco appuntito. L'iscrizione è incisa sul bordo della tavoletta, che è rilevato rispetto al campo centrale. In questo campo è figurato un arco retto da due colonne, sotto il quale sta la croce che ha le braccia terminate a trilobi: sopra la croce scende verticalmente una colomba. La croce appoggia su un monticello formato da tre scalini, e dal punto di appoggio si dipartono due rami a fogliami diretti in alto e scendono i rivi di due dei quattro fiumi del paradiso. È un simbolismo che si ritrova nelle sculture cristiane della Mesopotamia e dell'Armenia.

Poche notizie si hanno dei cristiani dell'I. durante il medioevo, e generalmente concentrate intorno al santuario di S. Tomaso a Meilapore: solamente Abū Śāliḥ ricorda il titolo di due chiese a Kūlam (Quilon), l'una dedicata alla Vergine e l'altra a s. Giorgio, ed una chiesa della Vergine a Fahṣūr, evidente cattiva trascrizione dell'amanuense dell'unico codice pervenuto, forse per Palūr o Parūr. L'invasione portoghese portò alla manomissione o distruzione degli antichi monumenti nestoriani, facendo così scomparire dei preziosi documenti archeologici.

BIBL.: La bibliografia sugli Atti di s. Tomaso è abbondantissima: si veda principalmente J. Charpentier, Kyrkohistorisk Azaskrift, 1927, pp. 21-47 con molte indicazioni di fonti; J. Dahlmann, Die Thomas-Legenden und die ältesten hist. Beziehungen des Christentums zum Jemen Osten, Friburgo in Br. 1912; A. Vāth, Der heilige Thomas, der Apostel Indiens, Aquisgrana 1925. Per le iscrizioni delle croci: C.P.T. Winckworth, Kerala Society Papers, 3ª serie, pp. 159-66 e 168; 5ª serie, pp. 267-269, con le correzioni di H.S. Nyberg, Le monde oriental, 26-27 (1932-33), pp. 349-50. Per Abā Śāliḥ si veda l'ed. Evetts. fol. 110b. Ugo Monneret de Villard

#### VI. ARTE.

Prove di un'antichissima civiltà artistica indiana, risalenti al 3000 a. C., e pertanto contemporanee alla civiltà egiziana e babilonese, sono state ritrovate nella valle dell'Indo. Un'arte questa che rivela notevoli contatti con quella sumerica e di cui son giunti soprattutto gran copia di sigilli incisi in maiolica, avorio o stucco, figurette di terracotta e vaselame con decorazioni prevalentemente ad arabesco.

Non rimangono invece, anche per i secoli immediatamente successivi, monumenti veri e propri, e ciò è dovuto principalmente al fatto che gli Indiani dovettero usare soprattutto il legno e il bambù per le loro costruzioni. Una vera arte indiana è quindi determinabile soltanto a partire dal sec. III a. C., con l'introduzione del buddhismo nel paese da parte del re Aśoka. Le prime manifestazioni artistiche di questo periodo rivelano una forte influenza persiana.

Il buddhismo fu certamente determinante per l'evoluzione della scultura, che, partendo dalla rappresentazione della divinità come somma di potenze spirituali (con conseguente moltiplicazione di braccia, di occhi, di gambe, ecc.) e passando attraverso una influenza elleno-battriana (secc. I-III d. C.), giungerà al mostruoso ispirato dalla dottrina braminica della metempsicosi.

Non numerose le testimonianze della pittura, che pure dovette essere fiorente nell'adornamento dei sontuosi palazzi; uno degli esempi più belli rimasti è quello degli affreschi di Ajānṭā del sec. VII. Ben documentata invece è la miniatura dei libri su foglie di palma del sec. XIII e su carta dal sec. XV ai giorni nostri. Molto sviluppate furono anche le arti industriali, favorite dalla divisione della società in caste.

Di particolare importanza è l'architettura, che, seppure in maniera approssimativa, può venir distinta nei seguenti periodi.

1. Periodo buddhistico. - Va dal sec. IV ca. a. C. (dinastia Maurya, 326-185 a. C.) al sec. IV d. C. È caratterizzata dai templi colossali detti stupas e dagoba, destinati

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INDIA - Madonna e Figlio (in ottone) con la caratteristica archeggiatura induista, simbolo di venerazione - Roma, Mostra d'Arte missionaria 1950.
(fot. Fides)
a conservare reliquie e formati da una base di pietra su cui si eleva una grandiosa e massiccia costruzione a cupola coronata spesso da terrazze; i vibara (monasteri) e i ciaityas (templi per riunioni di fedeli), scavati nella roccia e ricchi di tozze colonne, di sculture, di decorazioni. Una delle caratteristiche di questo periodo, infatti, è la crescente elaborazione plastica e la definitiva sostituzione del legno e del bambù con la pietra.

2. Periodo gupta o braminico. - Va dal sec. IV ca. d. C. al sec. VII d. C. È caratterizzato da templi a pianta quadrata, anch'essi scavati nella roccia e preceduti da un pronao con colonne; il dagoba buddhistico in questo periodo si evolve verso la caratteristica pagoda.

3. Periodo indu. - Va dal sec. VII al IX d. C., con stili derivati in genere dal precedente, caratterizzati da una accentuazione verso l'alto di tutte le costruzioni e da una compenetrazione sempre più marcata della plastica con l'architettura. Si distinguono lo stile nordico, con torri a linee curve; quello meridionale, a linee dirette; quello centrale, con fusione dei due tipi.

4. Periodo medievale. - Va dal sec. IX in poi, ed è documentato quasi esclusivamente nel meridione (nel rimanente del paese la fioritura architettonica si esaurisce con il sec. XIII), tendente dapprima ad una semplificazione della forma (secc. IX-XI, epoca classica dell'architettura meridionale) per giungere poi nel sec. XIV ad una specie di barocco, che andrà sempre vieppiù accentuandosi per esaurirsi in un'elaborazione stratificata di particolari ornamentali di suggestione tutto affatto scenografica.

5. Arte moderna indiano-cristiana. - In base al principio che «l'arte indiana deve offrire la sua bella veste all'idea cristiana» e che «la concezione e l'edificio che ne risulterà, saranno una cosa nuova; una cosa diversa dai templi indiani; ma indiana e cattolica» (C. Costantini, V. BIBLICA.), si possono qui citare alcuni esempi di questo adattamento missionario della tradizione architettonica del paese. Una semplicità tutta moderna caratterizza la cattedrale di Patna, mentre influissi indiani commisti a reminiscenze saracene sono visibili nella chiesa anglicana di Dornakal, sorgente appunto in una regione dove fu sensibile l'apporto musulmano. Un bel modello per un tempio cristiano in stile indiano fu fatto eseguire dal gesuita spagnolo H. Heras, che è stato tra i più zelanti propugnatori delle nuove idee concernenti l'adattamento missionario dell'arte indiana.

In pittura soltanto recentemente si è avuta una fioritura di arte cristiana, poiché in generale la pittura delle chiese è di origine o di tipo europeo. Poeticamente realistiche e nella scia della tradizione indiana sono le pitture del goano Angelo Da Fonseca, anche se in esse non mancano ricordi di un'arte occidentale, che richiama a volte alla mente quella dei pre-raffaelliti. Un altro pittore indiano è Alfredo Thomas. Molto sviluppata è l'arte minore, produttrice della varia suppellettile ecclesiastica.

BIBL.: A. Salmony, s. V. in Enc. Ital., XIX, pp. 71-80; A. Galvano, L'arte dell'Asia orientale, Firenze 1938, pp. 5-35; C. Costantini, L'arte cristiana nelle missioni, Città del Vaticano 1940, pp. 257-80; A. Springer-C. Ricci, Manuale di storia dell'arte, VI, Bergamo 1943, p. 227 sgg.; H. Heras, L'arte nell'I., in Mostra d'arte missionaria, Catalogo, Roma 1950, pp. 37-40 (con illustrazioni).

VII. ORDINAMENTO SCOLASTICO.

L'impulso al progresso dell'istruzione in I. fu dato dalle seguenti decisioni:

1) Dal decreto di Macaulay emanato nel 1813 con il quale si stabiliva l'introduzione della lingua inglese nelle scuole. Questo decreto apriva la strada alle missioni. 2) Dal memorandum di Macaulay emanato nel 1835 con il quale veniva abolita la lingua urdu mantenuta solo nel Collegio di Delhi. 3) Dal decreto di William Bertink emanato nel 1835 con il quale si stabilivano le norme

per l'educazione del popolo indiano che doveva avvenire attraverso i classici europei. Inoltre si facilitava l'ingresso dei missionari. 4) Dalla fondazione da parte di Syed Ahmed Khan, nel 1862, della società scientifica che aveva per scopo l'educazione attraverso i classici orientali. Syed Ahmed Khan aspirava ad una scuola basata sulla morale, sulla religione musulmana e sulla convivenza fra scolari e maestri. 5) Dalla proposta di Nawab Imadul Mulk nel 1884 di fondare in ogni villaggio una scuola primaria urdu, una scuola anglo-urdu per ogni 10.000 ab. e una scuola superiore in ciascuna provincia. 6) Dalla riforma scolastica di Lord Curzon nel 1896-97. 7) Dalla riforma scolastica dell'a. 1907 eseguita da Arthur Mayhew e Akbar Hyderi che seguivano i consigli di Molvi Abdul Haq e di Nawab Imadul Mulk. 8) Dalla fondazione della Università di Osmania nel 1917. 9) Dal decreto governativo emanato nel 1920 con il quale si stabiliva che la scuola deve essere libera da ogni ingerenza ufficiale. 10) Dalle raccomandazioni di Brahmo Samaj riguardanti l'istruzione della donna nel 1926.

Grazie a queste principali decisioni l'I. trovò, al momento della dichiarazione dell'indipendenza, 168.013 scuole elementari statali, ben organizzate Middle English, Middle Vernacular e High Schools, tre tipi d'università: università governative centrali, università dipendenti dagli Stati indiani e università private. Fra le più famose sono quelle di Calcutta, Madras, Bombay, Punjab, Allahabad, Bernares Indu, Mysore, Patna, Osmania, Dacca, Rangoon, Lucknow, Delhi, Nagpur e Andhra. Trovò inoltre 22 collegi per l'istruzione degli insegnanti delle scuole secondarie, 34 collegi intermedi per medicina, 141 collegi intermedi per commercio, 13 collegi intermedi per diritto, 2 scuole d'arte, numerose scuole con diplomi non riconosciuti come Jole's Sanscrit Schools dei Pandits per Indu, Maktabs per maomettani, 2424 scuole private e le seguenti scuole cattoliche missionarie: 1326 scuole di catechismo e preghiera, 4260 scuole elementari, 271 scuole medie inferiori, 200 scuole medie superiori, 41 scuole normali, 122 scuole professionali alle quali sono d'aggiungere quelle di Ceylon: 573 scuole di catechismo e preghiera, 698 scuole elementari, 121 scuole medie inferiori, 6 scuole normali e 38 scuole professionali.

L'educazione del clero cattolico indigeno viene curata in 4 noviziati, in 27 seminari minori e in 11 seminari maggior

i. Esistono inoltre le scuole per catecumeni

Vedi tavv. CXII-CXV.

BIBL.: H. Rivlin, s. V. in Encyclopaedia of modern education, Nuova York 1943, pp. 389-90; Boll. di legislazione scolastica comparata, 2 (1942), p. 169 sgg., n. 1, 273, n. 10, 454 sgg., n. 11, 502; 3 (1943), p. 41; The official year-book of the Commonwealth, Londra 1948.
Cite this article

“INDIA.” Enciclopedia Cattolica, vol. VI (1951), p. 1044. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/india.