MALABARESI

MALABARESI. - Così si chiamano i cristiani di rito siro-orientale abitanti il litorale sud-occidentale dell'India chiamato il Malabar, situato nei distretti civili di Cochin e Travancore. Essi stessi si chiamano « cristiani di s. Tommaso » e fanno risalire il loro cristianesimo alla predicazione di detto Apostolo. Non consta, ma è probabile, che vi sia stata questa predicazione. In favore v'è una non disprezzabile tradizione letteraria e una forte tradizione locale. Almeno nel II sec. vi erano già dei cristiani in India, probabilmente dipendenti da Edessa. La dipendenza di quei cristiani dalla sede primaziale di Seleucia-Ctesifonte in Persia risale probabilmente soltanto alla metà del V sec. Da quel tempo in poi i « cristiani di s. Tommaso » ricevettero sempre i propri vescovi dal katholikós persiano. Quando poi la Chiesa persiana verso la fine del sec. v diventò nestoriana, i vescovi provenienti di là introdussero in India le formole nestoriane. Teodoro di Mopsuestia, Diodoro di Tarso e Nestorio vennero commemorati nella liturgia.

Sulla storia dei m. fino all'arrivo dei Portoghesi in India nel 1498, siamo poco informati. I Portoghesi stabilirono abbastanza presto il contatto con i m., i quali contavano allora ca. 30.000 famiglie. Essi chiesero già nel 1503 la protezione dei Portoghesi. Questi li ammisero in principio alla partecipazione dei Sacramenti. I missionari però scoprirono presto la differenza nella dottrina e si scandalizzarono della diversità dei riti. A poco a poco i m., abbandonando gli errori di Nestorio, si unirono formalmente con Roma. L'arcidiocesi di Goa, fondata nel 1539, cercò di sottomettere a sé i m., mentre il patriarca di Babilonia, diventato cattolico nel 1552, domandò per sé la giurisdizione sui cattolici orientali dell'India. Roma protesse in un primo tempo i vescovi mandati da lui, ma finalmente, anche per paura che si infiltrassero delle eresie, credette più prudente sottomettere i m. ai vescovi latini. Clemente VIII incaricò nel 1595 l'arcivescovo di Goa Alessio Menezes di nominare nel caso della morte del vescovo siro Abramo un vicario apostolico. Menezes, nel 1599, con grande zelo, ma con poca comprensione per le particolarità dei cristiani orientali, fece la visita apostolica dei m. Egli domandò loro di staccarsi dal patriarca di Babilonia, che credeva nestoriano, mentre in realtà era cattolico. Nel giugno 1599 fu tenuto un Sinodo a Diamper al quale parteciparono 153 sacerdoti e 660 laici. In quel Sinodo fu accettata solennemente l'unione con Roma e fu decretata una riforma in senso spiccatamente latinizzante. Il Sinodo non fu mai riconosciuto da Roma.

La S. Sede nominò nel dic. dello stesso anno il gesuita catalano Francesco Roz vescovo di Angamala e gli sottomise i m. Egli ebbe grandi difficoltà con l'arcidiacono indigeno, il quale dagli antichi tempi era abituato a governare di fatto la Chiesa all'ombra del vescovo straniero. Ora si sentiva messo da parte dal Roz, il quale non nutriva fiducia in lui. Queste difficoltà condussero sotto il secondo successore di Roz, Francesco Garcia, allo scisma. L'occasione ne fu, nel 1652, l'arrivo di un monaco siro di nome Athallah che pretese essere stato nominato dal Papa patriarca dei m. Egli fu arrestato dall'Inquisizione e infine nel 1654 bruciato come eretico. L'arcidiacono Tommaso de Campo, basandosi su una pretesa autorizzazione del preteso patriarca Athallah, si fece eleggere vescovo e fu « consacrato » per l'imposi-

zione delle mani di dodici sacerdoti, mentre sulla sua testa veniva posta la pretesa lettera di Athallah. Finalmente egli con i suoi aderenti passò all'ubbidienza del patriarca giacobita di Antiochia e così ebbe origine la Chiesa giacobitica dell'India.

Per comporre lo scisma la Congregazione di Propaganda Fide inviò il carmelitano italiano Giuseppe Sebastiani, il quale riuscì a riguadagnare all'unione la maggioranza degli apostati. Egli fu nominato vicario apostolico da Alessandro VII e ricevette a Roma nel più grande segreto la consacrazione episcopale (1659). Prima che gli Olandesi, i quali nel 1663 occuparono Cochin, cacciassero via il p. Sebastiani, questi, facendo uso delle sue facoltà straordinarie, consacrò vescovo il sacerdote indigeno Alessandro de Campo. I m. dal 1700 al 1887 furono sottomessi alla giurisdizione dei vicari apostolici carmelitani, i quali ebbero dei contrasti con la giurisdizione portoghese di Goa. I m. si lagnarono spesso anche dei vescovi carmelitani. L'arrivo di vescovi orientali provenienti dalla Mesopotamia causava ogni volta grande agitazione e talvolta veri scismi, poiché da tempo immemorabile i m. avevano ricevuto i propri vescovi da quella regione.

Dall'inizio del sec. XIX presso i cattolici orientali dell'India si fece sentire il desiderio, comprensibile dato il loro numero e importanza, di avere propri vescovi indigeni. I vicari apostolici carmelitani si opposero sempre a questo desiderio. Uno scisma provocato dall'arrivo nel 1874 del vescovo Elia Melus, mandato contro la volontà di Roma dal patriarca caldeo Giuseppe Audo, mostrò di nuovo l'urgenza del problema. La S. Sede nel 1887 sottrasse i m. alla giurisdizione dei vescovi carmelitani di Veropoly ed eresse due nuovi vicariati, Trichur e Kottayam, che furono però affidati a vescovi latini. Soltanto l'11 ag. 1896 tre sacerdoti indigeni furono nominati vicari apostolici e consacrati vescovi. Finalmente Pio XI, con la cost. Romani Pontificis (21 dic. 1923), eresse una provincia ecclesiastica direttamente dipendente dalla S. Sede con sede metropolitana a Ernakulam e le suffraganee di Changanacherry, Trichur e Kottayam.

Dal tempo dell'istituzione della gerarchia indigena, nel 1896, la Chiesa ha preso un grande sviluppo presso i m. Il numero dei fedeli salì in 50 anni da 244.310 a 928.881. Secondo i dati statistici più recenti il numero dei fedeli è di 974.109; quello dei sacerdoti 1153; delle chiese e cappelle 589; delle suore 3109. La vita religiosa fiorisce tra i m. Dal 1831 esiste la Congregazione dei terziari carmelitani. Verso il 1925 nella diocesi di Kottayam fu fondata la Congregazione degli Oblati del S. Cuore e contemporaneamente i Lazzaristi iniziarono un proprio ramo orientale. Vi sono sette fiorenti Congregazioni di suore. La formazione del clero, che è ottima, viene data in 1 seminario grande e 4 seminari piccoli. Numerose confraternite promuovono la pietà dei laici ed esistono molte associazioni giovanili per gli studenti e numerose scuole, alcune pure di rango universitario. Cinque riviste mensili servono all'apostolato della stampa. Un segno della vitalità religiosa dei m. è il fatto che ogni anno vengono registrate da 1000 a 1500 conversioni dal paganesimo.

BBL.: E. Tisserant, Syro-Malabare (Eelise), in DThC, XIV, coll. 3089-3162; J. C. Panjikaran, Christianity in Malabar: The St. Thomas Christians of the Syro-Malabar rite (Orientalia Christiana, VI, 23), Roma 1926, pp. 93-136; I. Hausherr, De erroribus Nestorianorum qui in hoc India Orientali versantur, auctore F. Roz S. I. (ibid., XI, 40), ivi 1928, pp. 5-36; K. Worth, Das Schisma der Thomasechristen unter Erzbischof F. Garcia, Limburgo 1937; Placidus a S. Joseph, De fontibus iuris ecclesiastici Syro-malabaressium commentarius historico-canonicus, in S. Congregatio pro Ecclesia Orientali, Codificazione canonica orientale, Fonti, 2ª serie, fasc. VIII, Città del Vaticano 1937; Ambrosius a S. Theresia, Hierarchia Carmelitana sua veries illustrium praesulum ecclesiasticorum ex ordine Carmelitarum discalceaturum. IV. De praesulibus missionis Malabaricae. Pars I: Ecclesia Verapolitana, Roma 1939.

Guglielmo de Vries

IL RITO MALABARESE. - Il rito malabarese non è altro, in origine, che il rito caldeo quale si praticava in Mesopotamia; ma dal sec. XVI in poi subì influissi latini così importanti da poter essere annoverato, oggi, tanto al rito latino, quanto al rito caldeo. Difatti la disposizione interna della Chiesa è conforme al rito latino, specie il santuario e l'altare con le sue tovaglie, tabernacolo, candelabri ecc., ed anche le vesti liturgiche dei ministri sacri; poi, quanto ai testi e rubriche, tutto il Rituale (Sacramenti, sacramentali, benedizioni), tutto il Pontificale (nel quale viene usata la lingua latina per le ordinazioni sacre), e finalmente, almeno per la Messa, tutto l'anno liturgico, che principia con le quattro domeniche dell'Avvento, e tutto il calendario, il quale progressivamente si aggiorna a misura che nuove feste si introducono nella Chiesa latina; cosicché il Messale di Verapoly (1929) è quasi in tutto conforme a quello latino.

D'altra parte è stata conservata come unica lingua liturgica il siriano, sebbene totalmente estranea alla lingua indigena, e poi l'Ufficio divino con le sue preghiere e poesie sirianche, diviso in due libri, uno per le feste, l'altro per le ferie; in esso non si segue il calendario latino, ma i periodi dell'anno ecclesiastico caldeo. Il canto non è né indiano né latino, ma tradizionale di origine mesopotamica. Anche la Messa è quella caldea con l'antichissima anafora degli Apostoli, senonché si usano il pane azione, le Ostie di forma latina, le preghiere latine della vestizione, si recita il Credo immediatamente dopo il Vangelo, le parole della consacrazione sono prese dal canone romano, come anche l'Agnus Dei, il Domine non sum dignus e la formula della Comunione; questa si distribuisce ai fedeli sotto una sola specie. Il rito dei funerali ritiene da una parte moltissimi inni propri del rito caldeo, ma vi si incontra pure la cerimonia latina dell'Absolutio ad tumulum con il canto del Libera me e con l'orazione Fidelium. Quindi non soltanto l'esterno, come la genuflessione ad un ginocchio, è latinizato, ma anche ciò che costituisce intimamente il rito, preghiere, calendario e riti sacramentali.

Le cause storiche che hanno provocato questo stato di fatto rimontano al sec. XVI. Venti anni dopo l'arrivo dei Portoghesi nel Malabar, uno di loro, Alvarez Penteado, nel 1518, scriveva che si dovevano obbligare i Malabaresi a seguire gli usi di Roma. Al terzo Concilio provinciale di Goa (1585) fu deciso di tradurre in siriano i seguenti libri latini: Breviario, Messale, Pontificale e Rituale (cf. Bullarium patronatus Portugalliae..., Appendix, I, Lisbona 1872, p. 75). Nel 1599 il Sinodo di Dlamper decretò di bruciare i libri eretici (anche liturgici), di sopprimere le anafore di Teodoro di Mopsuestia e di Nestorio, di introdurre la formula Mater Dei invece di Mater Christi, di usare il calendario latino, certamente privo della menzione di qualunque santo nestoriano, ecc.

Dei manoscritti liturgici eseguiti prima di quel Sinodo si hanno soltanto quelli conservati nella Biblioteca Vaticana (cf. G. Levi Della Vida, Ricerche sulla formazione del più antico fondo dei manoscritti orientali della Biblioteca Vaticana [Studi e testi, 92], Città del Vaticano 1939, pp. 176-89); in essi si nota già la pressione dei missionari latini; p. es., il cod. Vat. sir. 66 è fondamentalmente

un Pontificale di rito caldeo con l'aggiunta delle anafore degli Apostoli e di Teodoro, ma i 25 primi fogli contengono la traduzione siriana del rito latino delle ordinazioni.

I primi libri liturgici furono stampati dalla S. Congregazione di Propaganda Fide a Roma: la liturgia dei ss. Apostoli (1774), il Messale (1775), il Rituale (1775), di nuovo il Messale (1844) e il Rituale (1845); questi e altri libri sono stati stampati in seguito in parecchie edizioni in diverse tipografie del Malabar.

BIBL.: E. Tisserant, Syro-Malabare (Eglis), Liturgie, in DThC, XIV, coll. 3155-3162; R. H. Connolly, The work of Menezes on the Malabar liturgy, in Journ. of theol. studies, 15 (1913-14), pp. 396-425, 569-93; J. M. Hanssens, Institutiones liturgicae de ritibus orientalibus. De Missa, 2 voll., Roma 1930-32, passim; Placidus a S. Joseph, Ritus et libri liturgici Syro-Malabarici, Thevara 1933; A. Raes, Le récit de l'institution eucharistique dans l'anaphore chaldéenne et malabare des Apôtres, in Or. Christ. periodica, 10 (1944), pp. 216-26. S. può trovare la Messa, corretta da Menezes, in versione latina, presso Antonio de Gouvea, Jornada do Arcebispo de Goa..., Coimbra 1606, ultima aggiunta, senza paginazione, ripresa da J. F. Raulin, Historia ecclesiae Malabaricae..., Roma 1745, pp. 293-333, e da P. Le Brun, Explication littérale... de la Messe, III, Parigi 1843, pp. 390-447; per il testo odierno la versione inglese di D. Attwater, Eastern Catholic Worship, Nuova York 1945, pp. 186-208.

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(fot. Fides) MALACCA, DIOCESI di - Facciata del Collegio gesuita di Penang.
Alfonso Raes
so Antonio de Gouvea, Jornada do Arcebispo de Goa..., Coimbra 1606, ultima aggiunta, senza paginazione, ripresa da J. F. Raulin, Historia ecclesiae Malabaricae..., Roma 1745, pp. 293-333, e da P. Le Brun, Explication littérale... de la Messe, III, Parigi 1843, pp. 390-447; per il testo odierno la versione inglese di D. Attwater, Eastern Catholic Worship, Nuova York 1945, pp. 186-208.

Alfonso Raes

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“MALABARESI.” Enciclopedia Cattolica, vol. VII (1951), p. 1116. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/malabaresi.