IMPOSIZIONE DELLE MANI. - Rito liturgico di ricco simbolismo e di uso frequente nella Chiesa. In greco il termine tecnico per indicarlo è
χειροτονία (dal verbo χειροτονεῖν) che ha sostituito la generica espressione ἐπίθασις τῶν χειρῶν. Il significato originario delle voci χειροτονεῖν, χειροτονία è: « eleggere alzando la mano »; dopo sono state usate come equivalenti di « costituire, stabilire qualcuno in un ufficio »; solo più tardi nel linguaggio ecclesiastico significano sia l'elezione dei sacri ministri, sia l'ordinazione mediante l'i. d. m., sia l'uno e l'altro atto insieme. Analoga evoluzione ideologica s'è verificata per l'altro termine χειροθεσία (dal verbo χειροθεστῆν). Esso però servirà piuttosto ad indicare l'i. d. m. diversa da quella che compie il vescovo nel conferire gli Ordini Sacri.
I. IL RITO E LA SUA ORIGINE
Per quanto l'espressione « i. d. m. » faccia pensare ad una applicazione, ad un contatto materiale e fisico di tutte e due le mani, tuttavia dalla documentazione risulta innanzi tutto che non sempre erano tutte e due le mani ad essere imposte. Gli scrittori latini parlano più spesso di mano al singolare: cf. Tertulliano, De Baptismo, 8: « Dehine manus imponitur »; s. Stefano a s. Cipriano, Epist., 74, 1: « Ut manus imponatur in poenitentiam »; mentre è più comune l'uso del plurale sia nei documenti neo-testamentari (cf. Mt. 19, 13, 15; Mc. 10, 16; Act. 8, 17; 19, 6; Hebr. 6, 2; I Tim. 4, 14; 5, 22; II Tim. 1, 6), sia presso gli scrittori greci. Riguardo poi al contatto fisico, esso è ordinariamente supposto o esplicitamente indicato dai testi sia neo-testamentari che patristici e liturgici. Quindi in Lc. 18, 15 è detto apertamente che i bambini venivano condotti a Gesù « ut eos tangeret »; e negli Statuta Ecclesiae antiqua, in merito alla consacrazione dei vescovi, è prescritto: « Manibus caput eius tangant »: PL 56, 887. Non mancano però dei casi nei quali non si ha questo contatto, riducendosi l'i. d. m. ad una semplice estensione di esse. Tale, ad es., l'imposizione per il rinvio dei catecumeni quale è descritta dalla Peregrinatio Etheriae (ed. C. Geyer [CSEL, 39], p. 72), e che viene fatta dal vescovo con unica estensione delle mani su tutti i presenti.All'i. d. m. si accompagna di solito una preghiera. Essa serve ad indicare il significato particolare che si vuol dare al rito, lo scopo specifico che con esso si intende conseguire. È già menzionata questa preghiera in alcuni testi neo-testamentari, come associata all'i. d. m.: cf. Act. 6, 6; 8, 15-17; 13, 3. Tertulliano, poi, De Baptismo, 8, scrive: « Manus imponitur per benedictionem advocans et invitans Spiritum Sanctum »; s. Cipriano, Epist., 73, 9: « Per nostram orationem ac manus impositionem »; Eusebio, Hist. eccl., I, 13, 18; VII, 11, parla di χειρῶν εὐχαί; e s. Agostino, De Baptismo, 3, 16, 21, definisce senz'altro così l'i. d. m.: « Manus impositio... quid est aliud nisi oratio super hominem ? ». È da questa preghiera, considerata nel suo primitivo significato di formula di benedizione (cf. Mc. 10, 16: « Imponens manus super parvulos, benedicebat eos ») che ha origine l'uso, frequente nell'antichità cristiana, d'indicare l'i. d. m. con il termine « benedictio » come parte per il tutto. E pertanto, riguardo alla S. Ordinazione, s. Leone Magno, Epist., 9, 1, scrive: « A ieiunantibus sacra benedictio conferatur »; e gli Statuta Ecclesiae antiqua prescrivono, per la consacrazione del vescovo: « Uno super eum fundente benedictionem »; per l'ordinazione del sacerdote: « Episcopo benedicente et manus super caput eius tenente »; per il diacono: « Episcopus qui eum benedicti »: PL 56, 887-88.
Circa l'origine del rito dell'i. d. m., recenti studiosi di storia comparata delle religioni, avendone constatato l'uso in vari ambienti religiosi pagani, hanno creduto di ritrovarla nel cerimoniale greco-romano; da questo l'i. d. m. sarebbe passata prima alla religione giudaica e poi a quella cristiana (cf. F. C. Conybeare, Myth, magic and morals. A study of christian origins, Londra
1910, pp. 32-25). Tuttavia dalla riconosciuta universalità di uso dell'i. d. m. presso varie religioni, non è lecito concludere a dei necessari influisti o ad una mutua dipendenza, a meno che ciò non venga storicamente provato. Basta il facile simbolismo del rito a spiegare la diffusione dell'uso: analogamente a quanto si verifica per il rito dell'abluzione che molte religioni usano per significare la purificazione interiore. Scrive, infatti, l'Angelico Dottore, Sum. theol., 3ᵃ, q. 84, a. 4, ad 1: « Cum manus sit organum organorum, ut dicitur 3 De Anima, omnia opera attribuantur manibus ». È pertanto ovvio che l'i. d. m. sia il simbolo spontaneo e perciò comunemente adottato, per indicare o trasmissione di virtù o applicazione di potenza; ed è a questo simbolismo fondamentale che si riconnettono gli usi che l'i. d. m. ha avuto nelle diverse religioni. Tuttavia è storicamente certo che la Chiesa ha derivato il rito dell'i. d. m., arricchendolo di nuovi significati, dal cerimoniale giudaico, attraverso l'uso che Gesù e gli Apostoli ne hanno fatto.
II. L'I. D. M. NEL VECCHIO TESTAMENTO. — Si riscontra usata: a) come rito di benedizione: Gen. 48, 14-20, Giacobbe così benedice Ephraim e Manasse: « Extendens manum dexteram, posuit super caput Ephraim... sinistram autem super caput Manasse »; Lev. 9, 22 è detto di Aronne: « Extendens manus ad populum, benedixit ei... b) Come rito di consacrazione a Dio, o delle persone: Num. 8, 10 è stabilito a riguardo dei leviti: « Cumque levitae fuerint coram Domino, ponent filii Israel manus super eos »; o delle vittime per il sacrificio: Ex. 29, 10-11: « Imponent Aaron et filii eius manus super caput vituli, et mactabis cum in conspectu Domini »; Lev. 16, 20-21, per il sacrificio del capro emissario è prescritto: « Offerat hircum viventem, et posita utraque manu super caput eius, confiteatur omnes iniquitates filiorum Israel »; altri esempi ibid. 1, 4; 3, 2; 4, 4.24. 29.33; 8, 14.18.22; 16, 21; Num. 8, 12; II Par. 29, 23 ecc. Questa i. d. m. sulla vittima, secondo la natura del sacrificio, veniva fatta o dal sommo sacerdote (cf. Lev. 16, 21), o dai sacerdoti semplici (cf. ibid. 4, 4; 8, 14.18.22), o dai leviti (cf. Num. 8, 12), o dai seniori del popolo (cf. Lev. 4, 15), o da tutta l'assemblea presente (cf. II Par. 29, 23) o in genere da colui per cui iniziativa ed utilità determinati sacrifici venivano offerti (cf. Lev. 1, 4: olocausto; ibid. 3, 2.8.13: sacrificio pacifico; ibid. 4, 4. 24.29.33: sacrificio d'espiazione). c) Come rito di investitura o conferimento di potere: Num. 27, 18-20 ordinando Iddio a Mosè di costituire Giosuè quale suo successore, così gli dice: « Tolle Josue... et pone manum tuam super cum »; e difatti Mosè ubbidendo al comando divino così fece: « Impositis capiti Josue manibus... ». È noto poi, che i membri del Sinedrio venivano ordinati con l'i. d. m. (cf. J. Z. Lauterbach, Ordination, in The Jewish encyclopedia, IX, pp. 428-29). d) Come rito di giuramento, viene indicato in Dan. 13, 34, dove è detto che prima di pronunciare le proprie accuse contro Susanna, i due giudici « posuerunt manus suas super caput eius ».
III. L'I. D. M. NEL NUOVO TESTAMENTO. — Durante gli anni della sua vita pubblica Gesù spesse volte impose le mani. Innanzi tutto per guarire gli ammalati: Mc. 6, 5 dice in modo generico che durante la sua permanenza a Nazareth, il Signore « paucos infirmos impositis manibus curavit »; anche in Lc. 4, 40, a proposito dei vari ammalati condotti a Gesù, in occasione della sua visita a Cafarnao, è detto con espressione generica: « At ille singulis manus imponens curabat eos ». Sono poi molti i casi particolari, riferiti dagli Evangelisti, e nei quali Gesù compie la guarigione imponendo le mani: cf. ibid. 13, 13: guarigione di una donna rattrappita; Mt. 8, 3; Mc. 1, 41; Lc. 5, 13: guarigione di un lebbroso; Mc. 5, 23, Giairo, nei riguardi di sua figlia ammalata, così prega Gesù: « Filia mea in extremis est, veni, impone manum super eam ut salva sit »; anche quanti presentano al Signore un sordomuto affinché lo guarisca (ibid. 7, 32) pregano Gesù « ut imponat

illi manum ». Si comprende quindi l'ammirata osservazione degli abitanti di Nazareth, sul potere di guarigione esercitato da Gesù mediante l'i. d. m. e così riferita (ibid. 6, 2): « Unde huic... virtutes tales quae per manus eius efficiantur? ». Infine, lo stesso Gesù preannunzia (ibid. 16, 18) riguardo ai suoi discepoli: « Super aegros manus imponent et bene habebunt ».
Ma anche per benedire Gesù ha usato l'i. d. m.: Mt. 19, 13 dice che vengono presentati al Signore dei fanciulli « ut manus eis imponeret et oraret ». Ed accogliendo tale desiderio, Gesù, come si legge in Mc. 10, 16, stringe al suo seno i piccoli « et imponens manus super illos, benedicebat eos »; secondo Lc. 24, 50 Gesù prima di ascendere al cielo, benedisse gli Apostoli stendendo su di loro le sue mani: « Elevatis manibus suis, benedixit eis ».
Seguendo l'esempio di Gesù, e conforme la promessa da lui fatta, anche gli Apostoli usarono dell'i. d. m. per guarire gli infermi: in Act. 9, 12.17, è narrato che Anania ridiede a Paolo la vista « imponens ei manus »; ibid. 28, 8 si legge che Paolo guarì il padre del governatore di Malta « cum... imposuisset ei manus »; ibid. 5, 12 è detto, in forma generica, che molti prodigi erano fatti tra il popolo « per manus Apostolorum »; ibid. 19, 11 si legge che Dio faceva miracoli straordinari « per manum Pauli ».
Ma è specialmente come rito di benedizione o di consacrazione che l'i. d. m. è usata dagli Apostoli. È imponendo le mani che essi danno lo Spirito Santo ai neo-battezzati; cf. ibid. 8, 17.19: comunicazione dello Spirito Santo ai Samaritani da parte di Pietro e Giovanni; ibid. 19, 7: Paolo dà lo Spirito Santo ai convertiti di Efeso. È imponendo le mani che ordinano i ministri che devono essere loro coadiutori o successori nell'amministrazione o nel governo della nuova Chiesa: cf. ibid. 6, 6: ordinazione dei primi diaconi; ibid. 13, 3: consacrazione di Paolo e Barnaba; I Tim. 4, 14; II Tim. 1, 6: consacrazione di Timoteo a vescovo. Ed è quest'uso dell'i. d. m., fatto sin dall'inizio, dai diversi Apostoli, in diversi luoghi ed in diversi tempi, senza tuttavia alcun'ombra di discussione o di dubbio, che già dimostra a sufficienza come sia stata in dipendenza di una volontà esplicita di Gesù che gli Apostoli nel dare lo Spirito Santo (Confermazione) e nel costituire i ministri per il governo della Chiesa (Ordine) abbiano usato il rito dell'i. d. m.
Sembra inoltre che anche per la riconciliazione dei peccatori (Penitenza) gli Apostoli abbiano imposto le
mani. Si fonda tale sentenza sulle parole di s. Paolo in I Tim. 5, 22: «Manus cito nemini imposueris, neque communicaveris peccatis alienis»: parole che vengono riferite non già all'Ordinazione dei sacri ministri, avendo l'Apostolo parlato di essi al cap. 3, bensì alla riconciliazione dei peccatori, dei quali tratta per gran parte il cap. 5, in relazione al modo che deve usare Timoteo nella repressione dei diversi disordini o abusi verificatisi nella Chiesa. Si ritiene, in fine, con buon fondamento, che per l'Estrema Unzione, secondo il testo di Iac. 5,
14, gli Apostoli usassero con l'unzione l'i. d. m. E l'ipotesi è confermata dal fatto che Origene, In Lev., hom. 2, 4, al posto di «orent super eum» del testo di s. Giacomo, legge «imponant ei manum».
IV. L'I. D. M. NELLA LITURGIA ANTICA. - Trasmessa da Cristo agli Apostoli, e da questi di frequente usata, l'i. d. m. riveste particolare importanza nella liturgia antica, nella quale compie un ufficio di primissimo ordine. Essa infatti è adibita quale gesto frequente di benedizione, per cui, come s'è detto, il termine «benedi-
zione» è nell'antichità spesse volte sinonimo di i. d. m. Essa, inoltre, viene usata per gli esorcismi: e quindi Origene, In librum Iesu Nave, hom. 24, 1, parla di «exorcistarum invocationes, orationes, ieiunia... et exorcistarum manus impositione vehementius imposita super immundos spiritus». Ma è specialmente con l'uso che si faceva dell'i. d. m. nell'amministrazione di tutti i Sacramenti che se ne manifesta l'importanza, sì da esser considerata, nell'antichità cristiana, come il gesto liturgico per eccellenza.
Difatti, riguardo al Battesimo, era con l'i. d. m. che innanzi tutto si aveva l'ammissione al catecumenato: «Imposita universis manu, catechumenos fecit», scrive, di s. Martino, Sulpicio Severo, Dial., 2, 4. Era con l'i. d. m. che si congedavano i catecumenici al termine della prima parte della Messa: cf. Canones Hippolyti, can. 99: «Doctor imponat catechumenis manum antequam illos denuttat». Durante i giorni di immediata preparazione al Battesimo, frequenti erano le i. d. m.: «Manus impositione crebra examinati», dicono in proposito gli Statuta Ecclesiae antiqua, can. 23. Infine era nell'atto stesso della amministrazione del Battesimo che veniva rinnovata l'i. d. m.; si rileva ciò dalla Traditio Apostolica di Ippolito (ed. R. Connolly, The so-called Egyptian Church Order and derived documents, Cambridge 1916, p. 185) nella quale è detto che per ciascuna delle interrogazioni sulla fede nelle singole Persone della Trinità e durante la triplice immersione il sacerdote «manum suam capiti baptizando imponat...; manum habens in caput eius impositam baptizet semel...».
La Confermazione, continuando l'uso degli Apostoli, veniva conferita con l'i. d. m. Scrive quindi Tertulliano, De Baptismo, 8, che dopo il Battesimo «manus imponitur per benedictionem invocans et invitans Spiritum Sanctum»; e De resurrectione carnis, 8: «Cero manus impositione adumbratur ut et anima Spiritu illuminetur».
All'i. d. m. fu ben presto aggiunta una unzione: ma, in un primo tempo, solo al fine di rendere più evidente e più sensibile l'effetto di comunicazione dello Spirito Santo, proprio della Confermazione, dato il notissimo simbolismo biblico dell'olio e dell'unzione per indicare la Persona e l'azione dello Spirito Santo, già rilevato da s. Agostino, Contra Maximum Arianum, 2, 16, 3: «Spiritum Sanctum Scriptura, nomine olei exultationis, figurata ut solet locutione, significat».
L'i. d. m. nella celebrazione dell'Eucaristia è atte-
stata dalla Traditio Apostolica di Ippolito (ed. cit., p. 176) e dagli scritti che fanno capo ad essa. In tale opera, infatti, a proposito del vescovo che viene consacrato è detto che egli deve recitare la preghiera eucaristica «imponens manum in oblationem...».
Nella Penitenza l'i. d. m. era il rito che soleva accompagnare l'assoluzione dei penitenti. Nella corrispondenza di s. Cipriano, frequente è la menzione di questo rito, in occasione della controversia sulla riconciliazione dei Iapsi: Epist., 16, 2: «Cum in minoribus peccatis ingant peccatores poenitentiam iusto tempore... et per manus

IMPOSIZIONE DELLE MANI - I. d. m. nell'ordinazione dei sacerdoti. Ministura del pontificale di Arles (seconda metà del sec. XIV) - Parigi, Biblioteca nazionale, ma. lat. 9479, f. 38v.
impositionem... ius communicationis accipiant, nunc... ad communionem admittantur... nondum manu eis ab episcopo et clero imposita»; Epist., 17, 2: «Nec ad communionem venire quis possit nisi prius illi ab episcopo et clero manus fuerit imposita»; cf. Epist., 15, 1; Epist., 18, 1; Epist., 19, 2, ecc. S. Girolamo, Adv. Luciferianos, 5, così descrive il ministero di riconciliazione del sacerdote: «Sacerdes imponit manum subiecto... atque ita eum... altario reconciliat». Inoltre, per quanti erano assoggettati alla penitenza pubblica, l'i. d. m. era il gesto con il quale essi venivano congedati, dopo aver partecipato alla parte, loro concessa, della liturgia eucaristica: cf. s. Agostino, Sermo 232, 7, 8: «Abundant hic poenitentes: quando illis imponitur manus, fit ordo longissimus». Anche per la particolare riconciliazione degli eretici, il papa s. Stefano, Epist. Cypr., 74, 1, al sec. III, presenta, come rito tradizionale, l'i. d. m.: «Si qui a quacumque haeresi venient ad vos, nihil innovetur nisi quod traditum est, ut manus illis imponatur in poenitentiam».
Per l'uso dell'i. d. m. nell'Estrema Unzione, è stata già riferita la testimonianza di Origene. Altra testimonianza si può trovare nel duplice termine «benedicere et tangere chrismate» che a proposito di questo Sacramento ricorre nella lettera di s. Innocenzo I a Decenzio, vescovo di Gubbio (Denz-U, 99); sembra infatti, secondo quanto è stato detto, che il termine «benedicere» debba ivi intendersi come sinonimo di «manum imponere».
Riguardo al sacramento dell'Ordine è notissimo come l'i. d. m. sia stata, nell'antichità cristiana, il rito di Ordinazione per i vescovi, i presbiteri ed i diaconi. Fu solo nell'alto medioevo che al fine di esprimere più chiaramente il potere conferito dai singoli Ordini, la Chiesa aggiunse a tale rito la cosiddetta tradizione degli strumenti, e cioè la consegna di quegli oggetti che dovevano servire al neo-ordinato per l'uso della potestà ricevuta nell'Ordinazione.
Nel Matrimonio, pur non avendosi delle testimonianze formali per l'uso dell'i. d. m., molti autori propendono ad ammetterla, per la notata equivalenza dei termini « benedictio » e « impositio manus ». Nella celebrazione del Matrimonio, infatti, secondo Tertulliano, Ad uxorem, 2, 9, occorreva tale « benedictio », scrivendo egli: « Unde sufficiamus ad enarrandam felicitatem eius Matrimonii, quod Ecclesia conciliat, et confirmat oblatio, et obsignat benedictio? ». Ed è confermata tale equivalenza dei due termini, per il Matrimonio, dal fatto che gli Statuta Ecclesiae antiqua (PL 56, 887-89) usano la parola « benedicere » non solo per il rituale delle sacre Ordinazioni, che certamente esigono l'i. d. m., ma anche per il Matrimonio; mentre invece per gli Ordini minori, per i quali l'i. d. m. non è usata, tale parola non occorre.
V. L'I. D. M. NELLA LITURGIA MODERNA. — L'evoluzione, attraverso i secoli, dei riti liturgici ha sembrato aminuire l'antica importanza dell'i. d. m. Questa, infatti, in alcuni riti è ora scomparsa del tutto; in altri è resa meno evidente per il sopravvenire di nuove cerimonie. In realtà l'i. d. m. è tuttora in uso, oltre che in alcune benedizioni (cf. Pontificale Romanum, Benedictio Abbatis), anche in qualche esorcismo; la formula però che usa il vescovo nell'ordinare gli esorcisti: « Habete potestatem imponendi manus super energumenos » è piuttosto un ricordo dell'antico Rituale per compiere gli esorcismi.
Riguardo ai Sacramenti, per il Battesimo, il Rituale Romano conserva l'i. d. m. nei riti preparatori; occorre due volte nell'ordo per il Battesimo dei bambini (cf. Ordo Baptismi parvulorum, nn. 5, 9), mentre per gli adulti è adibita anche negli esorcismi che precedono l'amministrazione del Sacramento (cf. Ordo Baptismi adultorum, nn. 17, 19, 21).
Nella Confermazione, oltre ad una prima imposizione o estensione delle mani che si ha all'inizio del rito, ve ne è una seconda che si compie assieme all'unzione della fronte, secondo quanto è prescritto nella nuova edizione del Rituale Romano, Appendix, De Confirmatione: « Imposita manu dextera super caput confirmandi, producit pollice signum Crucis in fronte ».
Nell'odierna celebrazione dell'Eucaristia si ha una i. d. m. prima della Consacrazione alla preghiera « Hunc igitur oblationem », che il sacerdote, secondo la rubrica, deve recitare « tenens manus expansas super oblata ». Essa richiama in qualche modo l'antica i. d. m. in uso nella consacrazione dell'Eucaristia.
L'i. d. m. dell'antica liturgia per l'amministrazione della Penitenza è ricordata nella prescrizione del Rituale, Absolutionis forma communis, n. 2, che il sacerdote deve tenere la mano destra alzata: « Dextera versus paenitentem elevata », mentre recita la preghiera « Indulgentiam, absolutionem ecc. ».
Nell'amministrazione dell'Estrema Unzione, l'antico gesto dell'i. d. m. nel Rituale Romano, Ordo ministrandi sacramentum E. U., n. 7, è solo ricordato nella preghiera che precede l'unzione dell'infermo, nella quale è detto: « Extinguatur in te omnis virtus diaboli per impositionem manuum nostrarum ».
L'i. d. m. è tuttora in uso nell'ordinazione dei diaconi, dei presbiteri e dei vescovi, pur associandosi ad essa diversi altri riti, tra i quali riveste maggiore importanza, storica e dottrinale, quello della « tradizione degli strumenti ».
Nel rituale della celebrazione del Matrimonio, non si riscontra ormai alcuna i. d. m.
VI. DISCUSSIONE DOTTRINALE
Si ammette comunemente dai teologi che l'i. d. m., pur essendo di antichissimo uso nell'amministrazione dei Sacramenti, non ha mai però costituito elemento essenziale del loro rito, fatta eccezione per la Confermazione e l'Ordine. Qualcuno ha voluto estendere tale eccezione anche alla Penitenza, quasiché, in questo Sacramento, nell'antichità l'i. d. m. sia stata parte essenziale del rito. Ciò però facilmente si nega, siaper l'argomento storico che mostra come talora la Chiesa antica riconciliava i peccatori senza il rito liturgico dell'i. d. m.; sia per l'argomento teologico, fondato sulla natura giudiziale del sacramento della Penitenza, che non richiede tale rito liturgico.
Riguardo ai sacramenti della Confermazione e dell'Ordine, si discute tuttavia se l'i. d. m., che si riscontra nella loro amministrazione, abbia conservato o meno, attraverso i secoli e fino ad oggi, quel carattere di elemento essenziale del rito che aveva all'epoca apostolica e nei primi tempi della Chiesa: quando, assieme alla formula di preghiera concomitante, essa costituiva tutta la materialità del rito sacramentale. È da molti secoli che la questione appassiona vivamente gli studiosi. Poiché, infatti, al sec. III, all'i. d. m. della Confermazione venne aggiunta una unzione di olio; e nei secc. IX-XI, all'i. d. m. dell'Ordine una « tradizione di strumenti », si discute se questi nuovi riti abbiano, per volontà della Chiesa, o prevalso così da rivendicare per sé il ruolo di unico elemento essenziale del segno sacramentale, o condiviso tale ruolo con la permanente i. d. m., o si sia trattato invece di semplici riti accidentali. La discussione si allarga a motivo delle controverse sentenze teologiche che essa richiama, sia sul modo della determinazione dei riti sacramentali da parte di Cristo, sia sulla potestà della Chiesa in tali riti.
Rimandando per un ampio svolgimento della controversia alle voci ORDINE; SACRAMENTI, qui basterà notare che, per quanto riguarda l'Ordine, dopo la costit. Sacramentum Ordinis di Pio XII, in data 30 nov. 1947, bisogna ritenere che l'i. d. m., prescindendo dalla questione storica sul precedente valore della « tradizione degli strumenti », è ormai l'unico elemento essenziale che, assieme alla prescritta formula di preghiera, costituisce tutto il rito dell'Ordinazione. Per la Confermazione, l'i. d. m. rimane tuttora, come prima, elemento essenziale del rito sacramentale, assieme però alla sopraggiunta unzione del crisma. Tale i. d. m., tuttavia, s'intende non già quella che occorre al principio della funzione liturgica per l'amministrazione della Confermazione, non essendo essa richiesta per la validità del Sacramento, quanto invece quella che è associata all'unzione del crisma, secondo l'antico insegnamento della Chiesa, rinnovato nell'odierna prescrizione del CIC, can. 781 § 2, per cui nell'amministrazione della Confermazione « unctio ne fiat aliquo instrumento, sed ipsa ministri manu capiti confirmandi rite imposita ».
VII. L'I. D. M. NELL'ICONOGRAFIA ANTICA CRISTIANA. — Nelle opere teologiche o liturgiche sull'i. d. m., tenendo conto delle varie destinazioni del gesto, si è arrivati a distinguere cinque riti diversi: di benedizione, di guarigione, di ordinazione, di Cresima e di riconciliazione. Seguendo in parte una sua propria strada, servendosi cioè del gesto come segno figurato di concetti particolari, l'arte cristiana antica l'utilizza come rito di benedizione, di guarigione, di collazione di grazie soprannaturali, dello Spirito Santo e di riconciliazione.
Per ciò l'i. d. m. subentra nella storica rappresentazione delle benedizioni patriarcali, dalle quali riceve appunto il suo preciso e fondamentale significato di benedizione, e nelle scene delle varie guarigioni operate da
Cristo (paralitici, storpio, ciechi, emorroissa; Wilpert, Sarcofagi, tav. 212, 2). Non è mai adoperata, invece, a favore degli ossessi, i quali sono liberati con il semplice gesto di parola o di ordine. L'i. d. m. si ritrova nelle scene della creazione dell'uomo elevato alla vita soprannaturale, in varie rappresentazioni a significato eucaristico (ristoro delle folle nel deserto, benedizioni dei pani e dei pesci - soli oggetti toccati dalla mano di Cristo! - Abacuc con il cibo per Daniele; id., ibid., tavv. 113, 1; 115, 2; 212, 2) o allusive all'immortalità. Come rito dello Spirito Santo s'incontra nelle scene del Battesimo, ove va considerata come rito post-battesimale. Come rito giudiziario o di assoluzione è illustrata chiaramente dalle scene di Susanna falsamente accusata (Wilpert, Pitture, tav. 14, 2), ovvero, con significato contrario, dei fedeli innanzi al tribunale divino, dopo la morte. Nelle rappresentazioni dei miracoli di Cristo, l'i. d. m., oltre che nel gesto della parola, ebbe un suo riscontro nell'uso della verga taumaturga; quest'ultima però non si adopera mai in favore di esseri viventi.