INNOCENTI, STRAGE DEI SANTI. -
I. SACRA SCRITTURA
Dopo la fuga in Egitto, Mt. 2, 16-18 descrive la vendetta di Erode Magno che avverava una profezia di Ier. 31, 15. «Erode, vedendosi deluso dai Magi», i quali, docili alla voce dell'angelo, erano ritornati ai loro paesi per un'altra via, «montò in gran furore» per la beffa subita e per il timore di agitazioni in favore del nuovo re dei Giudei e mandò a trucidare tutti i bambini che erano in Betlemme, dai due anni in giù, secondo il tempo che aveva attentamente indagato dai magi» (Mt. 2, 16). Si era infatti «informato diligentemente da loro circa il tempo dell'apparizione della stella» (ibid. 2, 7). Dalle sue diligenti ricerche Erode aveva concluso che il Bambino non aveva ancora superato i due anni. A quanto pare, però, supponeva che avesse raggiunto almeno l'anno, altrimenti non si vede perché, per quanto crudele, avesse esteso la strage a tutti i bambini al di sotto del biennio (v. Testamento*).Il numero dei bambini massacrati non si può stabilire con precisione. Non ha evidentemente valore in proposito il numero simbolico di 144.000 dato da Apoc. 14, 1, che allude all'esercito degli asceti cristiani. Tuttavia questo brano, che si legge nelle liturgie ambrosiana, romana, bizantina, etiopica, nella festa dei ss. I., ha indotto alcuni antichi e qualche attardato predicatore moderno ad esagerare fino a quella cifra il numero degli I.
Più fondati sono i calcoli sulle statistiche demografiche. Anche qui però le oscillazioni sono notevoli, sia perché non si conosce il numero degli abitanti di Betlemme e dei dintorni al tempo di Cristo, sia perché si ignora l'indice della natalità e della mortalità infantile.
U. Holzmeister sostiene che Betlemme contava allora ca. 3000 ab., che ogni anno vi nascevano ca. 120 bambini (40 per mille, dei quali metà maschi). Supponendo che dei 120 maschi nati in due anni ne moriva un terzo, i superstiti sarebbero stati 80. Allargando i calcoli ai dintorni e concedendo anche una mortalità di 2/5 dei nati in un biennio, conclude che il numero delle vittime di Erode fu tra i 65 e gli 80. Altri commentatori, che riducono gli abitanti di Betlemme a un migliaio, la natalità al 30 per mille, la mortalità a metà dei nati, danno cifre assai più basse. Alcuni si limitano a 10-12 uccisi (A. Bisping, P. Schegg), altri a 12-15 (P. Schanz, J. Knabenbauer), molti stanno per la ventina (Pöltzl-Innitzer, A. E.
Mader, M.-J. Lagrange, M. Sales, H. Simón-G. Dorado, V. HERMON). G. Ricciotti pensa tra i 20 e i 25; altri tra i 20 e i 40 (A. Durand, P. Dausch, Th. Zahn, ecc.).
Il primo Vangelo prosegue: «Allora si adempì la parola del profeta Geremia che dice: Una voce si udì in Rama, pianto e lamento grande, Rachele piangente i suoi figli, né volle consolarsene, poiché non sono più» (Mt. 2, 17-18; cf. Ier. 31, 15). Nel senso letterale traslato, usando della figura retorica detta prosopopea, Rachele (v.) una della grandi madri

(da Wilpert, Sarcofagi, tav. 29, 2)
La storicità di questo episodio è posta in dubbio da D. Strauss e da parecchi acattolici Flavio Giuseppe (v.) non ne parla. Ma Flavio Giuseppe cita molti altri episodi della crudeltà di Erode. Poteva ben lasciar passare sotto silenzio la strage di pochi bambini di Betlemme, tanto più che, per principio, procurava di evitare tutto quanto riguardasse Gesù e il cristianesimo.
Pietro de Ambrogg
II. ARCHEOLOGIA
La rappresentazione della s. degli I. è rara nell'arte cristiana primitiva. Nel campo della scultura in bassorilievo la scena si trova sul coperchio di un sarcofago della cripta di St-Maxi-
(per cortesia del prof. E. Josi)
In tutte queste rappresentazioni la scena ubbidisce a norme compositive ben determinate, pur nella diversità di tecnica e di rendimento dei particolari. Caratteristico è il gesto del carnefice, che, afferrata la piccola vittima per una gamba, la fa ruotare in aria e la sbatte poi in terra. Presenzia l'esecuzione un personaggio in trono, quasi certamente Erode; le madri assistono in preda alla disperazione. Più complessa, ma basata sugli stessi schemi, è la figurazione nell'Evangeliario di Rabbùlà e nel Codice purpureo di Monaco. Nobile ed ispirata è la scena facente parte della decorazione musiva del sec. V nell'arco trionfale della basilica di S. Maria Maggiore in Roma, scena in cui le madri di Betlemme con i loro bambini in braccio compaiono davanti al tribunale di Erode; il gruppo è artisticamente notevole per la ricerca prospettica. Una menzione particolare merita un affresco della chiesa sotterranea di Deir Abù Hannis, nei pressi dell'antica Antinoe (Medio Egitto) che mostra vari momenti del massacro e gli episodi ad esso relativi. La datazione delle pitture della chiesa, tutte dello stesso stile e della stessa epoca, oscilla dal sec. V al VI.
III. ARTE
Nel sec. X la s. degli I. appare come rappresentazione di efferati episodi di crudeltà nel Codicedi Egberto (Künste, V. BIBLICA., I, p. 374) ed in altri codici della stessa età. Nel sec. XI la scena acquista notevole diffusione nell'arte italiana. La si vede nelle pitture di S. Urbano alla Caffarella, in quelle di S. Angelo in Formis, presso Capua, e nelle altre di Ferentillo, e, sempre durante l'età romanica, nel paliotto eburneo della cattedrale di Salerno. Ma verso la fine del sec. XII, Bonanno Pisano conferisce al racconto nella porta bronzea detta di S. Ranieri nel duomo di Pisa una notevole vivacità decorativa con ritmi gracili, quasi vegetali, che risentono in parte di influssi bizantini e teutonici. L'evoluzione successiva della composizione animata di uno spirito gotico è documentata dal rilievo, con ca. sessanta figure, dai forti motivi drammatici, che adorna il pulpito del duomo di Siena, scolpito intorno al 1268 da Nicola Pisano e dai suoi collaboratori. E, agli inizi del Trecento, due grandi pittori, di ben diversa indole, fissano all'iconografia della s. degli i. schemi figurativi d'innegabile prestigio: Duccio di Boninsegna nella famosa Maestà (Museo dell'Opera del Duomo, a Siena), e il fiorentino Giotto nel ciclo murale della Cappella degli Scrovegni a Padova. Sempre in quel secolo, meritano menzione il fine rilievo sul terzo pilastro della facciata del Duomo, a Orvieto, dovuto ad un collaboratore di Lorenzo Maitani, e l'affresco di Spinello Aretino in S. Maria Maggiore, a Firenze. Dagli inizi del Quattrocento in poi, sembra che gli scultori abbandonino la rappresentazione di questo episodio, mentre essa continua ad interessare i coloristi senesi, narratori per eccellenza, come Andrea di Bartolo, Benvenuto di Giovanni, Matteo di Giovanni, Andrea di Niccolò; ed anche Antonio da Viterbo, detto il Pastura; superiore a tutti costoro, il ferrarese Ercole de' Roberti che nella Madonna in trono della Pinacoteca
di Brera (1480) tratta l'episodio sotto forma di finto bassorilievo. Qualche anno dopo il Ghirlandaio compone la scena con forme esagitate, ma retoriche, nel coro di S. Maria Novella, a Firenze. Giunto al suo massimo rigoglio, il Rinascimento classicheggiante si vale di questo soggetto più che altro per esibire venuste anatomie. Si vede così l'incisore bolognese Marcantonio Raimondi comporre, su disegno di Raffaello, un'armoniosa quanto accademica azione teatrale, con i sicari completamente ignudi e i bimbi massicci, quasi di marmo. Qualche fer-

rarese cinquecentesco si esprime invece sfoggiando fulgide tonalità: così Benvenuto Tisi da Garofalo nella scena della Pinacoteca di Ferrara, e Ludovico Mazzolino nei quadretti degli Uffizi, del Museo dell'Aja e soprattutto nella composizione bizzarra della Galleria Doria, a Roma, dove le figure lucide e tondeggianti hanno un sentore di fiaba orientale. Nella scuola veneta del Cinquecento si ricordano le opere dei veronesi Giovanni Francesco Caroto (Museo di Bergamo e Galleria degli Uffizi), Bonifazio dei Pitati (Accademia di Venezia), e Paolo Farinati (coro di S. Maria in Organo, a Verona); ma doveva essere il geniale Tintoretto ad infondere un inedito soffio tempestoso nella tradizionale carneficina con la tela gigantesca della Scuola di S. Rocco, a Venezia. Durante il periodo barocco la composizione appare di rado, tuttavia Guido Reni nel decoroso quadro della Pinacoteca di Bologna raggiunse sincera eloquenza nel personaggio, in primo piano, della madre inginocchiata, con gli occhi e le labbra imploranti la grazia divina. E una maggiore ampiezza di concezione e libertà di movenze stilistiche conseguiva, più tardi, l'altro bolognese Giuseppe Maria Crespi, detto lo Spagnolo, con la tela della Galleria degli Uffizi, dove l'elemento più fantasioso è costituito dal volo degli angioletti su per l'aria fosca, cioè le anime dei piccoli martiri, ascendenti al Cielo. - Vedi tavv. I-II.