ITINERARI - Tabula Pentingersiana. Segmento VI: Norico, Italia centrale con Roma, Africa - Vienna, Biblioteca nazionale, cod. 324 (sec. XII-XIII).
La i. dei Sacramenti non necessari alla salvezza, ossia del Matrimonio e dell'Estrema Unzione dell'infermo, non privo dei sensi e che abbia già ricevuto gli altri Sacramenti, viene decisa secondo la natura del dubbio, l'utilità dei fedeli e l'incomodo del ministro.
I Sacramenti debbono ripetersi in un modo assoluto, quando si è certi della loro invalidità. Nel dubbio invece bisogna apporre la condizione, per salvare, per quanto è possibile, la riverenza dovuta al Sacramento. Se infatti la condizione si verifica, il Sacramento è validamente conferito: se non si verifica, nonostante l'applicazione della materia e forma, non si ha il Sacramento. La condizione deve essere espressa oralmente solo quando è così prescritta dalla rubrica, come per il Battesimo e l'Estrema Unzione. Negli altri casi basta concepirla mentalmente.
II. LA CONTROVERSIA SULLA
I. DEL BATTESIMO DEGLI ERETICI
Agli eretici, battezzati nella Chiesa cattolica, quando si convertivano, erano imposte le mani in segno di penitenza, perché ricevessero lo Spirito Santo. Verso la metà del sec. III si agitò la questione se i battezzati nelle sette eretiche, convertendosi, dovessero essere ribattezzati. La questione fu risolta all'inizio praticamente. A Roma, in Egitto e in Palestina si riteneva valido il Battesimo degli eretici, purché conferito nella debita forma. Nell'Africa proconsolare invece, confondendo la liceità con la validità, si esigeva la i. del Battesimo. L'errore si collega a Tertulliano che richiedeva al valore del Sacramento la retta fede del ministro. Dai principi: nemo dat quod non habet, extra Ecclesiam nulla salus, concludeva che il Battesimo è unico e si trova solo nella vera Chiesa. Gli eretici convertiti debbono perciò essere ribattezzati (De Bapt., cap. 15: PL 1, 1216). Un Concilio cartaginese, sotto Agrippino, sancì tale prassi, che si diffuse in Africa e, poco dopo, nell'Asia Minore con i Concili di Iconio e di Sinnada. La divergenza di usi sfociò in un conflitto, per l'intervento di s. Cipriano, che cercò di estendere la prassi di ribattezzare gli eretici. Nel De unitate Ecclesiae considera il Battesimo degli eretici non una abluzione, ma una sozzura, che genera figli al demonio(cap. 11: PL 4, 524). All'inizio del 255, un certo Magnus gli chiede se debbano ribattezzarsi i novaziani convertiti. Cipriano risponde affermativamente con l'argomento di Tertulliano (Epist. LXIX: PL 3, 1138). Gli giunge intanto una interrogazione di diciotto vescovi della Numidia. Cipriano, raccolto in un Sinodo il voto di trentuno vescovi dell'Africa proconsolare, risponde ribadendo la sua opinione, confermata dalla consuetudine degli antecessori (Epist. LXX, 1: PL 3, 1038).
Mentre la Numidia conveniva con Cartagine, la Mauritania, situata ad occidente dell'Africa e in contatto con Roma, seguiva la prassi contraria. Il vescovo Quinto scrisse a Cipriano, riprovando la i. del Battesimo in nome dell'antica tradizione. Si delineava imminente il conflitto tra l'uso cartaginese e quello romano. Cipriano lo presenti. Inviò a Quinto, insieme alla sinodale precedente, un'altra lettera, nella quale insisteva sull'essenza del vero Battesimo tra gli eretici; né la consuetudine poteva prescrivere contro la verità. Lo stesso Pietro si era arreso alle ragioni di Paolo (Epist. LXXI, 2: PL 3, 1106). Nel Sinodo del 256, settantuno vescovi dell'Africa proconsolare e della Numidia di nuovo dichiararono invalido il Battesimo degli eretici. Cipriano stese la lettera sinodale, che inviò al papa Stefano. Questi però non approvò la decisione del Concilio africano e impose di conformarsi all'uso romano, con la minaccia della scomunica. Dopo la questione dei lapsi e dei novaziani, per la terza volta ora, il Papa si trovava di fronte lo zelante vescovo di Cartagine, più disposto a dare lezioni che ad accettarne. Per tale motivo, oltre che per quello dottrinale, Stefano fu intransigente. Cipriano tuttavia nell'autunno dello stesso anno convocò un altro Concilio. Ottantasette vescovi rinnovarono la decisione dei sinodi precedenti. Gli atti conciliari furono inviati a Roma, ma il Papa non volle ricevere i legati e proibì al clero di comunicare con loro.
La scomunica, minacciata, di fatto non fu comminata e lo scisma fu evitato. A Stefano successe Sisto II, che riprese le relazioni con Cipriano, senza abbandonare la prassi romana, della quale non credette necessario imporre la rigida accettazione. Così le Chiese d'Africa e d'Asia continuarono per un certo tempo nel loro uso. Il protestantesimo a torto vede nella controversia un argomento contro la tradizione, come regola di fede, e
contro l'autorità e l'infallibilità pontificia. Cipriano ed i suoi seguaci errarono nella questione di fatto, non in quella di diritto. Riconoscevano infatti il valore di una tradizione apostolica e l'infallibilità pontificia, ma in questa controversia giudicavano la consuetudine, opposta da Stefano, erronea, benché più antica, perché puramente umana. La questione riguardava sia il campo dogmatico sia quello disciplinare. Il tenore delle parole di Cipriano, che lascia liberi i vescovi, senza voler spezzare l'unità con chi non condivide il suo parere, fa supporre che trattasse la questione da un punto di vista disciplinare. I suoi argomenti però indicano che egli vedeva nella controversia qualcosa di più di una semplice questione disciplinare. È certo che Cipriano non imposto la questione sul terreno esclusivo della fede. La questione era nuova e difficile, poiché molti punti della dottrina sacramentaria erano ancora oscuri. Fece luce in merito s. Agostino, quando l'errore, sotto nuova forma, fu ripreso dai donatisti (v. DONATISMO), che richiedevano al valore del Sacramento la fede e lo stato di Grazia del ministro. S. Agostino distinse tra il Sacramento valido, che può essere anche fuori della Chiesa, e il Sacramento fruttuoso, che si trova solo nella Chiesa. Per una simile questione in rapporto al Sacramento dell'Ordine, V. RIORDINAZIONE.