DONATISMO. - Scisma africano che Donato (v.). Tale scisma, che per 350 anni, dalla fine della persecuzione diocleziana alla conquista musulmana, ma con particolare intenzione si fa il 313 e l'invasione vandala, afflisse la Chiesa d'Africa, fu originato da dissensi circa la condotta tenuta dal clero durante la persecuzione; e le indagini recenti tendono a ridare la dovuta importanza all'elezione religiosa e ai motivi dottrinali, pur senza disconoscere le cause d'ordine economico-sociale e anche etnico-politico, che scrittori moderni, dal Thümmel e dal Martroye (v. BIBLICA) in poi (e ancora F. Oertel, in Cambridge Ancient History, XII, Cambridge 1939, p. 280) hanno posto in luce. Nel corso di questa crisi, infatti, la Chiesa africana fu tratta ad abbandonare certe posizioni e vedute sue particolari, per accettare la dottrina e la prassi di Roma; e punti d'importanza tutt'altro che lieve (quali, ad es., l'efficacia per sé, ex opere operato, dei Sacramenti, la stessa concezione della Chiesa, la distinzione tra eresia e scisma, i rapporti tra la Chiesa e l'autorità temporale e la posizione giuridica dei non ortodossi nello Stato cristiano [V. CARATTERE SACRAMENTALE; CHIESA; ERESIA; SACRAMENTO; SCISMA]), anche se non si presentarono per la prima volta né soltanto allora, vennero discussi, approfonditi e chiariti da teologi quali s. Ottato o il grande Agostino, nella disputa con i dissidenti, ch'ebbero pure controversi di qualche valore: uno dei quali, Ticonio, avviato ad ammissioni e riflessioni che non rimasero senza influenza sullo stesso s. Agostino.
Durante la persecuzione, tra la colpevole debolezza di alcuni e lo zelo quasi fanatico di altri, il vescovo di Cartagine e primate dell'Africa, Mensurio, aveva, con altri, dato esempio di abile, forse troppo abile, avvedute, consegnando, invece delle Scritture, libri eretici. Cessata la persecuzione ad opera di Massenzio, Mensurio, che condannava gli eccessi di zelo, fu a sua volta criticato dai rigoristi e specialmente dai vescovi numidi, alla testa dei quali era Secondo di Tigisi. Intanto, essendosi rifiutato di consegnare alle autorità il diacono Felice, che aveva offeso Massenzio, Mensurio venne chiamato a Roma, e prima di partire affidò ad alcuni fedeli ori e argenti. Nel viaggio di ritorno, morì (311). A Cartagine si decise di non attendere i vescovi numidi per la consacrazione del nuovo elettore. Ma, contro le aspettative dei due aspiranti Botro e Celestio, riuscì Ceciliano, il quale fu consacrato da Felice d'Abungi. Allora i due delusi, una vedova prepotente e ambiziosa, Lucilla, già irritata con Ceciliano, e i consegnatari dei tesori, si unirono: chiamarono i Numidi che in 70, sotto Secondo di Tigisi, considerarono nulla la consacrazione di Ceciliano (pur dichiaratosi disposto ad accettare una valida, qualora risultasse certa la nullità della prima) in quanto compiuta da Felice, un traditore; e accusarono di traditio («consegna di libri e oggetti sacri ai persecutori») anche Mensurio e lo stesso Ceciliano, suo diacono. Quindi elessero il candidato grado a Lucilla, Maggiorino (312).
Pertanto, dopo la sua vittoria su Massenzio, Costantino, desideroso d'ingraziarsi anche in Africa i cristiani, si trovò di fronte allo scisma. È incerta la data di una sua lettera (in Eusebio, Hist. ecc., X, 6, 1-3) con cui rivolgendosi a Ceciliano lo incarica di distribuire i sussidi concessi alle Chiese dell'Africa e lo assicura dell'appoggio delle autorità riguardo ai dissidenti. Dal canto loro questi si risolsero al proconsolo Anulino (113), pregando per suo mezzo l'imperatore di dirimere la controversia, nominando giudici della Gallia, paese che non aveva conosciuta la persecuzione. Costantino designò i vescovi Materno di Colonia, Reticio di Autun e Manno di Arles, perché, in unione con il papa Miluzade, ascoltassero le due parti; il Papa convocò altri 15 vescovi italiani e il Concilio, riunito il 2 ott. 313 nella casa di Fausta al Laterano, decise in favore di Ceciliano. Donato (sulla questione della persona, V. DONATO), ora capo ardito e intraprendente del partito scismatico, obiettò che il giudizio era stato frettoloso: non s'era investigata la condotta di Felice d'Abungi. Si ebbero pertanto in breve volger di tempo (la successione precisa degli avvenimenti è incerta, per lo stato delle fonti) l'inchiesta intorno a Felice, assolto da ogni accusa calunniosa, e il Sinodo di Arles del 19 ag. 314, il quale confermò la sentenza favorevole a Ceciliano e stabilì, tra l'altro, che i traditore, dimostrati tali da atti pubblici, dovevano essere depositi; ma le ordinazioni fatte da loro, a soggetti irreprensibili, erano valide; né si doveva itrare il Battesimo somministrato nel nome della Trinità, anche se da eretici. Nemmeno allora i donatisti cedettero; onde Costantino, trattenuti in Italia Ceciliano (a Brescia) e Donato, pensò di far eleggere, considerando depositi i due contendenti, un nuovo vescovo di Cartagine. Vi mandò pertanto due vescovi, Eulalio ed Eunomio, i quali riconobbero invece valide le sentenze conciliari. Donato ritornò in Africa; e così Ceciliano. Ma i donatisti si rivolsero ancora all'Imperatore, perché giudicasse in persona: il che Costantino fece, scrivendo al vicario d'Africa Eumalio, il 10 nov. 316.
Quattro anni dopo, il dissidio tra il diacono Nundinario di Cirta (Costantina) e il suo vescovo donatista, Silvano, portò a una nuova inchiesta, dalla quale risultò che lo stesso Silvano, da suddiacono, era stato traditore con il suo vescovo Paolo. Tra i documenti fatti circolare da Nundinario era altresì il verbale d'una riunione di vescovi, tenuta a Cirta il 13 marzo 305, sotto la presidenza di Secondo di Tigisi: da cui apparivano tutti traditores. Lo scandalo colpiva così gli accusatori di Ceciliano, e tutto il partito, il quale da allora cercò di revocare in dubbio l'autenticità di quel testo, del resto, nella forma in cui ci è giunto, alquanto sospetto anche a giudizio dei moderni (Tillemont, Buonaiuti ed altri), che i cattolici, nella lunga polemica, rinfacciarono continuamente ai donatisti.
Così i motivi di dissenso e l'astio crescevano. Ormai non poteva giovare né la repressione, né la tolleranza che Costantino concesse nel 321, alla vigilia dell'urto con Licinio, per ragioni politiche evidenti. Poiché si rimproverava loro di non essere in comunione con la Chiesa di Roma, i donatisti trovarono, con ogni probabilità tra la numerosa colonia africana, un gruppo di seguaci: i cosiddetti montens, ch'ebbero un vescovo, Vittore. In Africa, intensificarono la propaganda, si costruirono nuove chiese, aumentarono il numero dei loro seguaci, approfittando senza dubbio del malcontento dovuto a cause sociali, economiche e politiche. Infatti, i donatisti (benché per alcuni anni non si prendessero contro di loro misure gravi tranne forse quelle, a noi ignote, le quali attirarono al prefetto Gregorio gli insulti di Donato) si erano fatti ormai avversari tecnicamente, e accusarono di poterle politico in materia religiosa e, pertanto, ostili alle stesse autorità civili. Le domande, da essi rivolte polemicamente ai cattolici: «che cosa hanno che vedere i cristiani con i re? e i vescovi con la corte?» 317 riecheggiavano quella rivolta da Donato ai due commissari, Paolo e Macario, inviati nel 347 dall'imperatore Costante, as-
sai solleccio dell'unità religiosa nei suoi territori, per giungere alla pacificazione. Ma, tra atti di violenza, fallì anche questo tentativo.
Costante potrebbe esservi stato indotto anche dal fatto che, mentre il vescovo cattolico di Cartagine, Grato, sedeva con gli ortodossi del Concilio di Serdica, i vescovi ariani del conciliabolo di Filippopoli, nello sforzo di cercare aderenti in Occidente, si erano rivolti anche a Donato, il quale probabilmente non rimase del tutto insensibile all'invito. Comunque, la missione di Paolo e Macario provocò incidenti assai gravi. Il vescovo donatista di Bagai, anch'egli di nome Donato, si rivolse ai circoncellioni; scoppiarono tumulti, la truppa agli ordini del comes Silvestro si abbandonò ad eccessi, e la repressione fece altre vittime, tra cui lo stesso Donato, con l'altro vescovo donatista Marcello e altri, venerati dagli scismatici come martiri; Donato fu mandato in esilio. Nel 349 il vescovo Grato convocò a Cartagine un Concilio, in cui ringraziò Dio per aver posto fine allo scisma. Il Concilio fece sua la condanna del doppio Battesimo, e dichiarò illecito il vencere come martiri i caduti, non per la fede, bensì per vera mania suicida o per resistere all'autorità. Ma i donatisti si sentivano confermati nella loro idea, che la vera Chiesa fosse quella avversata dal potere politico, la Chiesa dei martiri. È l'idea ripetuta nelle «passioni» dei loro «martiri»: la Passio Donati, la Passio Marculi, la Passio Maximiani et Isaac (opera di Macrobio); che ispirava uno scritto, perduto, di Vitellio africano (cf. Gennadio, De vir. illustr., 4) dal titolo significativo De eo quod odio sint mundo Dei servi, e un sermone (opera, secondo A. Pincherle, non di s. Ottato di Milevi, bensì di un donatista, forse Ottato, vescovo scismatico di Thamugadi) che si ritrova ancora in Gaudenzio (cf. Agostino, C. Gaud., I, 5, 6; 20, 22; 26, 29 segg.).
Sotto Costanzo, le cose non mutarono, e l'episcopato africano seguitò a godere della protezione imperiale, mentre Restituto di Cartagine presiedette il Concilio di Rimini e firmò quella professione di fede, per cui veniva poi deplorato dal Concilio romano del 378. Ma con Giuliano, che permise il ritorno alle proprie sedi di tutti i vescovi esiliati, anche i donatisti chiesero e ottennero di ritornare alle loro: tra essi Parmeniano, il successore di Donato a Cartagine e autore di uno scritto in 5 ll., confutato poi da s. Ottato di Milevi. Cominciò così la controversia letteraria. A s. Ottato, Parmeniano non replicò. Ma dovette reagire, prima con una confutazione (verso il 373), poi facendolo condannare da un Concilio, contro uno dei suoi, Ticonio, che su vari punti dava implicitamente ragione ai cattolici.
Ma quello di Ticonio non fu l'unico dissenso nell'interno del d. Nonostante le condanne di Valentiniano (373) e di Graziano (377), lo scisma continuava a diffondersi; ma si venivano anche formando dei gruppi di dissidenti, come quello dei rogastiate o rogatenes, da Rogato vescovo di Cartenna, nella Cesariana, verso il 370, che rimproverava ai colleghi gli eccessi e le violenze, e quelli minori degli urbanenses in Numidia, e dei claudianenses o claudianistae nella stessa Cartagine, ricondotti all'unità dal successore di Parmeniano, Primiano, contro il quale tuttavia scoppiò il nuovo scisma dei massimianisti, del diacono Massimiano. Questi, scomunicato da Primiano, riuscì a farlo condannare da un concilio di 43 vescovi a Cartagine e poi deporre da uno di quasi 100, a Cebarsussi nella Bizacene; ma fu condannato a sua volta da un concilio di 310 vescovi a Bagai nel 394, rinnovando quasi la storia delle origini dello stesso d.
Intanto, dopo un periodo quasi di inazione, la lotta contro lo scisma era stata ripresa con energia dai cattolici, sotto la guida di Aurelio di Cartagine, nel Concilio d'Ippona del 393. In esso pronunciò un sermone, De fide et Symbolo, s. Agostino, che da questo momento in poi non doveva più abbandonare la lotta. Alla propaganda dei donatisti, che ripetevano in canti e inni popolari le loro accuse, egli contrappose un componimento dello stesso genere, il Psalmus abcedarius contra partem Donati; e insieme, convinto che il miglior metodo da seguire fosse quello della persuasione, con scambi di lettere, con discussioni pubbliche, con trattati polemici (contro la lettera in cui Parmeniano confutava Ticonio, contro altre lettere del vescovo donatista di Citta o Costantina, Petilliano, ecc.) e nei Concili cartaginesi degli aa. 397, 401 e 403 tentò in ogni modo di persuadere i dissidenti a ritornare all'unità cattolica. Ma, in quegli anni, con sasso frutto; e invece si moltiplicavano le violenze, da cui fu colpito a Calama lo stesso vescovo Possidio, l'amico e biografo di Agostino. Sicché il ricorso all'autorità civile si dimostrava indispensabile. Il Concilio del 404 chiese ad Onorio che fossero applicate ai donatisti le leggi che colpivano gli eretici. I legati del Concilio, Teasio ed Evodio, giunti a Ravenna, trovarono colla altri vescovi africani andati a chiedere giustizia e protezione; onde il 12 febbr. 405 l'imperatore emanò un vero e proprio editto d'unione: i donatisti, per il semplice fatto di ri-battesze, venivano considerati eretici come i maniche, e dovevano restituire le chiese tolte ai cattolici. Il Concilio cartaginese del 405 ringraziò l'Imperatore. Nello stesso anno, rispondendo al grammatico Cresconio che aveva preso le difese di Petilliano, s. Agostino, considerando il d. quale vera eresia, affermava il dovere, per i re cristiani, di servire Dio «se nel loro regno proibiscono il male, per quanto riguarda non solo la società umana, ma anche la religione divina» (C. Cresc., II, 1, 9; III, 51, 56).
I donatisti supplicarono l'Imperatore perché ritirasse l'editto. Morto Stilicono, fecero correre la voce che la persecuzione fosse opera di lui e che il decreto fossero abrogato e ripresero animo. Da parte sua il Concilio cartaginese del 408 inviò legati alla corte. S. Agostino pure scrisse al nuovo potente ministro Olimpio, e Onorio ribadì le leggi precedenti, minacciando anche la pena di morte, contro la quale s. Agostino protestò. Ma al principio del 410 l'Imperatore concesse di nuovo la tolleranza, ritirata però nell'ag., dopo un intervento del nuovo Concilio cartaginese. Tuttavia la difficile situazione politica sconsigliava anche a Onorio la violenza, e si poté così realizzare il progetto, da tempo accarezzato da Agostino, d'una riunione plenaria degli episcopati delle due parti, nella quale si potesse discutere con i dissidenti e, con la persuasione, ricondurli all'unità: almeno quelli in buona fede.
Così ebbe luogo quella «Conferenza» (Collatio) cartaginese del giugno 411, alla quale intervennero 279 vescovi donatisti, 286 cattolici, e parlarono 7 oratori per parte. Quando, dopo lunghe discussioni sui punti di procedura o preliminari, si venne a trattare del merito, Agostino, che sollevò al momento opportuno la questione dei massimianisti, ebbe la soddisfazione di sentirsi ripetere da Primiano le tesi cattoliche. Il 26 giugno, il comes Marcellino pronunziò la sua sentenza, favorevole ai cattolici. Onorio la confermò il 30 genn. del 412, punendo i donatisti con multe, confessa dei beni, esilio. S. Agostino con rinnovata lena cercava di convincerli, pubblicando documenti, gli atti della conferenza, nuovi appelli; ai quali si unì quello di un concilio dei vescovi numidi. Dopo la decapitazione di Marcellino, i donatisti si rianimarono alquanto, ma ben presto si avvidero che nei loro riguardi nulla era mutato. Sottoposti a pene sempre più gravi (nel 414 furono colpiti con l'infamia perpetua, che li privava dei diritti civili; nel 428 Valentiniano III e Teodosio II proibirono ogni loro riunione sotto pena di morte), mentre anche la dottrina agostiniana circa la condotta da tenere verso
di loro veniva formulandosi sempre più nettamente con l'applicazione del *compelle intrare* (Lc. 14, 23), parecchi ritornavano alla Chiesa cattolica, altri si rifugiavano nella clandestinità; ma non mancarono esempi né di fanatismo né di violenza.
Così, il prete Donato di Mutugenna, arrestato, si gettò in un pozzo e, salvato, voleva morire ad ogni costo. Un prete cattolico, Restituto, fu ucciso; ad un altro, Innocenzo, venne cavato un occhio e mozzato un dito; il vescovo Rogato, donatista poi convertito, ebbe strappata la lingua. Emerito, uno degli oratori donatisti nella Conferenza del 411, fu incontrato a Cesarea da Agostino, che lo condusse alla chiesa e lo invitò a una discussione, durante la quale il donatista si mantenne pertinacemente silenzioso; e Gaudenzio, il vescovo di Thamugadi, fuggito dalla sue sede, ma ritornato poi, voleva bruciare la chiesa; a lui Agostino diresse l'ultimo dei suoi grandi trattati contro i donatisti, nel 420.
Caduta l'Africa settentrionale in potere dei Vandalii, questi, ariani, perseguitarono allo stesso modo cattolici e donatisti. Giustiniano, riconquistata l'Africa, si preoccupò di eliminare l'arianesimo, ma non dimenticò i donatisti, passati tuttavia in seconda linea, e ancor più durante la controversia dei Tre Capitoli. Ma essi sono menzionati ancora più d'una volta nell'epistolario di s. Gregorio Magno, che si rivolse anche all'imperatore Maurizio. Sopravvissero dunque fino alla conquista musulmana.
Probabilmente la ragione di questa persistenza dello scisma va cercata non solo nelle regioni di carattere religioso e politico-sociale accennate, bensì anche nel fatto ch'esso, a quanto pare, aveva il maggior numero di aderenti, o, per lo meno, i più convinti e tenaci, nelle campagne. L'elevato numero delle sedi episcopali donatiste è conforme alle tradizioni della Chiesa africana e in proporzione con quello dei vescovati cattolici; ma, se furono molti i luoghi ove stavano l'uno accanto all'altro, se vescovi (e il donatista, come s'è detto, era riuscito a costruirsi una chiesa), nella Conferenza del 411 vi sono vescovi cattolici in residenze che non hanno il donatista, e viceversa; e là dove avevano pochi seguaci, gli scisma-tici organizzarono invece parrocchie, così rurali come urbane.
Né quanto alla gerarchia né quanto agli edifici di culto è dato riscontrare differenze tra donatisti e cattolici; chiese donatiste sono difficilmente identificabili (è certamente tale quella scoperta a Béman, *Ala miliaria*, presso l'area emeritoriale con il sepolcro della «mariere» Roffa, sorella di Onorato vescovo di *Aquae Sirenes* e di altri due vescovi e tre sacerdoti, nonché il complesso dei edifici, tra cui la dimora del vescovo Opatto, scoperto dai recenti a Timigad, l'antica Thamugadi, nel cosiddetto «castello occidentale»). Anche nell'epigrafia, il carattere donatista, più evidente là dove vi sono accenni alla pretesa di costituire la chiesa dei «santi» e dei «marti», non appare sempre chiaro né da potersi desumere senz'altro da formole, assai frequenti, quali *Deo laudes* e *bonis bene*.
Nella liturgia, vi fu invece almeno una differenza, dovuta appunto al carattere strettamente conservatore dello scisma: i donatisti, come appare da s. Agostino e da un discusso sermone cui s'è accennato, non accolsero l'Epifania.
SGR. c. 77 (1905), p. 3 sgg.; F. Martroye e H. Leclercq, in *DACL*, IV, coll. 1457-87; F. Martroye, *Circoncellions, ibid., III, coll. 1692-1710; P. Monceaux, *Histoire littéraire de l'Afrique chrétienne*, IV-VII, Parigi 1912-23; G. Bareille, s. V. in *DTHC*, IV, coll. 1701-28 (cf. id., *Donat., ibid., II, coll. 1687-1692*); O. Vannies, *Les circoncellions*, in *Revue africaine*, 1926, pp. 13-28; E. Buonaiuti, *Il cristianesimo nell'Africa romana*, Bari 1928, pp. 292-311, 322-40, 381-85; A. Pincherel, *Un sermone donatista attribuito a s. Ottato*, in *Biblicus*, 12 (1923), p. 134; id., *L'arianesimo e la chiesa africana nel IV sec., ibid.*, 14 (1925); id., *L'ecclesiologia nella controversia donatista*, in *Ricerche religiose*, 1 (1925), pp. 35-55; id., *Noterelle ottasiane, ibid.*, 3 (1927), pp. 440-45; id., *Due postille sul d., ibid.*, 23 (1927), pp. 160-64; vari capitoli di J.-R. Palanque, J. Zeiller e P. De Labriolle, in *Fliche-Martin-Frutaz*, II, p. 461; III, pp. 43-57, 209-20; IV, pp. 67-77. – Per la liturgia, anche: B. Botte, *Les origines de la Noël et de l'Épiphanie (Textes et études liturgiques)*, Lovanio 1932; J. Leclercq, *Aux origines du cycle de Noël*, in *Ephemerides liturgicae*, 9 (1946), p. 22; per l'archeologia, anche: E. Albertini, in *Comptes rendus Acad. Inscript., 1939*, p. 100; L. Leschi, *ibid.*, 1947. Alberto Pincherle