CARATTERE SACRAMENTALE

CARATTERE SACRAMENTALE. - Segno spirituale, indelebile, impresso nell'anima da alcuni Sacramenti.

I. LA DOTTRINA DEL CONCILIO DI TRENTO

Nella sessione VII del Concilio di Trento (3 marzo 1547), fu solennemente definito come dogma di fede, che i tre Sacramenti, Battesimo, Cresima, Ordine, imprimono nell'anima il c. s., un segno cioè spirituale e indelebile, onde segue che non possono iterarsi o riceversi una seconda volta: «Si quis dixerit in tribus Sacramentis, Baptismo, scilicet, Confirmatione et Ordine, non imprimi characterem in anima, hoc est signum quoddam spirituale et indelebile, unde ea iterari non possunt: anathema sit» (Denz-U, 852).

Secondo la definizione tridentina il c. s. è un segno, qualche cosa che distingue il battezzato dal non battezzato, il cresimato dal non cresimato, chi ha ricevuto l'Ordine Sacro da chi non l'ha ricevuto. Segno spirituale, come quello che è impresso nell'anima umana, la cui natura spirituale trascende l'ordine della materia e del corporeo. Segno indelebile, non cancel-

labile almeno in questa vita. La definizione del Concilio di Trento non obbliga a credere che il c. perseveri anche nell'altra vita; è però comune dottrina insegnata nelle scuole cattoliche che così avvenga: il c. s. resta impresso per tutta l'eternità. Con la indelebile è oggettivamente connessa, per divina disposizione, la non iterabilità; il c. indelebile esige che il Sacramento si riceva una sola volta.

Il Concilio ritorna sul c. s. nella sessione XXII, dove dal c. indelebile impresso nel sacramento dell'Ordine conchiude che i sacerdoti del Nuovo Testamento non posseggono una potestà meramente temporanea e che non possono ridiventare laici (Denz-U, 960 e 964).

Nello sviluppo della dottrina sul c. s. attraverso la tradizione cattolica si distinguono due periodi: uno che va dal sec. XII fino al Concilio di Trento; l'altro che dal medioevo si protende verso il cristianesimo primitivo.

Nel sec. XII la terminologia è fissata e la esistenza del carattere esplicitamente ammessa. Innocenzo III la presuppone nella lettera ad Umberto, arcivescovo di Arles (1201). Distingue vari casi e stabilisce la norma che il c. s. si imprime, quando non esista volontà contraria alla recezione del Sacramento: Tunc ergo characterem sacramentalis imprimit operatio, cum obicem voluntatis contrariae non invenit obsistentem (Denz-U, 411).

Nel sec. XIII la teoria del c. s. è definitivamente determinata con Alessandro di Hales, s. Bonaventura, s. Tommaso d'Aquino. Questi consacra allo studio del carattere la questione 63ª della parte 3ª della Somma Teologica e discute successivamente i problemi attinenti, arrivando alle seguenti conclusioni: 1) i Sacramenti imprimono un carattere nell'anima; 2) il carattere è una deputazione al culto di Dio nella religione cristiana e una partecipazione del sacerdozio di Cristo; 3) risiede nelle potenze dell'anima spirituale ed è indelebile; 4) soltanto tre Sacramenti imprimono il c. s.

Dal sec. XIII in poi, negli scritti dei dottori più insigni, appartenenti alle varie scuole teologiche, senz'ombra di dubbio si trova affermata la dottrina, in seguito definita dal Concilio, benché si notino divergenze e controversie riguardo alcuni punti secondari.

Finalmente, poco più di un secolo prima del Tridentino, il Concilio di Firenze nel Decreto per gli Armeni (bolla di Eugenio IV, 22 nov. 1439), adotta la formula, ripresa con leggere modificazioni dallo stesso Concilio Tridentino: «Tra gli altri Sacramenti, ve ne sono tre: Battesimo, Cresima e Ordine, che imprimono nell'anima un segno spirituale e indelebile, distintivo dagli altri» (Denz-U, 695).

Sicché, quando i protestanti nel sec. XVI negarono l'esistenza del c. s., si trovarono di fronte ad una dottrina, da lungo tempo stabilita, svolta e discussa sotto i vari suoi aspetti. E a Trento la Chiesa accolse e ratificò l'allora vigente unanime insegnamento. Secondo i principi normativi della tradizione divino-cattolica, si giustifica in pieno la definizione dogmatica, emanata sul carattere: giacché, quando una dottrina così a lungo viene — sotto la vigilanza della Chiesa infallibile — affermata all'unanimità, come spettante alla fede, non può non essere rivelata da Dio.

Nel periodo che corre dai primordi fino al medioevo, spicca sovrana la figura di s. Agostino nella lotta che, con la parola e con gli scritti, iniziò già prima che nel 396 fosse consacrato vescovo e continuò poi serrata contro i donatisti. Questi scismatici dell'Africa settentrionale, staccatisi dall'unità cattolica nel sec. IV, pretendevano che la vera Chiesa fosse ormai ridotta nell'ambito ristretto della loro fazione. Ritenevano nullo ed invalido il battesimo somministrato da chi non fosse donatista. Chiunque, in conseguenza, avesse ricevuto tale Battesimo, volendo dare il nome alla loro setta, doveva, a loro avviso, essere di nuovo battezzato. Difatti, solevano, in questo caso,

amministrare un secondo battesimo. S. Agostino scese in campo, non per difendere semplicemente una sua opinione personale, ma per sostenere la dottrina stessa della Chiesa, le consuetudini legittime e il senso cattolico dei pastori, sparsi per il mondo. Nella controversia con i donatisti, egli rappresenta ed assomma in sé la tradizione patristica: gode, perciò, sempre secondo i canoni della tradizione divino-cattolica, di autorità irrefragabile. Nel suo insegnamento parla ed insegna la Chiesa stessa.

In perfetto accordo coi donatisti, Agostino professa la non iterabilità del Battesimo, della Cresima, dell'Ordine; in contrasto con essi, proclama, invece, che, se conferiti secondo la forma da Cristo voluta, anche da un ministro (vescovo o sacerdote) scismatico od eretico, devono ritenersi come validi e quindi da non iterarsi. Coloro che amministrano o ricevono i Sacramenti possono, se consci della loro colpa, rendersi e rimanere rei di colpa grave davanti a Dio; ma la validità non ne soffre, benché il Sacramento non arrivi a produrre la giustificazione e la Grazia santificante. Quando poi il colpevole venisse a detestare sufficientemente il proprio delitto, allora, in virtù del Sacramento, riceverebbe anche la Grazia. Da un siffatto complesso dottrinale, Agostino fu portato a distinguere nettamente, nella collazione del Battesimo, della Cresima, dell'Ordine, due effetti: l'uno, la Grazia, comune a tutti i Sacramenti; l'altro, proprio dei tre in questione. Il primo può muncare, salva la validità; il secondo non può mai far difetto, benché il Sacramento sia amministrato, sempre nella debita forma, fuori della vera Chiesa. Quest'ultimo effetto, permanente ed inammissibile, dà la ragione oggettiva della non iterabilità dei detti Sacramenti.

Agostino introdusse nella teologia sacramentaria la parola «carattere», che, nel latino del tempo, importava segno o nota di appartenenza, impressa sulla viva carne, dei militari, degli schiavi, degli animali bruti. In seguito, carattere diventò termine tecnico nella teologia occidentale e nel linguaggio ufficiale della Chiesa.

La dottrina di Agostino risulta chiara dai seguenti testi, scelti fra molti altri. Egli contempla due casi. Primo caso: quello di un cattolico apostata, che riceve un nuovo battesimo. Questo è semplicemente di nessun valore, giacché permane il carattere del primo battesimo. Se l'apostata rientra nel seno della Chiesa, non può essere ribattezzato. Secondo caso: quello di un individuo che nello sciama riceve il Battesimo. Questo vale ed imprime il carattere. Lo scismatico, che entra la prima volta nella Chiesa vera, non deve ricevere un secondo battesimo. «Ideo redeunti (alla Chiesa) non redditur (il Battesimo), quia cum discederet (l'apostata), non amisit. Quemadmodum autem Spiritum Sanctum sicut habent filii dilecti, non habent filii maligni, et tamen Baptismum habent; sic et Ecclesiam sicut habent catholici, non habent haeretici et tamen Baptismum habent... Itaque sicut potest baptisma esse et unde se aufert Spiritus Sanctus (per la privazione della Grazia santificante); ita etiam potest esse baptisma, ubi non est Ecclesia... Induunt autem (nel Battesimo) homines Christum, aliquando usque ad Sacramenti percepitionem, aliquando et usque ad vitae sanctificationem: atque illud primum et bonis et malis potest esse commune, hoc autem alterum proprium est bonorum et piorum» (De Baptismo, I, 5, nn. 33, 34: PL. 43, 193). «Cum et hi qui in ipsa unitate (della Chiesa cattolica) perversi sunt et perdite vivunt, appareant remissionem peccatorum nec dare posse nec habere... tamen et dare, et accipere Baptismi sacramentum, satis eluxit pastoribus Ecclesiae catholicae toto orbe diffusae, per quos postea plenarii concilii auctoritate originalis consuetudo firmata est; etiam ovem, quae foris errabat, et dominicum characterem a fallacibus depraedatoribus suis foris acceperat, venientem

ad christianae unitatis salutem, ab errore corrigi, a captivitate liberari, a vulnere sanari, characterem tamen in ea dominicum agnosci potius quam improbari » (ibid., I, 6, n. 1: PL 43, col. 197).

« Aut si quisquam sive desertor sive qui numquam omnino militavit, nota militari privatum aliquem signet, nonae ubi fuerit deprehensus ille signatus pro desertore punitur... Aut si forte illum militiae characterem in corpore suo non militana pavidus exhorruerit, et ad elementum imperatoris confugerit ac prece fusa et impetrata iam venia militare iam cooperit, numquid homine liberato atque correcto character ille repetitur, ac non potius agnitus adprobatur? An forte minus haerent Sacramenta christiana, quam corporalis haec nota, cum videamus nec apostatas carere baptismate, quibus utique per poenitentiam redeuntibus non restituitur, et ideo amitti non posse iudicatur » (Contra epistolam Parmeniani, I, 2, n. 29: PL 43, col. 71).

Sul sacramento della Cresima, Agostino così si esprime: « In genere visibilium signaculorum sacrosanctum est, sicut ipse Baptismus: sed potest esse et in hominibus pessimis, in operibus carnis vitam consumentibus, et regnum caelorum non possessuris... Discerne ergo visibile S. Sacramentum, quod esse et in bonis et in malis potest, illis ad praenium, istis ad iudicium, ab invisibili unctione charitatis, quae propria bonorum est » (Contra litteras Petiliani, I, 2, n. 239: PL 43, 312-13).

A riguardo del sacramento dell'Ordine, Agostino insegna che i vescovi convertiti dallo scisma non sono di nuovo ordinati: « sed sicut Baptismus in eis, ita ordinatio mansit integra: quia in praecisione fuerat vitium, quod unitatis pace correctum est; non in Sacramentis, quae ubicumque sunt, ipsa sunt. Et cum expedire hoc iudicatur Ecclesiae, ut praepositit eorum venientes ad catholicam societatem honores suos ibi non administrat; non eis tamen ipsa ordinationis Sacramenta detrahuntur, sed manent super eos » (Contra epistolam Parmeniani, I, 2, n. 28: PL 43, col. 70).

Il Battesimo e l'Ordine sono tutti e due Sacramenti « et quadam consecratione utrumque homini datur, illud cum baptizatur, istud cum ordinatur; ideoque in catholica utrumque non licet iterari » (Contra epistolam Parmeniani, I, 2, n. 28: PL, 43, col. 70).

« Christiani Baptismi sacramentum etiam apud haereticus valet et sufficit ad consecrationem, quamvis ad vitae aeternae partecipationem non sufficiat, quae consecratio reum quidem facit haereticum extra Domini gregem habentem characterem, corrigendum tamen admonet sana doctrina, non iterum similiter consecrandum » (Epist. 98, ad Bonifacium, n. 5: PL 33, 362).

Prima di Agostino nella letteratura patristica si contengono germi ed elementi, che preludono e preparano il futuro sviluppo. La distinzione tra i due effetti non appare sempre nitida; ma si afferma la non iterabilità e si adopera la voce « signacolo », « sigillo » in greco σφραγίς. In alcuni dei testi del Nuovo Testamento, ove occorra quest'ultima parola, alcuni teologi vedono accenni al c. s. (II Cor. 1, 21, 22; Eph. 1, 13; 4, 30). La esegesi cattolica non è unanime in proposito. Ad ogni modo, è questo uno dei casi, nei quali la Sacra Scrittura non basta a dar luce; perciò si deve ricorrere alla tradizione divina, di cui la Chiesa, sotto l'assistenza dello Spirito Santo, è depositaria e vivente espressione.

II. FUNZIONE E RAGION D'ESSERE DEL C. S. - A riguardo della funzione e ragione d'essere del c. s., la Chiesa non ha emesso alcuna definizione o dichiarazione ufficiale. Si sono venuti tuttavia elaborando modi di vedere e sintesi, che possono dirsi generalmente accolti nell'insegnamento teologico.

Si parte dalla constatazione che il carattere, quantunque non implichi necessariamente assenza di peccato mortale e amicizia soprannaturale con Dio, pure è, secondo il pensiero patristico, segno di appartenenza e perpetua consacrazione a Cristo e di affinità con Lui

e la sua famiglia di redenti. Procedendo più oltre, si stabilisce la funzione sociale e culturale del carattere: esso distingue, assimila, dispone alla Grazia (signum distinctivum, configurativum, dispositivum).

Distingue gli appartenenti alla famiglia di Cristo, alla Chiesa visibile, da quelli che non ne sono e non furono mai membri.

E, nell'ambito della famiglia, distingue tre classi o stati. Allo stato dei semplici fedeli corrisponde il carattere del Battesimo: l'aggregazione al corpo mistico di Cristo avviene col rito esterno battesimale, che sotto l'azione di Dio, possiede la virtù di imprimere il carattere indelebile. Allo stato dei fedeli, in quanto ufficialmente destinati a professare pubblicamente e a difendere la fede, corrisponde il carattere della Cresima. Allo stato dei ministri di Cristo, dispensatori delle grazie della Redenzione, risponde il carattere del sacramento dell'Ordine.

S. Tommaso avverte che, facendo parte i Sacramenti del culto divino nella religione cristiana, il carattere viene a possedere una funzione culturale. Nel Battesimo conferisce il potere culturale di accedere agli altri Sacramenti, i quali, senza il carattere battesimale, sarebbero, come tali, assolutamente inoperanti. Nella Cresima comunica il potere sacro di professare ex officio e difendere la fede; professione e difesa che, alla loro maniera, nell'organismo sacramentale, costituiscono atti di culto pubblico. Con il carattere dell'Ordine si comunica il potere spirituale di offrire ed amministrare il Corpo ed il Sangue del Signore, di rimettere i peccati, di consacrare i ministri della Chiesa.

D'altronde qualsiasi potere culturale dipende da Cristo, sommo e perpetuo Sacerdote. Egli, investito della dignità sacerdotale nella e per la Incarnazione, ne esercitò le funzioni principalmente sulla Croce e continua ad esercitarle, in forma diversa, in cielo e nell'Eucaristia. Si manifesta, perciò, logica e coerente l'idea di s. Tommaso, che il carattere è partecipazione del potere sacerdotale di Cristo. « Character sacramentalis specialiter est character Christi, cuius sacerdotio configurantur fideles secundum sacramentales characteres, qui nihil aliud sunt, quam quaedam partecipationes sacerdotii Christi, ab ipso derivatae » (Sum. Theol., 3a, q. 63, a. 3). I fedeli tutti quindi sono alla loro maniera sacerdoti. Sotto questa luce si comprendono meglio le parole di s. Pietro, che i comuni fedeli chiama stirpe eletta e regale sacerdozio (genus electum, regale sacerdotium: I Pt. 2, 9). Essendo poi eterno il sacerdozio di Cristo, il carattere, che ne è la partecipazione e la configurazione, dovrà durare indelebile anche nell'altra vita, come vuole il comune sentire dei teologi. E dura dopo questa vita « nei buoni a loro gloria, nei reprobi a loro ignominia » (Sum. Theol., 3a, q. 63, a. 5, ad 3).

Infine, il carattere ha una qualche connessione con la Grazia, per lo meno di ordine morale, - non mancano teologi che la vorrebbero di ordine fisico - giacché Dio, quanto è da sé, vuole ed intende che la consacrazione propria del carattere non sia mai separata dal consorzio della Grazia santificante. Che se i due effetti a volte si scompagnano, se il carattere si imprime ma la Grazia non si conferisce, ciò avviene non per difetto dalla parte di Dio, ma per grave colpa dalla parte dell'uomo.

Il c. s., che ad un osservatore superficiale potrebbe sembrare di secondaria, quasi trascurabile, importanza, assurge invece ad elemento di primo piano nella economia soprannaturale della salute, quale la volle Cristo fondatore della Chiesa e istitutore dei Sacramenti. Per il carattere battesimale si moltiplicano i membri del visibile corpo mistico di Cristo; per il carattere della Cresima si moltiplicano gli assertori forti ed aperti della fede di fronte ad un mondo corrotto ed incredulo; per il carattere dell'Ordine Sacro, si moltiplicano i sacerdoti ed i vescovi, che governano la Chiesa e amministrano le Grazie di santificazione, per continuare nei secoli la Redenzione di Gesù Cristo.

BIBL.: S. Agostino, Contra epistolam Parmeniani, III: De Baptismo contra Donatistas; Contra litteras Petiliani: PL 43, coll. 34-

387: Alessandro di Hales, Sum. Theol., p. 4, q. 8; Sum. Theol., 3°, qq. 63 e 72, aa. 5, 6 con i luoghi paralleli: S. Bonaventura, Sententiarum, l. 4, dist. 6, p. 1 (articulus unicus); S. Roberto Bellarmino, De Sacramentis in genere, l. 2, capp. 18-22; H. Moureau, s. V. in DThC, II, coll. 1698-1708; O. Laake, Über den sakramentalen Charakter, Münster 1903; F. Brommer, Die Lehre vom sakramentalen Charakter in der Scholastik bis Thomas von Aquin inclusive, Paderborn 1908; J. Frantelin, Tractatus de Sacramentis in genere, 3° ed., Roma 1911, pp. 145-80; B. Durst, De characteribus sacramentalibus, in Sonia Thomistica, 2 (1925), pp. 541-81; L. Billot, De Ecclesiae Sacramentis, 7° ed., Roma 1931, pp. 149-68; A. Michel, Les décrets du Concile de Trente, in Hefele-Leclercq, X (1938), pp. 166-216; H. Lennerz, De Sacramentis N. L., Roma 1939, pp. 171-211; A. Piolanti, De Sacramentis, 2° ed., Torino 1947, pp. 70-85, 155-56.

Giuseppe Filograssi

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“CARATTERE SACRAMENTALE.” Enciclopedia Cattolica, vol. III (1949), p. 453. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/carattere-sacramentale.