**CAPREOLO,** Giovanni. - Teologo domenicano, detto il «Prinçeps Thomistarum». N. nella diocesi di Rodez (Francia meridionale) nel 1380, m. ivi il 7 apr. 1444; entrò ancor giovane tra i Domenicani di questa città. Fatti i primi studi, nel 1409 fu inviato a Parigi dove fino al 1411 insegnò, esponendo le Sentenze di Pietro Lombardo. Conseguì la laurea in teologia nel 1412, fu nominato reggente degli studi nel convento di Tolosa, donde probabilmente l'appellativo di Tholosanus che spesso gli vien dato; vi rimase fino al 1426, anno in cui fece ritorno al convento di Rodez.
L'opera con cui il C. ha segnato un'orma incancellabile nella storia della teologia e del tomismo, sono le Dictiones theologiae divi Thomae Aquinatis da lui composte tra il 1409 e il 1432 e stampate la prima volta a Venezia dal 1480 al 1484, poi di nuovo nel 1514, 1519 e 1589, sempre a Venezia. Dopo non se ne hanno più fino al 1900. Questo fatto è dovuto all'influsso del protestantesimo che col suo spirito antiscolastico mortificò i buoni studi, specialmente quelli teologici scolastici; ma anche il decadere della scolastica vi ebbe la sua parte nel senso che rese antipatiche opere ed autori che pure erano stati molto valutati. Una spinta indiretta alla ristampa dell'opera del C. venne dall'enciclica Aeterni Patris di Leone XIII (1879) che restaurava la filosofia scolastica in genere e la tomistica in specie. Ma chi propugnò la necessità di una nuova edizione fu mons. Bourret, vescovo di Rodez e poi cardinale e la si ebbe per le cure di due domenicani, i pp. C. Paban e T. Pèques (5a ed., 7 voll., Tours 1900-1908).
La personalità del C., uomo modestissimo, rimane poco nota perché pochissimi scrissero di lui e anche la sua dottrina non fu sino ad oggi oggetto di studi speciali, tranne qualche questione isolata. Non è a credere però che il C., vissuto in tempi tristi e turbolenti rimanesse indifferente o estraneo alla vita della Chiesa; seri scrittori quali Fontana, Percin, e Sponde affermano che prendesse parte ai Concili di Costanza (1414-17) e di Basilea (1431-43), ma quanto a quello di Basilea osta la grave difficoltà che gli Atti del Concilio tacciono completamente sul C. Tuttavia il suo amore per la Chiesa e il suo animo piissimo è palese da molti indizi sparsi in tutta la sua opera. Ma la nota caratteristica, specifica si direbbe, della personalità del C. è il suo amore per s. Tommaso, in favore del quale scrisse appunto le sue Defensiones; amore per niente irragionevole e fanatico; anzi al contrario molto sereno e ponderato. Così il C. che con il suo ingegno avrebbe potuto comporre un'egregia opera personale, preferì quasi di sparire davanti all'Aquinate perché egli risplendesse nella sua piena luce. Lo dichiara candidamente egli stesso al principio delle Defensiones, dopo enunziata la prima questione: «Antequam ad conclusiones veniam praemitto unum quod per totam lecturam haberi volo pro supposito, et est quod nihil de proprio intendo influere, sed solum opiniones quae mihi videntur de mente s. Thomae fuisse recitare, nec aliquas probationes ad conclusiones adducere praeter verba sua, nisi raro. Obicctiones vero... propono locis suis adducere et solvere per dicta s. Thomae».
Infatti la mente e l'opera innovative dell'Aquinate avevano provocato vive reazioni e tenaci opposizioni anche nell'Ordine suo; ma queste diventavano naturalmente molto più serie in altri ambienti che non se la sentivano di rinunziare alla loro tradizione e ai loro maestri, e minacciavano di travolgere il giovane tomismo se non altro con la forza del numero. Il C. si accinse coraggiosamente all'ardua fatica della difesa e la vittoria fu sua. Gli avversari erano forti ed abili. Tra quelli di casa emergeva Durando di S. Porziano, il Doctor resolutissimus, detto pure talora Doctor temerarius, che dopo essere stato maestro del S. Palazzo morì vescovo di Meaux nel 1334. Ingegno robusto e spirito indipendente al massimo grado, doveva esser temibiliissimo se più tardi riuscirà a fare impazzire perfino il Gaetano, il quale scrisse: «Factus sum insipiens, sed Durandus me coegit» (In Sun. Theol., 3a, q. 75, a. 4, n. 16). Degli estranei vanno citati il francescano G. Scoto, detto il Doctor subtilis (m. nel 1308) e soprattutto P. Aureolo (m. nel 1322) pure francescano e vescovo di Aix in Provenza, contro il quale si può dire che il C. combatta continuamente perché a suo giudizio Aureolo è il principale avversario di s. Tommaso, che riassume e completa tutti gli altri, non eccettuato lo stesso Scoto. Ma i più accesi contro il tomismo erano i Nominali capeggiati dal battagliero francescano Guglielmo di Occam (m. nel 1347). Innovatori ed audaci, essi s'erano largamente diffusi tirandosi addosso anche parecchie condanne, ma inutilmente. Le loro dottrine penetrarono ovunque, mettendo assai profonde radici sia nel
campo teologico che filosofico. Il principale nominalista citato dal C. è Gregorio da Rimini degli Eremitani di S. Agostino, che fu anche generale del suo Ordine e morì nel 1368. Tralasciando altri minori, gli autori che il C. allega e in gran parte confuta, sono 27: solo contro tutti, tranquillo, cortese non dà pace ai suoi avversari: li segue passo per passo, smantellandone una dopo l'altra tutte le posizioni. In questa sua Difesa il C. è costretto a seguire non l'ordine di S. Tommaso ma quello di Pietro Lombardo perché il bersaglio degli avversari era appunto il commento dell'Aquinate alle Sentenze, le quali erano allora e restano ancora per secoli il libro di testo delle scuole di teologia; ma il C. dimostra una conoscenza così vasta e profonda di tutte le opere del Santo e le cita con tanta intelligenza ed opportunità che nessun altro gli può stare a pari in tutta la storia del dominio. Non per questo l'opera del C. è un semplice conteso; è invece un'opera organica, armonica ed unitaria; per quanto l'indole apologetica le conferisca forzatamente la forma del museico e l'aspetto della complianza.
Per il compito stesso che si era assunto, la dottrina del C. coincide con quella di S. Tommaso dai cui insegnamenti egli non intende assolutamente recedere. Nei punti controversi però il C. assume un valore storico e teorico di prim'ordine: storico, perché è il più vicino alle fonti di tutti i grandi commentatori dell'Aquinate; teorico perché non è presumibile che un uomo di tanto talento non abbia colto esattamente il pensiero del suo autore per il quale era compreso di somma stima e di profondo amore. Particolarmente però il nome del C. è rimasto legato a due questioni importantissime, anzi centrali, in tutta la filosofia e teologia: la costituzione ontologica della persona e il principio d'individuazione dei corpi. Quanto alla prima il C. ritiene che, secondo l'Aquinate, il costituito formale della persona è l'«actus naturale», non per modum formae substantialis aut accidentalis, sed per modum quo esse actualis exsistentiae dicitur actus essentiae ut quo et suppositi (individui) ut quod exsistit; di guisa che «dicitur suppositum esse idem quod individuum substantiale habens per se esse» (Defensiones, ed. T. Pègues, V. Tours 1907, p. 105). Come si vede, la spiegazione del C. è in sintonia con la dottrina tomistica della costituzione intima dell'ente. Questa è data non dalla sola essenza, ma dall'essenza con in più il suo atto di essere. L'ente soltanto dunque è sui iuris ed autonomo, perché solo l'ente e non l'essenza è il tutto che si possiede, è di sé, non di altri, ossia è sussistente. Ma non è sussistente se non in forza di un proprio atto di essere che gli conferisce la prima e più fondamentale autonomia, quella ontologica, radice e spiegazione di tutte le altre autonomie che competono alla persona, e cioè l'autonomia psicologica per cui la persona è un soggetto consapevole, autocosciente; l'autonomia morale per cui è un soggetto responsabile delle proprie azioni, e l'autonomia giuridica per cui è un soggetto di diritti e di doveri. E il C. ci tiene a far sapere che questa, secondo lui, è la dottrina di S. Tommaso: «Et isto modo videtur mihi quod s. Thomas intellexit personalitatem addere aliquid positivum supra naturam rationalem et individuum naturae rationalis... ita existimo sensisse sanctum Thomam» (ibid.). Dunque «persona vel suppositum supra naturam individuam addit esse actualis exsistentiae» (ibid., p. 106); e questo secondo l'Aquinate stesso, «quia secundum eum persona seu suppositum in talibus supra naturam addit esse» (ibid., p. 107). Si noti: aggiunge l'esse, l'atto di essere, e non un semplice ordine o rapporto all'atto di essere, come qualcuno erroneamente ha pensato. Così la persona è il tutto, l'ente completo di ordine intellettivo. Di questo tutto il costitutivo materiale è l'essenza individuale, il costitutivo formale invece è l'atto di essere, corrispondente e commensurato a questa stessa essenza; e tutti e due riuniti insieme danno il costitutivo totale, cioè l'ens complutum che, appunto perché tutto, è autonomo, indipendente e quindi persona. È facile vedere le applicazioni di questa teoria: tutto ciò che è defcente o nella linea del costitutivo materiale, cioè dell'essenza, come l'anima separata, o nella linea dell'atto di essere come la natura umana di Cristo, è perciò stesso incompleto come ente; non più tutto ma parte, e quindi non più sui iuris, non più persona. Pari
mente nella Trinità ognuna delle Persone è costituita dall'atto di essere sussistente e relativo, identificandosi da parte dell'atto di essere che in Dio costituisce l'essenza, e distinguendosi da parte della relazione che relativamente le oppone l'una all'altra. E così l'atto di essere viene ad essere non solo il costitutivo formale di Dio Uno, ma anche di Dio Trino.
Riguardo al principio d'individuazione, la materia significata altro non è per il C. che la materia sub quantitate, ossia la materia attualmente quantificata; la quale in quanto materia conferisce l'incomunicabilità, in quanto quantificata conferisce la singolarità, ambedue indispensabili alla costituzione dell'individuo corporeo. Il C. ne tratta in lungo e in largo nel secondo libro delle Sentenze, dist. 3, q. 1 (Defensiones, III, ivi 1903, pp. 200-41). Che anche in questo il C. riproduca fedelmente la dottrina di s. Tommaso a differenza di altri tomisti che vennero poi, lo mostra la semplice lettura di alcuni testi dell'Aquinate, p. es. questi: «Materia sub certis dimensionibus est causa individuationis» (De nat. mat., III); «signatio eius est esse sub certis dimensionibus» (ibid.); «ex materia causatur diversitas secundum numerum in eadem specie... prout subest dimensionibus interminatis» (In Boeth. De Trin., q. 4, a. 2); «materia, iam intellecta sub corporeitate et dimensionibus, potest intelligi ut distincta in diversas partes, ut sic accipiat diversas formas secundum ulteriorem perfectionis gradum» (I, q. 76, a. 6, ad 2). E non si tratta dell'esigenza o dell'ordine alla quantità o della quantità in radice, ma della quantità in atto: «Dimensiones praetentilliguntur in materia non in actu completo ante formas naturales, sed, in actu incompleto, et ideo sunt prius in via generationis» (De veritate, q. 5, a. 9).
Queste dell'individuazione e della persona sono le questioni anche oggi più studiate; ma pure in altre il C. meriterebbe di esser messo maggiormente in luce con grande vantaggio del tornismo autentico, data l'enorme importanza di questo tomista che la posterità riconosce nelle fregiare del titolo, che gli rimane, di Principe dei tomisti.