IPPONA. - Città presso le coste del Mediterraneo, nella Numida (Africa settentrionale), oggi situata a 2 km. a sud-ovest dell'attuale Bona in Algeria.
Fu colonia fenicia; il suo nome di Hippo Regius è in uso fin dal tempo di Giulio Cesare, creatore del Regno di Numidia; Augusto ne fece un municipio romano, Traiano una colonia. Ma ancora alla fine del sec. IV e agli inizi del V, parte dei suoi abitanti parlavano punico e s. Agostino era costretto a cercare sacerdoti che lo parlassero.
Il cristianesimo vi fu fiorente fin dalla metà del sec. III, come attestano i suoi vescovi e due gruppi di martiri. Fu funestata dai manichei e dai donatisti, contro i quali lottò strenuamente s. Agostino. Fu assalita dai Vandali, che vi penetrarono nel 430, e Genserico vi restò fino al 439, alla conquista di Cartagine. Giustiniano la riebbe nel 533, con la conquista di Belisario. Gli Arabi abbandonarono I. e si stabilirono sul mare dove è ora Bona.
Vescovi di I. noti sono: Teogene nel 256, presente al Concilio di Cartagine; Leonzio ca. il 303, il quale costruì la Basilica detta Leontiana (s. Agostino, Sermones, 260 e 262; P. Monceaux, Histoire littéraire de l'Afrique, III, Parigi 1910, p. 152); Florenzio o Fidenzo, uno dei venti martiri durante la persecuzione diocleziana (s. Agostino, Sermones, 148, 325-26; De civitate Dei, XXII, 8, 4); Valerio nel 388; s. Agostino (393-430). Ignoti sono i vescovi di I. dopo l'invasione vandalica e durante la dominazione bizantina.
St. Gsell, dalle opere di s. Agostino ha ricavato la notizia delle seguenti chiese esistenti in I. (Monuments antiques de l'Algérie, II, Parigi 1901, pp. 212-14).
La Basilica maior (s. Agostino, Serm., 325) detta anche Basilica Pacis (id., Ep. 213). Aveva l'abside sopraelevata (De civitate Dei, 22, 8, 22); vi era prossima la Cappella del protomartire Stefano con sue reliquie sotto l'altare (Serm., 318).
La Basilica Leontiana fondata dallo stesso vescovo e martire Leonzio (Sermones, 260 e 262).
La Cappella ad viginti martyres (De civitate Dei, 22, 8), la cui memoria «est apud nos celeberrima» afferma s. Agostino (ibid., 148), tenuto «ad sanctos viginti martyres» (PL 38, 799), come gli altri due Sermones 325 e 326 (ibid., 1447 e 1449) e nel Sermone in onore di s. Eulalia (G. Morin, in Miscellanea Agostiniana, I, Roma 1930, p. 595). Dei venti martiri, s. Agostino ricorda solo i nomi del vescovo Florenzio o Fidenzo e di Valeriana e di Vittoria; gli altri, i cui nomi sono ricordati nel Martirologio geronimiano al 15 nov. (p. 600, n. 9), pur tra-
dendo la loro origine africana, non è certo che appartengano al gruppo stesso.
La Basilica ad octo Martyres (Serm., 356, 10).
Nei dintorni di I. sempre s. Agostino ricorda: una Memoria martyrum (De civit. Dei, 22, 8, 19); una cappella dedicata ai ss. Gervasio e Protasio nella località Victoriana Villa (ibid., 8, 7); un oratorio con la terra del S. Sepolcro a Fussula (ibid., 8, 6); una basilica ad Hasna di cui i circoncellioni demolirono l'altare (Ep., 29, 12); una chiesa ad Andurus con reliquie di s. Stefano (De civitate Dei, 22, 8, 15).
Finalmente da s. Agostino si ricava l'esistenza di un monastero da lui fondato (Serm., 355, 2); della domus episcopii (ibid.), di altri due monasteri maschili (ibid., 356, 10 e 15) e d'uno o più monasteri femminili (Ep., 211). Egli tenne anche, il 28 ag. 392, la sua controversia con il presbitero Fortunato dei Manichei e in balneis Sossii, praesentia populi (PL 42, 111-12).
Dei monumenti cristiani antichi di I. si conosce finora ben poco e le scoperte sono state fino al 1949 limitate a iscrizioni sepolcrali cristiane conosciute per mezzo di manoscritti, come quella acrostica del diacono Nabor, ucciso dai donatiati (G. B. De Rossi, in Bull. arch. crist., 4ª serie, 4 [1886], pp. 8-10; P. Monceaux, Enquête sur l'épigraphie chrétienne d'Afrique, in Revue archéol., 4ª serie, 7-8 [1906], p. 473, n. 191) e d'un poeta contemporaneo di s. Agostino (P. Monceaux, ibid., p. 473, n. 192); ovvero da scoperte sporadiche (St. Gsell, Les inscriptions latines de l'Algérie, I, Parigi 1922, pp. 1-9 e 393).
Si devono anche ricordare ampolle con l'immagine del martire Menna (G. B. De Rossi, in Bull. arch. crist., 5ª serie, 5 [1894], p. 56); un frammento di pettine con Damele tra i leoni (J. Straygowski, Der Algerische Damstianum, in Oriens Christianus, nuova serie, 1 [1911], pp. 83-87); un gruppo di gioielli di età vandalica (J. de Baye, Bijoux vandales des environs de Bane, in Mém. de la Soc. nation. des antiquaires de France, 48 [1887], pp. 179-82).
Solo nel 1949, da una comunicazione di R. Leschi, direttore dei Monumenti di Algeria, si è avuta la notizia della scoperta di un edificio cristiano a tre navate d'epoca vandalica o anteriore a detta età e riutilizzato in seguito dagli ariani. Il pavimento è a musaico con numerose iscrizioni cristiane sepolcrali; tra queste una in marmo contiene l'epitaffio di una sveva (Suaba) di nome Ermengon sposa di un Ingomar.