Enciclopedia Cattolica vol. VII, 1951 Teologia dogmatica Sacramenti, grazia, virtù e doni

ITERAZIONE DEI SACRAMENTI

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ITERAZIONE dei SACRAMENTI. - Dal lat. iterare (fare una seconda volta) è la ripetuta collazione dei Sacramenti, fatta allo stesso soggetto.

I. PRINCIPI MORALI

Sacramenti, che con certezza sono stati amministrati validamente ed hanno un effetto duraturo, non possono essere ripetuti. Il Battesimo perciò, la Cresima e l'Ordine non possono essere ricevuti di nuovo, perché imprimono il carattere, che è indelebile (CIC, can. 732 § 1). L'effetto del Matrimonio permane durante lo stesso coniugio, quindi non si può passare a nuove nozze fino alla morte di uno dei coniugi o allo scioglimento del vincolo nei casi di matrimonio rato e non consumato. I Sacramenti, che non producono un effetto perpetuo, possono essere ripetuti. L'Estrema Unzione si ripete ogni volta che l'uomo, in diverse infermità, è in pericolo di morte. È permessa la i. di tale Sacramento anche durante la stessa infermità, quando l'infermo, superato il pericolo di morte, dopo un notevole tempo vi ricade. Secondo l'attuale disciplina si può amministrare una sola volta durante lo stesso pericolo di morte (CIC, can. 940 § 2). La Confessione può ripetersi ogni volta che vi è materia sufficiente (v. CONFESSIONE, II. Teologia morale, VI. Reiterazione). L'amministrazione di un Sacramento non iterabile è invalida e chi scientemente lo amministra o lo riceve commette un peccato di sacrilegio.

La i. dei Sacramenti è permessa quando è dubbio il loro valore. I moralisti distinguono un duplice dubbio, facti e iuris. Il primo si riferisce alle circostanze di fatto, se cioè il Sacramento è stato conferito e nel debito modo, ossia con la dovuta materia, forma ed intenzione. Il dubbio iuris si ha quando, conosciute le circostanze del fatto, si dubita della validità del Sacramento, per il dissenso degli autori sul valore della materia o forma usata. Il dubbio può essere prudente o imprudente, secondo che abbia un fondamento grave e ragionevole, oppure ne sia del tutto privo. Col dubbio imprudente non è lecita la i. dei Sacramenti. Facendola, anche condizionatamente, per sé si pecca gravemente, perché si espone certamente il Sacramento, senza giusto motivo, al pericolo di nullità. La condizione, quando il dubbio è futile, si considera come non posta. Si può essere scusati dal peccato, se si è spinti da insistenti ansietà e angustie di coscienza, come si verifica negli scrupolosi. Qualsiasi dubbio prudente e ragionevole legittima la i. di ogni Sacramento. Il pericolo infatti che il fedele resti privato del frutto è una ragione sufficiente per la i., poiché i Sacramenti sono stati istituiti per gli uomini. Se il Sacramento, del cui valore si dubita, è necessario alla salvezza, o da esso dipende il valore di altri Sacramenti, deve essere ripetuto finché non si ha la certezza morale della validità. Perciò per la salvezza dell'uomo si devono ripetere il Battesimo, l'assoluzione e l'Estrema Unzione del moribondo, privo dei sensi, se vi è un dubbio ragionevole sul loro valore. Per evitare il pericolo di idolatria, bisogna riconsacrare le Ostie dubbiamente consacrate. Il pericolo della amministrazione invalida degli altri Sacramenti impone la i. dell'Ordine, in modo segreto (CIC, can. 1007), se è dubita la sua validità. In questi casi vale il principio: se è lecito ripetere il Sacramento, bisogna ripeterlo. È prescritta espressamente la i. dei Sacramenti, che imprimono il carattere (CIC, can. 732 § 2). Talora la ripetizione dei Sacramenti necessari alla salvezza, benché non prescritta, è permessa per la quiete dell'animo, turbato da scrupoli o da un dubbio iuris, originato da una opinione, priva di vera probabilità.

La i. dei Sacramenti non necessari alla salvezza, ossia del Matrimonio e dell'Estrema Unzione dell'infermo, non privo dei sensi e che abbia già ricevuto gli altri Sacramenti, viene decisa secondo la natura del dubbio, l'utilità dei fedeli e l'incomodo del ministro.

I Sacramenti debbono ripetersi in un modo assoluto, quando si è certi della loro invalidità. Nel dubbio invece bisogna apporre la condizione, per salvare, per quanto è possibile, la riverenza dovuta al Sacramento. Se infatti la condizione si verifica, il Sacramento è validamente conferito: se non si verifica, nonostante l'applicazione della materia e forma, non si ha il Sacramento. La condizione deve essere espressa oralmente solo quando è così prescritta dalla rubrica, come per il Battesimo e l'Estrema Unzione. Negli altri casi basta concepirla mentalmente.

II. LA CONTROVERSIA SULLA I. DEL BATTESIMO DEGLI ERETICI

Agli eretici, battezzati nella Chiesa cattolica, quando si convertivano, erano imposte le mani in segno di penitenza, perché ricevessero lo Spirito Santo. Verso la metà del sec. III si agitò la questione se i battezzati nelle sette eretiche, convertendosi, dovessero essere ribattezzati. La questione fu risolta all'inizio praticamente. A Roma, in Egitto e in Palestina si riteneva valido il Battesimo degli eretici, purché conferito nella debita forma. Nell'Africa proconsolare invece, confondendo la liceità con la validità, si esigeva la i. del Battesimo. L'errore si collega a Tertulliano che richiedeva al valore del Sacramento la retta fede del ministro. Dai principi: nemo dat quod non habet, extra Ecclesiam nulla salus, concludeva che il Battesimo è unico e si trova solo nella vera Chiesa. Gli eretici convertiti debbono perciò essere ribattezzati (De Bapt., cap. 15: PL 1, 1216). Un Concilio cartaginese, sotto Agrippino, sancì tale prassi, che si diffuse in Africa e, poco dopo, nell'Asia Minore con i Concili di Iconio e di Sinnada. La divergenza di usi sfociò in un conflitto, per l'intervento di s. Cipriano, che cercò di estendere la prassi di ribattezzare gli eretici. Nel De unitate Ecclesiae considera il Battesimo degli eretici non una abluzione, ma una sozzura, che genera figli al demonio

(cap. 11: PL 4, 524). All'inizio del 255, un certo Magnus gli chiede se debbano ribattezzarsi i novaziani convertiti. Cipriano risponde affermativamente con l'argomento di Tertulliano (Epist. LXIX: PL 3, 1138). Gli giunge intanto una interrogazione di diciotto vescovi della Numidia. Cipriano, raccolto in un Sinodo il voto di trentuno vescovi dell'Africa proconsolare, risponde ribadendo la sua opinione, confermata dalla consuetudine degli antecessori (Epist. LXX, 1: PL 3, 1038).

Mentre la Numidia conveniva con Cartagine, la Mauritania, situata ad occidente dell'Africa e in contatto con Roma, seguiva la prassi contraria. Il vescovo Quinto scrisse a Cipriano, riprovando la i. del Battesimo in nome dell'antica tradizione. Si delineava imminente il conflitto tra l'uso cartaginese e quello romano. Cipriano lo presenti. Inviò a Quinto, insieme alla sinodale precedente, un'altra lettera, nella quale insisteva sull'essenza del vero Battesimo tra gli eretici; né la consuetudine poteva prescrivere contro la verità. Lo stesso Pietro si era arreso alle ragioni di Paolo (Epist. LXXI, 2: PL 3, 1106). Nel Sinodo del 256, settantuno vescovi dell'Africa proconsolare e della Numidia di nuovo dichiararono invalido il Battesimo degli eretici. Cipriano stese la lettera sinodale, che inviò al papa Stefano. Questi però non approvò la decisione del Concilio africano e impose di conformarsi all'uso romano, con la minaccia della scomunica. Dopo la questione dei lapsi e dei novaziani, per la terza volta ora, il Papa si trovava di fronte lo zelante vescovo di Cartagine, più disposto a dare lezioni che ad accettarne. Per tale motivo, oltre che per quello dottrinale, Stefano fu intransigente. Cipriano tuttavia nell'autunno dello stesso anno convocò un altro Concilio. Ottantasette vescovi rinnovarono la decisione dei sinodi precedenti. Gli atti conciliari furono inviati a Roma, ma il Papa non volle ricevere i legati e proibì al clero di comunicare con loro.

La scomunica, minacciata, di fatto non fu comminata e lo scisma fu evitato. A Stefano successe Sisto II, che riprese le relazioni con Cipriano, senza abbandonare la prassi romana, della quale non credette necessario imporre la rigida accettazione. Così le Chiese d'Africa e d'Asia continuarono per un certo tempo nel loro uso. Il protestantesimo a torto vede nella controversia un argomento contro la tradizione, come regola di fede, e contro l'autorità e l'infallibilità pontificia. Cipriano ed i suoi seguaci errarono nella questione di fatto, non in quella di diritto. Riconoscevano infatti il valore di una tradizione apostolica e l'infallibilità pontificia, ma in questa controversia giudicavano la consuetudine, opposta da Stefano, erronea, benché più antica, perché puramente umana. La questione riguardava sia il campo dogmatico sia quello disciplinare. Il tenore delle parole di Cipriano, che lascia liberi i vescovi, senza voler spezzare l'unità con chi non condivide il suo parere, fa supporre che trattasse la questione da un punto di vista disciplinare. I suoi argomenti però indicano che egli vedeva nella controversia qualcosa di più di una semplice questione disciplinare. È certo che Cipriano non imposto la questione sul terreno esclusivo della fede. La questione era nuova e difficile, poiché molti punti della dottrina sacramentaria erano ancora oscuri. Fece luce in merito s. Agostino, quando l'errore, sotto nuova forma, fu ripreso dai donatisti (v. DONATISMO), che richiedevano al valore del Sacramento la fede e lo stato di Grazia del ministro. S. Agostino distinse tra il Sacramento valido, che può essere anche fuori della Chiesa, e il Sacramento fruttuoso, che si trova solo nella Chiesa. Per una simile questione in rapporto al Sacramento dell'Ordine, v. RIORDINAZIONI.

Bibliografia18 opere
BIBL.: Le fonti della controversia sono raccolte in PL. 3, 1008 segg. (S. Cipriano, Epist. LXX-LXXIV; Concilia Carth. I, II, III de Baptismo; Firmulano, Epist. ad Cyprianum; anon., De rebaptismate). Nello stesso vol. sono riportate alcune Dissertations di Thomasson, di Constant e di un anonimo; s. Agostino, De Baptismo e donatistas: PL. 43, 163 segg.; s. Basilio, Ad Amphii, epist. cann. I, II; PG 32, 668 segg.; L. Roche, De la controverse entre St Etienne et St Cyprien au sujet du Baptisme des hérétiques, Parigi 1858; L.-B. Thibaud, Question du Baptisme des hérétiques, discutée entre le pape St Etienne et St Cyprien, ivi 1863; J. Ernst, Papst Stephan I. und der Ketzertaufstreit, Magonza 1905; A. D'Alès, La question baptismale au temps de St Cyprien, in Revue des quest. hist., 41 (1907), pp. 353-402; I. Ernst, Neue Untersuchungen über Cyprian und den Ketzertaufstreit, in Theol. Quartalschrift, 63 (1911), pp. 230-81; 364-403 (critica della letteratura più recente); A. D'Alès, Baptisme des hérétiques, in DFC, I, coll. 390-418; G. Bareille, Baptisme des hérétiques, in DThC, II, coll. 210 segg.; B. Altaner, Patrologia, Torino 1944, pp. 170-11; F. M. Cappello, De Sacramentis, III, De Extrema Unctione, Torino-Roma 1942, nn. 281 segg., 296 segg.; id., De Sacramentis in genere, de Baptismo, Confirmatione et Eucharistia, ivi 1945, n. 21 segg.

Vincenzo Carbone

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Testo originale: Enciclopedia Cattolica, vol. VII (1951), coll. 514–518.

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Carbone, Vincenzo. “Iterazione dei Sacramenti.” Enciclopedia Cattolica, vol. VII, Ente per l’Enciclopedia Cattolica e per il Libro Cattolico, 1951, coll. 514–518. Azione Romana, https://azioneromana.com/it/article/iterazione-dei-sacramenti.

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